La seduta comincia parlando dell’ultima
fiera, Vinitaly. Quattro giornate lunghe e stancanti, eppure passate. E visto l’epilogo
di tutto, sono anche un po’ grata al cielo. L’ultimo giorno mi viene incontro
il parcheggiatore, e prima che mi incammini per il lavoro mi fa qualche
domanda: studi, lavori, fiera a parte che fai? E tu? Gli chiedo io poco dopo. Ha avuto per quindici anni una sua
attività, ora lavora con un’azienda comunale da qualche anno. La mia testa fa
rapidamente due conti: quindici anni di qui, cinque di lì… il tizio si aggira
sui quaranta! Cerco di concludere in fretta il discorso, salutandolo con un “si,
ci vedremo”. Spero di essere stata vaga, e soprattutto ringrazio il cielo per
aver indosso gli occhiali da sole, che mi hanno decisamente protetta in questi
momenti di imbarazzo. E poi la sera, quando torno alla macchina e trovo il
biglietto incastrato nella maniglia della portiera, con il numero e un
fiorellino disegnato, e un fiorellino vero. Oh,
santo cielo!, esclamo d’istinto. A quel punto mi sento oltraggiata, lui
invece è “patetico”, come mi suggerisce la mia analista. A quarant’anni mi
lasci biglietti tipici di un adolescente in calore, e non metti nemmeno l’accento
sulla parola “caffè”… è il colmo. Comunque sia, lo saluto educatamente e
riparto. Sono d’accordo con un’amica per un aperitivo in centro. Le racconto la
storia. Il Martini ci sta, commento
per spiegare la decisione di darmi a un alcolico.
E finiamo a parlare di A. e M., i
due ragazzi nella mia compagnia a cui potrei interessare. O forse interesso. Nessuno
dei due mi piace veramente, non mi vedo in una storia con nessuno per motivi
diversi. Troppo simile a mio padre A., troppo amico M., per farla breve. Che avrà
mai, A.?, mi chiede l’analista. Ha un lavoro fisso, un’Audi, vive (quasi) da
solo, è fisicamente carino e colto al punto giusto, ha quel pizzico di
curiosità che non guasta, le rispondo. È un
ottimo partito. Per una madre, chiosa lei. Non è questo il punto: è un
ottimo partito, il classico bravo ragazzo e questo lo rende immediatamente non desiderabile. Questa parola, desiderabile, è il cuore della seduta. A.
ha tutto quello che potrei volere e mi toglie il gusto della ricerca, della
scoperta, del volere qualcosa che tu non hai. Del cercare, certo con un pizzico
di masochismo, di cambiarti un po’, di renderti appena un po’ più folle. Invece
lui è lì, completamente asservito alla sua cotta e troppo rispettoso per
mancarmi di rispetto. Io la vedo nei suoi occhi, nelle sue parole quando ci
troviamo assieme. Vedo quell’ammirazione che lo porta a non contraddirmi, o al
limite a darmi ragione con quel tono da “solo lei ha capito”. È sempre questo
il punto. Al contrario di lui, M. mi ha fatto capire chiaramente che gli
interesso, sa che non lo corrispondo, ma se ne frega. Mi fa delle battute a
proposito, mi porta al limite chattando con me in toni un po’ spinti, mi chiede
se mi tocco dentro il bar di paese, senza la musica e con altre dieci persone
in silenzio intorno… e io gli rispondo!, mi scrive che non gli ho dato il bacio
che si aspettava. Vive bene anche senza di me, in buona sostanza.
Non posso soffrire quelli che si
innamorano di una persona e poi per anni immaginano
di soffrire per lei perché non corrisposti, e sono talmente innamorati anche se
l’hanno vista due volte. Questa è autentica cretineria. Fatti un viaggio, di
qualunque tipo, e dimenticala. Vai avanti!, vorresti gridare loro, invece
scoppiano a piangere e vanno di nuovo in paranoia. Che senso ha vivere solo se
c’è qualcuno, vivere per qualcuno? Oltretutto per qualcuno che nemmeno conosci
e ti conosce. Che nemmeno ti vuole. La vita è troppo breve per essere infelici.
Dovremmo imparare a vivere bene anche senza di lui, di lei. Magari non
dimenticarli, solo ricordarci che non è l’unica via possibile.
Cosa c’è di più bello di essere desiderata proprio perché desiderabile? Essere
l’oggetto delle fantasie di qualcuno, pensare di conoscere una persona e
continuare invece a scoprirla? In fondo, chi lo vuole il bravo ragazzo che non
ti sorprende mai? Io no di certo. Vogliamo tutte il bello e dannato, quello
pieno di problemi o comunque un po’ folle, giusto quel tanto da ricordarci che
siamo vive. Certo, poi siamo pronte a maledirlo non appena avremo scoperto la
verità, ma importa poi davvero? Quella persona era, o è, affascinante, misteriosa,
ha saputo creare un gioco con noi. Quanti amori durano quando i due partner
continuano a litigare? A sentirli, pare che complottino per uccidersi, e invece
non si lasciano mai. È il gusto di scoprire l’altro, sfidarlo, pensare di aver
capito cosa lo irrita e poi stupirsi del contrario. O esultare perché si aveva
ragione. Non è da pazzi, è la vita.
E che cos’è in fondo quel mistero
che alimenta il desiderio? Possiamo davvero dire di essere misteriosi? Io non
credo, e insieme credo di sì. Non siamo mai davvero misteriosi perché alcune
persone ci conoscono più di altre, e tuttavia lo siamo perché tutti abbiamo
segreti che non desideriamo svelare. Nemmeno alla nostra analista. Ci sono
parti di noi di cui non parliamo, e non sono necessariamente negative. Sono intime,
però, questo sì, e inconfessabili. Siamo un mistero persino per noi stessi, figuriamoci
per gli altri. Il punto sta nel non dimostrarsi già conosciuti, prevedibili.