mercoledì 17 aprile 2013

Vitale ironia

Si dice che è importante saper stare soli, ma non si dice solitudine. Fa tanta paura questa parola, e invece è solo il sostantivo derivato dall'aggettivo.
Ho vissuto da sola alcuni dei momenti più belli della mia vita. Nel 2007 andammo ad Assisi con il gruppo adolescenti. Per me era un periodo di grande fervore spirituale, contemplavo anche la possibilità di farmi suora. Pensavo alle clarisse, in realtà, che mi affascinavano perchè per me rappresentavano un ottimo connubio tra vita con gli altri e con sè stessi. Un compenetrarsi perfetto di due componenti che sento egualmente importanti ancora adesso. In quel campo ci furono momenti magnifici, come alcune mie preghiere alla basilica di S. Chiara o distesa sul mio letto la sera. Ero talmente abituata alla solitudine che un'idea simile, quella di entrare in convento, non mi sembrava tanto assurda come mi pare ora, o come pare a tanti altri. Per me era una valida alternativa.

Ancora adesso, apprezzo ancora i momento di viaggio (inteso come spostamento) più di quelli vissuti in compagnia. Mi danno la possibilità di sguinzagliare i pensieri, a volte mi sembra di ri-scoprire tracce di me che pensavo ben sepolte, o almeno sopite.

Adoro la solitudine perchè ci vivo cose che non potrei mai raccontare ad altri. Non perchè scandalose, ma perchè se lo facessi perderebbero la loro bellezza. È il segreto, il trucchetto magico della memoria, che conservando i nostri ricordi li alimenta con il suo prezioso carburante, li ricopre di una polverina che li mantiene intatti e bellissimi. Fors'anche ci frega quando li decora o modifica, ma che importa?
È un po' come quei libri che parlano di luoghi o persone che non riusciamo a vedere con gli occhi della mente, non sono descritti accuratamente o lo sono troppi, e perdono il loro mistero.
Non ci rimangono impressi, segno che l'autore ha fallito.

E allora è chiaro perchè fatico tanto, e quasi non mi interessa, trovare un fidanzato. Cosa ci sarà mai di tanto importante da condividere che presupponga una relazione anche fisica? E quello che condivido, sarà davvero compreso? Perchè ho l'impressione che sia molto più facile entrare in collisione con qualcuno che in comunione con lui. Sono più i meteoriti che si schiantano sulla Terra che le stelle che passano guardandoci dall'alto. Nella mia fantasia immagino quanto possa essere divertente il primo litigio, ma nella realtà non voglio schiantarmi. Non voglio nemmeno essere fraintesa. Diciamolo, tutte queste cose mi fanno paura perchè succedono perfino in casa mia, quindi è altamente probabile che su verifichino con un mezzo sconosciuto. Non voglio sposarmi, non voglio che qualcuno si sprechi a promettermi un per sempre che non si può mantenere. Al massimo voglio trovare qualcuno abbastanza affascinante da venire a letto con me e abbastanza benevolo da concedermi la sua amicizia. Una qualche sorta di E. 

L'ho capito adesso, scrivendo, proprio mentre Britney Spears canta Gimme More, dammi di più. Lo dico sempre che la vita è ironica. O che ci prende per il culo.

coccola5

domenica 7 aprile 2013

Anche migliori


Strano come la vita alle volte ci trasformi. O assopisca, anche solo per un periodo, chi siamo e sogniamo di essere. Ho cominciato a pensarci tempo fa, quando mia sorella ha confermato alcune mie impressioni sul suo fidanzato, S. Spesso e volentieri la vedevo nervosa a causa sua, e tuttavia mi era sempre parso che fossero una coppia affiatata, che non avessero quasi discussioni. Lui, in effetti, era un po’ appiccicoso, le era sempre accanto, e lei stessa mi aveva raccontato, con quella punta di orgoglio tipica dei primi tempi di un amore, che si sentivano spesso, che si tenevano costantemente aggiornati sull’andamento della loro giornata. La cosa mi sembrava eccessiva, ma non avevo detto niente. Mia sorella, più giovane di me, è di quella generazione che usa il cellulare molto più di me, in maniera quasi ossessivo-compulsiva. E invece, poco tempo fa mi racconta che effettivamente lui è molto geloso, non le lascia i suoi spazi. Una sera, io e lei usciamo per andare a teatro a Verona. Strada facendo, mi spiega che nel pomeriggio ha avuto una discussione con lui, che preferiva lei rimanesse a casa. Lo stesso era successo la scorsa estate, quando i miei genitori le avevano suggerito di passare un paio di mesi all’estero per migliorare il suo inglese. Alla fine, onde evitare scenate, le abbiamo consigliato di parlarne con S. solo a biglietti aerei già acquistati. E grazie a dio.

Il punto è che mia sorella è sempre stata una ragazza che teneva alle sue libertà, ai suoi spazi. Ricordo ancora le lotte, effettivamente recenti e aspre, per poter uscire quasi tutte le sere. In sostanza, per fare ciò che voleva. Io domani sera ho gli scout, la sera dopo gli adolescenti, e quella dopo ancora voglio uscire con i miei amici. In tutto quest’anno mi ha fatto un certo effetto vederla così al guinzaglio, legata e trascinata dai desideri e umori del suo ragazzo, decisamente condizionata da ciò che lui riteneva lei potesse o non potesse fare. Uscire stasera sì, a quella festa sabato no, con lei no, lui meglio che non lo vedi.

A Sanremo, Luciana Littizzetto parlava di uomini che amano male. È forse questo il caso? Sicuro di amarmi se desideri soffocarmi, costringermi in un angolo di vita? Se tu questa sera non esci e allora vuoi che io faccia altrettanto?

Gelosia che ti porta via, cantava Gianna Nannini in una vecchia canzone. Non ti fa dormir, la gelosia. Sapete, a mia sorella io parlo tanto di libertà, le ripeto come un mantra di essere il più libera possibile, almeno adesso, almeno a vent’anni. È questo il tempo. Quando avremo quarant’anni e qualche grinza, saremo donne irrigidite dal tempo, dall’età e dalla vita, e sarà tardi per essere libere. Non è pessimismo, è puro e semplice realismo. Eppure, eppure ho una terribile paura che un giorno ci sarà qualcuno al mio fianco e mi lascerò condizionare anch’io, lascerò assopire la mia libertà.

Non è questo un inno alla libertà, piuttosto a non dimenticarci di noi. A risorgere sempre dalle nostre ceneri come l’araba fenice. Non si tratta di avere delle pretese, piuttosto di rivendicare un nostro sacrosanto diritto, quello di ricordare che siamo donne ed eguali a loro. Anche migliori.

coccola5

lunedì 1 aprile 2013

Dio della meraviglia

Ecco, buona Pasqua. A mezzanotte e due minuti del primo aprile. Credo si possano considerare a buon titoli degli auguri in ritardo.

Forse c’è una ragione se arrivano così tardi, e non è dovuta ai tanti parenti per casa – siamo stati noi cinque tutta la giornata, né al particolare daffare – abbiamo guardato la tv tutto il pomeriggio e la sera. Sono dovuti a una leggera pigrizia, anche se la mia mania di fare collegamenti direbbe forse a una leggera mancanza di fede, così, per essere ironici. In realtà, non c’è un motivo particolare per cui debba raccontare tutta la storia sul blog, e cioè a tutti gli internauti e cioè, in un’ipotesi pessimistica a tutto il mondo – od ottimistica, se mi facesse piacere che tutto il mondo leggesse il mio blog, ma di fatto lo leggono in quattro gatti, quindi il problema non si pone – ma è un piccolo sfogo, una versione delle cose, e mi va di raccontarla.
Per carità, non prendetelo come chissà quale argomentazione sul perché sia giusto odiare, o dissentire dalla Chiesa cattolica, non prendetelo nemmeno come un delirio anticlericale; prendetelo per quello che è: la mia versione.

Partiamo da stamattina, quando sono andata alla Messa delle 11 con la mia famiglia, perché a Pasqua si deve andare, perché ci si fanno gli auguri, ma soprattutto perché non mi andava di litigare la mattina di Pasqua. Ascolto poco o niente, non mi va, ho la testa nei miei pensieri, mi risveglio solo alla predica del parroco. Che afferma: tanta gente ha perso il lavoro, ma non solo, assieme a quello ha perso anche la speranza. Ora, fossi Beppe Grillo griderei un sonoro vaffa e morta lì, ma non sono Beppe Grillo – e viva dio! Ora, spiegami come fa una persona senza lavoro ad avere ancora speranza. Nel 2013. Con l’Italia quasi in bancarotta. Con il costo della vita alle stelle e gli imprenditori che si impiccano. No, perché quando perdi il lavoro, non è che lo Stato dice ti faccio il condono, le bollette non me le paghi più, tanto per dire. Arrivano sempre, quelle, puntuali come la morte, e vanno pagate, se no resti senza luce acqua gas e vivi come l’uomo preistorico. Poi mettiamo anche che hai dei figli, e come gli paghi l’abbonamento ai mezzi? Come gli paghi tutte le altre spese, magari una visita, eccetera? Se non hai soldi, non puoi fare niente. E pensi a tutto, tranne che alla speranza. Però per la Chiesa devi sempre sperare. Sì, nella manna dal cielo. Voi preti avete la casa e non ci pagate l’IMU, vi danno 800 euro al mese solo per dir messa la domenica e qualche rosario per quelli che muoiono, voi si che sperate in santa pace. Ma gli altri no. Gli altri si impiccano. Ve lo fate un giro fra la gente comune, quella che non sa come arrivare a fine mese? L’unica cosa da sperare è che la matematica diventi matemagica, come diceva la mia prof, e i conti quadrino per miracolo.

Un po’ dopo, il parroco afferma che sarà contento solo quando quelli che non credono si saranno messi in ricerca. Perché chi cerca trova. Poco ma sicuro. Però per voi trovare significa automaticamente trovare Gesù, la Chiesa cattolica. Se trovi Allah, Jaweh o Buddha hai cercato male. O se trovi Dio, ma non come dicono loro, hai sempre cercato male. Sapete cosa vi dico? Che io ho cercato tanto, ma quando ho detto al mio curato – maledetta quella volta – che sono bisessuale, prima ho pensato che gli stesse prendendo un infarto, dopo un po’ di tempo è quasi preso a me. Perché voleva mandarmi dal sessuologo, a farmi spiegare che il sesso giusto è solo quello tra uomo e donna, il resto ciccia. Vi dico che mia zia sono anni che non fa la comunione, però non ha divorziato perché di punto in bianco si è stufata, lo ha fatto perché il marito se la faceva con le altre. Scusate un attimo, non vorrete mica che stiamo buone buone mentre nostro marito si scopa mezzo mondo? E magari facciamo finta di niente? Perché quando lui ci tradisce, il nostro matrimonio non funziona, c’è poco da fare. Io non ci credo che si può perdonare, io non ce la farei mai. Io ho cercato tanto, ecco, per tanti anni, ma ho scoperto che se non sei d’accordo con la Chiesa finirai sempre per scontrartici, prima o poi. Non sono la classica osservante ma non praticante, per intenderci. Non se ne parla, non fa per me.

Allora niente, non c’è niente? Non lo so. Amo pensare che lassù qualcuno ci sia e che ci ami profondamente, perché altrimenti chi gliel’avrebbe fatto fare di creare degli esseri così meschini che si fanno la guerra da millenni? Chi gliel’avrebbe fatto fare di lasciarci qui a rovinare la sua creazione? Amo pensare che ogni tanto guardi in giù, vegli su di noi come un silenzioso angelo custode, ma senza pretendere nulla in cambio, nemmeno le nostre scuse quando sbagliamo, perché errare è umano, perdonare lo può solo Dio, non noi. Noi al massimo possiamo chiudere gli occhi e ricominciare, e io cerco di farlo. Evitare di guardare agli sbagli, questo possiamo. Ma perdonare, no. Amo anche pensare che non gliene freghi niente se facciamo l’amore tutti i giorni, con mille donne o uomini diversi, con chi lo facciamo. Vuole solo che siamo il più felici possibile, e che facciamo tutto ciò che è in nostro potere per esserlo.
Il mio, è il Dio della meraviglia, che vuole che continuiamo ad esplorare il mondo, le persone, per cambiare punto di vista, per avere misericordia dell’umana miseria. Vuole che alziamo gli occhi per guardare il sole e che sorridiamo.

Buona Pasqua!

coccola5