Qualche tempo fa
ho visto Philadelphia, un film del
1993 con Tom Hanks e Denzel Washington. Meraviglioso, nonostante i suoi ormai
vent’anni, e a mio parere sempre attuale. Racconta la storia di Andrew Beckett,
un brillante avvocato gay di Philadelphia. Quando i suoi superiori, dopo
avergli affidato un caso importante, notano una lesione sulla sua fronte
causata dall’AIDS (precisamente dal sarcoma di Kaposi, patologia opportunistica
all’epoca molto comune tra i sieropositivi), lo licenziano con la scusa di aver
quasi smarrito un documento. Con l’appoggio del suo compagno e della sua
famiglia, Andy decide di fare causa all’azienda. Inizialmente respinto da un
avvocato di sua conoscenza (interpretato da Denzel Washington) per via della
sua malattia, questi deciderà infine di aiutarlo.
Inutile che vi
dica perché trovo grandioso questo film: per l’estrema e brutale delicatezza, con cui viene trattata una tematica come l’AIDS, per l’attenzione al
cambiamento e al pregiudizio, legati qui inscindibilmente e, non da ultimo, per
un giovanissimo Tom Hanks che, concedetemelo, è disperatamente fico.
Ma, tolto
questo, di questo film amo la canzone di apertura, scritta da Bruce Springsteen
proprio per Philadelphia, e la scena
che l’accompagna, che ritrae una metropoli bella, genuina e tuttavia così diversa
da sé stessa, con le sue mille sfaccettature. La amo, Streets of Philadelphia, così si intitola la canzone, per un verso
in particolare: I walked a thousand miles
just to slip this skin. Tradotta letteralmente, quest’espressione significa
“ho percorso mille miglia solo per lasciar scivolare questa pelle”. Se vi
propongo quest’orrida traduzione, c’è un motivo, e non risiede soltanto nel
fatto che Bruce Springsteen sia l’unico a parlare di slip one’s skin in un contesto tanto particolare, ma anche nella
bellezza di questo modo di dire. To slip
the skin è un’espressione legata ai serpenti, che periodicamente cambiano
pelle lasciandosi alle spalle quella vecchia. Lasciandola scivolare, in un
certo senso. Solo che i serpenti, a differenza nostra, non hanno bisogno di
percorrere mille miglia, la abbandonano in un solo passo, mentre noi a volte
restiamo con la nostra vecchia pelle per anni, non riusciamo mai a sfilarla
completamente, o ne restiamo intrappolati, o ingarbugliati.
Guardando Philadelphia, mi è venuto in mente un
parallelismo proprio con l’AIDS, tema centrale del film. La nostra seconda
pelle è a volte proprio come questa malattia: per quanto tentiamo di scrollarcela
di dosso, non ce ne liberiamo mai davvero. Segno del fatto che fa parte di noi,
“ci appartiene”. Non saprei dire esattamente in che cosa consista questa pelle:
credo nei nostri difetti, fisici o caratteriali, nei nostri ricordi, in tante
piccole cose che costituiscono l’altra
metà di noi o, come li chiamavo tempo fa, i nostri abissi. Ora come allora, non pretendo che da quegli abissi si
risalga sempre, solo che si sia consapevoli di averli, che magari li si
accetti. Tanto basta, davvero.
Aggiungo il
testo della canzone, vale la pena leggerlo per intero.
coccola5
ps. mi riprometto di dedicare uno dei prossimi post all'Hiv e all'AIDS, tematiche che recentemente sono state abbandonate, e di cui secondo me è urgente parlare. Ma intanto godetevi Springsteen e la sua performance.