lunedì 18 marzo 2013

Con le migliori intenzioni - Goodbye, Lenin!

Non sono mai stata brava a definirmi. Ci ho provato, negli anni, ma non riesco a rinchiudermi entro i limiti di un’etichetta: trovo sempre il modo per svicolare, qualcosa che non fa per me o con cui non sono del tutto d’accordo.

Ci pensavo stasera guardando Goodbye Lenin!, film tedesco che racconta la storia di Alexander, ragazzo cresciuto nella Germania dell’Est, e di sua madre Christiane, socialista convinta che nel 1989, a un mese dalla caduta del muro di Berlino, cade in coma dopo aver avuto un infarto. Si risveglia otto mesi dopo, ma per evitarle dei traumi, dal medico ritenuti fatali, il figlio decide di ricreare un microcosmo socialista fra le mura di casa propria.

E succede che quel piccolo mondo, come per magia, via via si anima. Alexander cerca in qualunque modo i cetriolini Spreewald, il caffè Mokkafix Gold per non procurare un dolore alla madre. Ricostruisce per lei il mondo socialista, raccontandole gli avvenimenti in ritardo sulla realtà, con la calma di chi non vuole lasciarli andare. I colori grigi, opachi della DDR si mescolano nel cuore di Alexander a quelli più vivaci del nuovo mondo che avanza, e che la madre intuisce quando, alzatasi dal letto e scesa per strada, vede le immagini sacre, un’insegna pubblicitaria della Coca Cola, la statua di Lenin ballonzolare nell’aria e trasformare Leninplatz nella Piazza delle Nazioni Unite. Quello di Alex e Christiane non è un addio tronco alla dittatura, è un goodbye dato pian piano e che si mescola ai sogni, ai ricordi.

Goodbye Lenin! non racconta solo, attraverso l’ironia dei telegiornali ricostruiti, quanto sia facile distorcere la realtà, far credere quello che non è, racconta la bellezza della libertà attraverso gli occhi della nostalgia, dell’Ostalgie. Il film sceglie la chiave della comicità, di una sottile ironia che, in fin dei conti, è quella della storia che si diverte a prenderci per il naso. Nell’agosto 1989 la DDR festeggia in pompa magna il suo 40esimo anniversario, e due mesi dopo viene buttato giù il muro. Alexander porta la madre nella dacia di famiglia, nei boschi, con la macchina arrivata dopo tre anni di attesa. E Christiane, cacciata dalla scuola dove insegnava perché troppo idealista, racconta ai figli di aver avuto paura, di non aver voluto seguire il marito nella Germania Ovest perché chiedere un visto significava rischiare di perdere i figli, racconta di essersi prodigata tanto per il partito per paura di essere interrogata di nuovo dalla polizia.

Il socialismo non è nato per erigere muri. Socialismo significa tendere la mano agli altri e insieme ad essi convivere pacificamente. Socialismo non è il sogno di un visionario, ma un preciso progetto politico, fa raccontare Alexander, alla fine del film, al cosmonauta Sigmund Jähn che, dopo un passato come cosmonauta, accetta di aiutarlo a ricostruire il telegiornale in stile DDR. Cambia la fine di quella Germania Est rincorrendo il suo sogno tradito, immaginandone un esito diverso e la madre, cui la fidanzata di Alex ha raccontato come stanno davvero le cose, esclama “Non ho parole...”, e per il sogno immaginato, e per l’amore del figlio.

Forse il socialismo, come tanti altri ismi del Novecento, ha rappresentato davvero il sogno di tante persone, com’era stato per la madre di Alex. Cercando il trailer del film su YouTube, ho trovato i soliti commenti all’italiana di tante persone che discutevano a suon di “il comunismo ha fatto tante cose belle” e di “però c’erano anche i gulag”. Forse tanti della nostra generazione, che ha avuto la fortuna di non intravederle nemmeno le dittature, dimenticano che libertà è anche poter scegliere di non etichettarsi, di non dover aderire per forza di cose a un’idea. Noi che viviamo nel benessere – o capitalismo che dir si voglia – rimpiangiamo il socialismo perché non abbiamo dovuto aspettare tre anni per avere la macchina, non abbiamo vissuto in una città tagliata in due, col cielo diviso. Nessuno ci ha mai spiato la vita, e allora ci aggrappiamo al lato migliore di un’ideologia, e non riusciamo a vederla in maniera distaccata.

Non facciamo l’errore di pensare che una dittatura ha fatto anche delle cose belle, perché le ha fatte a caro prezzo. Spesso si pensa di poter abdicare alla libertà per non avere più fame, ma non si pensa a quanta fame di libertà avremo poi. Non si pensa che libertà è molto di più di quello che ci mostrano i radical chic dal “vorrei ma non posso”: libertà è una vita colorata, che sfugga agli edifici grigi, trasandati di Berlino Est e agli abiti di tessuti scadenti e al cibo di qualità mediocre perché tutti possano avere un poco ma non troppo. Non accontentiamoci di avere un po’ di libertà solo perché non abbiamo il coraggio di guardare il cielo oltre il muro. 

coccola5
appendice. Vi lascio con questa citazione di Röpke, economista e storico tedesco, da cui ho tratto spunto per la parte finale del post, inizialmente senza saperlo. "Il grande errore morale del socialismo consiste nella risoluta negazione che il desiderio dell'uomo di migliorare le condizioni sue e dei suoi e di prendersi la responsabilità e l'iniziativa di tale miglioramento appartenga all'ordine naturale delle cose almeno allo stesso titolo del desiderio di identificarsi con la comunità e di servire ai suoi fini."
ps. Con questo post mi piacerebbe inaugurare una piccola sezione, Movies, che troverete nella colonnina a destra del blog. In effetti, ci sto prendendo gusto. Per carità, come critica cinematografica non valgo un centesimo, ma è bello poter esprimere qualche pensiero in libertà, spero costruttivo, su alcuni dei film che ho occasione di vedere. Vi bacio.

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