Non la riconosco, la mia famiglia. Le
cose sembrano invertirsi, at this point. Solo
un anno e mezzo fa erano loro a non riconoscere me, la figlia ribelle
che infrangeva i loro divieti solo per uscire con E.
Le
facce sono le loro, ma le parole non gli appartengono: non possono
appartenergli! Com'è che le stesse persone che fino a poco tempo fa
sembravano avere valori fissi, buoni e tradizionali ora li
interscambiano svergognatamente, li girano a loro piacere e
vantaggio? La parte dell'ingenua, su questo non c'è dubbio, la
faccio sempre io.
Un
mese fa era un reato che mio fratello bevesse una birra, ora ci
scherzano su allegramente e lui è quasi autorizzato a farlo,
percependo, tra l'altro, che l'alcol è cosa divertente, fica.
Un
mese fa io ero il consigliere di mia madre, ora solo una che non sa
risparmiare critiche a nessuno.
Un
mese fa mia madre era disperata e mi chiedeva di tenerle compagnia,
ora è rinata e io sono stata scalzata dalla sua mania di controllo e
dalle sue insindacabili opinioni.
A
volte ho l'impressione di essere io a portare avanti questa famiglia,
nonostante i tracolli emotivi di mia madre. Altre volte,
semplicemente, ho il presentimento che la mia assenza o presenza sia
assolutamente irrilevante per ognuno. Sto cercando di mantenermi
salda, di non piangere, di non fare scenate isteriche, di ascoltare,
di avere pazienza. E lo faccio volentieri, perchè questa è la mia
famiglia.. e a chi altri spetterebbe questo ruolo?
La
loro incertezza valoriale mi turba, lascia in bilico. Ieri sera
raccontavo a mia madre di un sms che avevo ricevuto da don D. nel
pomeriggio, dove mi scriveva: com'è andato l'esame? Fammi
sapere! A ogni modo, volevo chiederti se puoi darmi una mano anche
giovedì.. so che sei impegnata, ma mi faresti un grande favore. Mi
ero sentita enormemente presa per il culo. Lui fingeva di
interessarsi ai miei esami solo per coinvolgermi nel volontariato,
quindi, avevo pensato: si fotta! Lei inizia a raccontarmi, per farmi
cambiare idea, di aver fatto una cosa simile a sua volta: una sua
amica ha dolori terribili al ginocchio e le ha chiesto un consiglio
su un bravo ortopedico cui rivolgersi. Mia madre, per non farla
aspettare, ha chiamato un nostro amico ortopedico con la stessa
tattica usata dal prete: come stai? Bene, mi fa piacere..
volevo chiederti un favore. Mi
dice di non prendermela, di essere obiettiva: certo che voleva anche
sapere come stavi!
Io me
ne resto lì, tramortita. Come puoi essere così superficiale? Com'è
che una volta questo ti avrebbe dato fastidio e ora.. ti è solo
indifferente? Come siamo arrivati alla logica de “l'importante è
il fine, i mezzi non contano”?
Sono
più le domande che le risposte, più le ansie che le gioie. Non
voglio cambiare nessuno, modificare niente, ma... in questa casa
alcune dinamiche non funzionano, ed è tempo – e giusto – di
ammetterlo. Quando, tornando a casa, mia madre mi dice che è
stanchissima, ha lavorato tutto il santo giorno e noi non
la ricompensiamo a sufficienza,
percepisco chiaramente che c'è stato un grosso fraintendimento.
Perchè essere madre significa accettare di stancarsi, significa dare
1000 e ricevere 100 o anche meno (ma non per cattiveria), significa
fare gratuitamente senza attendere una ricompensa. Se solo il fatto
di ricoprire questo ruolo deve avere una contropartita, quali sono
allora le cose gratuite della vita? Qual è lo sforzo che possiamo
fare senza aspettarci niente in cambio? Se essere madre non è
“gratuito”, che cosa lo è??
Questi
sono i valori che ho imparato io, e a questo punto mi domando da chi.
La gratuità dell'affetto, proprio perchè a qualcuno siamo
affezionati (e gli vogliamo bene), fa nascere in me quella voce che
dice “ricomincia! Ricomincia ancora! E ancora!”
Nonostante
la stanchezza, nonostante abbia perso un'amica e una guida
spirituale, sono felice di sentire quella voce che non mi permette di
abbandonare il campo. Significa che sono sulla strada giusta, che Dio
non mi ha abbandonata in questo deserto, anzi, ne ha approfittato per
stringermi più forte la mano. Ma mi atterrisce che non ce l'abbia
lei, perchè qualcosa vuole pur dire. Ed è qualcosa di terribile.
Cari
i miei genitori, forse dopo 21 anni che allevate figli vi siete
scordati che la genitorialità non è gratuita, è a spreco, è amore
a fondo perduto. È cominciare a urlare di dolore quando tuo figlio
sta male, ma non perchè lui non sta realizzando i tuoi sogni, ma
perchè non sta realizzando sé stesso. Ed è litigare fortissimo
perchè ci si vuole bene. È cadere insieme a tuo figlio, prendendo
una botta talmente forte da doversi fare amputare una gamba, ma avere
ancora voglia di correre con l'altra.
È
stare in silenzio, perchè la voce della tua creatura inizi a cantare
e poi piangere di gioia.
Forse
io sono troppo giovane, forse non ho ancora figli e poi mi ricrederò,
forse solo un paroliere un po' romantico e mi rifiuto di vedere il
mondo per com'è. Vedo solo quello che voglio vedere, che in altre
parole è un mondo migliore.
coccola5
Tesoro mio, ho passato un periodo simile e ti capisco. Io ho capito che, quando i figli crescono, rivelano dei lati, delle ansie, delle preoccupazioni che prima non mostravano. E a volte ti deludono perchè sono persone diverse da quelle che credevi. Purtroppo crescere significa accettare anche questi lati ombrosi dei genitori, o almeno credo..<3
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