venerdì 20 dicembre 2013

Quelle persone senza dio

Strana settimana. Ho passato a Milano solo due giorni e mezzo, ma non vedevo comunque l’ora di rientrare a Verona. Questa città mi manca come l’aria, quando non la respiro. Non appena vi rimetto piede, espiro naturalmente tutti i problemi e le mie angosce. Odio l’atteggiamento snob della sua gente, che la considera letteralmente il centro del mondo (a un’ora dalle montagne, a un’ora dal mare... abbiamo tutto!), odio il suo dialetto talvolta fin troppo sboccato, eppure non riesco a farne a meno. E alla fine sono anch’io, mio malgrado, una di quelli che la considerano caput mundi.

Ad ogni modo, martedì chiamo F. Voglio sentire come sta, fare due parole di inizio settimana. Chiacchieriamo un po’, poi mi dice che le farebbe piacere vedermi per darmi un pensiero natalizio. Se ti va, potresti venire a cena da me sabato. Ma sì, è una buona idea. Se la nebbia o la pioggia non saranno tanto forti da impedirmi di guidare, ci sarò. Oggi, verso mezzogiorno la chiamo per accordarci. Una ragazza della mia compagnia mi ha invitato a cena, e io non ho ancora dato una risposta e d’altra parte non sono nemmeno sicura che F. verrà. Ah, mi dice, e io intanto mi allarmo, a dire la verità mio padre e mia sorella verranno domani per darmi uno strappo da Parma e, sai, lei vorrebbe fare un giro. Probabilmente torneremo domani, faresti meglio ad accettare l’invito della tua amica.

Meno di un pomeriggio di shopping. Oggi mi è sembrato di valere così, meno di zero, meno di un giro per i negozi di una città come Parma, come Verona. Città piccole, così piene di sé. E mi è sembrato di aver fatto, ancora una volta, lo stesso errore di sempre: investire troppo e sulla persona sbagliata. Illudermi di contare per lei più di quanto io non conti davvero.

The same old mistake, once again. La stessa che era successa, è tempo di ammetterlo, in fin dei conti, con E. E con tanti altri, di cui non scrivo le iniziali perché sarebbe fin troppo umiliante. La mia incapacità di riconoscere quanto vale davvero un rapporto o solo un lento declino, un deteriorarsi delle cose nel tempo? A volte l’una; in questo caso, forse, essenzialmente l’altra.

Questa sera ho cenato da mia nonna. Tutti gli altri di casa mia erano da qualche parte, e mia madre mi ha suggerito di chiamarla. Così non resti sola. Allora la raggiungo per le 18.30, al mio arrivo trovo la minestra già nel piatto. E intanto che mangiamo mi racconta della figlia di una sua amica, che ha convissuto per tre anni e adesso è tornata a vivere dalla madre. Il fidanzato le ha detto che preferisce stare solo, forse non è fatto per la convivenza. E allora ho pensato: F. è così, ecco, una di quelle persone per cui le motivazioni non contano. Le cose, le persone non importano, così come non importa il loro tempo, il loro affetto. Un po’, ci pensavo nel pomeriggio, come quelli che cambiano i proverbi e i modi di dire a proprio piacimento, sbagliano il congiuntivo perché tanto è lo stesso. Tanto è lo stesso.

Contano talmente poco, le persone, che non serve nemmeno una motivazione seria, plausibile, per allontanarsene, e lo fanno con una banalità sorprendente e imbarazzante. Forse preferisco stare solo. Faccio un giro con mia sorella. C’è una tremenda somiglianza in queste due frasi, me ne rendo conto con un brivido di terrore. Non c’è niente a separarle davvero, moralmente parlando.

Sono persone senza dio, quelle come F., senza un principio così alto da essere inviolabile. Un principio morale come quello kantiano, cui non si può trasgredire mai, nemmeno per un valido e inappellabile motivo, ma che ti guida in ogni circostanza ed è il metro con cui misurare cose e persone.

Persone senza rispetto e, in fin dei conti, senza cuore. Al punto che qualche ora dopo ti taggano in un ridicolo post su Facebook.

coccola5

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