domenica 27 gennaio 2013

In the air


Ti va un caffè nel weekend? Gli scrivo venerdì mattina alle 8.33. Chissà perché così presto, poi. Sapevo benissimo che con ogni probabilità stava ancora dormendo e non mi avrebbe risposto, se non diverse ore dopo.

Ehi, hai trovato il mio sms ieri?, gli chiedo ieri pomeriggio per telefono. Oh sì, cazzo scusa, mi sono dimenticato di risponderti. That is just so typically you. E che ne dici? Ce lo beviamo un caffè insieme?, lo incalzo io. Ma sì, ovvio.

Così, ci troviamo oggi alle 16 davanti a casa sua. Mi apre sua madre, o meglio, viene in giardino a chiacchierare – senza aprire il cancelletto – perché il cane gli scappa fuori ogni volta. Io faccio finta di niente, in ogni caso io ed E. usciamo fra cinque minuti. Poi rientra, e poco dopo esce suo padre. Che mi apre il cancelletto, grazie mille. Si mette a giocare col cane, fa due parole con me e mi fa entrare in casa.

Poco dopo scende E. Bellissimo, come non lo vedevo da tempo.
Indossa un paio di jeans chiari con dei piccoli strappi e una maglia scura. Si mette una giacca nera in lana cotta, con dei bottoni in metallo che sono una favola. Ha gli occhiali nuovi, con la montatura nera. E una sciarpa di lana, di quelle con i decori stile anni ’90 che andavano tanto l’anno scorso. Quella sua sciarpa mi fa ridere ogni volta, non è da lui, stona sul nero, sui colori scuri che sceglie di solito. E poi non gli sta mai ferma, ogni cinque minuti è lì a rimettersela a posto. Ma non gli dico niente, sorrido e basta.

Andiamo in un baretto in centro, ci lavorava mia sorella l’anno scorso. È un posto carino, hanno rinnovato l’arredamento e ci si sta bene. Alla radio c’è l’ultima canzone di Britney Spears, Scream and shout. Ce la godiamo intanto che ordiniamo il caffè, discutendo su quanto sia offensiva la parola bitch in inglese. Grande filosofia tra me e lui. Ma chissenefrega, è per questo che esco con te, perché i discorsi seri non ti vengono bene, ti impappini, e allora facciamo prima a scherzare rispettando le nostre parti. Io sono la secchiona, tu quello che ogni sera esce fino a tardi, che ultimamente  però fa vita di clausura e si agita da morire per la scuola.

Come siamo fioriti, io e te. Come le stelle alpine, ne abbiamo fatta di strada, abbiamo resistito al gelo dell’inverno e ancora non ci sembra vero che sia finito. C’è la primavera, ma abbiamo paura di volgere gli occhi al sole e chiniamo lievemente lo stelo a guardare il prato. Ci rifugiamo l’uno nell’altra senza dircelo, sentiamo poca gente e ci manca il coraggio di ammetterlo, abbiamo solo noi e ci fa un po’ paura.

Ti voglio bene, tesoro. Avrei voluto dirtelo oggi mentre andavo via, ma spero che sia almeno rimasto nell’aria.

coccola5

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