lunedì 13 maggio 2013

Non conosco il tuo nome


Non scrivevo da quasi un mese, e adesso non riesco a fermarmi. Annoto di tutto, sul diario, sulle note del cellulare, su documenti di Word. Mi sento come una cocainomane dopo una settimana di astinenza, che si spara una dose doppia per recuperare. Ma non importa.

Ieri sera prendo il treno alle 18.25 per Milano. Mi accompagna in stazione mia sorella, e ritroviamo suo moroso, che evidentemente ha accompagnato un amico. L’avevo già visto una volta a casa mia, ma non conosco il suo nome. Lei me l’aveva presentato con un soprannome, e lui non aveva aggiunto altro. Mi era rimasto impresso per i suoi lineamenti delicati, il viso imberbe e pallido, l’espressione trasecolata, trasognata. Avevamo parlato cinque, forse dieci minuti e mi ero accorta che condividevamo le stesse idee di fondo. Tracce di un’affinità di pensiero.

Eppure, ieri mi chiede come sto. Strano, è la seconda volta che mi vedi. Sono bloccata dalla cervicale, gli rispondo ridendo. Cos’altro potrei dirgli, del resto? E, senza dire una parola, mi prende la valigia e la solleva oltre i gradini del predellino. Non riesco nemmeno a dirgli grazie, perché non mi guarda nemmeno. Troviamo un posto libero e mi chiede se voglio sedermi, ma dico di no. E a Verona, prima che possa aprir bocca, mi prende la valigia e la mette sulla cappelliera. Poi ci sediamo l’uno di fronte all’altra, si sono liberati dei posti. Parliamo appena, di malavoglia, commentiamo il coccodrillo di Andreotti scritto da El Pais, poi lui inizia a leggere. Lo fa per un po’, poi ripone il libro e chiude gli occhi. Dorme un po’ e al suo risveglio iniziamo a chiacchierare, di cose strane per due che quasi non si conoscono. D’amore, di famiglia, di sesso. Senza veli, falsità. In maniera limpida, naturale. E lui non si sconvolge, anzi mi accorgo che la pensa come me senza dirmelo.


Non concepisco il concetto di relazione. Solo l’amicizia e il sesso.
L’amicizia è un amore senza sesso.

Definiamo il tramonto all’orizzonte come il più bello della nostra vita. Senza averne mai osservati altri insieme.
Mi infonde calma, serenità. È quasi analgesico. Si placano i pensieri, le ansie e rimango piacevolmente colpita da questa sua capacità. Probabilmente nemmeno sa di averla, e questo lo rende più affascinante. Parla delle cose che odia ridendo, mi dice in un sorriso che non sopporta Gianna Nannini, che gli sta proprio qui, la eliminerei. Lo dice in tono serissimo, ma ridendo come un bambino.

La cervicale mi sembra tollerabile, quasi non esiste. Lui mi strega, e quando ci lasciamo sono quasi contenta di farlo, ma gli dico che spero di rivederlo, almeno tramite mia sorella. Non voglio che qualcuno eserciti un tale ascendente su di me, come aveva fatto E. Ma non ce l’ho con lui, è solo che ho quasi paura di un ragazzo che mi influenza così tanto, tutto qui.

Me ne vado serena, calmissima. E tornano le parole giuste, la capacità di concentrarmi sulle cose che faccio, di osservare gli altri con un sorriso, perché non so fare quello che fanno loro. Di ammirarli invece che detestarli.


L’amore di una sera. 
Spesso ne sa più d’amore chi non l’ha mai vissuto. 
Ma rischia di idealizzarlo, e di diventare misantropo dopo una delusione, dopo il disincanto.  Forse è meglio parlare d’amore, a volte. Parla d’amore quando senti che quello vero ti sta logorando come un’abitudine.  Forse hai ragione.

E non conosco il tuo nome.


coccola5

Nessun commento:

Posta un commento