martedì 3 settembre 2013

Just to slip this skin

Qualche tempo fa ho visto Philadelphia, un film del 1993 con Tom Hanks e Denzel Washington. Meraviglioso, nonostante i suoi ormai vent’anni, e a mio parere sempre attuale. Racconta la storia di Andrew Beckett, un brillante avvocato gay di Philadelphia. Quando i suoi superiori, dopo avergli affidato un caso importante, notano una lesione sulla sua fronte causata dall’AIDS (precisamente dal sarcoma di Kaposi, patologia opportunistica all’epoca molto comune tra i sieropositivi), lo licenziano con la scusa di aver quasi smarrito un documento. Con l’appoggio del suo compagno e della sua famiglia, Andy decide di fare causa all’azienda. Inizialmente respinto da un avvocato di sua conoscenza (interpretato da Denzel Washington) per via della sua malattia, questi deciderà infine di aiutarlo.

Inutile che vi dica perché trovo grandioso questo film: per l’estrema e brutale delicatezza, con cui viene trattata una tematica come l’AIDS, per l’attenzione al cambiamento e al pregiudizio, legati qui inscindibilmente e, non da ultimo, per un giovanissimo Tom Hanks che, concedetemelo, è disperatamente fico.

Ma, tolto questo, di questo film amo la canzone di apertura, scritta da Bruce Springsteen proprio per Philadelphia, e la scena che l’accompagna, che ritrae una metropoli bella, genuina e tuttavia così diversa da sé stessa, con le sue mille sfaccettature. La amo, Streets of Philadelphia, così si intitola la canzone, per un verso in particolare: I walked a thousand miles just to slip this skin. Tradotta letteralmente, quest’espressione significa “ho percorso mille miglia solo per lasciar scivolare questa pelle”. Se vi propongo quest’orrida traduzione, c’è un motivo, e non risiede soltanto nel fatto che Bruce Springsteen sia l’unico a parlare di slip one’s skin in un contesto tanto particolare, ma anche nella bellezza di questo modo di dire. To slip the skin è un’espressione legata ai serpenti, che periodicamente cambiano pelle lasciandosi alle spalle quella vecchia. Lasciandola scivolare, in un certo senso. Solo che i serpenti, a differenza nostra, non hanno bisogno di percorrere mille miglia, la abbandonano in un solo passo, mentre noi a volte restiamo con la nostra vecchia pelle per anni, non riusciamo mai a sfilarla completamente, o ne restiamo intrappolati, o ingarbugliati.

Guardando Philadelphia, mi è venuto in mente un parallelismo proprio con l’AIDS, tema centrale del film. La nostra seconda pelle è a volte proprio come questa malattia: per quanto tentiamo di scrollarcela di dosso, non ce ne liberiamo mai davvero. Segno del fatto che fa parte di noi, “ci appartiene”. Non saprei dire esattamente in che cosa consista questa pelle: credo nei nostri difetti, fisici o caratteriali, nei nostri ricordi, in tante piccole cose che costituiscono l’altra metà di noi o, come li chiamavo tempo fa, i nostri abissi. Ora come allora, non pretendo che da quegli abissi si risalga sempre, solo che si sia consapevoli di averli, che magari li si accetti. Tanto basta, davvero.


Aggiungo il testo della canzone, vale la pena leggerlo per intero.


coccola5
ps. mi riprometto di dedicare uno dei prossimi post all'Hiv e all'AIDS, tematiche che recentemente sono state abbandonate, e di cui secondo me è urgente parlare. Ma intanto godetevi Springsteen e la sua performance.