lunedì 28 gennaio 2013

Quel rumore di treni che non scordo

Ho sempre cercato di non scordare la giornata della Memoria negli ultimi anni, ma ieri sono rimasta troppo scioccata dalle parole di Berlusconi per riuscire a scrivere qualcosa di sensato. Mi hanno amareggiata perché purtroppo, al solito, le sue parole rappresentano un pensiero diffuso in Italia, che ho già sentito da chi non conosce la storia - o forse non considera la democrazia un valore sufficientemente importante per condannare Mussolini. Siamo abituati a darla per scontata, e ci dimentichiamo cos'ha significato per tanti insegnanti rinunciare al proprio lavoro perché non iscritti al partito fascista, e per tante persone, più semplicemente non poter dire "io non sono d'accordo".

Per rimediare a questa mia dimenticanza, vi posto la testimonianza, brutale e commovente, di Liliana Segre, che a 13 anni fu deportata nel campo di Auschwitz e che ieri ha raccontato la sua storia. L'articolo, scritto da Paolo Colonnello, è stato pubblicato da La Stampa.


E’ il rumore sordo del passaggio dei treni la colonna sonora di questo luogo enorme e doloroso che è Museo della Memoria, un lungo tunnel in penombra e cemento armato, proprio sotto i binari della Stazione Centrale. «Un rumore che dovete ascoltare, è il rumore che sentivamo noi, ammassati nel buio di questi stanzoni». Il cuore rallenta e la testa cammina tra quei vagoni piombati che aspettano minacciosi sui binari morti mentre Liliana Segre, 82 anni racconta il film, vero, di una tragedia che qualcuno cerca ancora di minimizzare. 

Aveva 13 anni quando una mattina di dicembre venne prelevata da casa insieme a suo padre per essere portata al quinto raggio di San Vittore. Lei, miracolosamente, tornò indietro. Suo padre, no. «Avevamo già passato tanti spaventi, la fuga, la cattura. E poi la carcerazione a San Vittore, così vicino a casa mia. Io ero nata in via San Vittore. Eravamo 5-600 in quei raggi del carcere. Un pomeriggio entrò un tedesco con la lista dei nomi. Sentii il mio, io ero nella cella 202. Ci guardavamo in faccia: anche tu? Anche tu? E non avevo il coraggio di guardare la faccia di mio padre. Non è possibile: siamo italiani, siamo nati qui e ci faranno partire...Eravamo in 500; pensate a questa umanità di madri, bambini, nonni, uomini che esce da San Vittore tra i saluti meravigliosi dei detenuti e della loro infinita umanità, per salire maltrattata sui camion che ci avrebbero portato fin qui, in Stazione Centrale, al binario 21. Si arrivava qui, proprio qui, dove ero venuta tante volte per partire e andare al mare o in campagna, tutti ammassati nel buio, impauriti...Ma non erano solo le Ss che spingevano o urlavano, c’erano anche tanti italiani, i repubblichini, i più zelanti, brutali, pronti a farsi vedere efficienti dai loro alleati. 
Poi ci spingevano e dal buio uscivamo in stazione per salire su questi vagoni che venivano sprangati dall’esterno. Immaginatevi come eravamo ammassati, con poca paglia sul pavimento e un unico secchio immondo per i nostri bisogni, che la paura riempiva in fretta... 
Ma perché degli uomini hanno fatto questo a dei bambini, anziani, donne incinte? Perché a dei nonni, dei malati, facevano questo? La loro colpa era quella di essere nati. 
E così è cominciato quel viaggio verso Auschwitz che io non sapevo nemmeno dov’era. Un viaggio che non parte da qui ma da molto prima di qui. E’ cominciato dalle cancellazioni dei nostri nomi dagli elenchi telefonici, dalle espulsioni dalle scuole, dall’indifferenza..... 
Il treno parte e noi vediamo passare città conosciute fino a quando, dopo una settimana, arriviamo ad Auschwitz. Ma come si può immaginare che dalla mia città si arrivi in un luogo del genere? Come si può immaginare tutto questo? E lì è cominciata un’esistenza dove ti dicono “vivrai finché lavorerai”, e tu non sai come ma sopravvivi, diventi scheletro e davanti a te vedi le ciminiere dei forni...Lo sentite questo rumore, questo treno che passa...Ci faceva paura. E’ il rumore giusto per questo posto. Ricordatevene. A me fanno pena quelli che negano, che non ricordano. I promotori della bugia e della menzogna. 
Ascoltatelo questo rumore. 
Poi, dopo tante storie passate là dentro, in fondo tutte senza senso, ti accorgi che stranamente ce la fai, ce l’hai fatta. E torni, da sola. Nella Milano degli indifferenti. Io incontravo le amiche, le mie ex compagne di classe che mi chiedevano: “Ma come mai? A un certo punto sei sparita, non ti abbiamo vista più...”. Oggi ho 82 anni e francamente non credevo che sarei riuscita a vedere questo luogo, questo Museo della Memoria. Io non ho più parlato per più di 40 anni di quello che mi era successo. Poi, 10 anni fa, abbiamo deciso questa sfida, abbiamo deciso che era giusto ricordare. Non è stato un percorso facile o in discesa. Ma sei milioni di morti potevano essere dimenticati se non si fosse voluto costruire un luogo del genere.  E adesso, ognuno di voi cerchi per un secondo di immedesimarsi in ognuna di quelle persone, di quei 605 milanesi che furono deportati per la sola colpa di essere nati». Era un giorno freddo, un giorno così. «Era il 31 gennaio del 1944». 
coccola5

fonte: La Stampa
Il titolo del post è parte del titolo originale dell'articolo ("Quel rumore di treni che non scordo", la memoria indelebile di Liliana Segre), mantenuto per correttezza.

domenica 27 gennaio 2013

In the air


Ti va un caffè nel weekend? Gli scrivo venerdì mattina alle 8.33. Chissà perché così presto, poi. Sapevo benissimo che con ogni probabilità stava ancora dormendo e non mi avrebbe risposto, se non diverse ore dopo.

Ehi, hai trovato il mio sms ieri?, gli chiedo ieri pomeriggio per telefono. Oh sì, cazzo scusa, mi sono dimenticato di risponderti. That is just so typically you. E che ne dici? Ce lo beviamo un caffè insieme?, lo incalzo io. Ma sì, ovvio.

Così, ci troviamo oggi alle 16 davanti a casa sua. Mi apre sua madre, o meglio, viene in giardino a chiacchierare – senza aprire il cancelletto – perché il cane gli scappa fuori ogni volta. Io faccio finta di niente, in ogni caso io ed E. usciamo fra cinque minuti. Poi rientra, e poco dopo esce suo padre. Che mi apre il cancelletto, grazie mille. Si mette a giocare col cane, fa due parole con me e mi fa entrare in casa.

Poco dopo scende E. Bellissimo, come non lo vedevo da tempo.
Indossa un paio di jeans chiari con dei piccoli strappi e una maglia scura. Si mette una giacca nera in lana cotta, con dei bottoni in metallo che sono una favola. Ha gli occhiali nuovi, con la montatura nera. E una sciarpa di lana, di quelle con i decori stile anni ’90 che andavano tanto l’anno scorso. Quella sua sciarpa mi fa ridere ogni volta, non è da lui, stona sul nero, sui colori scuri che sceglie di solito. E poi non gli sta mai ferma, ogni cinque minuti è lì a rimettersela a posto. Ma non gli dico niente, sorrido e basta.

Andiamo in un baretto in centro, ci lavorava mia sorella l’anno scorso. È un posto carino, hanno rinnovato l’arredamento e ci si sta bene. Alla radio c’è l’ultima canzone di Britney Spears, Scream and shout. Ce la godiamo intanto che ordiniamo il caffè, discutendo su quanto sia offensiva la parola bitch in inglese. Grande filosofia tra me e lui. Ma chissenefrega, è per questo che esco con te, perché i discorsi seri non ti vengono bene, ti impappini, e allora facciamo prima a scherzare rispettando le nostre parti. Io sono la secchiona, tu quello che ogni sera esce fino a tardi, che ultimamente  però fa vita di clausura e si agita da morire per la scuola.

Come siamo fioriti, io e te. Come le stelle alpine, ne abbiamo fatta di strada, abbiamo resistito al gelo dell’inverno e ancora non ci sembra vero che sia finito. C’è la primavera, ma abbiamo paura di volgere gli occhi al sole e chiniamo lievemente lo stelo a guardare il prato. Ci rifugiamo l’uno nell’altra senza dircelo, sentiamo poca gente e ci manca il coraggio di ammetterlo, abbiamo solo noi e ci fa un po’ paura.

Ti voglio bene, tesoro. Avrei voluto dirtelo oggi mentre andavo via, ma spero che sia almeno rimasto nell’aria.

coccola5

venerdì 25 gennaio 2013

Pendo dai tuoi sogni

In questi giorni ho riscoperto la musica di Gianna. Non che l’avessi ripudiata, ma avevo temporaneamente scordato il suo potere balsamico. Su di me, almeno.

Questa settimana è cominciata in modo orribile, quasi ironico. Lunedì mattina, tornando a casa, un ragazzo mi è venuto addosso in macchina. Io dovevo svoltare a sinistra, e complice anche il fatto che avevo messo tardi la freccia, la prima auto dietro di me mi ha suonato e mi ha schivata, mentre la seconda mi ha presa. La parte peggiore è stata il rumore delle lamiere che si scontravano frangendosi. In qualche modo ho accostato appena all’ingresso del parcheggio, poi sono scesa dalla macchina e per un paio di minuti buoni sono rimasta confusa e spaventata a guardare la strada, incapace di attraversarla. Nel frattempo si erano fermati anche i carabinieri, che erano dietro di noi, per capire cosa fosse successo. Io e il ragazzo abbiamo compilato la constatazione amichevole, poi abbiamo staccato un pezzetto del mio paraurti che grattava contro la ruota e sono tornata a casa. Per tutta la settimana non sono riuscita a togliermi dalla testa la sensazione che, se fossi stata più attenta, avrei potuto evitare l’incidente.

Come se non bastasse, ieri sera mia madre si è messa a dire strane cose su F. e il suo ragazzo. Quando fa 
così, mi da sui nervi in un modo pazzesco. Inizia sempre con ma non è normale che... e io mi sento prudere le mani. Non riesco a sopportare questi discorsi assurdi, che partono dal presupposto che solo il suo mondo sia normale, mentre tutti quelli che sfuggono ai suoi parametri siano strani, e quindi necessariamente sbagliati. Che ve lo dico a fare, è una concezione del mondo che non mi appartiene, sono troppo abituata a vederne di cotte e di crude per pensare di essere nel giusto, di avere tra le mani una qualche verità su come si debba o dovrebbe vivere. A me basta che mi sta intorno sia felice, o per lo meno stia bene, e se è così vuol dire che non sta sbagliando. Ognuno a suo modo. È la mia unica filosofia, o per lo meno l’unica cosa che mi sembra di aver compreso in 22 anni che sono al mondo.Il tutto mi ha particolarmente infastidito perché si tratta di F., la mia più cara amica, e vorrei evitare che le spietate critiche di casa mia toccassero anche lei. Sono così selettiva, e lei è una delle poche a cui ho trovato meno difetti che agli altri, o ne ho visti di trascurabili. Mi spaventa la possibilità di ritrovarmi a pensare che, sotto sotto, ha ragione mia madre, di lasciarmi condizionare da lei. Mi spaventa il fatto che, se le dessi ragione, potrei escludere F. dalla mia vita. Per me è questione di un attimo allontanare le persone.

Alle volte mi faccio paura. Questo mio selezionare, questa mia insoddisfazione nei confronti delle persone e della vita, questo mio sentirmi su un binario diverso da quello di tutte le altre persone. Mi ritrovo a pensare, e mi odio per questo, che se fossi normale, più conformista e conforme le cose sarebbero più semplici. E forse è vero, ma sarebbero anche più superficiali. Alla fine, sensibilità significa anche sofferenza, accettare che sarà difficile trovare qualcuno all’altezza delle tue aspettative, dei tuoi standard troppo elevati. E che, se lo troverai, sarà stata un’immensa fortuna, sarà probabilmente l’unica persona, o quasi.

Accendo Gianna, allora. Quando mi ritrovo in questo sconfinato vortice di pensieri, nel circolo vizioso delle mie ansie, quando la mia testa esce dall’orbita. Accendo il suo disco intanto che stiro, e la sua musica, la sua bellissima voce si portano via tutti i pensieri. Ancora una volta, la sua poesia compie miracoli. Altro che i santi.
Pendo dai tuoi sogni,
veglio su di te.
G. N. – Meravigliosa creatura

coccola5

giovedì 24 gennaio 2013

Beffardi


Apro la pagina di Repubblica e la prima notizia che mi balza all’occhio riporta “Cronache dell’Italia in crisi – così siamo diventati indigenti”. Leggo le storie di cinque, sei persone che non arrivano a fine mese, o ci arrivano a filo, per miracolo. Una cassiera, un’operatrice di call center, un panettiere, un padre divorziato. Non sono più casi a parte, isolati, sono la normalità. Ci dicono che siamo regrediti di ventisette anni, e non si può dire il contrario.

Mi viene da piangere leggendo quelle notizie, e nel frattempo mi sento stupida come la Fornero quando annunciava l’aumento delle tasse. Non si può piangere, si può solo resistere. Non possiamo permetterci di crollare, scrivevo poco fa su Fb a Tizy. Possiamo solo continuare a camminare, evitando di volgere indietro lo sguardo nella speranza che, prima o poi, le cose miglioreranno.

Mi viene da piangere anche perché, leggendo queste storie, mi vedo fra un paio d’anni. Mi aspetta lo stesso futuro, la stessa miseria, se rimango in Italia. Come abbiamo potuto cadere tanto in basso, mia cara Italia? Come abbiamo potuto guardare indifferenti l’avanzare, lento e inesorabile, di questo sfacelo? Ma soprattutto, come possiamo ignorarlo ancora, fingere che non esista? Non c’era bisogno che Repubblica raccontasse queste storie, mi basta andare in paese per sentirne altrettante, forse anche peggiori. L’anno scorso, quando il Tramigna ci ha allagato il centro storico, sono andata a prendermi un paio di infradito al negozietto di scarpe. C’era odore di muffa, di stantío, dopo due mesi, e la proprietaria è scoppiata a piangere davanti a me. “Come facciamo adesso, con centomila euro di danni?”, mi ha detto.

Come faremo? È la domanda che mi pongo più spesso ultimamente. Se non facciamo niente nemmeno per chi non ce la fa, se non abbiamo un briciolo di sensibilità… come faremo? Che razza di Paese siamo che trascura i propri cittadini, che li prende in giro, la cui classe politica siede beffarda sui propri troni voltando la faccia?

coccola5

fonte: Repubblica

lunedì 7 gennaio 2013

Ritardatari auguri

What doesn't kill you
makes you stronger,
makes a fighter.
(Kelly Clarkson - What Doesn't Kill You)

Quest'anno niente buoni propositi, e niente year review. Sapevo già che annus horribilis fosse stato il 2012, senza bisogno di sottolinearlo di nuovo il 31 dicembre. Per darvi un assaggio, crisi famigliare, lite col don, laurea saltata... ecco, avete capito.

Quest'anno ho solo imparato quello che dice la canzone di Kelly: ciò che non ti uccide fortifica. A volte barcollo ancora terribilmente, mi tremano le ginocchia, ma sto imparando a fermarmi, riprendere fiato e poi ripartire con calma.

E poi, per me gli anni dispari sono i migliori. Speriamo bene!

coccola5