Oggi pomeriggio, in preda a un’ansia che non vi
dico, sono passata dal mio don. Abbiamo fatto due parole, gli ho chiesto di
portarmi un’intera pianta di malva (chissà che almeno così non faccia
effetto?), e prima di andarmene gli ho chiesto di passarmi la sua omelia di
Pasqua. Essendo in monastero a Bose, avevo ascoltato quella del priore, ma gli
avevo già detto che ci tenevo a leggere anche la sua. A casa la leggo prima di
riprendere lo studio: ha ragione lui, è la più bella predica dell’universo. E
non che dica niente di sensazionale, anzi, ma spiega una cosa magnifica:
abbiamo bisogno di un Amore diverso, che ci faccia apprezzare la normalità, la
monotonia della nostra quotidianità.
In fin dei conti è proprio questo il punto: dobbiamo innamorarci della nostra vita, dei piccoli gesti che la compongono e che alle volte paiono non significare proprio niente, ma non narcisisticamente, no. Dobbiamo caricare di significato ogni cosa, riempire tutto della nostra fatica di vivere – perché vivere è faticoso.
In fin dei conti è proprio questo il punto: dobbiamo innamorarci della nostra vita, dei piccoli gesti che la compongono e che alle volte paiono non significare proprio niente, ma non narcisisticamente, no. Dobbiamo caricare di significato ogni cosa, riempire tutto della nostra fatica di vivere – perché vivere è faticoso.
Questo pomeriggio ho inviato una lettera alla monaca
di Bose che mi fa da guida spirituale. Non un’e-mail, ma proprio una lettera
scritta a mano. Non lo facevo dalla prima superiore! E mi ha stupito oggi
scoprire che in tabaccheria vendono le buste, se mai mi servissero, che non mi
ricordavo più dove dovevo andare per imbucarla. Ieri sera mi sono sorpresa a
pensare, come ai vecchi tempi, quanto tempo ci vorrà perché arrivi e alla
bellezza dell’attesa di una risposta, quel guardare eccitata ogni giorno la
posta, scartando infastidita quella che non mi riguarda.Non voglio elogiare le care vecchie lettere. Anzi, francamente non amo
scriverle per tanti motivi: scrivo minuscolo, nonostante tutti i miei sforzi, e
mi preoccupa che chi la riceve non ci capisca un accidente; scrivo molto più
velocemente al pc; scrivendo a mano devo fare tutte le righine per non scrivere
in obliquo; mandare e-mail è più veloce, comodo e soprattutto gratuito. Eppure,
questa volta l’ho scritta volentieri. Ci ho messo due giorni a completarla:
cinque facciate che sembrano ghirigori a uncinetto!
Vi confesso però che quel non ricordarmi bene come
si imbuca una lettera, dove sono le caselle postali rosse mi ha, come dire?,
ridato linfa. Forse è stato il sorriso del tabaccaio che mi ha accolta con la
massima gentilezza e con un sorrisone da qui a là. Forse è stato il don che
continuava a ridere e a dirmi “ciao, vai a casa e riposa!”, forse è stato il
messaggio di stasera di F. che mi ha ricordato che ce la posso fare, anzi, che
è sicura ce la farò.
Penso sempre di non meritarmi niente, e di conseguenza le persone gentili, in mezzo a un mare di stronzi, mi stupiscono sempre, mi fanno allargare il cuore. Non è sentimentalismo, lo dico davvero. Sono talmente abituata all’antipatia che la gentilezza sembra sempre una perla rara e mai meritata. Ma è bello vedere che qualcuno “si prende cura di te” con una parola, un sorriso, con un cenno del capo… con il cuore, dopotutto.
Penso sempre di non meritarmi niente, e di conseguenza le persone gentili, in mezzo a un mare di stronzi, mi stupiscono sempre, mi fanno allargare il cuore. Non è sentimentalismo, lo dico davvero. Sono talmente abituata all’antipatia che la gentilezza sembra sempre una perla rara e mai meritata. Ma è bello vedere che qualcuno “si prende cura di te” con una parola, un sorriso, con un cenno del capo… con il cuore, dopotutto.
coccola5
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