domenica 13 aprile 2014

If you desire me

La seduta comincia parlando dell’ultima fiera, Vinitaly. Quattro giornate lunghe e stancanti, eppure passate. E visto l’epilogo di tutto, sono anche un po’ grata al cielo. L’ultimo giorno mi viene incontro il parcheggiatore, e prima che mi incammini per il lavoro mi fa qualche domanda: studi, lavori, fiera a parte che fai? E tu? Gli chiedo io poco dopo. Ha avuto per quindici anni una sua attività, ora lavora con un’azienda comunale da qualche anno. La mia testa fa rapidamente due conti: quindici anni di qui, cinque di lì… il tizio si aggira sui quaranta! Cerco di concludere in fretta il discorso, salutandolo con un “si, ci vedremo”. Spero di essere stata vaga, e soprattutto ringrazio il cielo per aver indosso gli occhiali da sole, che mi hanno decisamente protetta in questi momenti di imbarazzo. E poi la sera, quando torno alla macchina e trovo il biglietto incastrato nella maniglia della portiera, con il numero e un fiorellino disegnato, e un fiorellino vero. Oh, santo cielo!, esclamo d’istinto. A quel punto mi sento oltraggiata, lui invece è “patetico”, come mi suggerisce la mia analista. A quarant’anni mi lasci biglietti tipici di un adolescente in calore, e non metti nemmeno l’accento sulla parola “caffè”… è il colmo. Comunque sia, lo saluto educatamente e riparto. Sono d’accordo con un’amica per un aperitivo in centro. Le racconto la storia. Il Martini ci sta, commento per spiegare la decisione di darmi a un alcolico.

E finiamo a parlare di A. e M., i due ragazzi nella mia compagnia a cui potrei interessare. O forse interesso. Nessuno dei due mi piace veramente, non mi vedo in una storia con nessuno per motivi diversi. Troppo simile a mio padre A., troppo amico M., per farla breve. Che avrà mai, A.?, mi chiede l’analista. Ha un lavoro fisso, un’Audi, vive (quasi) da solo, è fisicamente carino e colto al punto giusto, ha quel pizzico di curiosità che non guasta, le rispondo. È un ottimo partito. Per una madre, chiosa lei. Non è questo il punto: è un ottimo partito, il classico bravo ragazzo e questo lo rende immediatamente non desiderabile. Questa parola, desiderabile, è il cuore della seduta. A. ha tutto quello che potrei volere e mi toglie il gusto della ricerca, della scoperta, del volere qualcosa che tu non hai. Del cercare, certo con un pizzico di masochismo, di cambiarti un po’, di renderti appena un po’ più folle. Invece lui è lì, completamente asservito alla sua cotta e troppo rispettoso per mancarmi di rispetto. Io la vedo nei suoi occhi, nelle sue parole quando ci troviamo assieme. Vedo quell’ammirazione che lo porta a non contraddirmi, o al limite a darmi ragione con quel tono da “solo lei ha capito”. È sempre questo il punto. Al contrario di lui, M. mi ha fatto capire chiaramente che gli interesso, sa che non lo corrispondo, ma se ne frega. Mi fa delle battute a proposito, mi porta al limite chattando con me in toni un po’ spinti, mi chiede se mi tocco dentro il bar di paese, senza la musica e con altre dieci persone in silenzio intorno… e io gli rispondo!, mi scrive che non gli ho dato il bacio che si aspettava. Vive bene anche senza di me, in buona sostanza.

Non posso soffrire quelli che si innamorano di una persona e poi per anni immaginano di soffrire per lei perché non corrisposti, e sono talmente innamorati anche se l’hanno vista due volte. Questa è autentica cretineria. Fatti un viaggio, di qualunque tipo, e dimenticala. Vai avanti!, vorresti gridare loro, invece scoppiano a piangere e vanno di nuovo in paranoia. Che senso ha vivere solo se c’è qualcuno, vivere per qualcuno? Oltretutto per qualcuno che nemmeno conosci e ti conosce. Che nemmeno ti vuole. La vita è troppo breve per essere infelici. Dovremmo imparare a vivere bene anche senza di lui, di lei. Magari non dimenticarli, solo ricordarci che non è l’unica via possibile.

Cosa c’è di più bello di essere desiderata proprio perché desiderabile? Essere l’oggetto delle fantasie di qualcuno, pensare di conoscere una persona e continuare invece a scoprirla? In fondo, chi lo vuole il bravo ragazzo che non ti sorprende mai? Io no di certo. Vogliamo tutte il bello e dannato, quello pieno di problemi o comunque un po’ folle, giusto quel tanto da ricordarci che siamo vive. Certo, poi siamo pronte a maledirlo non appena avremo scoperto la verità, ma importa poi davvero? Quella persona era, o è, affascinante, misteriosa, ha saputo creare un gioco con noi. Quanti amori durano quando i due partner continuano a litigare? A sentirli, pare che complottino per uccidersi, e invece non si lasciano mai. È il gusto di scoprire l’altro, sfidarlo, pensare di aver capito cosa lo irrita e poi stupirsi del contrario. O esultare perché si aveva ragione. Non è da pazzi, è la vita.


E che cos’è in fondo quel mistero che alimenta il desiderio? Possiamo davvero dire di essere misteriosi? Io non credo, e insieme credo di sì. Non siamo mai davvero misteriosi perché alcune persone ci conoscono più di altre, e tuttavia lo siamo perché tutti abbiamo segreti che non desideriamo svelare. Nemmeno alla nostra analista. Ci sono parti di noi di cui non parliamo, e non sono necessariamente negative. Sono intime, però, questo sì, e inconfessabili. Siamo un mistero persino per noi stessi, figuriamoci per gli altri. Il punto sta nel non dimostrarsi già conosciuti, prevedibili.

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