Okay, I confess, divoro due o tre libri alla volta, e non è detto che li concluda tutti. Per esempio, ho momentaneamente accantonato la lettura de L'isola del giorno prima di Eco, di cui avevo parlato nell'ultima blog reading. Avevo scelto per le vacanze in Scozia Ogni cosa è illuminata di Jonathan Safran Foer. Se conoscete questo autore, è probabilmente perché avete letto il libro Molto forte, incredibilmente vicino, o visto il film che ne è stato fatto recentemente. Entrambi bellissimi, e sicuramente più noti di Ogni cosa è illuminata, pubblicato per la prima volta da Guanda nel 2002.
Tema del romanzo è la storia di Jonathan, un ebreo statunitense che si reca in Ucraina alla ricerca di Augustine, la donna che salvò suo nonno durante le deportazioni naziste. In questo viaggio è accompagnato da Alex, una guida locale, suo nonno, affetto da cecità psicosomatica e la loro cagnetta puzzolente.
Non sono ancora andata molto avanti nella lettura, ho letto all'incirca le prime 60 pagine, quindi è ancora presto per una recensione equilibrata, ma confesso di essermi, in un certo senso, trovata in difficoltà: la prosa di Safran Foer è sempre molto particolare. Le lettere scritte da Alex a Jonathan ricalcano l'inglese che parlerebbe uno straniero che l'ha studiato da autodidatta: una lingua "finta", in cui si ritrovano espressioni come nel mio secondo anno di università ho fatto paurosamente bene, ma comunque pregiata, come direbbe lui. Quelle parole storte, a volte innaturali, aiutano a riflettere su quanto ci sta raccontando, consentono un'angolatura migliore e diversa.
Per farla breve, se credete di aver comprato un romanzo in senso stretto, vi sbagliate di grosso. Safran Foer ci consegna sempre personaggi strani, sgangherati, che pochi altri sceglierebbero per la loro narrazione, e che eppure funzionano. Era andata così anche in Molto forte, incredibilmente vicino, il cui protagonista è Oskar, un ragazzino di 9 anni affetto dalla sindrome di Asperger alla ricerca di un modo per elaborare il lutto del padre, morto nell'attentato al World Trade Center dell'11 settembre.
Vi propongo la lettura di questo brano, che racconta la storia di Yankel, uno dei personaggi, disperato perché la moglie lo ha tradito con un altro e lo ha lasciato. Forse, però, non si tratta solo di questo. Io ci ho riletto tutte le parti di me che vorrei abbandonare e di cui invece non riesco a liberarmi. Ogni tanto sembrano essersene andate, ogni tanto affiorano e ritornano, come il biglietto della moglie di Yankel, e mi fanno perdere "più occasioni di quante ne possa contare".
Buona lettura.
coccola5[Yankel] aveva anche perso la moglie, e non per colpa della morte, ma di un altro uomo. Rincasando dopo un pomeriggio in biblioteca, aveva trovato un biglietto sopra lo SHALOM! sul tappetino della soglia: Ho dovuto farlo, per me.[...] Non so che cosa fare, pensava. Probabilmente dovrei suicidarmi.Come non poteva sopportare la sua vita, o il pensiero di lei che faceva l'amore con qualcuno che non era lui, non poteva sopportare nemmeno di conservare il biglietto, e nemmeno di distruggerlo. Quindi tentò di perderlo. Lo lasciò vicino ai candelieri lacrimanti di cera, a ogni Pasqua lo mise fra le matzot, lo lasciò cadere senza riguardo fra carte sgualcite sulla sua scrivania sempre ingombra, nella speranza che al suo ritorno non ci sarebbe stato più. E invece era sempre lì. Tentava di farselo cadere dalla tasca mentre era seduto sulla panchina davanti alla fontana della sirena prostrata, ma quando infilava la mano per cercare il fazzoletto era ancora lì. Lo celava come un segnalibro in un romanzo fra quelli da lui più odiati, ma il biglietto riappariva qualche giorno dopo fra le pagine di uno dei libri occidentali che era l'unico a leggere in tutto lo shtetl, uno dei libri che ora quel biglietto gli aveva rovinato per sempre. Ma come non poteva perdere la sua vita, in tutta la vita non poteva perdere quel biglietto. Continuava a tornare da lui. Rimaneva con lui come una parte di lui, una voglia, un arto, era su di lui, dentro di lui, era lui, il suo motto: Ho dovuto farlo, per me.Nel tempo aveva perso tanti frammenti di carta, e chiavi, e penne, camicie, occhiali, orologi, argenteria. Aveva perso una scarpa, i suoi gemelli preferiti di opale (le frange Scompigliate delle sue maniche erano in pieno, incontrollato rigoglio), perso tre anni lontano da Trachimbrod, milioni di idee che avrebbe voluto trascrivere (alcune di assoluta originalità, alcune di profondo significato), i capelli, la postura, due genitori, due figli, una moglie, una fortuna in moneta, più occasioni di quante ne potesse contare. Aveva addirittura perso un nome: era Safran prima di fuggire dallo shtetl, Safran dalla nascita alla sua prima morte. Sembrava non ci fosse niente che non poteva perdere. Ma quel pezzo di carta non sarebbe scomparso mai e poi mai, e nemmeno sarebbe scomparsa l'immagine di sua moglie a quattro zampe, e nemmeno il pensiero che, se ne fosse stato capace, avrebbe di molto migliorato la sua vita ponendovi fine.
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