mercoledì 12 ottobre 2011

Una possibilità di cambiare le cose

Da alcuni giorni cercavo lo spunto giusto per scrivere. Stamattina sono capitata su questo articolo di Repubblica praticamente per caso, ma volevo raccontarvi la storia. Forse qualcuno di voi l’avrà visto, I ragazzi stanno bene, il film con Julianne Moore uscito in aprile di quest’anno. Io ne ho avuto l’occasione ieri sera e stamattina cercavo qualche informazione sui figli delle coppie gay in Italia e sulla situazione attuale. Dopo aver letto un articolo, il motore di ricerca del quotidiano mi propone questa storia, così intitolata: La cabina per fototessere come casa. La storia di Giovanni, operaio senza lavoro.

Mi riservo di citare in fondo la pagina dove trovate l’articolo, e del resto l’argomento mi sembra già ampiamente sviluppato dal titolo. Sì, è la storia di Giovanni, questo imbianchino rovinato dalla crisi. Non è il primo, da qualche anno a questa parte, ad aver “cambiato casa”. La gente lo ha notato, com’è naturale, i bar in giro gli hanno spesso offerto colazione e pranzo ma, a parte questo, la sua città ha ammesso questo status quo soltanto quando a Giovanni sono sanguinati i piedi per un blocco della circolazione sanguigna.

Mi domando perché restiamo tutti a guardare. Io inclusa. Delle volte passo di fronte a delle scene di povertà e l’unica reazione accettabile che riesco ad avere è un senso di pietà, prima ancora che di compassione. Ciò che accomuna quasi tutti è che, a parte guardare queste persone e pensare “poverino”, non li aiutiamo veramente e nel modo giusto. Non offriamo loro un lavoro se possiamo farlo e, quel che è peggio, fingiamo che non esistano.

Con questo post non voglio fare la morale proprio a nessuno, se non a me stessa. Voglio appellarmi alla nostra possibilità di cambiare le cose e di fare concretamente un atto buono. Kant diceva che deve essere un imperativo morale. Ricordo ancora le parole del prof di Filosofia quando ci ha spiegato questo concetto: “non lo faccio perché mosso a compassione, perché devo redimermi da qualche colpa o perché spero di ottenerne un riconoscimento o una ricompensa, lo faccio perché devo farlo. Non c’è altra motivazione.”
Per il momento, ciò che posso concretamente fare è raccontare qui questa storia e farla conoscere a quante più persone possibile.

http://www.repubblica.it/cronaca/2011/10/10/news/uomo_cabina-22969689/: qui l'articolo di Repubblica.

coccola5

1 commento:

  1. Io, indirettamente, ho a che fare con persone di questo tipo quasi tutti i giorni. Se anni fa erano magari stranieri (di cui potevi pensare: "Be', sono appena arrivati in Italia... Non appena si sistemano trovano un modo migliore di vivere") ora si sono moltiplicati e trasformati in quelli che dormono con la ventiquattr'ore (con cui vengono e con cui riandranno al lavoro) e, ancora peggio, in persone che hanno perso tutto. Ma proprio tutto.
    Sul cosa possiamo fare noi e sul perché ci comportiamo così... non lo so. Probabilmente la voglia di fare qualcosa s'infrange contro la barriera dei numeri: puoi aiutarne uno, forse due - ma gli altri? Puoi assumerne qualcuno, se ne hai la possibilità, ma di fronte a tutti gli altri come ti comporti?
    C'è, poi, il problema sociale: ponendo il caso che tu possa anche aiutarli tutti, ti troverai comunque davanti ad una nuova ondata di poveri. Aiutare queste persone non equivale a debellare la povertà: saresti un medico che cura i sintomi ma non la malattia.
    Forse ci troviamo davanti a qualcosa di troppo grande anche solo per essere compreso: ogni nostra risposta è parziale perché ciò che abbiamo davanti agli occhi è anch'esso parziale.
    Sarà che noi uomini siamo spesso così piccoli davanti alle nostre intenzioni.

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