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martedì 15 ottobre 2013

(Not) all good things come to an end

Le cose belle degli ultimi giorni sono tante, così ho deciso di non raccontarvele tutte, altrimenti scriverei un tema di sei pagine. Vi farò solo un elenco dettagliato di emozioni e little things.

Pesarsi di lunedì mattina dopo quasi due mesi e scoprire di aver perso tre chili senza aver fatto una qualunque dieta. L'ho rischiata grossa a pesarmi alle 9 di lunedì, ma ieri mi sentivo come se avessi vinto al SuperEnalotto!
Scoprire che in bocca non hai un vaso di pandora delle malattie come pensavi, devi fare una pulizia e rimuovere due cariette, per altro piccole e non dolorose. Il dolore, sicuramente causato anche dall'ansia, è notevolmente diminuito, e chiaramente anche il mio malumore.
Trovare il messaggio della tua amica A. che ti chiede com'è andata la visita dal suddetto dentista. Tra parentesi: negli ambulatori e ospedali della mia zona il personale è di una scortesia unica, una cosa inaudita...
Le trasformazioni di giornata: partire in ritardo perché la metro è piena, arrivare con dieci minuti di ritardo a lezione, ma scoprire che la prof non è ancora arrivata e non farai la figura della ritardataria.
Riuscire a incrociare tuo padre perchè lui torna da un viaggio e tu parti per Milano, ma siete riusciti a salutarvi e baciarvi.
Il treno che parte e arriva, perchè non è detto che sia così, in perfetto orario.
Ascoltare canzoni di Gianna che non sentivi da un po' e pensare, proprio come un anno fa, che sono sempre meravigliose.
Tradurre per tre ore dal tedesco e non sentirti stanca. Pensare che è una lingua stupenda, che addirittura ti piace più dell'italiano.

E poi prendere e mangiarsi una cotoletta per pranzo.

coccola5

lunedì 21 maggio 2012

Lascia che mi inganni

Ti è piaciuto il film?
Un po' sì. Lo dici sorridendo, le labbra un poco piegate all'insù, gli occhi che si staccano dallo schermo e mi guardano, cosa che fai raramente. Piccola perla che si incastona nel mio cuore, nel ricordo di te.
E lo so che è solo un caso, che domani tornerai a dirmi che a tutto sei indifferente, non mi dovrei lasciare ingannare. Però decido di fare finta che sarà così anche nei giorni a venire.


Tu sorridi, e io mi commuovo.
Spero sempre di sorprendermi per cose grandi, e mai per quelle piccole. Devo abituarmi al contrario. Ti voglio bene, fratellino.  

coccola5
ps. mi viene in mente - e forse la cosa ha un senso - quello che diceva Enzo Bianchi in un'omelia che ho sentito a Bose, poco prima di Pasqua. Diceva che pensiamo sepre di essere noi a pregare Dio, mentre ci dimentichiamo sempre che è Lui a rincorrerci continuamente, a pregare noi. I momenti più belli, allora, sono quelli in cui diamo ascolto alle sue suppliche, a quel suo filo di voce che ci dice fermati un momento, lascia che ti spieghi!
fonte: Omelia di Venerdì Santo, Enzo Bianchi

sabato 22 ottobre 2011

Se altri possono, io no

Premessa.
Mi sembrava giusto inserire una breve premessa a questo post. Questa sera ho voluto scrivere di un argomento, quello della fede, che mi è più caro di tutti gli altri. Giunta a questo punto, all’inizio di un cammino di animatrice, mi sembrava giusto farlo. Anche qui sul blog, non posso fingere che il Grande Capo sia un aspetto marginale della mia vita. Significherebbe mentire a me stessa e, dopo tutto, anche a voi. Naturalmente ciò che vi racconto ha valenza per me, è un’esperienza personale e bella. Ma, in fin dei conti, innamorarsi del Grande Capo vale davvero la pena.

Negli ultimi tempi, come avrete notato, ho inserito qualche pensiero legato alla fede, e in settimana ho aggiunto alla colonnina laterale del template la preghiera del mattino. Questo di fine estate è stato, ed è ancora, un periodo di cambiamento, di trapasso, per essere esatti. Di trapasso, lento e difficile, da una condizione ad un’altra. Per me, che fatico particolarmente ad affrontare cambiamenti di qualunque genere, avere iniziato tutta questa ‘cosa’ è già un passo avanti.

Si tratta di rimettere a posto la mia vita. So che in genere questa viene classificata come un’odiosa frase fatta ma, credetemi, I mean it. Negli ultimi mesi ho assistito al lento ed inesorabile naufragio di una barca – la mia – nelle acque profonde e spaventose di un immenso oceano. Ci sono stati dei momenti difficili, perché a volte mi sembrava di non riuscire a modificare tutto questo ma, a quanto pare, mai dire mai. Diciamolo, i bei voti all’università, ottenere ciò che voglio quasi senza sforzo, godere di una libertà pressoché illimitata, non mi danno la felicità. Sono piccoli istanti che paiono soddisfarci, ma poco dopo già li abbiamo dimenticati.

L’anno scorso la nostra parrocchia ha accolto don D., il nuovo curato. Io l’ho conosciuto in una serata organizzata dagli scout cui era presente come ospite. Siamo entrati subito in sintonia: abbiamo una certa affinità di carattere, il che, essendo io in linea generale un’antisociale, facilita parecchio le cose. Inizialmente ci incontravamo sporadicamente, per caso, poi ci siamo accordati per vederci più di frequente. Un tacito accordo fra noi stabiliva, in sostanza, che io mi lasciassi guidare. Durante i primi incontri ero io a condurre la conversazione, a parlargli dei miei cavalli che mi ‘distraevano’ dall’Eucarestia domenicale, delle mie rade amicizie e dei miei rapporti a casa e con ‘quello là in alto’. Poi, di punto in bianco, mi sono ritrovata a dover rispondere a delle domande semplici, dirette: “ma tu glielo lasci un posticino a Gesù Cristo nella tua vita?”, “ogni tanto riesci a pregare?”, e una domanda tira l’altra. Mi sono ritrovata a un incontro per animatori di adolescenti mercoledì sera, coinvolta da una persona che stimo e, amo pensarlo, trascinata – a forza, direi! – dall’amore di Quello là in alto, del Grande Capo. E nemmeno due giorni dopo, don D. mi chiede se non vorrei diventare animatrice. Chi, io? Vedi qualcun altro qui? Allora proprio io. Sì, cosa ne pensi? Penso che la cosa mi elettrizza e mi spaventa. È normale avere paura. Dici? Dico. Accetto la “sfida”. Bene, si comincia stasera. Sei libera, no? Sono libera, sì.
Parlavo del mio rapporto con il Grande Capo – chiamiamolo così il mio Gesù Cristo, almeno per il momento – con F. giusto sabato scorso. E anche a lei ho fatto lo discorso che ho fatto con altri, e che è il punto focale di questo post.

Non è che non si possa vivere senza Gesù Cristo. Ce ne sono di persone che vivono senza, e anch’io ho avuto dei momenti di lontananza. La differenza sta nel modo in cui si vive, e io senza di Lui faccio una fatica bestiale. Quando sto con Lui faccio fatica, ma questa sensazione così grave si tramuta in sollievo e serenità. Io non sono convinta, a differenza di quanto diceva il mio amico LM qualche post fa, che la felicità sia questione di un attimo fugace. La felicità è uno stato che perdura nella misura in cui vogliamo che questo momento si prolunghi. 

E, per quanto io ci giri intorno, è con Gesù Cristo, con il Grande Capo, che sono felice. Sono esageratamente felice, perché conosco la portata del dono che mi è stato fatto, e cioè conoscere Lui. I momenti più belli sono quelli in cui Lui c’è. E non sono felice per un attimo, lo sono, passatemi il tecnicismo, continuativamente.

In altre parole, se altri possono vivere senza di Lui, io non posso. Non l’ho deciso io, l’ha deciso sempre lui, il Grande Capo. Il fatto è che vivere con lui significa ricevere un invito a nozze: e non si può dire no.

coccola5

martedì 26 aprile 2011

Due giorni

Andate, gone. Sia Pasqua che Pasquetta. Due belle giornate. Domenica eravamo a pranzo con i nonni materni: mia madre aveva scelto un ristorante carino qui in paese. Il pranzo, devo dire, è stato lunghissimo. Siamo riusciti a scappare via soltanto alle 15.30! Subito dopo, abbiamo deciso di fare un salto dai parenti di mio padre: ho rivisto tutta l'allegra ciurma. Ci siamo trattenuti, alla fine, sino alle 21, il tempo di tornare a casa e cosa non trovo nei messaggi? Un sms del mio curato che mi invita a mangiare una fetta di colomba e brindare alla Pasqua. La voglia di andarci non abbondava, sovrabbondava invece la stanchezza, ma a non andare mai da nessuna parte passi per l'antisociale di turno. E io godo già ampiamente di questa considerazione. Borsa, allora, giacchetta e via.

Via come il vento, come un lungo fulmine.

Ieri gitina a Brescia con F. Desideravamo visitare la mostra di Matisse al museo di Santa Giulia. L'esposizione era carina, valeva decisamente la pena e i soldi del biglietto (11 euro con la tessera studenti): oltre all'esibizione era possibile visitare il museo e parte dell'ex convento. Devo sinceramente confessarvi che, dopo due ore di visita, volevamo entrambe uscire!
Non abbiamo fatto a tempo a visitare anche la città: abbiamo visto solamente una chiesetta arroccata dei saveriani, un posticino raccolto e simpatico. Un angolino bresciano semplicissimo, probabilmente rimasto senza fondi. Non c'erano le classiche panche per la Messa, soltanto delle sedie di plastica disposte l'una a fianco all'altra, alcune nere, altre marroni. L'abside era di grande sobrietà: soltanto un altare ligneo e, in fondo, appeso alla parete, un grande crocifisso. Mi piacciono questi posti così poco pieni di non-Dio e ricchissimi di una presenza quasi tangibile.
Ma Verona è sempre la migliore!, abbiamo commentato ridendo io ed F. tornando in stazione. Probabilmente sì; per me ha sempre avuto quel giusto miscuglio di tutto, ne sono sempre stata innamorata. Non potrei mai pensare di non rivederla mai più, anche se vorrei trasferirmi in pianta stabile all'estero. Ne ho bisogno, come di una piccola droga.

RItorno di fiato e di sudore. Ritorno in treno, regionale strapieno di gente. Più speravamo che si svuotasse e più si riempiva. Almeno fino a Verona, dove poi una folla informe si è catapultata sul binario. Ho salutato F. e ho proseguito fino alla mia cittadina.
Casina, cena, film e letto.
Si ricomincia, come sempre. Buona settimana anche a voi!

coccola5 (fra poco di ripetizioni! Brr!!)

martedì 8 marzo 2011

California


Siamo noi la california,
siamo noi la libertà,
siamo noi che lo guardiamo
e ci sembra ancora cielo.

Gianna Nannini - California


 



Tutto quello che sogniamo e con una scusa immaginiamo distante, tutto quello che vorremmo e per cui non abbiamo mai allungato la mano, tutti i sorrisi che non riceviamo e che non abbiamo regalato, tutto quello che ci sembrava orribile e mediocre e tuttavia lo abbiamo fatto.
Ma anche tutte le scalate che faremo verso il cielo, tutta la buona musica che ascolteremo e le persone cui daremo ascolto, tutti quei posti loschi in cui andremo e tutte quelle persone poco raccomandabii che vorremo conosere. Tutti quei giorni che spaccheremo di gioia.

coccola5

mercoledì 23 febbraio 2011

Grazie 1000

In piedi da un'oretta. Sveglia fantastica: il telefono che continuava a suonare. Ma non fa niente. Sono riuscita ad alzarmi presto, così finirò di studiare per l'esame di domani (Economia Aziendale per i curiosi!).

Colazione con un caffelatte e due fette biscottate. Ci ho messo tutto il mio impegno per finire il caffè, mi sono abituata a non fare colazione.

Ho ascoltato un po' di canzoni della mia Gianna. Devo prepararmi per il concerto! :) Ho scoperto tantissime canzoni bellissime, come Come un treno. Ha una forza inesauribile quella cantante. Ne parlavo qualche tempo fa: ogni volta che canta sorride immensamente e, sapete, a volte la senti sorridere nelle canzoni. L'anno scorso, a coro, il nostro maestro ci aveva spiegato come cambia la voce quando si canta sorridendo: è difficile da spiegare ma si percepisce.

Volevo solo dire grazie, questa mattina. Nonostante la sveglia sono serena e sorrido anch'io. Nonostante le mie guerre fredde, riesco a sfoggiare un sorriso tenace. L'altra settimana, quando ho litigato con mia madre, ne ho parlato solo con E. Mi sono resa conto che spesso le persone non capiscono o preferiscono non sapere. La sera che ero fuori con lui e S. mi sono un poco lasciata andare. Anche S. mi ha raccontato della sua famiglia un po' interrotta. La cosa non mi ha consolata: vorrei che fosse sempre tutto bellissimo.

Se lassù c'è qualcuno, non mi fa sentire mai sola. E di sicuro, oltre il cielo e fra le stelle la sera, un Dio c'è. Anche nei momenti brutti ne sento la mano, il tocco delicato e sicuro sulla pelle e sul cuore. Prego solo che resti.


Quando il mondo mi sembra migliore,
anche solo per un attimo,
quando sento che ce la posso fare
sento che
per ogni giorno,
ogni istante, ogni attimo
che sto vivendo
GRAZIE MILLE!

Max Pezzali - Grazie 1000
 



coccola5

giovedì 17 febbraio 2011

The power of dreams

Per migliorare un poco la mia conoscenza dell'inglese e del tedesco, mi sono iscritta ad alcuni podcast della BBC e di qualche radio bavarese. Con l'inglese va abbastanza bene, col tedesco c'è qualche problemino, ma migliorerò. E il podcast di oggi si intitola The power of dreams. Chissà perchè, si collega straordinariamente bene a quanto è successo ieri a cavallo.

Un piccolo miracolo. Miracolo è l'unica parola giusta, perchè un cavallo che fino a sabato aveva paura della sua stessa ombra e che ieri faceva quietamente (o quasi) tutti gli esercizi mi ha fatto davvero commuovere. Faceva gli slalom, le barriere, le diagonali con tutti gli altri cavalli al trotto. Al galoppo non abbiamo fatto quasi nulla, non ne voleva sapere, ma va bene così. Va splendidamente così.

Nel pomeriggio sono tornata dai miei ragazzi, i due ragazzini delle scuole medie cui dò ripetizioni. Uno di loro ha la verifica di inglese domani, così gli ho dato una mano a prepararsi, facendo qualche esercizio. E' molto recettivo, e con un minimo sforzo può ottenere degli ottimi risultati. E' stato bellissimo quando oggi, prima di andarmene, mi ha detto: Ma abbiamo già finito? Ecco, sarei rimasta anch'io fino a non so quando, a raccontargli tutto l'inglese che so. Un grandissimo sorriso.

Ed E.? Ci siamo visti venerdì scorso, nel pomeriggio. Siamo andati insieme a un centro commerciale e la sera siamo andati a bere un caffè assieme. Mi ha scritto poi l'altro ieri, all'1.15 di mattina, chiedendomi se il giorno dopo mi andava di fare un giro con lui. Inutile dire che a quell'ora dormivo e ho visto il messaggio molto più tardi.. Mi è dispiaciuto.. Ma recupereremo! In ogni caso, hanno sempre un che di bello le nostre uscite: oltre a JW, è un'altra delle cose che mi mancano tutti i giorni, come un battito al cuore.

coccola5

giovedì 10 febbraio 2011

My hero

Sono stata nuovamente da JW, dal mio piccolo. Inutile che vi confessi i miei timori. Alle volte, quando mi sento un po’ scoraggiata, mi chiedo se sto facendo la cosa giusta. Portarlo a “rieducare” e risalire io. Oggi l’ho fatto girare alla corda, molto tranquillamente, poi siamo entrati in campo. C’erano altri cavalli che facevano esercizi di salto, noi andavamo al passo. I primi due o tre giri li ha percorsi con la testa semigirata, timoroso che ci fosse qualcuno dietro, poi cambiando di mano si è calmato relativamente. Una ragazza ha cambiato galoppo arrivando da dietro e JW, spaventato, ha fatto un altro dei suoi salti pazzeschi. Non sono caduta, ormai ho un buon assetto. So che non posso pretendere che sia subito perfetto, è molto egoistico da parte mia. È che alle volte ho paura di non farcela, di non essere abbastanza brava, abbastanza decisa per lui.

Io lo so che certe carezze le riserva soltanto a me, e non ad altre persone, ma alle volte mi chiedo se vogliano dire veramente qualcosa. Perché questa paura gli impedisce di fidarsi di me? Va tutto bene, piccolo, va tutto bene, tesoro mio. Continuo a chiamarlo con la voce, ad accarezzargli il collo, le orecchie. A sfidarlo a suon di baci e abbracci a chi ne concede di più.

Ci sono questi momenti di down, di domande interiori che spaccano. JW sembra essere l’unico argomento che meriti una parola, in questo momento. Sono l’unica a occuparmi di lui. Mio padre, al solito, ha pagato senza essere minimamente interessato alla cosa. Mia madre considera tempo sprecato parlare di lui. Io vado su due volte la settimana, mi faccio un mazzo quadro – e ben volentieri, si intende – per conciliare ripetizioni, lavoro, cavallo, amici e studio. Dicono tutti che devo avere pazienza. Mi auguro che abbiano ragione. È solo che io non me lo ricordavo così, il mio JW. Era più coraggioso anche lui.

You are my lost cause, you are my hero. Keep holding on.

coccola5

domenica 30 gennaio 2011

Ti voglio bene

Cammina con l’eleganza di un cavallo, conversa e comportati con la grazia di una regina.

Questa frase si è insinuata nella mia mente questa sera, poco prima di vedere E. Il suo compleanno è stato in questi giorni. Non vi dico il giorno esatto semplicemente perché, come ormai avrete capito, sono gelosa di tutto ciò che lo riguarda. Perfino del suo nome. Un mio compagno di corso si chiama in modo simile a lui, ma non riesco ad affibbiargli lo stesso soprannome. Come se conoscessi una ragazza che si chiama Valeria, che abbrevio in “Vale”, e una che si chiama Valentina. Il soprannome sarebbe lo stesso, ma nel caso del mio compagno non riesco a concepire di poter chiamarlo con lo stesso soprannome di E. Okay, discorsi non poco contorti, ma fa niente.

Abbiamo festeggiato allo Skylight Disco. La mia discoteca di sempre. Dove anch’io avevo festeggiato l’anno scorso. Quanto sono stata bene, questa sera, lo so soltanto io. La musica era ottima, la discoteca giustamente affollata e la compagnia superba. Ho conosciuto S., una sua amica di cui mi aveva parlato tempo fa. Una ragazza molto piacevole, che abita molto vicino a me. Ne abbiamo approfittato per farci una bella chiacchierata mentre E. salutava degli amici.
Abbiamo bevuto un aperitivo veloce prima di entrare in discoteca. E. era strafelice, continuava a fare battute, a lavare il silenzio, a ridere di noi tre con noi. Qualche battuta l’ha riservata anche a me, naturalmente (eravamo rimasti a Capodanno, noi! Devi recuperare, eh?, gli ho detto scherzosa), per la mia borsa hippy e multicolor, che, guarda, mi ha proprio rovinato la serata!, e io che lo sapevo, E., lo sapevo.

E lui che mi dice lo sai che ti voglio bene e questo suo “ti voglio bene” arriva così inaspettato, arriva pubblico e per nulla canzonatorio. Arriva fisso e mi colpisce lì, in quel punto imprecisato tra il diaframma, il fegato e lo stomaco. È colpa tua, E., se poi mi viene una gastroenterite infinita, lo sai?! Io che mentalmente elenco una sfilza di cazzo, cazzo, cazzo e intanto rispondo anch’io ti voglio bene, e tanto. E lui adesso non prendiamoci troppa confidenza, eh?!, mi dice ridendo. Ma due minuti dopo porta la mano sulla mia guancia per una carezza veloce. Un altro colpo . Per qualche minuto S. sparisce dalla mia vista, dalle mie parole, mi arresto improvvisamente e involontariamente. Mi sforzo non poco per fingere che ti voglio bene sia nella nostra normalità e continuare la conversazione. E. ci guarda conversare con una faccia che dice “che betoneghe!” (in dialetto veronese ha un significato meno forte e negativo di “pettegola”, alle volte è usato, come in questo caso, in maniera scherzosa per indicare due ragazze che chiacchierano parecchio), ma non mi dice che è orgoglioso di me, di questa brava ragazza, troppo brava ragazza così timida che però parla subito anche con le sue amiche senza farsi nessun problema.

Pure in discoteca mi coinvolge spesso, come suo solito, del resto. Si riserva di toccarmi il seno da sopra la maglia (questo lo spiego dopo, non è un pervertito!) mentre io gli blocco le mani nelle mie. Sono percorsa da un brivido visibile e netto, terzo colpo della serata. Infarto incombente, pare. Perché lui non ritira più le mani come faceva un po’ di tempo fa per evitare il contatto fisico. Perché lo fa con un sorriso ma dentro è serio, e io lo percepisco distintamente. Perché io ho una strafottutissima paura. Vai piano, E. Così mi fai male. Mi fai malissimo, mi terrorizzi. E, cazzo, cazzo, cazzo, ...

Io devo uscire dalla discoteca alle 3. Passando davanti al guardaroba gli mando un bacio in aria, come a dirglielo. Come vai via, coccola??  Mia mamma mi aspetta a casa: dai, coccola, resta ancora un po’; in fondo è il mio compleanno.. mi dice E. Vorrei spiegargli che non è il casso di tirare la corda, che la famiglia è di quelle che non si contrattano gli orari, anzi ringrazia che t’ò lassà ‘nar fora (“ringrazia che ti ho lasciato uscire”). Ma taglio corto, sono già in ritardo, non conosco abbastanza S. per fare discorsi, la musica sovrasta le parole e non voglio urlare. Se vuoi domattina ti passo mia mamma al telefono, gli dico. Va bene, va bene, vai, mi dice con la voce di chi ha capito al volo. Scoppiamo a ridere, ci baciamo davvero, questa volta. La barba di un giorno punge piacevolmente sulle labbra. Ti chiamo in settimana. E poi vado. Recupero il mio cappotto inglese e la borsa hippy pensando che dovrò seriamente procurarmi un’altra borsa, perché ne ho bisogno davvero (quella “normale” nera è troppo piccola e non ci sta dentro molto per una che si porterebbe in giro tutta la camera) e perché vorrei evitargli un infarto. Scherzo! Saluto con grazia L., amica di E. che conosco, quando mi lascia il cappotto e volo a pagare. Andando alla macchina, un padre in suv aspetta la figlia. Sembrano così fuori luogo persino nelle loro auto i cinquantenni, qui. Un gruppo di ragazzi ammiccano, ipotizzano che io non abbia freddo dato che non ho chiuso la giacca, che forse gradirei di andare a pisciare con loro e poi che forse no, dato il mio portamento e la mia borsa snob. Che anche le borse potessero essere snob non lo sapevo, comunque okay. Lo terrò a mente. Ripenso a E., forse aveva ragione. Bah. Li ascolto semplicemente senza nemmeno girarmi, per non dargli modo di fare battute, non desidero nemmeno mandarli a vaffan. Anche l’ultimo pezzetto, un tipo mi suona e un altro mi guarda desideroso. Vado alla macchina, apro e salto dentro in trenta secondi. Non uscire mai più da una discoteca da sola, annoto mentalmente. Avvio il motore e volo a casa. Sono felicissima.

Arrivando dal vicoletto di casa mia, spengo i fari e rallento per non farmi notare (tanto c’è il lampioncino di casa nostra), accosto con calma ed entro misurando ogni passo, sollevando i tacchi perché non facciano rumore. Vado in cucina a prendere un bicchiere di latte. Come fa E. solitamente, anch’io lo prendo freddo. Accendere il microonde farebbe rumore e poi è buonissimo anche freddo, gli lascio qualche minuto per arrivare a temperatura ambiente. Intanto mi accuccio sul pavimento. Alzo le gambe e le stringo contro il petto, tenendole allacciate tramite le braccia. Faccio aderire le mani all’interno dei gomiti, le ginocchia ai seni e me ne sto così per un minuto. Serve a raccogliere i buoni sentimenti, a farli irradiare a tutto il corpo. Poco dopo faccio un ponte. Mi inarco bene come mi avevano insegnato a ginnastica artistica, con una mano mi tocco la maglietta. Mi va leggermente larga. Stringo la minigonna di jeans alla vita per sentire se è larga e quanto. Mi rende felice il fatto di non ingrassare, dopo tutto. Tengo irrimediabilmente alla mia vita stretta, ed è la seconda cosa, dopo le sopracciglia, che guardo in chiunque. Secondo me E. lo sa che osservo queste cose. Scendendo dal ponte porto le mani dietro la testa, resto leggermente alzate con i piedi. Tocco il collo del piede in tensione. Che bello sentirlo attivo, potente. I nostri piedi potrebbero sempre ribellarsi, alla fine. Come i cavalli. Soltanto che i cavalli sono liberi. Liberi come l’aria, liberi come la Vita. Come dovremmo esserlo anche noi.

Mi infilo a letto e sono felice. Sono felice.
Certe cose potrebbero rovinare la giornata, a pensarci, ma sapere di avere degli amici forti che si prendono cura di noi è importante. Io ho E. ed F. Mi è dispiaciuto per D., mamma dice che a non essere un amico vero è E., ma è il solo che si ricordi di chiedermi ogni volta come sta mio papà, a domandarmi perché con mia madre c’è un così cattivo rapporto. È il solo che si prenda cura di me a livello “fisico”, tramite la carezza, i capelli.. D. mi scrive nei messaggi ciao, come stai?, come un’adolescente che non sa a chi spedire un sms. Come vuoi che stia? Tu ti perdi interi pezzi della mia vita e poi pretendi di continuare a leggere dove avevi lasciato il segnalibro. Non ho il tempo e la voglia di spiegarti cos’ho fatto negli ultimi due mesi. Da novembre, quando mi hai detto che per me avresti avuto tempo solo a febbraio. F. ed E. si fanno un mazzo quadro perché ci vediamo, tu neanche un pochino. Tu rimandi, tu te ne freghi. Hai il moroso, lo so. Ma anche F. ce l’ha e divide le serate, e anche E. potrebbe benissimo averlo. Cosa centra? Una settimana, sette giorni. Se non sei un polpo, troveremo un giorno che vada bene a entrambe..
Anche le osservazioni di uno in maneggio sul fatto che non sono risalita dopo l’impennata di JW e malissimo, giovine, malissimo potrebbero innervosirmi. Eppure qualcuno c’è sempre.
Ci siete sempre stati, e allora grazie. Solo grazie. Che altro potrei mai dire?

coccola5
Ps. prima dicevo che E. mi ha toccato il seno. È inesatto.. Avevo una maglia nera larga, con il collo quasi a barchetta, e a livello delle spalle ci sono due catenelle. Credo che volesse prendere queste, ma siccome stavo ballando le mani le ha messe praticamente dappertutto! D’altra parte è la prima volta che concedo la mia fisicità a qualcuno, non fatela tragica!

lunedì 24 gennaio 2011

Partire volevo


Partire volevo, ma a cavallo.
  Arianna Corradi

Il nuovo libro che sto leggendo, finalmente sui cavalli. Stasera vi racconto per bene. Buona giornata a tutti!

coccola5

Aggiornamento serale. La frase iniziale non è in realtà il titolo del libro (Quel sogno di partire a cavallo), ma una frase in esso contenuta. L'ho iniziato stamattina, fra treni e autobus. Mi ha messo serenità, mi ha lasciato il sapore della terra, del cielo e del vento. Arianna, autrice del libro, racconta il suo viaggio interamente a cavallo da Susa sino a Canterbury, in Inghilterra, andata e ritorno. Dotata esattamente del minimo indispensabile, resterà in viaggio quattro mesi, da giugno 2007 sino a ottobre.
Chi mi legge sa che ogni tanto amo partecipare a qualche trekking: li trovo il modo migliore per empatizzare con il cavallo, e comunque un'esperienza unica. Anche sotto la pioggia, anche quando c'è freddo. Mi piacerebbe partire, magari per qualche giorno, e restarmene da sola nella natura. Contemplare tutta la bellezza.

Volevo inserire una frase della Nannini. La sto ascoltando in questi giorni, sto imparando anche le canzoni vecchie per il concerto. La mia conoscenza di quest'artista è molto strana, in effetti. Un filo mi ha sempre legata alle sue canzoni. Al liceo avevo sull'iPod Bello e impossibile e America. Non sapevo nemmeno che significato avessero quelle allusioni all'America, all'epoca. Ricordo di averla ascoltato in tutto due o tre volte e di averla trovata molto rock. Non mi ero nemmeno soffermata sul testo, all'epoca. L'America! Iersera l'ho messa su YouTube e ho riso della mia passata ingenuità. Qualche anno fa, ricordo di aver imparato qualche pezzo di Meravigliosa creatura. Della Nannini mi sono innamorata con Maledetto ciao e con Sei nell'anima, nel film Genitori e figli - Agitare bene prima dell'uso. Soprattutto con il film Viola di mare, di cui ho parlato un po' di tempo fa. La musica della cantante ha fatto da colonna sonora al film. E allora, consapevolmente, ho inserito Sogno, Sogno per vivere e Attimo nell'iPod. E di averle imparate a memoria.

Mi piace la poesia infinita nelle sue canzoni. La gioia di vivere, come la chiama lei, la voglia di sorridere ed essere felice. In un universo di cantanti che trasmettono all'ascoltatore la disperazione e la depressione, è raro trovarne uno che sorrida nei video. Che trasmetta gioia e allegria.

Ciao, maledetto ciao,
ora sono qui,
voglio sorridere.

Ciao, maledetto ciao,
nell'aria resterai,
gioia di vivere.


[...]
Ora sei con me,
gioia di vivere.

   Gianna Nannini, Maledetto ciao


coccola5
ps. come faccio ad aspettare fino al 20 Maggio? Mancano ancora 115 giorni!!