Come stai? Questa settimana ti vedo più in gamba del solito, mi
dice I., una mia compagna di collegio. È vero,
le confermo, oggi è stata una bella
giornata. E io non lo dico spesso, sono più una da come va? Non male. Sì, mi
risponde lei, sembra quasi che tu abbia
paura di essere felice.
A dire la verità, non sono
abituata a parlare di felicità con tanta naturalezza. In effetti credo di non
ritenere possibile il raggiungimento di uno stato d’animo perpetuo a cui diamo
il nome di ‘felicità’. Credo piuttosto che nella vita attraversiamo periodi
felici, che sono stati tali grazie alle circostanze o alle persone. Mi è sempre
sembrato più ragionevole pensare alla gioia, sentimento più passeggero e al
contempo più esplosivo. Uno scoppio di gioia, un urlo, un’espressione di gioia.
Tutte espressioni che descrivono il sentimento di un attimo, eppure talmente
pregno di chimica ed emozione da rimanerci impresso.
Il ricordo che ricollego più
spontaneamente alla gioia sono i galoppi a cavallo. Per chi non pratica questo
sport, è davvero difficile descrivere la sensazione che dà quest’andatura. È a
metà tra il volo e l’unione perfetta con un animale che, a dispetto del suo
aspetto, ci è più vicino di quanto immaginiamo. Scriveva la Yourcenar, per
bocca di Adriano nelle Memorie, che tra
il cane e il cavallo sceglierebbe senza indugio quest’ultimo. Credo che
probabilmente, anche per il fatto di star loro in groppa, essi si accorgano dei
nostri attimi di nervoso o di timore. Se ne fanno poi spesso trascinare: per
quanto possa sembrare paradossale, deriva dalla nostra. È l’uomo a guidare il
cavallo, in tutti i sensi, a spiegargli di cosa avere paura e di cosa no, a regolare
la sua andatura a seconda del sentiero e del terreno.
Il cavallo mi ha sempre portato
gioia, dicevo. Da qualche anno non vado quasi più, principalmente per una serie
di coincidenze più che per scelta, e quest’attività mi manca tantissimo. Sembra
essere scomparso quell’universo magico, parallelo e… felice, sì, davvero felice
che ha salvato la mia vita. Quando la mia adolescenza non era altro che una
serie di disastri, Beauty, le passeggiate a cavallo, quella compagnia di adulti
che accettavano una ragazzina dalla mentalità più adulta senza giudicare, tutto
questo mi ha salvata, e forse nell’unico modo possibile. Se nella preghiera
gridavo la mia disperazione e la mia solitudine, a cavallo avevo l’occasione di
rinascere come mascotte, come voce presa davvero in considerazione e al tempo
stesso come bimba di tutti.
Ad ogni modo, il fatto di non
credere davvero a quella felicità di cui oggi si parla tanto, che oggi molti
vogliono insegnarci a raggiungere, non mi rende insoddisfatta della mia vita. So
che mi ‘mancano’ diverse cose, come le esperienze sessuali che la maggior parte
dei miei coetanei ha già fatto, ma per quanto mi riguarda è solo una questione
di punti su un elenco che non ho ancora spuntato. Non mi interessa davvero
avere un ragazzo, forse sperimentare i baci, le coccole e il sesso sì, ma solo
come esperimenti, appunto. Nulla più. La vita matrimoniale non mi ha mai
attirata e non credo succederà nemmeno in futuro. Comprendo l’istituzione del
matrimonio e la appoggio, ma non credo faccia per me. E in ogni caso, credo che
il 90% degli uomini su questa terra mi farebbe impazzire.
Ma nel complesso sto bene. Non basta
questo? Forse tra lo stare bene e la felicità ci sono un gradino o due, ma
francamente non credo importi poi molto. Nel momento in cui riconosciamo che la
nostra vita ci piace, che stiamo facendo o abbiamo fatto le cose che volevamo,
che abbiamo accanto persone che ci capiscono e ci amano esattamente per come
siamo, esistono tutte le condizioni per essere felici.
È stata una bella giornata,
dicevo.
coccola5
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