Non cederò alla notte,
perduta mia illusione. [...]
Non cederò alla notte,
eterna mia ossessione.
perduta mia illusione. [...]
Non cederò alla notte,
eterna mia ossessione.
Gianna Nannini - Sogno
Me ne rendo conto
dal mio umore psicopatico, che schizza su e giù come gli pare e piace,
irrefrenabile, incontrollato, come lo spread italo-tedesco. E dal mio ciclo
mestruale completamente sballato, perverso,
indicibilmente doloroso. Che, per la verità, deve aver risvegliato ormoni
sepolti da tempo che ora mi stanno facendo impazzire completamente. Parliamoci
chiaro: mai sofferto di sindrome premestruale, né in passato né ora, certo è
che quando ti ritrovi in cinque minuti cinque a pensare, in ordine, oddio la tesi, oddio che parenti stronzi,
oddio l’esame di mio fratello, il mondo è bellissimo, cazzo mi sta venendo
l’ansia una domanda te la fai. Diciamo anche due.
Nonostante questa
forma di nevrastenia galoppante, due cosette ve le volevo raccontare. Giusto
per non annoiare la platea, parliamo di parenti serpenti. Quelli che fan tanto
mormorare, sbettegare, spettegolare, dannare e infine dire ma noi siamo meglio. Qui da noi nessuno dice migliori, tanto vale conformarsi. [Nota auto-esplicativa
dell’autore che vuole evitare ictus od emiparesi dei già pochi e audaci
lettori.]
Ad ogni modo. Succedeva sei anni fa che io rimasi due mesi da una sorella di mia nonna in Canada, per vedere se imparavo l’inglese da quei miei parenti americani libertini, che se aspettiamo la scuola italiana neanche fra cent’anni. Un bel viaggio, mi ero presa anche una cotta per un certo Chad, un accanito bevitore di birre con l’ormone ballerino. Tre anni dopo, mia zia venne a trovarci durante l’estate e, resasi conto che le sue sorelle erano ancora tutte vive e vegete, pensò bene di intensificare le visite italiane. Giusto perché non fossero loro a credere morta lei. Tre anni dopo ancora, e precisamente due settimane fa, è tornata nel Bel Paese portandosi appresso le nipotine sedicenni, biondissime, americanissime e libertinissime. Chiaramente ognuno le vuol vedere e toccare, dire di aver finalmente conosciuto con mano questa parte di famiglia che non si degna di uscire dai confini nordamericani.
Ad ogni modo. Succedeva sei anni fa che io rimasi due mesi da una sorella di mia nonna in Canada, per vedere se imparavo l’inglese da quei miei parenti americani libertini, che se aspettiamo la scuola italiana neanche fra cent’anni. Un bel viaggio, mi ero presa anche una cotta per un certo Chad, un accanito bevitore di birre con l’ormone ballerino. Tre anni dopo, mia zia venne a trovarci durante l’estate e, resasi conto che le sue sorelle erano ancora tutte vive e vegete, pensò bene di intensificare le visite italiane. Giusto perché non fossero loro a credere morta lei. Tre anni dopo ancora, e precisamente due settimane fa, è tornata nel Bel Paese portandosi appresso le nipotine sedicenni, biondissime, americanissime e libertinissime. Chiaramente ognuno le vuol vedere e toccare, dire di aver finalmente conosciuto con mano questa parte di famiglia che non si degna di uscire dai confini nordamericani.
E qui veniamo al
punto. Allo scopo, ossia di far incontrare la zia e le nipoti agli innumerevoli
parenti, s’era organizzata per domenica una bella festa, un rendez vous totale, di quelli che quando
lo annunci in famiglia ti senti rispondere “non vedevo l’ora!”, e quando hai pagato
il conto del ristorante qualcuno sussurra “e anche questa è fatta! Adesso saluti a
tutti!” e sparisce nei due minuti immediatamente successivi. Queste ragazze, nel frattempo, dopo essere state dalle varie
sorelle di mia nonna, erano finite dai parenti del defunto marito di mia zia
canadese, desiderosi di scorrazzarle per il lago di Garda, e Verona e Venezia e
il mare Adriatico. Comunque sia, domenica a mezzogiorno in punto eravamo tutti
nel parcheggio del ristorante tra i saluti e le facce di chi ti guarda
pensando, limpido come il cielo di giugno, e
questa chi è?, per poi rimediare avvicinandoti e chiedendoti l’albero
genealogico (galeotta fu la frase: ma tu
sei figlia di…?) e infine, dato che non ci si vede da quando ero alta così
e la memoria non torna, concludere con ma
sei diventata grandissima! Passa in fretta il tempo... ed eravamo dicevo,
tra baci e abbracci, e le canadesine non le vedo arrivare. Embè? Sta a vedere
che tra la gita a Venezia e quella al lago ci han tirato il pero. E infatti è
proprio così!
Ecco, in quel momento, il mio umore baldanzoso ha fatto spazio a un caldo nervoso, e a stento mi sono trattenuta dal dire chi me l’ha fatto fare di venire fin qui con quaranta gradi all’ombra, un cugino più antipatico dell’altro a un pranzo che andrà avanti, se va bene, fino alle 4 di questo pomeriggio?
Ecco, in quel momento, il mio umore baldanzoso ha fatto spazio a un caldo nervoso, e a stento mi sono trattenuta dal dire chi me l’ha fatto fare di venire fin qui con quaranta gradi all’ombra, un cugino più antipatico dell’altro a un pranzo che andrà avanti, se va bene, fino alle 4 di questo pomeriggio?
A dirvela tutta, le
ragazze le avevo già viste. Ero andata con mia madre a prenderle in aeroporto,
ed erano rimaste da noi i primi due giorni. Ciò non toglie che se sei l’ospite
d’onore a una festa pensata apposta per te, forse, ma solo forse, sarebbe
carino presentarsi. Non che sia colpa loro. Probabilmente nemmeno lo sapevano e
chi le ospitava si è ben guardato dall’accollarsi una simile rottura di
scatole, quindi non voglio addossare la colpa a loro. Non è giusto. Però,
lasciatemelo dire, una cosa simile qualcosa sulle persone che ti stanno intorno
te la dice.
Nulla vi vorrei dire
delle sorelle di mia nonna, per la maggior parte antipatiche come gli anni che
si portano dietro. Sì, perché ti fanno un complimento ma che bel vestito, stai benissimo, e tu per battuta dici grazie, in realtà l’ho preso dall’armadio di
mia sorella, l’ho scelto di fretta per sentirti rispondere ma allora sei una ladra! E non era una
battuta, sono abbastanza convinta che la zia lo pensasse davvero, ahimè. Per
tacere dell’altra comare, sua sorella, che in uno scambio di battute con mia
madre, alla quale dicevo che quando me ne andrò sarà in un posto lontano da
dove non farò ritorno, lontano principalmente perché non veda l’enorme
disordine segnaletico che renderà inutile l’uso di un navigatore satellitare
per trovare la strada, si è gettata in una infinita predica specificando come
aveva sapientemente risposto a quella ingrata di sua figlia che aveva osato
dire la stessa cosa, metti qua le chiavi
e vai, prendi e vai, se te ghè corajo e guardala ben la porta. Dopo qualche
minuto di tacita sopportazione, ho detto si
si, infatti e me ne sono andata dall’unico cugino con cui mi sembra di
avere qualcosa a che spartire.
Uno molto paziente,
in realtà, per cui mi pare di avere anche avuto una semi- mezza- pseudocotta in
età preadolescenziale, e soprattutto prima che lui decidesse di prendere dieci
chili e rasarsi i capelli a zero virgola cinque. Di solito lo chiamano il milanese, perché abita là da una
quindicina d’anni. Ci siamo riempiti dei discorsi sul mondo bello e giusto,
sugli stranieri e i gay finalmente accettati, su noi stessi non portati per il
matrimonio e destinati allo zitellaggio perenne, sul mondo che tanto ci
piacerebbe, insomma. Lui si porta dietro quel minimo di fascino oratorio che
alleggerisce i pranzi di parenti, tratta i troppi vecchi come se fossero dei
quarantenni rompiscatole e lagnosi e ha un sorriso per tutti. Un mezzo
alternativo, come me. Mi chiedo se gli “alternativi” stiano solo nelle grandi
città, perché abbiamo bisogno di un’importazione massiccia nelle provinciuole
venete.
Poi stasera ho
ripensato a quel discorso che tutti, dopo aver visto i più antipatici e meno
saltuari parenti, fanno – o sicuramente almeno pensano: noi siamo migliori, non
siamo così, ci salviamo. Forse non è questione di meglio o peggio, ammesso che
esista un modo di esistere e di co-esistere migliore di un altro, e non è
nemmeno questione di essersi salvati dallo tsunami della mediocrità
piccolo-borghese. Quella è sempre in agguato e basta poco a
scivolarci dentro. È solo una questione di conti: il bilancio delle ragioni di
vita che abbiamo conservato, di sogni che abbiamo coltivato e di quelli cui
abbiamo rinunciato perché stonavano nel palco della nostra vita, o perché alla fine
erano sbagliati per noi, non ci si conformavano. Sono loro però a costruirci
centimetro per centimetro: le nostre ali mozzate, i nostri occhi chiusi, i
nostri uteri ricuciti, le nostre albe e le nostre stelle mancate. Sono loro a
crearci, a renderci così intollerabili agli occhi della nostra stessa famiglia,
perché alla fine abbiamo lasciato indietro tutti le stesse cose. E pensiamo di
averlo mascherato bene, che nessuno se ne sia accorto. Ma nessuno pensa mai che
a ridere di sé stessi è tutto guadagnato.
Ti aspetterò la notte, eterna mia ossessione. - G.N.
coccola5
Tesoro mio <3
RispondiEliminaPurtroppo noi donne siamo molto sensibili, e anche le più forti finiscono nel tunnel dell'ansia, prima o poi. E' vero, come dici tu basterebbe riderci sopra e la vita sarebbe più leggera. Purtroppo, è una bella teoria, ma la pratica è più che mai difficile. Bentornata sul blog <3
In realtà, mi riferivo alle "aciditudini" che ritroviamo in certi parenti, spesso anche un po' attempati, che sembrano incapaci di riservare agli altri commensali una parola gentile od un sorriso. Ecco, temo che in quel momento si possano contare le ragioni di vita rimaste. C'est ca. :)
RispondiEliminacoccola5