domenica 24 giugno 2012

In a second. Be free


Parlavo con mia sorella, venerdì. Una conversazione in auto, dirette da mia nonna. E lei mi dice che il suo ragazzo non è particolarmente entusiasta della sua partenza, ormai prossima, per il Sudafrica. Ah, no? Be', sai.. dice che quando tornerò sarà tutto diverso, dovrà riabituarsi ad uscire con me e trascurare i suoi amici. Me la sono presa, per me stare con lui non è.. un hobby, un gioco. Voglio costruirci qualcosa, con Spilungone. E le credo. Anch'io, al suo posto, desidererei la stessa cosa. Tesoro mio, le dico, come puoi stare con qualcuno che non vuole la tua felicità? Il viaggio in Sudafrica, per imparare l'inglese, è parte della tua felicità. È qualcosa che vuoi. Non lasciare che lui ti impedisca di realizzare i tuoi sogni. E digli che, se il tuo essere felice lo rattrista, lo mette in difficoltà, forse avete un problema. Come coppia.

Mia sorella è abituata a sentirmi parlare così. A sentirmi dire che io sono libera come l'aria, indipendente, selvatica come i fiori di campo. A sentirmi dire che non accetterei mai un giogo simile, non potrei sopportarlo.

L'altra sera non sono uscita, sai. O meglio, non sono uscita veramente. Sono rimasta nel parcheggio sotto casa a piangere. Da sola?, le chiedo io sorpresa. No, con Spilungone. E perchè? Perchè io parto. E lui che reazione ha avuto? Lui mi stava spiegando le sue ragioni, perchè è triste che parta. E tu facevi la fontana, nel frattempo. Sì.

Io non ci credo che Spilungone è triste. Lui non vuole che mia sorella parta, il che è diverso. Altrimenti non avrebbe imposto le sue motivazioni a mia sorella, mentre lei piangeva in auto. Lui non gliele ha spiegate, l'ha costretta ad accettarle, come una mostruosa giustificazione.
Lui è un maschio. E non vuole che la sua femmina sia indipendente. Mi sembra quasi strano che lui mostri così timidamente le sue rimostranze.
Lui non odora di buono. Le cose, le persone, i luoghi hanno un odore. Odorano di buono, di semplice, di dio, di amore o di non-buono.
Io, che in certe cose sono assolutamente istintiva, non riesco a ignorare il suo odore, a dire a mia sorella che sa di buono.

Non posso fare a meno di dirti ciò che sento. Ma soprattutto non posso fare a meno di dirti che devi essere libera, e che non ci vuole chissà che. Libertà è dirgli “lascia che io sia felice”. E accettare, per quanto doloroso, il fatto che se lui non condivide questo con te, non è la persona giusta. La libertà, il rispetto, esortarvi reciprocamente ad essere felici sono alla base di una buona relazione, di qualunque rapporto.

Io sono libera quando resisto. Quando non accetto il compromesso. Sorrido, sono paziente con chiunque incontri, ascolto le parole, guardo negli occhi e nelle labbra; allora sono libera. Non ci vuole tempo per essere liberi, è un attimo, perchè ogni secondo in più è un secondo perso, è il nodo di un compromesso che si stringe.
Ma ogni attimo di libertà è un filo tirato per sgrovigliare il nodo, una mano paziente che scioglie una matassa. Le nostre abitudini – spesso - sono quelle matasse.
coccola5

mercoledì 20 giugno 2012

Cari i miei genitori

Non la riconosco, la mia famiglia. Le cose sembrano invertirsi, at this point. Solo un anno e mezzo fa erano loro a non riconoscere me, la figlia ribelle che infrangeva i loro divieti solo per uscire con E.
Le facce sono le loro, ma le parole non gli appartengono: non possono appartenergli! Com'è che le stesse persone che fino a poco tempo fa sembravano avere valori fissi, buoni e tradizionali ora li interscambiano svergognatamente, li girano a loro piacere e vantaggio? La parte dell'ingenua, su questo non c'è dubbio, la faccio sempre io.

Un mese fa era un reato che mio fratello bevesse una birra, ora ci scherzano su allegramente e lui è quasi autorizzato a farlo, percependo, tra l'altro, che l'alcol è cosa divertente, fica.
Un mese fa io ero il consigliere di mia madre, ora solo una che non sa risparmiare critiche a nessuno.
Un mese fa mia madre era disperata e mi chiedeva di tenerle compagnia, ora è rinata e io sono stata scalzata dalla sua mania di controllo e dalle sue insindacabili opinioni.

A volte ho l'impressione di essere io a portare avanti questa famiglia, nonostante i tracolli emotivi di mia madre. Altre volte, semplicemente, ho il presentimento che la mia assenza o presenza sia assolutamente irrilevante per ognuno. Sto cercando di mantenermi salda, di non piangere, di non fare scenate isteriche, di ascoltare, di avere pazienza. E lo faccio volentieri, perchè questa è la mia famiglia.. e a chi altri spetterebbe questo ruolo?

La loro incertezza valoriale mi turba, lascia in bilico. Ieri sera raccontavo a mia madre di un sms che avevo ricevuto da don D. nel pomeriggio, dove mi scriveva: com'è andato l'esame? Fammi sapere! A ogni modo, volevo chiederti se puoi darmi una mano anche giovedì.. so che sei impegnata, ma mi faresti un grande favore. Mi ero sentita enormemente presa per il culo. Lui fingeva di interessarsi ai miei esami solo per coinvolgermi nel volontariato, quindi, avevo pensato: si fotta! Lei inizia a raccontarmi, per farmi cambiare idea, di aver fatto una cosa simile a sua volta: una sua amica ha dolori terribili al ginocchio e le ha chiesto un consiglio su un bravo ortopedico cui rivolgersi. Mia madre, per non farla aspettare, ha chiamato un nostro amico ortopedico con la stessa tattica usata dal prete: come stai? Bene, mi fa piacere.. volevo chiederti un favore. Mi dice di non prendermela, di essere obiettiva: certo che voleva anche sapere come stavi!
Io me ne resto lì, tramortita. Come puoi essere così superficiale? Com'è che una volta questo ti avrebbe dato fastidio e ora.. ti è solo indifferente? Come siamo arrivati alla logica de “l'importante è il fine, i mezzi non contano”?

Sono più le domande che le risposte, più le ansie che le gioie. Non voglio cambiare nessuno, modificare niente, ma... in questa casa alcune dinamiche non funzionano, ed è tempo – e giusto – di ammetterlo. Quando, tornando a casa, mia madre mi dice che è stanchissima, ha lavorato tutto il santo giorno e noi non la ricompensiamo a sufficienza, percepisco chiaramente che c'è stato un grosso fraintendimento. Perchè essere madre significa accettare di stancarsi, significa dare 1000 e ricevere 100 o anche meno (ma non per cattiveria), significa fare gratuitamente senza attendere una ricompensa. Se solo il fatto di ricoprire questo ruolo deve avere una contropartita, quali sono allora le cose gratuite della vita? Qual è lo sforzo che possiamo fare senza aspettarci niente in cambio? Se essere madre non è “gratuito”, che cosa lo è??
Questi sono i valori che ho imparato io, e a questo punto mi domando da chi. La gratuità dell'affetto, proprio perchè a qualcuno siamo affezionati (e gli vogliamo bene), fa nascere in me quella voce che dice “ricomincia! Ricomincia ancora! E ancora!”

Nonostante la stanchezza, nonostante abbia perso un'amica e una guida spirituale, sono felice di sentire quella voce che non mi permette di abbandonare il campo. Significa che sono sulla strada giusta, che Dio non mi ha abbandonata in questo deserto, anzi, ne ha approfittato per stringermi più forte la mano. Ma mi atterrisce che non ce l'abbia lei, perchè qualcosa vuole pur dire. Ed è qualcosa di terribile.

Cari i miei genitori, forse dopo 21 anni che allevate figli vi siete scordati che la genitorialità non è gratuita, è a spreco, è amore a fondo perduto. È cominciare a urlare di dolore quando tuo figlio sta male, ma non perchè lui non sta realizzando i tuoi sogni, ma perchè non sta realizzando sé stesso. Ed è litigare fortissimo perchè ci si vuole bene. È cadere insieme a tuo figlio, prendendo una botta talmente forte da doversi fare amputare una gamba, ma avere ancora voglia di correre con l'altra.
È stare in silenzio, perchè la voce della tua creatura inizi a cantare e poi piangere di gioia.

Forse io sono troppo giovane, forse non ho ancora figli e poi mi ricrederò, forse solo un paroliere un po' romantico e mi rifiuto di vedere il mondo per com'è. Vedo solo quello che voglio vedere, che in altre parole è un mondo migliore.

coccola5

martedì 29 maggio 2012

*

Questi giorni sono stati contaminati dal silenzio: certo non quello della bocca, ma da quello interiore. Quello della mia anima che non sa trovare parole per dire la propria tristezza, il proprio sentimento di amaro che punge alla gola.

Ho scoperto che non c'è niente di peggio che vedere qualcuno buttarsi via, decidere la propria morte interiore, per qualche motivo. E non pensavo sarebbe stata così dura, ma sto cercando di mettermi l'anima in pace. Non c'è un'espressione più azzeccata, è proprio questa quella giusta.
Forse proprio adesso che tutti stanno mollando, tocca a me stringere i denti e rimanere. Se me ne andassi via, se lasciassi, avrei uno dei più grandi rimorsi della mia vita. E' un imperativo categorico.


Ti voglio bene, fratellino mio. Ti voglio bene anche se tu hai deciso di non amarti, di lasciarti andare e io non riesco a capire perché. Anche se mi sembra che tu abbia la testa bacata, più vuota delle zucche. A questo punto non posso fare altro che aspettare te, dietro la porta della tua camera che chiudi sempre a chiave. Cercherò di avere pazienza.



Nickelback - When We Stand Together
The right thing to guide us
is right here inside us.

coccola5

lunedì 21 maggio 2012

Di che torrente sei?

Acqua vera è ogni incontro. Se poi l'incontro è con Dio, con Gesù, è acqua che zampilla.
Ma se non c'è incontro, anche la religione, la religione stessa, diventa piatto moralismo, etica arida, senz'anima.
"Di che torrente sei?", chiedeva sempre il patriarca di Gerusalemme ai monaci che dal deserto salivano alla città santa. Di che torrente sei? Perchè presso ogni torrente era fiorita una laura o un cenobio.
 Di che torrente sei? E se sei del torrente di Cristo? L'acqua ti fa fiorire, l'acqua che zampilla per la vita eterna. Ti fa fiorire. Tu vedi nel vangelo la samaritana fiorire.
Non meravigliarti allora del deserto. La nostra vita poco o tanto conoscerà sempre questo essere aridi, questo essere riarsi. E dunque il problema non è poi tanto quello di avere sete, perchè nella vita avremo sempre sete, quanta! Preoccupiamoci invece dell'acqua e che sia dolce e chiara e non quella delle cisterne screpolate e stagnanti. Come avvertono i profeti.
[...]
Il problema, anche quello religioso, non è quello di spegnere la sete con le nostre facili, troppo facili risposte. C'è già tutta una mentalità, già lo ricordavamo, tesa a ottundere, a spegnere, c'è tutta una società di pompieri. Il problema è il pozzo a cui ti disseti, il torrente a cui ti disseti. Di che torrente sei?

don Angelo Casati, Incontri con Gesù

Lascia che mi inganni

Ti è piaciuto il film?
Un po' sì. Lo dici sorridendo, le labbra un poco piegate all'insù, gli occhi che si staccano dallo schermo e mi guardano, cosa che fai raramente. Piccola perla che si incastona nel mio cuore, nel ricordo di te.
E lo so che è solo un caso, che domani tornerai a dirmi che a tutto sei indifferente, non mi dovrei lasciare ingannare. Però decido di fare finta che sarà così anche nei giorni a venire.


Tu sorridi, e io mi commuovo.
Spero sempre di sorprendermi per cose grandi, e mai per quelle piccole. Devo abituarmi al contrario. Ti voglio bene, fratellino.  

coccola5
ps. mi viene in mente - e forse la cosa ha un senso - quello che diceva Enzo Bianchi in un'omelia che ho sentito a Bose, poco prima di Pasqua. Diceva che pensiamo sepre di essere noi a pregare Dio, mentre ci dimentichiamo sempre che è Lui a rincorrerci continuamente, a pregare noi. I momenti più belli, allora, sono quelli in cui diamo ascolto alle sue suppliche, a quel suo filo di voce che ci dice fermati un momento, lascia che ti spieghi!
fonte: Omelia di Venerdì Santo, Enzo Bianchi

sabato 19 maggio 2012

La furia compratrice di mia madre

Scritto così, fa un po' manuale di istruzioni. Che però, diciamocelo, ci vorrebbero sempre, per un matrimonio. Mi raccontava LM per telefono, e io puntualmente confermavo, che questi eventi possono essere delle piacevolissime occasioni di passare qualche ora con parenti e conoscenti, ma possono anche trasformarsi nella fiera del cattivo gusto. Quindi sì, un manualetto ci vorrebbe eccome! Ma, a dire la verità, volevo raccontarvi del mio matrimonio, quello cui devo andare oggi. A cui mi tocca andare, vorrei sottolineare.

A casa mia vige la regola che per ogni matrimonio serve un vestito nuovo. O per lo meno, finora a me è sempre andata così. Le ricerche iniziano con un mese abbondante d'anticipo, e precisamente quando mia madre inizia ad agitarsi e accende il disco: "Ma con i tuoi orari a scuola avremo pochissimo per cercare il vestito! Guarda che non è detto che ne trovi subito uno adatto!". In generale, una settimana o due dopo, io perdo la pazienza e acconsento a farmi accompagnare in grandissimi centri commerciali, dove naturalmente le ricerche non vertono solo sull'abito matrimoniale, ma anche su otto miliardi di altre scarpe, borse, maglie e pantaloni.
Come prevedibile, in capo a un pomeriggio ne ho fin sopra ai capelli di negozi, commesse invadenti e continui togli e metti di abiti. Di conseguenza, io e mia madre abbiamo messo a punto un modo per fare acquisti che consenta a me di non perdere la calma, e a lei di girare quarantaseimila negozi: il primo sabato cerchiamo - e a furia di girare, troviamo - l'abito, quello successivo le scarpe, il terzo borsa o eventuali accessori. Ne converrete, la più avvantaggiata è ancora lei.

Questa volta le cose sono andate un po' diversamente. In una giornata avevamo trovato abito e blusa da mettere sopra, e qualche giorno dopo abbiamo acquistato anche i sandali - ho ceduto per quelli col tacco -, quindi fondamentalmente ero a posto. Avendo deciso di non mettere orecchini per via dell'allergia e avendo adocchiato a casa una collanina perfetta, non avevo in programma ulteriori scampagnate nei centri commerciali. Di fatto, sono riuscita a evitarli, ma non la furia compratrice di mia madre che in mia assenza mi ha preso un altro paio di scarpe (chiuse, e ovviamente sempre con tacco) e una stoletta per coprire le spalle in chiesa. La cosa, onestamente, mi ha sconvolto non poco: mi manca solo un secondo vestito!
Parlandone un po', ci abbiamo riso su: il tutto si è rivelato quantomeno buffo, in effetti. Non mi era mai capitato di avere "due di tutto" per una sola occasione, fra l'altro con il vantaggio di evitare di acquistare di persona metà degli oggetti!

Lo avrete capito, in fatto di vestiti sono molto maschile. La mia semplicità rasenta quella dei monaci, ed è raro che decida spontaneamente un suicidio commerciale (mio neologismo per "suicidio conseguente a ore e ore trascorse in un centro commerciale"). Odio accompagnare chiunque a provare vestiti, scarpe, orecchini o collane e, se avrò in futuro un compagno, credo che non odierà questo mio lato. In caso di compagna, dovrò un po' smussarlo!
Non sento il bisogno di essere sempre trendy, chic, glamour, cool o come diavolo si dice. Preferisco un abbigliamento semplice e funzionale alle varie occasioni, e la cosa turbava, ai gloriosi tempi del liceo, le mie compagne che dicevano di impiegare mezz'ora la mattina per scegliere cosa indossare. Per me, che mi alzavo alle 6.20 e avevo il bus alle 6.48, sarebbe stato impossibile, anche solo per una questione di tempi. In genere aprivo l'armadio, sceglievo un paio di jeans, e siccome insieme ci sta bene tutto, una maglia qualunque andava benissimo. Le mie abitudini in questo senso non sono ancora cambiate.

Uno degli ultimi complimenti di mia madre è stato: sembri una muratrice lesbica! Non sa che sull'ultima parola, si sbaglia solo a metà. ;-)

coccola5

venerdì 18 maggio 2012

"Gay invalidi? Dateci la pensione!"

Visto che dei giornali italiani il solo a farne menzione è il Fatto Quotidiano, volevo diffondere anch'io questa sconcertante notizia.
A quanto pare, i prontuari dell'Inps classificano ancora l'omosessualità come una malattia invalidante. Di conseguenza, alcuni attivisti della comunità Lgbt si sono recati presso una sede dell'Inps di Torino per depositare la richiesta di una pensione d'invalidità. Mi viene da dire che hanno fatto benissimo!
Vi linko qui sotto il video pubblicato dal quotidiano.




Evidentemente, siamo nel 2012 solo temporalmente.
coccola5, allibitissima
ps. fonte: Fatto Quotidiano

giovedì 17 maggio 2012

Se saprei

Ci voleva Lady Oscar, e un po' di sana scrittura autocostretta, a farmi riprendere la grinta. Mi diceva un caro amico, tempo fa, sei granitica. Voglio dimostrargli che non ha torto, quindi gambe in spalla e si riprende la marcia.

Al momento, perdonerete l'assoluta mancanza di fantasia scrittoria, la mia mente ha stilato solo un elenco di cose assurde, ironiche o decisamente fastidiose, a seconda del caso.
Il numero impressionante di ragazzini che fuma, per esempio. E non sono stordita, non me ne sono accorta solo ora, ma la cosa mi lascia comunque attonita. Faccio una fatica bestiale ad abituarmi alla vista di ragazzini che prima di scendere dal bus, preparano accendino e sigaretta fra le dita.
Una trattoria che porta il nome "al Senato". Non ho la più pallida idea di cosa aspettarmi.
La scrittura di Isabel Allende che ogni tanto mi fa ridere. Non so come, mi sono innamorata di un'autrice spagnola.
Decisamente fastidiosa, invece, è la volgarità dei quindici anni che usano termini delicati come "cazzo" o "figa", per tacere dei peggiori, come sopraffini intercalari. Non sopporto questa scurrilità gratuita e, concedetemelo, assolutamente immotivata.

Mi lasciano comunque massimamente inorridita frasi del tipo "se saprei come aiutarti, lo farei sicuramente". Se avrei, e fortunatamente mi manca, una grammatica pronta all'uso, te la darei in testa.
Non cambierò mai, questo è poco ma sicuro.

coccola5

sabato 5 maggio 2012

Maledetta primavera

Lasciami fare
come se non fosse amore,
ma per errore
chiudi gli occhi e pensa a me.
    Loretta Goggi - Maledetta primavera


Portate pazienza, non scrivo molto di nuovo. Se scrivessi, non ne uscirebbe niente di positivo e anzi, ogni volta che mi fermo a pensare, mi salgono le lacrime agli occhi.Ogni tanto dimentichiamo che abbiamo il dovere di fare di tutta la nostra vita un capolavoro, e ci immergiamo fino al collo in tante brutture.

Non è tempo di guardarsi troppo indietro, ora proprio non me lo posso permettere. Posso solo andare avanti, e aiutare gli altri a farlo al meglio delle loro possibilità. Questo mi si chiede, e questo sia. Nessuno me lo ha chiesto esplicitamente, solo il mio cuore lo sente come un dovere inappellabile. E non scambiate questo per servilismo, anzi. In questi giorni avrei voglia - e probabilmente bisogno - di trasferirmi per un poco da chiunque mi offra ospitalità, ma non sarebbe giusto. E' qui il mio posto, almeno per un altro po'.

coccola5
ps. non abbandono il blog, ci mancherebbe. Nemmeno mi prendo una pausa, ma è giusto che sappiate che se qualche post sarà laconico, vagamente intriso di malinconia, non ci posso fare niente. Farò il possibile per scrivere, e scrivere molto. Vi abbraccio. Portate pazienza se non vi spiego tutto esplicitamente, non posso farlo. Non su un blog, pubblico o privato che sia. Converrete con me che la rete di Internet, proprio perchè pubblica e a tutti accessibile, non è la sede adatta a contenere informazioni che per loro stessa natura devono rimanere riservate.

martedì 1 maggio 2012

Limitless - Infiniti, noi


Non voglio recensire Limitless, anche perchè non so una mazza di inquadrature, registi e attori, a malapena la mia testa ricorda chi è George Clooney e in ogni caso guardo solo storie vere o verosimili, commedie all’italiana e film adolescenziali americani. Del film, come storia, voglio solo dire due cose: la prima, che prendono sempre attori con gli occhi azzurri e sta diventando una mania, la seconda, che non capisco perché ogni fighetto americano deve per forza essere un genio dell’alta finanza. È un’altra mania! Personalmente io trovo che siano fighissimi gli autisti di bus: con la mia parlantina, ho conosciuto tutti quelli di Verona e uno mi ha anche riaccompagnata a casa una sera che mi sono addormentata. E sono fighissimi anche i tipi che fanno le pulizie, soprattutto stranieri: guarda caso, quando lavoravo al Gallo’s i miei migliori amici erano i cingalesi, e al Vinitaly ho conosciuto uno degli ultimi anarchici che spazzava il pavimento del padiglione con gli anfibi.

Detto questo, non capisco perché, anche volendo sfruttare il 100 per cento del nostro cervello con una pillolina, dovremmo per forza imparare libri di medicina a memoria e fare i dr. House della situazione, o diventare, lo ripeto, geni della finanza che puntano tutto su azioni sull’orlo del fallimento. In genere si vede questo nei film: questi ragazzetti saputelli e impavidi, accompagnati da fidanzate disponibili e con la faccia un po’ spaventata, generalmente corrotti e insider trader. Così, io che sono sempre bastian contrario, come dice mia nonna, vi volevo fare una domanda: cosa vorreste fare se poteste sfruttare tutto il vostro cervello?

Io probabilmente sarei una psicologa squattrinata in balia del pervertito di turno, ne sono convinta. Andrebbe più o meno così: comincerei a capire la psiche delle persone, il mio spirito da crocerossina mi farebbe aiutare un malato di mente, che poi però riuscirebbe a farmi pena e alla fine lo giustificherei per ogni cosa, lo aiuterei anche in qualche follia illegale, tipo scappare in Svizzera con una montagna di soldi. Anche se ho sentito che le Seychelles stanno diventando meta ambíta dai truffatori moderni (ero finita in una cosa orribile mesi fa tramite Internet, poi cercando bene ho scoperto che era una truffa e che tanti altri ci erano cascati, poi hanno beccato l’azienda, ma nel frattempo minacciavano di far credito a una certa Giulia Monviso che abitava in quel di Treviso, ossia io che in un momento di scazzataggine mi ero registrata con nomi assolutamente fantasiosi). Ora che mi sono predetta la fine del mondo, veniamo al meglio. Forse farei davvero la psicologa, o forse farei volontariato ventiquattro ore al dì, ma non per spirito di aiuto, semplicemente per capire i rapporti fra le persone, per conoscerle a fondo.

È una cosa che amo da poco tempo, da quest’anno forse. Come ho già detto varie volte a LM per telefono o Skype, sono una persona decisamente antisociale, antipatica come una sveglia alle 4 del mattino (e non dite il contrario!), e proteggo da qualunque cosa la mia solitudine. Vorrei chiarire alcune cose: non sono una psicopatica, né soffro di personalità multipla, come qualche lettore potrebbe pensare leggendo questo post ma, davvero, guardatevi dall’incontrarmi un giorno in cui ho la luna storta. Non sono antipatica perché ce l’ho a morte con qualcuno, lo sono per definizione, per amore del sarcasmo. Il discorso della mia solitudine si spiega abbastanza velocemente, adoro vivere al massimo con poche persone, motivo per cui i miei amici sono gli stessi ormai da qualche anno, li conosco benissimo e viceversa e parliamo di tutto, o meglio, ci capiamo su qualunque cosa. Altrimenti, non sono amici per me. E i miei amici sono quasi degli innamorati per me, degli amori senza sesso. Queste due combinazioni fanno sì che adori stare a guardare, spesso e volentieri, come gli altri si rapportano fra loro, guardarli baciarsi, sorridersi, abbracciarsi, litigare, fare cose stupide o migliori di come le farei io, piangere, ingrassare e invecchiare. Va be’, anche dimagrire, se capita, e arrabbiarsi. (Adoro le tragedie greche, e gli assassini nei film cominciano a farmi ridere, quindi se la gente si incazza e io non centro né ho causato la lite.. mi godo lo spettacolo!) Ma sto a guardare, e forse provo una leggere invidia per ciò che non so fare, ossia metà delle cose suddette. Forse. Solo a volte, solo certi giorni. So che sono nata come una ciambella senza il buco (in campo sociale, intendo), e adesso sono riuscita a farlo col coltello: è un buco artigianale, più piccolo e brutto degli altri, ma è un buco.

Comunque sia, vorrei migliorare le relazioni tra le persone. Sono una cosa meravigliosa, anche quando ci si accapiglia, e meritano di essere vissute fino in fondo, comprese fino nelle viscere. Sono la nostra luce, sono il nostro specchio e il nostro punto di riferimento, e ogni tanto vorremmo prenderci a pugni. Ma non perché l’essere umano è così da sempre, solo perché l’altro non è noi, non è come lo vorremmo. Come ce lo aspettavamo.

Non credo, francamente, che abbiamo bisogno di una pillola trasparente per questo. Dobbiamo solo stare fra la gente, imparare a stupirci di tutto e di niente, imparare che siamo diversi – e a volte anche cretini, anzi spesso – e dobbiamo abbassarci, per poi rialzarci. Raccogliere l’altro, per innalzarci insieme.

coccola5
ps. a quanto pare non riesco a evitare di concludere cristianamente, eh?! :p
pps. lo risottolineo: non chiamate la neuro!