Da alcuni giorni cercavo lo spunto giusto per scrivere. Stamattina sono capitata su questo articolo di Repubblica praticamente per caso, ma volevo raccontarvi la storia. Forse qualcuno di voi l’avrà visto, I ragazzi stanno bene, il film con Julianne Moore uscito in aprile di quest’anno. Io ne ho avuto l’occasione ieri sera e stamattina cercavo qualche informazione sui figli delle coppie gay in Italia e sulla situazione attuale. Dopo aver letto un articolo, il motore di ricerca del quotidiano mi propone questa storia, così intitolata: La cabina per fototessere come casa. La storia di Giovanni, operaio senza lavoro.
Mi riservo di citare in fondo la pagina dove trovate l’articolo, e del resto l’argomento mi sembra già ampiamente sviluppato dal titolo. Sì, è la storia di Giovanni, questo imbianchino rovinato dalla crisi. Non è il primo, da qualche anno a questa parte, ad aver “cambiato casa”. La gente lo ha notato, com’è naturale, i bar in giro gli hanno spesso offerto colazione e pranzo ma, a parte questo, la sua città ha ammesso questo status quo soltanto quando a Giovanni sono sanguinati i piedi per un blocco della circolazione sanguigna.
Mi domando perché restiamo tutti a guardare. Io inclusa. Delle volte passo di fronte a delle scene di povertà e l’unica reazione accettabile che riesco ad avere è un senso di pietà, prima ancora che di compassione. Ciò che accomuna quasi tutti è che, a parte guardare queste persone e pensare “poverino”, non li aiutiamo veramente e nel modo giusto. Non offriamo loro un lavoro se possiamo farlo e, quel che è peggio, fingiamo che non esistano.
Con questo post non voglio fare la morale proprio a nessuno, se non a me stessa. Voglio appellarmi alla nostra possibilità di cambiare le cose e di fare concretamente un atto buono. Kant diceva che deve essere un imperativo morale. Ricordo ancora le parole del prof di Filosofia quando ci ha spiegato questo concetto: “non lo faccio perché mosso a compassione, perché devo redimermi da qualche colpa o perché spero di ottenerne un riconoscimento o una ricompensa, lo faccio perché devo farlo. Non c’è altra motivazione.”
Per il momento, ciò che posso concretamente fare è raccontare qui questa storia e farla conoscere a quante più persone possibile.
http://www.repubblica.it/cronaca/2011/10/10/news/uomo_cabina-22969689/: qui l'articolo di Repubblica.
coccola5
Io, indirettamente, ho a che fare con persone di questo tipo quasi tutti i giorni. Se anni fa erano magari stranieri (di cui potevi pensare: "Be', sono appena arrivati in Italia... Non appena si sistemano trovano un modo migliore di vivere") ora si sono moltiplicati e trasformati in quelli che dormono con la ventiquattr'ore (con cui vengono e con cui riandranno al lavoro) e, ancora peggio, in persone che hanno perso tutto. Ma proprio tutto.
RispondiEliminaSul cosa possiamo fare noi e sul perché ci comportiamo così... non lo so. Probabilmente la voglia di fare qualcosa s'infrange contro la barriera dei numeri: puoi aiutarne uno, forse due - ma gli altri? Puoi assumerne qualcuno, se ne hai la possibilità, ma di fronte a tutti gli altri come ti comporti?
C'è, poi, il problema sociale: ponendo il caso che tu possa anche aiutarli tutti, ti troverai comunque davanti ad una nuova ondata di poveri. Aiutare queste persone non equivale a debellare la povertà: saresti un medico che cura i sintomi ma non la malattia.
Forse ci troviamo davanti a qualcosa di troppo grande anche solo per essere compreso: ogni nostra risposta è parziale perché ciò che abbiamo davanti agli occhi è anch'esso parziale.
Sarà che noi uomini siamo spesso così piccoli davanti alle nostre intenzioni.