Ogni tanto capita. Di doversi affidare alle Italiche
Poste, intendo.
È metà agosto, c’è caldo, un caldo talmente afoso da
toglierti perfino la consapevolezza di ciò che stai facendo, e devo spedire la
documentazione per il test di ammissione alla specialistica. Inforco la bici e
vado all’ufficio postale del nostro paesello. Per me, che da qualche anno cerco
di gestire la maggior parte della corrispondenza via e-mail, nonostante l’universo
italiano vi si opponga, è già di per sé irritante dover perdere un’ora a
compilare buste e starmene in fila, soprattutto se ci sono 35 gradi e nessuna,
e dico nessuna, aria condizionata. Ad ogni modo, entro tutta accaldata e leggo
le indicazioni per la fila Prodotti
Postali e Prodotti BancoPosta,
che a una giovincella come me sembrano perfettamente uguali. Mi rivolgo a una
signora in fila.
-Una raccomandata deve inviare, no?- mi dice in dialetto.
-Sì, esatto.
-Ah, allora è l’altra fila, Prodotti Postali... credo.
Andiamo bene. Se non lo sanno neanche i pensionati, che alle Poste sono di casa... Ad ogni modo mi accodo. Arrivato il mio turno, e scoperto di aver fortunatamente seguito la fila giusta, l’impiegata mi dice di compilare la busta di indirizzo, destinatario e mittente. Pasticciona come sono, metto il mio indirizzo al posto di quello del mittente. L’impiegata, furibonda, mi dice:
-Ma non vede che si è sbagliata? Rifaccia!- alla faccia della cortesia!
Ricompilo il tutto, mentre l’impiegata litiga a gran voce con le colleghe in ufficio. Infine spediamo.
-Nove euro e dieci centesimi.- mi dice con l’aria di chi vorrebbe solo andare a casa, e ti ordina con lo sguardo di fare più in fretta che puoi.
Sbalordita, cerco di celare lo stupore e le porgo i soldi, aspettando il resto.
-Una raccomandata deve inviare, no?- mi dice in dialetto.
-Sì, esatto.
-Ah, allora è l’altra fila, Prodotti Postali... credo.
Andiamo bene. Se non lo sanno neanche i pensionati, che alle Poste sono di casa... Ad ogni modo mi accodo. Arrivato il mio turno, e scoperto di aver fortunatamente seguito la fila giusta, l’impiegata mi dice di compilare la busta di indirizzo, destinatario e mittente. Pasticciona come sono, metto il mio indirizzo al posto di quello del mittente. L’impiegata, furibonda, mi dice:
-Ma non vede che si è sbagliata? Rifaccia!- alla faccia della cortesia!
Ricompilo il tutto, mentre l’impiegata litiga a gran voce con le colleghe in ufficio. Infine spediamo.
-Nove euro e dieci centesimi.- mi dice con l’aria di chi vorrebbe solo andare a casa, e ti ordina con lo sguardo di fare più in fretta che puoi.
Sbalordita, cerco di celare lo stupore e le porgo i soldi, aspettando il resto.
28 agosto, un martedì qualunque. Preoccupata perché non
ho ancora ricevuto l’avviso di
ricevimento della mia raccomandata, chiamo la segreteria studenti dell’università.
Biii. Biii. Biii. E cade la linea. Non ti
mettono neanche in attesa, che scatole, penso, simpatica come il mio
solito. Dopo dieci minuti richiamo, stessa musica.
E dopo venti, trenta, un’ora. Poi nel pomeriggio. Il telefono è sempre
occupato. Li richiamo il mattino dopo e ancora niente. A questo punto, per
cercare di capirci qualcosa, decido di andare a Milano. Poco male, devo anche
vedere un paio di appartamenti. E lì la grande notizia.
-No, non ci è arrivata la sua raccomandata.- mi dice la segretaria. Bene, sempre meglio.
Ora, non per antipatia, ma tra le Poste e l’università, penso che siano state le prime a combinare questo casino.
-No, non ci è arrivata la sua raccomandata.- mi dice la segretaria. Bene, sempre meglio.
Ora, non per antipatia, ma tra le Poste e l’università, penso che siano state le prime a combinare questo casino.
Stesso discorso, o quasi, più o meno tre mesi fa. Come
vi ho raccontato qualche volta, a Bose è nata una bella amicizia con una delle
monache, e ci sentiamo con una certa frequenza. A primavera decido di
scriverle, per vari motivi, tramite lettera cartacea, proprio vecchio stile:
penna alla mano, primo foglio decente trovato in casa, busta e francobollo da
60 cents. Dopo due giorni di scrittura, imbusto la lettera e la imbuco. Volete sapere
dopo quanto è arrivata? Dopo una settimana intera, e Bose è in Piemonte, non
nell’angolo più remoto della Sicilia. Per le altre lettere, i tempi medi di
spedizione si attestano intorno ai tre o quattro giorni, che a me sembrano
comunque tanti per una lettera, per i mezzi moderni a nostra disposizione e per
la distanza che deve percorrere.
Una cosa l’ho capita: meglio tenersi a distanza dalle Poste, per quanto possibile.
coccola5
Io spedisco mia madre al posto mio: non ho la pazienza di sopportare le poste. Tanto più che nella mia le tizie non hanno voglia di lavorare, e ogni scusa è buona per concedersi una pausa sigaretta..O.o
RispondiEliminaVogliamo parlare delle nostre impiegate comunali, che litigano durante le ore di front office (facendo così una figura barbina davanti a tutta l'utenza)? Guarda, non ho proprio parole.
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