Una signora parla concitata in treno. Di primo acchito sembra la classica pettegola di paese, la solita settantenne che conosce tutti i dettagli di morti e ammalati degli ultimi vent’anni o, come si direbbe più volgarmente, ne sa vita, morte e miracoli. Chiacchiera con un’altra signora. Io siedo due file più avanti, sicchè per delicatezza non mi giro ad osservare e mi limito ad udire la conversazione.
E scopro un susseguirsi di è questo che mi fa paura; ma io dei medici non mi fido, combinano di loro già troppi casini; ma non sono capaci di curare bene gli ammalati; e io, se potessi, in ospedale non ci metterei mai piede. E poi ciò che mi colpisce di più: io mi sento così depressa, e allora non esco più di casa. La signora parla, a quanto pare, di un intervento cui deve sottoporsi: niente di così grave, in realtà, ma la cosa la spaventa al punto che il mondo stesso, la vita attorno e oltre a lei la intimorisce.
Ed ella serra la porta di casa dietro di sé. Costringe fuori il mondo. Lo sciopero degli studenti diventa la voce del giornalista di Rai 3, la voce del pescivendolo al mercato un flebile, silente richiamo, il sole del mattino si tramuta nella penombra lievemente filtrata dalle persiane di un vacuo salotto. Il televisore che gracchia ore di violenza, gallinelle a caccia di popolarità, il lamento dei politici che tentano di pararsi il culo e intanto di convincerci che hanno a cuore il Paese.
In questa signora rivedevo mia nonna. Qualche anno fa mio nonno è stato operato al colon per un tumore: si è ripreso perfettamente, non ha avuto ricadute di alcun genere, gli unici problemi di salute che ora deve affrontare sono legati a una parziale sordità (con cui convive, per altro, da anni) e alcune difficoltà respiratorie leggére. Tuttavia, da allora ella è diventata ansiosa e ansiogena: diventa isterica se suda un poco, le prende il panico se d’inverno ha una lieve febbriciattola e lo costringe in casa per una intera settimana. In altre parole, non vive più. In tutti i sensi in cui questa frase può essere intesa. Purtroppo non sono riuscita a fare nulla per trarla fuori da questa vorticosa condizione: a nulla è valso invitarla da noi il più spesso possibile perché rifiuta quasi ogni volta, evita di trattenersi a lungo quando viene e alle volte non mi saluta, si mette semplicemente a preparare delle frittelle nella nostra taverna alle 8 del mattino (io spesso dormo, sicchè mi accorgo alle 10, prima di andare via, che è venuta con il nonno, che invece viene tutti i giorni nessuno escluso a casa nostra).
Non sto dicendo che mia nonna sia, in un certo senso, morta dentro. È una persona dalla piacevolissima conversazione, molto sveglia e ben tenuta, dimostra molti anni in meno di quelli che ha, fino all’anno scorso dormiva a casa nostra se i miei mancavano per qualche ragione. Soltanto che non è più la stessa. La stessa cui avevo per prima confidato cose di un’intimità profonda, la stessa che aveva per prima raccolto i cocci della paura e che ne aveva parlato così tanto da farmi accettare il tutto. La stessa a cui, nel 2006, telefonavo in continuazione dal Canada per raccontarle di Chad, il ragazzo che mi piaceva, delle mestruazioni tanto dolorose da costringermi a fare la doccia alle 3 di mattina, di mia zia che il weekend andava dal fidanzato lasciandomi a dormire sul divano in casa di mia cugina. [Che poi, l’estate 2006 è stata la migliore in assoluto, un periodo magnifico, un giorno ve ne parlerò meglio.]
La fortuna aiuta gli audaci, diceva Virgilio. In chiave moderna credo che questo significhi mettersi in gioco, mordere la Vita e graffiarla. Mi tornano alla mente i personaggi della grecità, e in particolare Alessandro Magno. È il personaggio storico che preferisco in assoluto perché ha avuto il coraggio di spingersi fino in Oriente, di andare oltre la ripetitività della normalità. È stato un audace. Mi piace l’episodio di lui bambino che monta Bucefalo, quel cavallo considerato indomabile e pazzo. Alessandro sale senza esitazione e galoppa verso il sole e la luce. Che, in fin dei conti, è quello che si richiede a tutti noi.
coccola5
ps. ma Splinder è lentissimo in questi giorni.. anche il vostro o è un problema che riguarda solo me?? Resta il fatto che la cosa è parecchio snervante..
Quando ti salvi dal fuoco poi hai paura anche dell' acqua fredda ;)
RispondiEliminaè anche vero però che ad essere troppo apprensivi non si vive bene, però quando certe cose ti toccano di prima persona non è poi così semplice trovare il punto di equilibrio giusto.
Per quanto riguarda i dottori poi se ne sentono di tutte i colori e se ne potrebbero dire ancor di più, ovvio che si spera di non averne mai bisogno anche se non sono mica tutti incompetenti e soprattutto la medicina non è una scienza esatta.
si, lento pure a me......penso sia questione di manutenzioni varie ;)
Anch'io sono stata ustionata dalla vita, e in alcuni casi per cose che non augureri mai a nessuno (vedi il paragrafo sulle cose che mia nonna ha saputo per prima). E poi ci è voluto del tempo, ma sono ritornata a stare bene. Forse è anche vero che io sono molto più giovane, e a vent'anni gli spaventi si dimenticano più facilmente che a settanta. Spero solo di vederla riprendersi, prima o dopo. La amo come meglio posso.
RispondiEliminacoccola5
Coccola 5!
RispondiEliminaI tuoi post sono sempre così toccanti. Penso che dopo un grande spavento quasi tutti entrino nello sconforto, specialmente nella vecchiaia. A vent'anni una persona, nonostante gravi scottature, ha quasi sempre la forza di reagire, con le dovute eccezioni, purtroppo. Però confido nella forza di tua nonna: se ti assomiglia almeno un po', avrà sicuramente la forza di reagire =)
Bacio!