sabato 25 agosto 2012

Io e te - Elogio del viaggio

Ero qui ad ascoltarmene I giorni di Einaudi. Adoro questo artista, e lo trovo molto affascinante, nonostante la sua età un poco avanzata. Guardavo i suoi occhi semichiusi attraverso gli occhiali neri, l’espressione tesa al suono, la sua testolina canuta, limpidamente bianca. Ispira sicurezza sentire un uomo così vecchio suonare il pianoforte in concerto. Da quasi l’impressione che niente davvero potrebbe andare storto, che non sbaglierà una sola nota.

Le sue dita viaggiano sul pianoforte, scalano le montagne. Spalmano burro la mattina su un toast.

E le mie cugine canadesi, in Italia da tre settimane, che ancora mi guardano stupite quando sorrido preparando la pasta e la tavola lavando i piatti e asciugandoli. Quando ripiego parlo in inglese ascolto mia madre che interrompe. L’America è una cosa alla volta, è andare piano, è il caos a casa, è la moquette sporca, ma tu non lo saprai mai. Mi guardano quando ascolto paziente i miei di cinquant’anni, mia nonna, chiacchiero e le asciugo i piatti, e solo di rado mi irrito davvero. Credo che lo trovino assurdo, inconcepibile.
Siamo state a vedere il castello della mia cittadina e mi hanno detto solo “che bella vista”. Un castello di quasi 900 anni con la cinta muraria completamente intatta. E hanno camminato tra le strade di Venezia senza sapere che fra cinquant’anni niente di tutto ciò potrebbe essere scomparso, sommerso dall’Adriatico. Senza sapere delle maree che la sconvolgono, dei panchetti alti solo trenta centimetri e i piedi comunque fradici.

L’Italia si inantichisce senza che la gente se ne accorga. A volte si crepa un filo, ma quasi nessuno lo sa.

I nostri monumenti non sono ‘vecchi’, sono ‘antichi’. Ci avete mai pensato? In quest’ondata di nuovo, di frivolezza portata dalle mie cugine, mi sono posta una domanda stupida: cos’è che stiamo diventando? Antichi o semplicemente vecchi? E se siamo così pazienti, se tolleriamo che i vecchi schiaccino noi giovani, non siamo forse un po’ vecchi anche noi? O siamo antichi come le mura del mio castello, come il Colosseo?
I monumenti sono ‘antichi’ perché hanno un valore storico e culturale. Ma noi non siamo solo vecchi, non ci portiamo solo dietro anni e anni di ‘taci!’, di tabù, di tradizioni e di proverbi? Al contrario dell’italiano, l’inglese non ha quasi proverbi: ha espressioni idiomatiche, ma non proverbi autoctoni. Anche nazioni come la Cina e il Giappone abbondano di proverbi, proprio come noi, e vivono la nostra stessa contrapposizione tra vecchi e giovani. Solo che i giovani orientali stanno trovando una propria strada, e dunque vecchio e nuovo convivono, mentre ho l’impressione che in Italia il primo abbia fagocitato il secondo, lo abbia strangolato senza pietà.

Forse è per questo che la visita delle mie cugine, così leggere e spensierate, così bambine, i loro modi incuranti della nostra cara italianità, del nostro caffè pasta pizza polenta, mi hanno quasi irritato. Mi ha messo di fronte al fatto compiuto, all’italico vecchiume. Sembra quasi un vecchio mobile, talmente vecchio che il legno è buono solo come legna da ardere, e intanto manda odore di stantío.

Ma mi ha anche fatto capire che, per quanto mi ostini ad ostentare il contrario, per molti versi sono italiana fin nelle viscere. Non potrei mai rinunciare alle nostre chiacchiere continuamente interrotte, spettegolate e urlate, a questo nostro farci sentire. Non potrei mai rinunciare al nostro caffè pasta pizza polenta. Lasciatemelo dire, non saprei rinunciare nemmeno a mia madre sempre così italianamente preoccupata, così premurosa, così quasi agenda personale.

Non potrei rinunciare a visitare la storia solo camminando tra le vie di Verona, ad immaginare i gladiatori dentro al Colosseo, gli attori tragici che urlano all’Arena, e li si sentiva fino all’ultima gradinata. È probabile, infine, che nonostante tutti i nostri ‘io ai mondiali non tifo l’Italia perché non mi sento italiano’ e ‘la bandiera non la appendo neanche se mi pagano’, io sia una tipicissima italiana, né più né meno di tanti altri che fanno tutte queste scene esattamente come me.
E non che questo sia un elogio dell’Italia, è anzi un elogio del viaggio. È il bello di volersi altro da sé, di partire verso l’altro senza lasciare a casa l’io. È il bello di mescolare due culture tanto diverse, ma diverse, non migliori o peggiori.

coccola5

1 commento:

  1. Nonostante cerchi di allontanarmi il più possibile dall'essere "Italiana", una cosa mi resta dentro, indelebile: l'amore per la cultura. L'orgoglio di poter pensare "hey, saremo anche dei mangiaspaghetti, ma la cultura è nata qui". E la speranza è sempre la stessa: quella che prima o poi anche l'italiano medio impari ad apprezzare e rispettare le bellezze artistiche del suo paese, di curarle e di trarne beneficio senza sciuparle...

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