Strana
settimana. Ho passato a Milano solo due giorni e mezzo, ma non vedevo comunque
l’ora di rientrare a Verona. Questa città mi manca come l’aria, quando non la
respiro. Non appena vi rimetto piede,
espiro naturalmente tutti i problemi e le mie angosce. Odio l’atteggiamento
snob della sua gente, che la considera letteralmente il centro del mondo (a un’ora dalle montagne, a un’ora dal
mare... abbiamo tutto!), odio il suo dialetto talvolta fin troppo sboccato,
eppure non riesco a farne a meno. E alla fine sono anch’io, mio malgrado, una
di quelli che la considerano caput mundi.
Ad
ogni modo, martedì chiamo F. Voglio sentire come sta, fare due parole di inizio
settimana. Chiacchieriamo un po’, poi mi dice che le farebbe piacere vedermi
per darmi un pensiero natalizio. Se ti
va, potresti venire a cena da me sabato. Ma sì, è una buona idea. Se la nebbia o la pioggia non saranno tanto
forti da impedirmi di guidare, ci sarò. Oggi, verso mezzogiorno la chiamo
per accordarci. Una ragazza della mia compagnia mi ha invitato a cena, e io non
ho ancora dato una risposta e d’altra parte non sono nemmeno sicura che F.
verrà. Ah, mi dice, e io intanto mi
allarmo, a dire la verità mio padre e mia
sorella verranno domani per darmi uno strappo da Parma e, sai, lei vorrebbe fare
un giro. Probabilmente torneremo domani, faresti meglio ad accettare l’invito
della tua amica.
Meno
di un pomeriggio di shopping. Oggi mi è sembrato di valere così, meno di zero,
meno di un giro per i negozi di una città come Parma, come Verona. Città piccole,
così piene di sé. E mi è sembrato di aver fatto, ancora una volta, lo stesso
errore di sempre: investire troppo e sulla persona sbagliata. Illudermi di
contare per lei più di quanto io non conti davvero.
The
same old mistake, once again. La stessa che era
successa, è tempo di ammetterlo, in fin dei conti, con E. E con tanti altri, di
cui non scrivo le iniziali perché sarebbe fin troppo umiliante. La mia
incapacità di riconoscere quanto vale davvero un rapporto o solo un lento
declino, un deteriorarsi delle cose nel tempo? A volte l’una; in questo caso,
forse, essenzialmente l’altra.
Questa
sera ho cenato da mia nonna. Tutti gli
altri di casa mia erano da qualche parte, e mia madre mi ha suggerito di
chiamarla. Così non resti sola.
Allora la raggiungo per le 18.30, al mio arrivo trovo la minestra già nel
piatto. E intanto che mangiamo mi racconta della figlia di una sua amica, che
ha convissuto per tre anni e adesso è tornata a vivere dalla madre. Il
fidanzato le ha detto che preferisce stare solo, forse non è fatto per la
convivenza. E allora ho pensato: F. è così, ecco, una di quelle persone per cui le
motivazioni non contano. Le cose, le persone non importano, così come non
importa il loro tempo, il loro affetto. Un po’, ci pensavo nel pomeriggio, come
quelli che cambiano i proverbi e i modi di dire a proprio piacimento, sbagliano
il congiuntivo perché tanto è lo stesso.
Tanto è lo stesso.
Contano
talmente poco, le persone, che non serve nemmeno una motivazione seria,
plausibile, per allontanarsene, e lo fanno con una banalità sorprendente e
imbarazzante. Forse preferisco stare
solo. Faccio un giro con mia sorella. C’è una tremenda somiglianza in
queste due frasi, me ne rendo conto con un brivido di terrore. Non c’è niente a
separarle davvero, moralmente
parlando.
Sono
persone senza dio, quelle come F., senza un principio così alto da essere
inviolabile. Un principio morale come quello kantiano, cui non si può trasgredire
mai, nemmeno per un valido e inappellabile motivo, ma che ti guida in ogni circostanza
ed è il metro con cui misurare cose e persone.
Persone
senza rispetto e, in fin dei conti, senza cuore. Al punto che qualche ora dopo
ti taggano in un ridicolo post su Facebook.
coccola5
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