martedì 28 agosto 2012

1000 thanks

Mille grazie, mille volte grazie. Per la precisione, milletrentotto volte grazie.
Il contatore del blog ha superato questo piccolo traguardo, minuscolo per un blog che voglia affermarsi, ma grande per me che tengo ai miei adorati lettori e scrivo per me soltanto, per sfogarmi e per puro piacere.

Le statistiche di Blogger, sempre che siano attendibili, riportano che il mio blog è particolarmente letto in Russia, ben 465 visite (la metà del totale), in Italia e negli Stati Uniti. Non può che farmi piacere, nonostante parte delle visite russe - ma spero non tutte - provengono da un sito di incontri sessuali (L.M. penserà che sia un segno del destino!). -.-'' Si è poi arrischiato anche qualche lettone, tedesco, francese, olandese, ucraino e colombiano e inglese. So thank you. 
Spero che Luce dell'anima mia sia un luogo piacevole per tutti coloro che lo leggono, di scambio e una piccola comunità e che continui ad esserlo.

A differenza che in Rock My World, vecchio nome di questo blog su Splinder, questa volta non ho messo un  indirizzo e-mail cui è possibile scrivermi per ogni evenienza (eccetto quelle sessuali, sia chiaro!) perchè riconduce direttamente al mio nome e cognome, ma se richiesto, si potrebbe pensare ad attivarne uno dedicato.
Per chiunque lo desideri, ricordo che è possibile collaborare con me nella scrittura del blog, quindi ne approfitto per dare qualche "dritta", just in case: lasciatemi un commento in un post qualsiasi lasciandomi un recapito virtuale (indirizzo blog, e-mail, Skype, account Twitter, Facebook, Flickr...), così potremo metterci in contatto.
Infine, la sezione blog readings, attivata per pubblicare brani interessanti di qualche libro, articoli di giornale che ci hanno incuriosito o altro, giace (per mia colpa, mia grandissima colpa) addormentata. Se qualcuno volesse proporre qualcosa, non esiti a farsi avanti, contattandomi sempre tramite commento.

Fine della commercializzazione del blog. :D
Un abbraccio virtuale a tutti voi,

coccola5


sabato 25 agosto 2012

Io e te - Elogio del viaggio

Ero qui ad ascoltarmene I giorni di Einaudi. Adoro questo artista, e lo trovo molto affascinante, nonostante la sua età un poco avanzata. Guardavo i suoi occhi semichiusi attraverso gli occhiali neri, l’espressione tesa al suono, la sua testolina canuta, limpidamente bianca. Ispira sicurezza sentire un uomo così vecchio suonare il pianoforte in concerto. Da quasi l’impressione che niente davvero potrebbe andare storto, che non sbaglierà una sola nota.

Le sue dita viaggiano sul pianoforte, scalano le montagne. Spalmano burro la mattina su un toast.

E le mie cugine canadesi, in Italia da tre settimane, che ancora mi guardano stupite quando sorrido preparando la pasta e la tavola lavando i piatti e asciugandoli. Quando ripiego parlo in inglese ascolto mia madre che interrompe. L’America è una cosa alla volta, è andare piano, è il caos a casa, è la moquette sporca, ma tu non lo saprai mai. Mi guardano quando ascolto paziente i miei di cinquant’anni, mia nonna, chiacchiero e le asciugo i piatti, e solo di rado mi irrito davvero. Credo che lo trovino assurdo, inconcepibile.
Siamo state a vedere il castello della mia cittadina e mi hanno detto solo “che bella vista”. Un castello di quasi 900 anni con la cinta muraria completamente intatta. E hanno camminato tra le strade di Venezia senza sapere che fra cinquant’anni niente di tutto ciò potrebbe essere scomparso, sommerso dall’Adriatico. Senza sapere delle maree che la sconvolgono, dei panchetti alti solo trenta centimetri e i piedi comunque fradici.

L’Italia si inantichisce senza che la gente se ne accorga. A volte si crepa un filo, ma quasi nessuno lo sa.

I nostri monumenti non sono ‘vecchi’, sono ‘antichi’. Ci avete mai pensato? In quest’ondata di nuovo, di frivolezza portata dalle mie cugine, mi sono posta una domanda stupida: cos’è che stiamo diventando? Antichi o semplicemente vecchi? E se siamo così pazienti, se tolleriamo che i vecchi schiaccino noi giovani, non siamo forse un po’ vecchi anche noi? O siamo antichi come le mura del mio castello, come il Colosseo?
I monumenti sono ‘antichi’ perché hanno un valore storico e culturale. Ma noi non siamo solo vecchi, non ci portiamo solo dietro anni e anni di ‘taci!’, di tabù, di tradizioni e di proverbi? Al contrario dell’italiano, l’inglese non ha quasi proverbi: ha espressioni idiomatiche, ma non proverbi autoctoni. Anche nazioni come la Cina e il Giappone abbondano di proverbi, proprio come noi, e vivono la nostra stessa contrapposizione tra vecchi e giovani. Solo che i giovani orientali stanno trovando una propria strada, e dunque vecchio e nuovo convivono, mentre ho l’impressione che in Italia il primo abbia fagocitato il secondo, lo abbia strangolato senza pietà.

Forse è per questo che la visita delle mie cugine, così leggere e spensierate, così bambine, i loro modi incuranti della nostra cara italianità, del nostro caffè pasta pizza polenta, mi hanno quasi irritato. Mi ha messo di fronte al fatto compiuto, all’italico vecchiume. Sembra quasi un vecchio mobile, talmente vecchio che il legno è buono solo come legna da ardere, e intanto manda odore di stantío.

Ma mi ha anche fatto capire che, per quanto mi ostini ad ostentare il contrario, per molti versi sono italiana fin nelle viscere. Non potrei mai rinunciare alle nostre chiacchiere continuamente interrotte, spettegolate e urlate, a questo nostro farci sentire. Non potrei mai rinunciare al nostro caffè pasta pizza polenta. Lasciatemelo dire, non saprei rinunciare nemmeno a mia madre sempre così italianamente preoccupata, così premurosa, così quasi agenda personale.

Non potrei rinunciare a visitare la storia solo camminando tra le vie di Verona, ad immaginare i gladiatori dentro al Colosseo, gli attori tragici che urlano all’Arena, e li si sentiva fino all’ultima gradinata. È probabile, infine, che nonostante tutti i nostri ‘io ai mondiali non tifo l’Italia perché non mi sento italiano’ e ‘la bandiera non la appendo neanche se mi pagano’, io sia una tipicissima italiana, né più né meno di tanti altri che fanno tutte queste scene esattamente come me.
E non che questo sia un elogio dell’Italia, è anzi un elogio del viaggio. È il bello di volersi altro da sé, di partire verso l’altro senza lasciare a casa l’io. È il bello di mescolare due culture tanto diverse, ma diverse, non migliori o peggiori.

coccola5

martedì 21 agosto 2012

Centimetro per centimetro - Skin Puzzles

Non cederò alla notte,
perduta mia illusione. [...]
Non cederò alla notte,
eterna mia ossessione.
Gianna Nannini - Sogno

Da qualche tempo mi sto rendendo tragicamente conto di essere entrata a far parte del club “mi verrà un esaurimento, prima o poi”. In realtà, ho poi fatto caso che si tratta di un gruppo assai folto,  che comprende, a ben vedere, tutte le donne dall’età adolescenziale in avanti. Prima o poi ci ingloba tutte, ecco.

Me ne rendo conto dal mio umore psicopatico, che schizza su e giù come gli pare e piace, irrefrenabile, incontrollato, come lo spread italo-tedesco. E dal mio ciclo mestruale completamente sballato, perverso, indicibilmente doloroso. Che, per la verità, deve aver risvegliato ormoni sepolti da tempo che ora mi stanno facendo impazzire completamente. Parliamoci chiaro: mai sofferto di sindrome premestruale, né in passato né ora, certo è che quando ti ritrovi in cinque minuti cinque a pensare, in ordine, oddio la tesi, oddio che parenti stronzi, oddio l’esame di mio fratello, il mondo è bellissimo, cazzo mi sta venendo l’ansia una domanda te la fai. Diciamo anche due.

Nonostante questa forma di nevrastenia galoppante, due cosette ve le volevo raccontare. Giusto per non annoiare la platea, parliamo di parenti serpenti. Quelli che fan tanto mormorare, sbettegare, spettegolare, dannare e infine dire ma noi siamo meglio. Qui da noi nessuno dice migliori, tanto vale conformarsi. [Nota auto-esplicativa dell’autore che vuole evitare ictus od emiparesi dei già pochi e audaci lettori.]
Ad ogni modo. Succedeva sei anni fa che io rimasi due mesi da una sorella di mia nonna in Canada, per vedere se imparavo l’inglese da quei miei parenti americani libertini, che se aspettiamo la scuola italiana neanche fra cent’anni. Un bel viaggio, mi ero presa anche una cotta per un certo Chad, un accanito bevitore di birre con l’ormone ballerino. Tre anni dopo, mia zia venne a trovarci durante l’estate e, resasi conto che le sue sorelle erano ancora tutte vive e vegete, pensò bene di intensificare le visite italiane. Giusto perché non fossero loro a credere morta lei. Tre anni dopo ancora, e precisamente due settimane fa, è tornata nel Bel Paese portandosi appresso le nipotine sedicenni, biondissime, americanissime e libertinissime. Chiaramente ognuno le vuol vedere e toccare, dire di aver finalmente conosciuto con mano questa parte di famiglia che non si degna di uscire dai confini nordamericani.

E qui veniamo al punto. Allo scopo, ossia di far incontrare la zia e le nipoti agli innumerevoli parenti, s’era organizzata per domenica una bella festa, un rendez vous totale, di quelli che quando lo annunci in famiglia ti senti rispondere “non vedevo l’ora!”, e quando hai pagato il conto del ristorante qualcuno sussurra “e anche questa è fatta! Adesso saluti a tutti!” e sparisce nei due minuti immediatamente successivi. Queste ragazze, nel frattempo, dopo essere state dalle varie sorelle di mia nonna, erano finite dai parenti del defunto marito di mia zia canadese, desiderosi di scorrazzarle per il lago di Garda, e Verona e Venezia e il mare Adriatico. Comunque sia, domenica a mezzogiorno in punto eravamo tutti nel parcheggio del ristorante tra i saluti e le facce di chi ti guarda pensando, limpido come il cielo di giugno, e questa chi è?, per poi rimediare avvicinandoti e chiedendoti l’albero genealogico (galeotta fu la frase: ma tu sei figlia di…?) e infine, dato che non ci si vede da quando ero alta così e la memoria non torna, concludere con ma sei diventata grandissima! Passa in fretta il tempo... ed eravamo dicevo, tra baci e abbracci, e le canadesine non le vedo arrivare. Embè? Sta a vedere che tra la gita a Venezia e quella al lago ci han tirato il pero. E infatti è proprio così!
Ecco, in quel momento, il mio umore baldanzoso ha fatto spazio a un caldo nervoso, e a stento mi sono trattenuta dal dire chi me l’ha fatto fare di venire fin qui con quaranta gradi all’ombra, un cugino più antipatico dell’altro a un pranzo che andrà avanti, se va bene, fino alle 4 di questo pomeriggio?

A dirvela tutta, le ragazze le avevo già viste. Ero andata con mia madre a prenderle in aeroporto, ed erano rimaste da noi i primi due giorni. Ciò non toglie che se sei l’ospite d’onore a una festa pensata apposta per te, forse, ma solo forse, sarebbe carino presentarsi. Non che sia colpa loro. Probabilmente nemmeno lo sapevano e chi le ospitava si è ben guardato dall’accollarsi una simile rottura di scatole, quindi non voglio addossare la colpa a loro. Non è giusto. Però, lasciatemelo dire, una cosa simile qualcosa sulle persone che ti stanno intorno te la dice.

Nulla vi vorrei dire delle sorelle di mia nonna, per la maggior parte antipatiche come gli anni che si portano dietro. Sì, perché ti fanno un complimento ma che bel vestito, stai benissimo, e tu per battuta dici grazie, in realtà l’ho preso dall’armadio di mia sorella, l’ho scelto di fretta per sentirti rispondere ma allora sei una ladra! E non era una battuta, sono abbastanza convinta che la zia lo pensasse davvero, ahimè. Per tacere dell’altra comare, sua sorella, che in uno scambio di battute con mia madre, alla quale dicevo che quando me ne andrò sarà in un posto lontano da dove non farò ritorno, lontano principalmente perché non veda l’enorme disordine segnaletico che renderà inutile l’uso di un navigatore satellitare per trovare la strada, si è gettata in una infinita predica specificando come aveva sapientemente risposto a quella ingrata di sua figlia che aveva osato dire la stessa cosa, metti qua le chiavi e vai, prendi e vai, se te ghè corajo e guardala ben la porta. Dopo qualche minuto di tacita sopportazione, ho detto si si, infatti e me ne sono andata dall’unico cugino con cui mi sembra di avere qualcosa a che spartire.

Uno molto paziente, in realtà, per cui mi pare di avere anche avuto una semi- mezza- pseudocotta in età preadolescenziale, e soprattutto prima che lui decidesse di prendere dieci chili e rasarsi i capelli a zero virgola cinque. Di solito lo chiamano il milanese, perché abita là da una quindicina d’anni. Ci siamo riempiti dei discorsi sul mondo bello e giusto, sugli stranieri e i gay finalmente accettati, su noi stessi non portati per il matrimonio e destinati allo zitellaggio perenne, sul mondo che tanto ci piacerebbe, insomma. Lui si porta dietro quel minimo di fascino oratorio che alleggerisce i pranzi di parenti, tratta i troppi vecchi come se fossero dei quarantenni rompiscatole e lagnosi e ha un sorriso per tutti. Un mezzo alternativo, come me. Mi chiedo se gli “alternativi” stiano solo nelle grandi città, perché abbiamo bisogno di un’importazione massiccia nelle provinciuole venete.

Poi stasera ho ripensato a quel discorso che tutti, dopo aver visto i più antipatici e meno saltuari parenti, fanno – o sicuramente almeno pensano: noi siamo migliori, non siamo così, ci salviamo. Forse non è questione di meglio o peggio, ammesso che esista un modo di esistere e di co-esistere migliore di un altro, e non è nemmeno questione di essersi salvati dallo tsunami della mediocrità piccolo-borghese. Quella è sempre in agguato e basta poco a scivolarci dentro. È solo una questione di conti: il bilancio delle ragioni di vita che abbiamo conservato, di sogni che abbiamo coltivato e di quelli cui abbiamo rinunciato perché stonavano nel palco della nostra vita, o perché alla fine erano sbagliati per noi, non ci si conformavano. Sono loro però a costruirci centimetro per centimetro: le nostre ali mozzate, i nostri occhi chiusi, i nostri uteri ricuciti, le nostre albe e le nostre stelle mancate. Sono loro a crearci, a renderci così intollerabili agli occhi della nostra stessa famiglia, perché alla fine abbiamo lasciato indietro tutti le stesse cose. E pensiamo di averlo mascherato bene, che nessuno se ne sia accorto. Ma nessuno pensa mai che a ridere di sé stessi è tutto guadagnato.
Ti aspetterò la notte, eterna mia ossessione. - G.N. 
coccola5

mercoledì 8 agosto 2012

Let your soul gravitate to the love

Una settimana fa, più o meno. Sono alla cassa del supermercato, quando incontro Massimo. Non è un amico di famiglia, ma qualche anno fa era venuto a un campo-scuola in veste di ‘cuoco’, e mi era piaciuto come persona. Mi chiede come sto, i miei, niente vacanze?, l’università e poi mi chiede perché non sono al campo. Ho litigato con don D. Non che sia un evento epocale, e poi vi dirò perché. Ah, pure io. Non possiamo portare Alice con noi., mi spiega velocemente. Mi spiace, ma che è successo?, cerco di indagare. Pare che non sia gradita… a quel punto me ne resto in silenzio, tra il dispiaciuto e l’atterrito. Già, perché se Alice non può venire nemmeno con i suoi genitori, non è un gran segno.
La ragazzina è lì con il padre, lo aiuta a mettere la spesa nei sacchetti, ogni tanto mi dice qualcosa mentre aspetto di appoggiare la spesa sul nastro. È bellissima, e tiene in mano un vecchio modellino di SailorMoon. Ha gli occhi blu, e i capelli ricci e selvaggi. A fine spesa ci salutiamo, speriamo di vederci presto, ma sì dai.
Alice è autistica, ma saluta sempre la cassiera al supermercato. Sorride a tutti e quando non ha una crisi di rabbia è dolcissima. Sempre lì, nel corridoio stretto fra una cassa e l’altra, tra la fretta della gente che deve andare, Massimo mi dice: “La gente si accorge che ha dei problemi perché saluta sempre tutti.” Ce ne fossero di più di persone come Alice.

E poi questa settimana. Mercoledì scorso è sparito Mario, il mio micio nero. Lo avevamo preso solo tre settimane fa, aveva cinque mesi, e mi saliva sulla schiena, le gambe, dormiva attaccato alla mia testa. Dopo i primi due giorni di lutto, e dopo aver sentito i vicini per sapere se è caduto nuovamente nel loro giardino, metto fuori degli avvisi. Tanto non li leggeranno neanche, penso. Nel frattempo continuo le ricerche e lascio il mio numero di cellulare a destra e a manca. Stamattina mi chiama una signora per dirmi che ha visto il gatto nel nostro quartiere, su un tetto, e che non è riuscita a prenderlo. Poi esco per prendere il pane, il latte e la gente mi chiede se ho ritrovato il gatto, che hanno letto l’annuncio, che gli dispiace.

Allora mi viene da pensare che non è tutto perduto. Forse si può salvare qualcosa di quest’Italia un po’ marcia, un po’ allo scatafascio. Forse non siamo tutti egoisti e opportunisti come ci dipingono i giornali. Chi lo sa, magari è solo una mia illusione, ma mi piace. Me la voglio tenere stretta. Me le stringo forte queste persone che sanno convivere con i loro problemi, non se ne vergognano e non li chiudono fra le mura di casa a doppia mandata. Questa gente che si preoccupa per il mio gatto. Questi miei parenti stranieri che, venuti dal Canada, hanno portato tanta gioia. Sapete cosa mi ha detto mia zia (la sorella di mia nonna) appena scesa dall’aereo? Come stai? Ah, sto fin troppo bene. A 73 anni.

In questi momenti ritorno in rotta con il mondo, compenso tutti quei momenti di stanchezza, di rabbia, di gente che non ha capito (o che non ho capito io). Me ne frego se questo post fa tanto hippy (i miei amici pensano che lo sia tutto il tempo, so no problem). Qualche anno fa ero stata a un incontro di Patch Adams, ci ha fatto fare un gioco. Cominciava così: I’m grateful for… (sono grata per…)
Sono grata per questi momenti, ecco.

coccola5
ps. titolo da Where is the love? dei Black Eyed Peas.