Non scrivevo da quasi un mese, e adesso non riesco a
fermarmi. Annoto di tutto, sul diario, sulle note del cellulare, su documenti
di Word. Mi sento come una cocainomane dopo una settimana di astinenza, che si
spara una dose doppia per recuperare. Ma non importa.
Ieri sera prendo il treno alle 18.25 per Milano. Mi accompagna
in stazione mia sorella, e ritroviamo suo moroso, che evidentemente ha
accompagnato un amico. L’avevo già visto una volta a casa mia, ma non conosco
il suo nome. Lei me l’aveva presentato con un soprannome, e lui non aveva
aggiunto altro. Mi era rimasto impresso per i suoi lineamenti delicati, il viso
imberbe e pallido, l’espressione trasecolata, trasognata. Avevamo parlato cinque,
forse dieci minuti e mi ero accorta che condividevamo le stesse idee di fondo. Tracce
di un’affinità di pensiero.
Eppure, ieri mi chiede come sto. Strano, è la seconda volta
che mi vedi. Sono bloccata dalla
cervicale, gli rispondo ridendo. Cos’altro potrei dirgli, del resto? E,
senza dire una parola, mi prende la valigia e la solleva oltre i gradini del
predellino. Non riesco nemmeno a dirgli grazie, perché non mi guarda nemmeno. Troviamo
un posto libero e mi chiede se voglio sedermi, ma dico di no. E a Verona, prima
che possa aprir bocca, mi prende la valigia e la mette sulla cappelliera. Poi ci
sediamo l’uno di fronte all’altra, si sono liberati dei posti. Parliamo appena,
di malavoglia, commentiamo il coccodrillo di Andreotti scritto da El Pais, poi lui inizia a leggere. Lo fa
per un po’, poi ripone il libro e chiude gli occhi. Dorme un po’ e al suo
risveglio iniziamo a chiacchierare, di cose strane per due che quasi non si
conoscono. D’amore, di famiglia, di sesso. Senza veli, falsità. In maniera
limpida, naturale. E lui non si sconvolge, anzi mi accorgo che la pensa come me
senza dirmelo.
Non concepisco il
concetto di relazione. Solo l’amicizia e il sesso.
L’amicizia è un amore senza sesso.
Definiamo il tramonto all’orizzonte come il più bello della
nostra vita. Senza averne mai osservati altri insieme.
Mi infonde calma, serenità. È quasi analgesico. Si placano i
pensieri, le ansie e rimango piacevolmente colpita da questa sua capacità. Probabilmente
nemmeno sa di averla, e questo lo rende più affascinante. Parla delle cose che
odia ridendo, mi dice in un sorriso che non sopporta Gianna Nannini, che gli
sta proprio qui, la eliminerei. Lo dice in tono serissimo, ma ridendo come un
bambino.
La cervicale mi sembra tollerabile, quasi non esiste. Lui mi
strega, e quando ci lasciamo sono quasi contenta di farlo, ma gli dico che
spero di rivederlo, almeno tramite mia sorella. Non voglio che qualcuno
eserciti un tale ascendente su di me, come aveva fatto E. Ma non ce l’ho con
lui, è solo che ho quasi paura di un ragazzo che mi influenza così tanto, tutto
qui.
Me ne vado serena, calmissima. E tornano le parole giuste,
la capacità di concentrarmi sulle cose che faccio, di osservare gli altri con
un sorriso, perché non so fare quello che fanno loro. Di ammirarli invece che
detestarli.
L’amore di una sera.
Spesso ne sa più d’amore chi non l’ha mai
vissuto.
Ma rischia di idealizzarlo, e di diventare misantropo dopo una delusione, dopo
il disincanto.
Forse è meglio parlare d’amore, a volte. Parla d’amore quando senti che quello
vero ti sta logorando come un’abitudine.
Forse hai ragione.
E non conosco il tuo nome.
coccola5
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