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martedì 15 novembre 2011

Tanti auguri!

Vi assicuro, non rientra assolutamente fra le mie intenzioni lasciare il blog, anzi. Probabilmente, negli ultimi giorni i pensieri e la confusione - in certi momenti - si sono accavallati talmente tanto da non lasciare spazio ad altro.

L'evento di questi giorni, però, pare essere stata la festa di compleanno di mia madre. In occasione dei suoi cinquant'anni, le avevamo organizzato una festa sabato sera, naturalmente a sorpresa. Ciascuno di noi, mio padre compreso, ha preso parte all'organizzazione dell'evento a suo modo: mio padre e mia sorella hanno cercato un ristorante adatto, io ho realizzato un album fotografico assieme al fotografo della nostra cittadina, e mio fratello ci ha dato una mano con gli scherzi. Inizialmente eravamo preoccupati per la riuscita dell'effetto sorpresa, soprattutto quando mio fratello, che normalmente è un tutt'uno con la PlayStation, le ha detto che sarebbe andato a mangiare dalla nonna "per non stare da solo". Incredibile! Probabilmente, l'unica ragione per cui gli ha dato retta è che nel frattempo non trovava più il bancomat.
Alle 19.30 io e mia sorella ci siamo recate al ristorante per sistemare gli ultimi dettagli. Mio padre aveva "teoricamente" prenotato un tavolo per lui e la mamma, ed eravamo d'accordo di trovarci per le 20.30, ma i miei sono dei ritardatari cronici, e a un quarto le nove si stava scatenando uno stato a metà fra l'entusiasmo e l'isteria, una ridarella continua e in sottofondo. Quando sono arrivati nella sala, addobbata a festa e perfettamente apparecchiata, e tutti insieme abbiamo gridato Auguri! mi sono commossa. Di un pianto forte, irrefrenabile e quasi imbarazzante davanti a tutte quelle persone, dettato anche dall'emozione di sapere che ho al mio fianco una persona che mi ama.
Che mi ama con i suoi limiti, certo, ma che comunque fa del suo meglio: probabilmente non riuscirò mai ad affrontare con lei temi delicati come le Beatitudini per averne un'impressione, ma spero ci sosterremo sempre a vicenda.

C'è una frase di Jovanotti che pare adattarsi perfettamente a noi:
io e te, che abbiamo fatto a pugni fino a volerci bene.. (Il più grande spettacolo dopo il Big Bang)

Si riferisce anche a un altro fatto, ma lo riservo per la prossima puntata.

coccola5

giovedì 13 ottobre 2011

Ti telefono o no

Mentre facevo pausa dallo studio, pochi minuti fa, ne ho approfittato per fare un paio di telefonate. Dopo aver chiamato l'università per risolvere una formalità, ho digitato il numero di E. 

Non lo sentivo.. praticamente da Aprile. Lo avevo chiamato un paio di settimane fa dopo essere tornata in ristorante. I ragazzi mi avevano detto che si informava su di me, di tanto in tanto, e quindi - ne avevo dedotto io - probabilmente gli mancavo. Di sicuro pensava a me. Oggi ci siamo accordati per vederci domani, verso le 17. Un'oretta assieme prima che vada a lavoro. La cosa mi fa sorridere. Non si tratta proprio di gioia, è qualcosa di incerto fra l'attesa e il pregustare la scoperta. Sono curiosa di scoprire se ci sono novità, se ha fatto qualche passo avanti.

Di fatto la telefonata non è durata più di un paio di minuti striminziti e frettolosi. Sono abituata alle telefonate on the way. L'unica con cui parlerei per ore attraveso il ricevitore è F. Con lei le cose da raccontare, i dettagli e i particolari aumentano parola dopo parola. Da un argomento ne nasce un altro, come i fiori a primavera. Sbocciano gentili le risate, il tono della voce cambia lentamente e in modo misurato.

Di fatto, conosco sempre benissimo le persone di cui mi circondo. Alle scuole medie, la mia amichetta si chiamava Melania. Ne conoscevo tutti i possibili toni di voce, e ricordo che, rimanendo all'altro lato della stanza, percepivo esattamente i tempi della conversazione dal suo gesticolare, dal suo modo di muoversi.
Lo stesso è sempre valso anche con E. Dopo qualche tempo, ho imparato a conoscere il suo sguardo meglio di altre persone. Ogni tanto capitava di incontrare l'idiota di turno che diceva qualche cosa stupida in pubblico. E. lo guardava come si guarderebbe uno scienziato, gli occhi fissi sulla sua figura per qualche istante dilatato. Io, non so bene perchè, ho sempre pensato che si rifiuti di giudicare, probabilmente perchè - anche in quanto gay - conosce il peso del giudizio degli altri.

Non so quantificare il mio desiderio di vederlo domani. A distanza di mesi è difficile riprendere un rapporto, e sono certa che mi offenderebbe se E. fingesse che in questi mesi ci siamo visti tutte le settimane, come abbiamo sempre fatto. Mille pensieri vagano effervescenti nella mia testa: la preoccupazione per l'esame e la voglia di staccare, il modo in cui la prenderà mia madre e i miei 20 anni e, in fin dei conti, l'effettiva voglia di incontrarci. Mi sto chiudendo anch'io per qualche ragione: ultimamente spero come non mai di non trovare in giro persone che conosco e di non doverle salutare per forza. E' un periodo di assoluta apatia: parlo pochissimo - il che per me è più unico che raro - e ascolto poca musica, altro fatto per me straordinario.

Dire che sono confusa è riduttivo. Gira, gira, gira la testa senza fermarsi un attimo.

coccola5

venerdì 9 settembre 2011

Tre righe di tempo

Ho qualche riga di tempo. Ho qualche riga da scrivere – e di libri, grazie al cielo.

L’unica libreria di Verona che rimane aperta in orari serali è in pieno centro, vicino la chiesa di S. Anastasia. Non è particolarmente vasta, ma compro lì la maggioranza dei libri e dei vocabolari che mi servono, e poi l’atmosfera è piacevole.

Una sezione di dimensioni accettabili è dedicata ai classici greci e latini, e ogni tanto si trova qualche nuova edizione, una traduzione rivista dell’Iliade o di Sallustio, uno sconticino su quei libri che a nessuno – tranne a me e pochi altri, suppongo – viene in mente di leggere. È così che stasera, destreggiandomi fra novità editoriali, libri in lingua e classici BUR in sconto, noto un’edizione in due volumi di lirica greca, edita da Bompiani. La carta è ottima, vi sono note e testo a fronte in greco, mi accingo a guardare il prezzo sperando che sia abbordabile. E... 18 euro! Lirici greci sarà mio la prossima settimana, non appena avrò ricevuto lo stipendio di questo mese.

Per il momento mi “accontento” di Umberto Eco: ho finalmente acquistato un libro che mi ha sempre incuriosita, Dire quasi la stessa cosa. Per una maniaca della lingua e della grammatica come me, è un vero calmante dell’anima (dopo Gianna Nannini, è ovvio). Non vedo l’ora di iniziare a leggerlo e di raccontarvi qualche cosina.

Si si, e poi? Passa ad altri lidi narrativi, la grammatica nuoce alla salute psichica..*
Davide? Il lavoro? F.? E. è morto? Orbene, risponderò a puntate. Oggi, in tre righe, vi dirò di Davide.

L’ho rivisto oggi a fine turno. Come sapete, è ora in un altro bar della G.A. Faceva il figherrimo (dai, me lo concedete invece che “superfigo”?!)  con i suoi amici, e mi ha chiesto di aspettarlo per fare due chiacchiere. Dopo dieci minuti mi accompagna alla macchina e intanto parliamo. Davide è uno dei pochi colleghi con i quali eludo perfettamente l’argomento lavoro. Inevitabilmente ci ritroviamo sempre a parlare d’altro: masturbazione (!), gusti musicali, famiglie ammattite.. c’è una buona sintonia fra noi, e a me – come negarlo? – fa davvero bene una compagnia così positiva.

Nel prossimo episodio vi racconterò del lavoro: ce n’è da scrivere, ma devo calibrare una giusta dose di ironia per voi.
coccola5 

lunedì 15 agosto 2011

Ti aspetto. Per pietà.

So che scrivendo farò ordine fra i miei pensieri, e quindi al momento mi sembra un’attività decisamente utile da compiere. C’è qualche novità sul fronte lavoro, e vale a dire che il numero dei litigi furibondi tra me e la cassa si è decisamente ridotto: abbiamo trovato un tacito accordo che ci permette di convivere (io non piango esaurita e soprattutto conto bene il fondo e lei.. beh, lei fa sempre il suo lavoro!) e, definito il patto di stabilità fra le parti, sto molto meglio.

In compenso sono partiti tutti: i miei sono a cavallo per il week-end e torneranno domani, F. è partita per la GMG di Madrid e D… D. è partita, ma in un senso differente. Quello che mi ha sorpreso, è stata la batosta: pensavo di essere oramai un’esperta in fatto di scelta di amicizie, e invece mi sono dovuta ricredere. Il punto è che io vedo l’amicizia come un prendersi cura l’uno dell’altro, e con lei non succedeva. Mi ha detto che ho l’innata capacità di scomparire nel nulla, le ho risposto che lo sapeva fin dall’inizio e che è un fatto caratteriale cui non so porre rimedio. E comunque, a non sapere nemmeno dei problemi di mio padre e a non farsi sentire per tre mesi, era lei. Giusto per puntualizzare lo stato di cose. Non penso a lei quasi mai ora: il pensiero che ci rivedremo casualmente mi tocca solo in maniera laterale, forse sono talmente amareggiata che non voglio nemmeno pensare alla nostra rottura e a cosa succederebbe se.

Considero da sempre gli amici quasi come degli amori – e chi ha letto della mia amicizia con E. può confermarlo - persone per le quali do ogni cosa, ogni singola cellula di me stessa e rompere con loro in modo più o meno traumatico, più o meno accidentale, mi ferisce immensamente. Non tutte le persone restano per sempre, però spero sempre che condividano con me una parte di percorso abbastanza lunga. E questo è quanto: ci sarebbe altro da aggiungere, ma preferisco spostarmi su lidi più interessanti e divertenti, almeno per il momento.

Partiamo dall’argomento più facile: F. Come vi dicevo, è partita per le vacanze con un grande zaino da trekking e, sottolinerei, è partita anche grazie a me. Perché tanta modestia? Perché ieri sera, dopo lavoro, ci siamo viste con l’esplicito intento di “fare lo zaino, ti prego”. Fortunatamente aveva già sistemato sul letto le cose da portare. Una precisazione ci sta: sistemare può essere sostituito da buttare alla più caotica rinfusa senza particolari conseguenze sintattiche e semantiche. Si, perché sul letto – e nelle stanze adiacenti – regnava sovrano il caos. Le ho fatto sistemare i pantaloni con i pantaloni, le maglie con le maglie e le scarpe con le scarpe e insieme le abbiamo insacchettate e disposte nello zaino in ordine di “utilità” (per chi non lo sapesse, l’ordine è circa questo: maglie e pantaloni sotto, intimo più sopra, sopra ancora pigiama e cambio per il giorno successivo, infine un avemaria – o un’imprecazione, a seconda del soggetto svaligiante - per riuscire a chiudere lo zaino e sacco a pelo e stuoino). Sua sorella – e lei stessa – mi guardava ammirata e continuava a ripeterle: “vorrei vedere quando lo zaino lo farai tu!!” e intanto se la rideva di gusto. In tutto questo abbiamo cenato e ciacolato.

E questo ormai ci porta al secondo – e ultimo, contenti? – argomento. Di che abbiamo disquisito? Di molte cose, questo è certo, e a me gli argomenti raramente difettano, ma anche, e sottovoce per non turbare la sua famiglia, di Davide. Il collega che mi attrae terribilmente e di cui vi accennavo il post precedente. Un gran bell’elemento, quello. Castano, carnagione chiara e occhi scuri, qualche minuscolo taglietto sul viso: non eccessivamente piacente secondo gli attuali canoni estetici, abbastanza sfacciato da dirti qualunque (quasi – e grazie al cielo) cosa appena gli venga in mente. Sabato abbiamo pulito insieme i vassoi, e intanto mi raccontava la sua storia dannata, io gli spiegavo che in questo senso gli faccio compagnia. Insomma, lui ha la sua storia con cui impressionarmi (parziale perdita di memoria dopo un incidente di arti marziali, famiglia sgangherata e altre varie) e io ho la mia (incidenti vari di percorso, carattere spaventoso e spaventevole e altre varie): così composti, nessuno dei due si impressiona poi molto. Non io, almeno. Storie così ne ho sentite almeno cento e ci ho fatto il callo: non che le ritenga superficiali, anzi, ma conosco spesso il prologo e il proseguo e anno dopo anno non ci lascia più muovere a pietà o compassione. Detto questo, veniamo – dialogicamente parlando – al sodo: ci ritroviamo a parlare delle nostre compagnie di letto. Che si tratti di una seconda persona o delle nostre dita, come nel mio caso, mi è piaciuta l’estrema naturalezza della conversazione, con qualche risata e altre parti serie. Quindi, dicevi, ti tocchi e poi dormi da dio?, mi fa, riprendendo il filo del discorso. Sì, hai colto il punto. Ti rilassi al punto che stai proprio bene e quindi poi dormi anche bene. Inizialmente lui ride. Perché me ne parli? Perché lo faccio io, più che altro perché è naturale e tutti, in misura diversa, lo facciamo. Che senso ha nasconderlo? Non mi dà torto, mi fa notare che mi sto rilassando e che parlo più lentamente adesso, io vorrei rispondergli che, se potessi, me lo scoperei seduta stante, invece ribatto che non mi va la psicanalisi. Mi asseconda e poi cambiamo argomento: ridiamo in continuazione e i colleghi che passano notano la nostra complicità. Al momento della distinta cassa me lo ritrovo di nuovo vicino. Che fai?, gli chiedo. Ti aspetto. Per pietà. See, per pietà. Comunque resta, mi fa piacere., gli rispondo in fretta. Il momento più ansiogeno è quello e mi fa piacere che qualcuno mi affianchi in silenzio. Lui però parla in continuazione con me e con V., una nostra collega, e alla fine sbotto: E piantatela di parlare e  schiamazzare! Sto facendo la distinta, mi serve concentrazione! Abbassano la voce e io riprendo a smazzettare le banconote e le monete. Poi si offre di darmi una mano e gli dico cosa fare, infine mi accompagna all’auto. Che poi, vedi, noi che abbiamo il riposo la domenica siamo quelli più fighi!, esclama cammin facendo. Quindi intendi che sono figa anch’io?, azzardo ridendo. Beh, non proprio!, ride anche lui, ma in realtà lo pensa.

Posso dirlo? Mentre altre colleghe parlavano con lui, una puntina di gelosia c’era. E dai, per una volta speriamo bene. Se non mi faccio prendere dal panico potrei farcela.

coccola5

lunedì 27 giugno 2011

Milioni di parole tedesche

E' stratardi, tecnicamente alle 14 ho un esame, ma io - a quest'ora - preferisco pensare che sia ancora domenica sera.

Ho letto milioni di parole tedesche, me ne ricordo la metà, non fa niente. Mia mamma vuole accompagnarmi a Mantova questo pomeriggio per l'esame. Inizialmente voleva venire anche mia nonna (una sua sorella abita in provincia), poi una febbriciattola del nonno l'ha convinta a rinunciare, e quindi siamo in due. O in tre, se viene mia sorella.

Qualche tempo fa mi sono iscritta a un forum su Gianna, un posticino carino, piccolo e raccolto. Ho fatto amicizia con le ragazze che postano più frequentemente e ogni tanto ci sentiamo su Fb o Skype. Francamente non sono sempre propensa a fan club o simili, in genere peccano di monopensiero: l'unico argomento possibile e immaginabile è e deve essere (in questo caso, ad esempio) Gianna, si ascolta tendenzialmente solo musica di Gianna, lei è la sola e la migliore. Non ho trovato questo atteggiamento qui, il che mi è piaciuto e mi ha spinta a iscrivermi. So che talvolta organizzano dei raduni, ma non so quando potrò partecipare. In genere mi sconvolge sempre il fatto di vedere dal vivo una persona conosciuta online: online c'è solo uno "spiritello", una persona immaginata mai come questa realmente è. (http://giannanannini.forumfree.it/

Ad ogni modo, devo trovare una radio tedesca da ascoltare online. Entro la fine dell'estate voglio - devo - avere un tedesco impeccabile. Perdonatemi se questo argomento spunta fuori continuamente nel discorso, la cosa dipende solo parzialmente da me.. in gran parte è l'effetto dell'ansia preesame. 

Una piccola particolarità, una virgola in questi giorni fatti spesso di noia. Sono stata colpita - letteralmente - dal verde bottiglia. Ha lasciato un ampissimo spazio alla mia immaginazione, non so bene perchè. Voglio qualcosa di verde, una maglia, un paio di orecchini..

Memorandum per i prossimi giorni (nonchè per evitare lacrime future): avere tanta pazienza, e tanta paziente voglia di ricominciare. Con alcune persone (anche nella mia famiglia.. indovinate chi?) questa dote si richiede. O è necessaria?

coccola5
ps. sabato con mia madre ho fatto due torte. Mi ripropongo di provare.. e di portarvi come prova le foto e le ricette! :)

martedì 26 aprile 2011

Due giorni

Andate, gone. Sia Pasqua che Pasquetta. Due belle giornate. Domenica eravamo a pranzo con i nonni materni: mia madre aveva scelto un ristorante carino qui in paese. Il pranzo, devo dire, è stato lunghissimo. Siamo riusciti a scappare via soltanto alle 15.30! Subito dopo, abbiamo deciso di fare un salto dai parenti di mio padre: ho rivisto tutta l'allegra ciurma. Ci siamo trattenuti, alla fine, sino alle 21, il tempo di tornare a casa e cosa non trovo nei messaggi? Un sms del mio curato che mi invita a mangiare una fetta di colomba e brindare alla Pasqua. La voglia di andarci non abbondava, sovrabbondava invece la stanchezza, ma a non andare mai da nessuna parte passi per l'antisociale di turno. E io godo già ampiamente di questa considerazione. Borsa, allora, giacchetta e via.

Via come il vento, come un lungo fulmine.

Ieri gitina a Brescia con F. Desideravamo visitare la mostra di Matisse al museo di Santa Giulia. L'esposizione era carina, valeva decisamente la pena e i soldi del biglietto (11 euro con la tessera studenti): oltre all'esibizione era possibile visitare il museo e parte dell'ex convento. Devo sinceramente confessarvi che, dopo due ore di visita, volevamo entrambe uscire!
Non abbiamo fatto a tempo a visitare anche la città: abbiamo visto solamente una chiesetta arroccata dei saveriani, un posticino raccolto e simpatico. Un angolino bresciano semplicissimo, probabilmente rimasto senza fondi. Non c'erano le classiche panche per la Messa, soltanto delle sedie di plastica disposte l'una a fianco all'altra, alcune nere, altre marroni. L'abside era di grande sobrietà: soltanto un altare ligneo e, in fondo, appeso alla parete, un grande crocifisso. Mi piacciono questi posti così poco pieni di non-Dio e ricchissimi di una presenza quasi tangibile.
Ma Verona è sempre la migliore!, abbiamo commentato ridendo io ed F. tornando in stazione. Probabilmente sì; per me ha sempre avuto quel giusto miscuglio di tutto, ne sono sempre stata innamorata. Non potrei mai pensare di non rivederla mai più, anche se vorrei trasferirmi in pianta stabile all'estero. Ne ho bisogno, come di una piccola droga.

RItorno di fiato e di sudore. Ritorno in treno, regionale strapieno di gente. Più speravamo che si svuotasse e più si riempiva. Almeno fino a Verona, dove poi una folla informe si è catapultata sul binario. Ho salutato F. e ho proseguito fino alla mia cittadina.
Casina, cena, film e letto.
Si ricomincia, come sempre. Buona settimana anche a voi!

coccola5 (fra poco di ripetizioni! Brr!!)

lunedì 25 aprile 2011

Auguri di buona Pasqua

Sono in ritardo, la giornata è quasi finita ma...


     Tantissimi auguri di una serena Pasqua di Risurrezione a tutti! Vi voglio bene!

   



"Perchè la sete d'infinito,
perchè la fame d'immortalità,
sei Tu che hai messo dentro l'uomo
il desiderio dell'eternità.
Ma Tu sapevi
che quel vuoto lo colmavi Tu,
per questo sei venuto in mezzo a noi!"
     E sei rimasto qui

coccola5

 

mercoledì 23 marzo 2011

Neanche se lo volessi

Non ho scritto per un po', e adesso, dopo l'ultima fatica letteraria (anche per la fatica di scrivere oggi, per tirare un po' fuori le cose) sembra che le parole escano così velocemente, ora.
Il pomeriggio di ieri è stato una vera schifezza. Fiumi e fiumi di pensieri che uscivano a chili dalla mia testa senza che potessi fare qualsiasi cosa. Nemmeno lo sforzo di ascoltare ore di musica è valso a molto.

L'unica cosa che ha aiutato è stata E., anche se non subito. Gli telefono alle 19, appena salita in treno per tornare. E' un po' fuori, me ne accorgo dal timbro della voce volutamente effeminato e canzonatorio: mi dice che è fuori per un'aperitivo con S. e qualche altra persona, che forse ci vedremo giovedì. La sua voce mi sfida implicitamente a prenderlo in giro, mi incoraggia a provarci, ma io manco il bersaglio. Altra nostra piccola consuetudine. Lo saluto, promettendo di richiamarlo giovedì pomeriggio. Riattacco e mi sento da schifo: tutte le mie parole erano così inesatte, così afasiche.. cazzo, è sempre la solita storia.

Poi il treno arriva a Verona, e io riesco a prendere l'autobus prima del solito. Sporadici miracoli di Trenitalia. Lo richiamo all'istante, non appena mi passa il fiatone, dicendogli che volendo possiamo vederci in serata. Lui ha sempre la sua vocetta, sta un po' fuori stasera, chissenefrega. Ti richiamo dopo, mi dice. Sì, mi raccomando però che se usciamo devo fare tutto in cinque mi.. Sì, lo so che ti devi organizzare, mi canzona lui di rimando. Alle 20.40, sul filo del ritardo, appena scesa dal bus, mi chiama. Okay, allora. Nove e un quarto sotto casa mia, andiamo al Crème. Ah, ma al limite ti raggiungo più tardi se fossi in ritardo. Ah, ma siamo solo io e te. Le cosiddette ultime parole famose.

 Mi presenta tre o quattro candidati che potrebbero essere, a suo dire, gli uomini della mia vita. Mi domando che cosa voglia dire quest'espressione, cosa ne sa lui in fin dei conti dei miei gusti (devo ancora confidargli che mi piacciono anche le donne), e soprattutto come gli è venuto in mente di organizzarmi un appuntamento al buio!
Comunque, di questi uomini uno che mi attira c'è: biondino, occhi azzurri, la pelle chiara un poco arrossata dal freddo, qualche lievissima riga accanto agli occhi che lo rende più attraente. Sul momento non so di che parlare, aspetto che sia lui, che ogni tanto mi guarda, ad accennare un discorso. Parliamo a fine serata, di amici in comune, di come io ed E. ci siamo conosciuti, del suo lavoro, di quello che studio. E., premuroso, entra a prendere un altro drink. Poco prima che io vada via, entro a salutare lui e S., spariti tatticamente. Hai fatto due parole, alla fine?, mi dice quasi rimproverandomi bonariamente. Sì sì, le ho fatte. Brava, brava, mi dice con un sorriso e la voce di nuovo effeminata. Lo sai che l'ho fatto per te, vero patatina? Di entrare, dico. Lo so, ci mancherebbe, E.  Bene, bene, allora dai, vai a casa e non studiare troppo, solo 16 o 17 ore.

In macchina, di ritorno a casa, ripenso alla serata. E. è sempre premuroso nei miei confronti, davvero. Mi vede stanca e mi prende una sedia, dicendomi "dai, siediti. Ma siediti, siediti, che sei stanca." Io cerco solo di distogliere l'attenzione con un semplice "Ma mi vedi così tanto sull'orlo dello svenimento?!", pronunciato ridendo. Due o tre volte mi domanda cosa c'è, perchè sono così tesa, perchè non faccio la stupida (in senso buono, ovviamente). Mi dà gentilmente della testa di cazzo quando oso replicare che non ho un fisico da minigonna, dicendomi che se lui mangiasse quanto me sarebbe ormai pelle e ossa. E. qua, E. là, E. in molti dei miei pensieri e in molta parte della mia vita. E. di cui non potrei proprio fare a meno, neanche se lo volessi.

coccola5
Aggiornamento del 24 marzo, ore 11.57. Avevo dimenticato di raccontarvi la parte migliore della serata. Quando sono tornata a casa, ho tolto le Tiger che avevo ai piedi ancora dalla mattina, e sono andata in bagno. Non perchè avessi una necessità fisiologica.. o meglio, l'avevo: volevo assolutamente osservare il mio viso, il mio sorriso, le pieghe della pelle delle mie palpebre. Ero un poco spettinata, l'aria stanca ma non distrutta, la pelle asciutta, ma non secca come al solito. E stavo bene, ero serena. Mi sono sentita bellissima, come non accadeva da secoli, come non era forse quasi mai accaduto. E allora sono salita, in cucina ho preso il telefonino e ho composto il numero di E. Pronto?, risponde lui facendo la vocetta. Ehi, sono coccola.  Oddio, ma perchè mi chiami a quest'ora? Ti sei schiantata contro un palo della luce? No, sia io che la macchina siamo ancora intatte e incolumi. Beh, ma sei ancora fuori, giusto? Comunque volevo ringraziarti per la bella serata. Sono stata davvero bene, E.  Okay, mi fa piacere sentirtelo dire. Anch'io sono stato bene. Allora ti chiamo domani, d'accordo? Vorrei raccontarti un paio di cose, dato che stasera non abbiamo parlato molto.  Okay, capo! A domani, allora, ma non chiamare la mattina che dormo! Naturalmente, E.! A domani, e buonanotte!

Non volevo dirgli che mi sentivo così bene e in pace con me stessa, non avrebbe avuto senso. E' una cosa mia per la quale non devo cercare consenso negli altri. Ma è giusto dir loro che sto bene, in questi momenti. E' un po' pararsi il culo, un po' raccontare una mezza verità, un preservarsi dall'assoluta sincerità che appartiene ai bambini, ma non voglio mettere E. a disagio. Magari non succederebbe, ma gli abissi si raccontano (quasi) sempre in parte, se capite cosa voglio dire.

martedì 22 marzo 2011

Il fasto sbrecciato

Escono con grande difficoltà le parole, almeno in questi giorni. Mi sto sforzando di non appartenere all'apatia e ho qualche risultato solo scrivendo. Poco male, allora.
Il rituale, bene o male, è sempre il solito: bus fino a Verona, orzo macchiato, treno, lezione. Tutti i giorni incontro qualcuno con cui parlare: persone nuove, vecchi amici, non importa. E pensare che solo un anno fa mi infastidiva mortalmente se qualcuno mi rivolgeva la parola, assorta com'ero nei miei libri o pensieri.

Stamattina ero a casa: ho fatto un po' di mestieri in camera mia e in giro per la casa con mia madre, in ferie per due giorni. Abbiamo lavorato in sintonia, lei con la sua durezza vocale che l'accompagna quando manca mio padre, io richiusa nella musica della mia camera: Gianna Nannini, Ligabue, Nickelback, qualche singolo dance di tanto in tanto. Si ricomincia a parlare, noi due, con molta lentezza, ma ogni giorno c'è qualche sillaba in più. Io le parlo di JW (altrimenti detto il piccolino), di F., delle nostre sere casalinghe e dei film che ci va di vedere. Lei si sfoga un po': a volte si parla dei nonni, altre di noi ragazzi.
Le manca una vitalità forte quando manca mio padre, sia nei modi che nel viso. In questi giorni mi sembra pallida, la pelle opaca, gli occhi un poco più stanchi. Son più di sei mesi che vediamo nostro padre a singhiozzo, due settimane smangiucchiate ogni mese, se tutto va bene. E forse più avanti prenderà un lavoro all'estero, sempre distante dall'Italia. Non so davvero come mi sento.

La settimana scorsa, tanto per cambiare argomento, si è allagata nuovamente la mia cittadina. Nelle strade del paese si sentiva Vaffanculo di Masini. E proprio quel 17 marzo di festa noi buttavamo l'acqua fuori dai cortili, ripulivamo i vetri delle finestre in silenzio, che rabbia non ce n'è più. L'argine è tale e quale allo scorso novembre, nessuno ha appaltato i lavori per ricostruirlo, i sacchi di sabbia giacciono acora inerti lungo le vie e intralciano il traffico. E pensare che fino a pochi mesi fa ero convinta che in una cittadina come la mia non sarebbe mai successo niente. Il sindaco ammette candidamente che niente è stato fatto, da quattro mesi a questa parte. Solo sono state disfatte molte cose, come le cantine di molti di noi. C'è solo una gran voglia di lapidarlo senza troppe parole.

E il 17 marzo, quel giorno di festa annunciato, discusso, canzonato più nel bene che nel male, è stato quello che si era preannunciato. Niente di più, niente di meno. Un candido, semplice, ennesimo disastro. Vespa si è impegnato in una trasmissione di ricordo che di piacente non aveva nemmeno lo spot pubblicitario. I politici se ne sono andati beatamente al bar all'intonare di Fratelli d'Italia, e di quelli che non l'hanno fatto, pochi credono veramente a quest'inno. Inutile dire che non la sognavo così, l'Italia, inutile dire che vorrei tanto cambiarla. Ma da che parte incominciare? Alle volte pare tutto un fasto sbrecciato, e che cosa si deve solo ristrutturare e cosa va demolito e poi ricostruito daccapo? Forse qui sta l'inghippo, e in tante altre cose. Se in molti hanno definito questo nostro Paese come un teatro continuo e comprensivo di tutto, persone e cose, mi sembra adesso più vicina a un'esclamazione tragicomica. Per quanto dannatamente non lo vorrei.

coccola5

giovedì 17 febbraio 2011

The power of dreams

Per migliorare un poco la mia conoscenza dell'inglese e del tedesco, mi sono iscritta ad alcuni podcast della BBC e di qualche radio bavarese. Con l'inglese va abbastanza bene, col tedesco c'è qualche problemino, ma migliorerò. E il podcast di oggi si intitola The power of dreams. Chissà perchè, si collega straordinariamente bene a quanto è successo ieri a cavallo.

Un piccolo miracolo. Miracolo è l'unica parola giusta, perchè un cavallo che fino a sabato aveva paura della sua stessa ombra e che ieri faceva quietamente (o quasi) tutti gli esercizi mi ha fatto davvero commuovere. Faceva gli slalom, le barriere, le diagonali con tutti gli altri cavalli al trotto. Al galoppo non abbiamo fatto quasi nulla, non ne voleva sapere, ma va bene così. Va splendidamente così.

Nel pomeriggio sono tornata dai miei ragazzi, i due ragazzini delle scuole medie cui dò ripetizioni. Uno di loro ha la verifica di inglese domani, così gli ho dato una mano a prepararsi, facendo qualche esercizio. E' molto recettivo, e con un minimo sforzo può ottenere degli ottimi risultati. E' stato bellissimo quando oggi, prima di andarmene, mi ha detto: Ma abbiamo già finito? Ecco, sarei rimasta anch'io fino a non so quando, a raccontargli tutto l'inglese che so. Un grandissimo sorriso.

Ed E.? Ci siamo visti venerdì scorso, nel pomeriggio. Siamo andati insieme a un centro commerciale e la sera siamo andati a bere un caffè assieme. Mi ha scritto poi l'altro ieri, all'1.15 di mattina, chiedendomi se il giorno dopo mi andava di fare un giro con lui. Inutile dire che a quell'ora dormivo e ho visto il messaggio molto più tardi.. Mi è dispiaciuto.. Ma recupereremo! In ogni caso, hanno sempre un che di bello le nostre uscite: oltre a JW, è un'altra delle cose che mi mancano tutti i giorni, come un battito al cuore.

coccola5

giovedì 10 febbraio 2011

My hero

Sono stata nuovamente da JW, dal mio piccolo. Inutile che vi confessi i miei timori. Alle volte, quando mi sento un po’ scoraggiata, mi chiedo se sto facendo la cosa giusta. Portarlo a “rieducare” e risalire io. Oggi l’ho fatto girare alla corda, molto tranquillamente, poi siamo entrati in campo. C’erano altri cavalli che facevano esercizi di salto, noi andavamo al passo. I primi due o tre giri li ha percorsi con la testa semigirata, timoroso che ci fosse qualcuno dietro, poi cambiando di mano si è calmato relativamente. Una ragazza ha cambiato galoppo arrivando da dietro e JW, spaventato, ha fatto un altro dei suoi salti pazzeschi. Non sono caduta, ormai ho un buon assetto. So che non posso pretendere che sia subito perfetto, è molto egoistico da parte mia. È che alle volte ho paura di non farcela, di non essere abbastanza brava, abbastanza decisa per lui.

Io lo so che certe carezze le riserva soltanto a me, e non ad altre persone, ma alle volte mi chiedo se vogliano dire veramente qualcosa. Perché questa paura gli impedisce di fidarsi di me? Va tutto bene, piccolo, va tutto bene, tesoro mio. Continuo a chiamarlo con la voce, ad accarezzargli il collo, le orecchie. A sfidarlo a suon di baci e abbracci a chi ne concede di più.

Ci sono questi momenti di down, di domande interiori che spaccano. JW sembra essere l’unico argomento che meriti una parola, in questo momento. Sono l’unica a occuparmi di lui. Mio padre, al solito, ha pagato senza essere minimamente interessato alla cosa. Mia madre considera tempo sprecato parlare di lui. Io vado su due volte la settimana, mi faccio un mazzo quadro – e ben volentieri, si intende – per conciliare ripetizioni, lavoro, cavallo, amici e studio. Dicono tutti che devo avere pazienza. Mi auguro che abbiano ragione. È solo che io non me lo ricordavo così, il mio JW. Era più coraggioso anche lui.

You are my lost cause, you are my hero. Keep holding on.

coccola5

domenica 30 gennaio 2011

Ti voglio bene

Cammina con l’eleganza di un cavallo, conversa e comportati con la grazia di una regina.

Questa frase si è insinuata nella mia mente questa sera, poco prima di vedere E. Il suo compleanno è stato in questi giorni. Non vi dico il giorno esatto semplicemente perché, come ormai avrete capito, sono gelosa di tutto ciò che lo riguarda. Perfino del suo nome. Un mio compagno di corso si chiama in modo simile a lui, ma non riesco ad affibbiargli lo stesso soprannome. Come se conoscessi una ragazza che si chiama Valeria, che abbrevio in “Vale”, e una che si chiama Valentina. Il soprannome sarebbe lo stesso, ma nel caso del mio compagno non riesco a concepire di poter chiamarlo con lo stesso soprannome di E. Okay, discorsi non poco contorti, ma fa niente.

Abbiamo festeggiato allo Skylight Disco. La mia discoteca di sempre. Dove anch’io avevo festeggiato l’anno scorso. Quanto sono stata bene, questa sera, lo so soltanto io. La musica era ottima, la discoteca giustamente affollata e la compagnia superba. Ho conosciuto S., una sua amica di cui mi aveva parlato tempo fa. Una ragazza molto piacevole, che abita molto vicino a me. Ne abbiamo approfittato per farci una bella chiacchierata mentre E. salutava degli amici.
Abbiamo bevuto un aperitivo veloce prima di entrare in discoteca. E. era strafelice, continuava a fare battute, a lavare il silenzio, a ridere di noi tre con noi. Qualche battuta l’ha riservata anche a me, naturalmente (eravamo rimasti a Capodanno, noi! Devi recuperare, eh?, gli ho detto scherzosa), per la mia borsa hippy e multicolor, che, guarda, mi ha proprio rovinato la serata!, e io che lo sapevo, E., lo sapevo.

E lui che mi dice lo sai che ti voglio bene e questo suo “ti voglio bene” arriva così inaspettato, arriva pubblico e per nulla canzonatorio. Arriva fisso e mi colpisce lì, in quel punto imprecisato tra il diaframma, il fegato e lo stomaco. È colpa tua, E., se poi mi viene una gastroenterite infinita, lo sai?! Io che mentalmente elenco una sfilza di cazzo, cazzo, cazzo e intanto rispondo anch’io ti voglio bene, e tanto. E lui adesso non prendiamoci troppa confidenza, eh?!, mi dice ridendo. Ma due minuti dopo porta la mano sulla mia guancia per una carezza veloce. Un altro colpo . Per qualche minuto S. sparisce dalla mia vista, dalle mie parole, mi arresto improvvisamente e involontariamente. Mi sforzo non poco per fingere che ti voglio bene sia nella nostra normalità e continuare la conversazione. E. ci guarda conversare con una faccia che dice “che betoneghe!” (in dialetto veronese ha un significato meno forte e negativo di “pettegola”, alle volte è usato, come in questo caso, in maniera scherzosa per indicare due ragazze che chiacchierano parecchio), ma non mi dice che è orgoglioso di me, di questa brava ragazza, troppo brava ragazza così timida che però parla subito anche con le sue amiche senza farsi nessun problema.

Pure in discoteca mi coinvolge spesso, come suo solito, del resto. Si riserva di toccarmi il seno da sopra la maglia (questo lo spiego dopo, non è un pervertito!) mentre io gli blocco le mani nelle mie. Sono percorsa da un brivido visibile e netto, terzo colpo della serata. Infarto incombente, pare. Perché lui non ritira più le mani come faceva un po’ di tempo fa per evitare il contatto fisico. Perché lo fa con un sorriso ma dentro è serio, e io lo percepisco distintamente. Perché io ho una strafottutissima paura. Vai piano, E. Così mi fai male. Mi fai malissimo, mi terrorizzi. E, cazzo, cazzo, cazzo, ...

Io devo uscire dalla discoteca alle 3. Passando davanti al guardaroba gli mando un bacio in aria, come a dirglielo. Come vai via, coccola??  Mia mamma mi aspetta a casa: dai, coccola, resta ancora un po’; in fondo è il mio compleanno.. mi dice E. Vorrei spiegargli che non è il casso di tirare la corda, che la famiglia è di quelle che non si contrattano gli orari, anzi ringrazia che t’ò lassà ‘nar fora (“ringrazia che ti ho lasciato uscire”). Ma taglio corto, sono già in ritardo, non conosco abbastanza S. per fare discorsi, la musica sovrasta le parole e non voglio urlare. Se vuoi domattina ti passo mia mamma al telefono, gli dico. Va bene, va bene, vai, mi dice con la voce di chi ha capito al volo. Scoppiamo a ridere, ci baciamo davvero, questa volta. La barba di un giorno punge piacevolmente sulle labbra. Ti chiamo in settimana. E poi vado. Recupero il mio cappotto inglese e la borsa hippy pensando che dovrò seriamente procurarmi un’altra borsa, perché ne ho bisogno davvero (quella “normale” nera è troppo piccola e non ci sta dentro molto per una che si porterebbe in giro tutta la camera) e perché vorrei evitargli un infarto. Scherzo! Saluto con grazia L., amica di E. che conosco, quando mi lascia il cappotto e volo a pagare. Andando alla macchina, un padre in suv aspetta la figlia. Sembrano così fuori luogo persino nelle loro auto i cinquantenni, qui. Un gruppo di ragazzi ammiccano, ipotizzano che io non abbia freddo dato che non ho chiuso la giacca, che forse gradirei di andare a pisciare con loro e poi che forse no, dato il mio portamento e la mia borsa snob. Che anche le borse potessero essere snob non lo sapevo, comunque okay. Lo terrò a mente. Ripenso a E., forse aveva ragione. Bah. Li ascolto semplicemente senza nemmeno girarmi, per non dargli modo di fare battute, non desidero nemmeno mandarli a vaffan. Anche l’ultimo pezzetto, un tipo mi suona e un altro mi guarda desideroso. Vado alla macchina, apro e salto dentro in trenta secondi. Non uscire mai più da una discoteca da sola, annoto mentalmente. Avvio il motore e volo a casa. Sono felicissima.

Arrivando dal vicoletto di casa mia, spengo i fari e rallento per non farmi notare (tanto c’è il lampioncino di casa nostra), accosto con calma ed entro misurando ogni passo, sollevando i tacchi perché non facciano rumore. Vado in cucina a prendere un bicchiere di latte. Come fa E. solitamente, anch’io lo prendo freddo. Accendere il microonde farebbe rumore e poi è buonissimo anche freddo, gli lascio qualche minuto per arrivare a temperatura ambiente. Intanto mi accuccio sul pavimento. Alzo le gambe e le stringo contro il petto, tenendole allacciate tramite le braccia. Faccio aderire le mani all’interno dei gomiti, le ginocchia ai seni e me ne sto così per un minuto. Serve a raccogliere i buoni sentimenti, a farli irradiare a tutto il corpo. Poco dopo faccio un ponte. Mi inarco bene come mi avevano insegnato a ginnastica artistica, con una mano mi tocco la maglietta. Mi va leggermente larga. Stringo la minigonna di jeans alla vita per sentire se è larga e quanto. Mi rende felice il fatto di non ingrassare, dopo tutto. Tengo irrimediabilmente alla mia vita stretta, ed è la seconda cosa, dopo le sopracciglia, che guardo in chiunque. Secondo me E. lo sa che osservo queste cose. Scendendo dal ponte porto le mani dietro la testa, resto leggermente alzate con i piedi. Tocco il collo del piede in tensione. Che bello sentirlo attivo, potente. I nostri piedi potrebbero sempre ribellarsi, alla fine. Come i cavalli. Soltanto che i cavalli sono liberi. Liberi come l’aria, liberi come la Vita. Come dovremmo esserlo anche noi.

Mi infilo a letto e sono felice. Sono felice.
Certe cose potrebbero rovinare la giornata, a pensarci, ma sapere di avere degli amici forti che si prendono cura di noi è importante. Io ho E. ed F. Mi è dispiaciuto per D., mamma dice che a non essere un amico vero è E., ma è il solo che si ricordi di chiedermi ogni volta come sta mio papà, a domandarmi perché con mia madre c’è un così cattivo rapporto. È il solo che si prenda cura di me a livello “fisico”, tramite la carezza, i capelli.. D. mi scrive nei messaggi ciao, come stai?, come un’adolescente che non sa a chi spedire un sms. Come vuoi che stia? Tu ti perdi interi pezzi della mia vita e poi pretendi di continuare a leggere dove avevi lasciato il segnalibro. Non ho il tempo e la voglia di spiegarti cos’ho fatto negli ultimi due mesi. Da novembre, quando mi hai detto che per me avresti avuto tempo solo a febbraio. F. ed E. si fanno un mazzo quadro perché ci vediamo, tu neanche un pochino. Tu rimandi, tu te ne freghi. Hai il moroso, lo so. Ma anche F. ce l’ha e divide le serate, e anche E. potrebbe benissimo averlo. Cosa centra? Una settimana, sette giorni. Se non sei un polpo, troveremo un giorno che vada bene a entrambe..
Anche le osservazioni di uno in maneggio sul fatto che non sono risalita dopo l’impennata di JW e malissimo, giovine, malissimo potrebbero innervosirmi. Eppure qualcuno c’è sempre.
Ci siete sempre stati, e allora grazie. Solo grazie. Che altro potrei mai dire?

coccola5
Ps. prima dicevo che E. mi ha toccato il seno. È inesatto.. Avevo una maglia nera larga, con il collo quasi a barchetta, e a livello delle spalle ci sono due catenelle. Credo che volesse prendere queste, ma siccome stavo ballando le mani le ha messe praticamente dappertutto! D’altra parte è la prima volta che concedo la mia fisicità a qualcuno, non fatela tragica!

mercoledì 26 gennaio 2011

Nervi

Abbiamo due esami questo semestre, e odio sentire lamentele a caso. Purtroppo, sono stati messi molto vicini, uno il 23 e uno il 24 febbraio. Ma sono esami da cinquanta pagine ciascuno.
-Andiamo dal preside a ribellarci!- fa una mia compagna.
-Sai cosa ti risponde il preside? Che avevamo tempo sin da novembre!- faccio io, un poco indispettita.
-Ma io la mattina lavoro!
-E io lavoro il pomeriggio, e la sera torno a casa alle 21.30, molto più tardi di te.. eppure sto ripassando!

Conosco persone che a gennaio danno tre esami da trecento pagine o più ciascuno, e magari sono uno il lunedì, uno il martedì e uno il venerdì.

Imparare ad accettare la mia scontrosità.

coccola5

domenica 2 gennaio 2011

In giro in macchina? No, grazie (se possibile)!

Avevo parlato tempo fa della mia idea di aprire un piccolo blog di giornalismo nuovo, un blog che dà spazio a quelle notizie poco considerate, cercando di guardarle da una prospettiva nuova. Un piccolo assaggio potrebbe essere già il prezzo della benzina, decisamente alle stelle. E nessuno ne parla. O quasi.

Ieri sera, finito il lavoro, penso di avventurarmi nella zona industriale del paese di SM, dove si trova la pizzeria. Devo fare il pieno, ho solo una tacca e non voglio scoprire quanto dura la riserva. La super SP (Senza Piombo) costa 1,329 euro al litro. Da notare che, a fine novembre e allo stesso distributore, costava 1,26-1,27. La benzina non è lì di una qualità proprio eccelsa, ma dal momento che non ho questo granchè di stipendio devo accontentarmi. In giro il prezzo va da 1,39 a 1,44. E nella mia cittadina, l'unico distributore la fa pagare 1,48. Spiegatemi perchè devo spendere quasi 60 euro per fare il pieno a una macchina come la Ka (modello vecchio). Mia mamma, che ha una Jeep Cherokee, ne ha spesi l'ultima volta ben 120. A lavoro non posso andare in bus perchè, terminando alle 22, non ci sono mezzi che mi riportano a casa, a scuola per fortuna sì. Io comunque trovo tutto questo vergognoso.

Oggi lavoro. Ho lavorato il 31 dicembre, il Primo dell'anno, stasera e poi fino a mercoledì sarò là tutte le sere. Aiuto. Tutti i giorni dalle 16 alle 22. Spero che questa sera ci sia gente, così si fanno le 21.15 in un attimo e posso iniziare a fare chiusura.

Il Capodanno è andato abbastanza bene. Ero nel posto di cui vi avevo raccontato, molto carino anche se, a parer mio, disorganizzato. All'1 hanno annunciato che per un po' non davano da bere perchè altrimenti avrebbero finito tutto. Ho aspettato mezz'ora inutilmente. E oggi ho scritto all'organizzatore. Non mi sembra giusto pagare 20 euro comprensivi di una consumazione per non avere nulla. Ho l'impressione che sarei stata meglio allo Sky, con E. Le due ragazze con me non hanno "esperienza" di discoteche e varie, io ho imparato a viverla in maniera un po' sciolta. Con E. come maestro! XD Ho imparato a parlare il meno possibile per non urlare sulla musica a tutto volume, a concentrarmi sugli affari miei per sentire meno il volume della musica, a farmi spazio fra la gente, a ballare per tre ore filate senza che i tacchi mi facciano male. A indossare abiti più corti e più scollati di quelli che porto solitamente e a concedermi la mia bellezza una sera ogni tanto. Ecco. Piccole cose che si imparano nel tempo. Piccole sciocchezze, alla fine.

Voi com'è andata?

Prima di lasciarvi, vi auguro di cuore un buon anno, nuovamente. Che davvero sia gioioso e porti cose buone.

coccola5

venerdì 31 dicembre 2010

Le mani tese

Una cosa che non ho mai capito è la nostra abitudine di festeggiare a Capodanno. Mi è sempre parsa un po' stupida, come se festeggiassimo ogni mese il 30 o 31. Detto questo, c'è da dire che ogni anno mi ritrovo sempre con la grande incognita: che faccio? Da quando ho quattordici anni, a Capodanno ho sempre lavorato, prima in ristorante e quest'anno in pizzeria. Quando lavoravo nel ristorantino di mio zio finivo spesso alle 3: mio zio mi riaccompagnava da mia nonna e lì, dopo un bicchiere di latte, mi addormentavo come un sasso. Quest'anno.. in pizzeria dicevo. Ma finisco alle 22, quindi dopo?

Un'amica mi ha contattata circa una settimana fa, chiedendomi se ho già preso impegni per Capodanno. No, sono libera. Senti, mi dice, dal momento che ho l'appartamento a Trento per via dell'uni, potremmo passarlo qui da me. Okay, fammi sapere. Fammi sapere sono le ultime parole famose, come si dice. Fino all'altro ieri non più nemmeno un sms od un trillo del telefonino. Così le scrivo io: che si fa? Eh, mi dice, siccome non ci siamo più sentite, mi sono organizzata e vado al lago di Garda.. mi dispiace tanto. Anche a me dispiace tanto, cazzo. Eravamo rimaste d'accordo che mi avresti ricontattata! Non rispondo per il nervoso, ma ieri mi arriva un secondo sms: per un disguido non si fa più nulla, pensavo di andare al Berfi's, qui vicino alla Fiera di Verona. Eh?! Io al Berfi's?? Conosco quella discoteca più che altro per la sua fama: nei miei anni di liceale, era nota come un posto fighetto per gente che un po' se la tira. Il fatto che da due o tre anni sia frequentata in realtà da praticamente tutti, non ne ha cambiato in meglio la notorietà. Nel pomeriggio le telefono per sentire un po' com'è organizzata la cosa e se è conciliabile con il lavoro e scopro che in realtà sta discutendo assai con i suoi genitori per un pizzico di libertà. Di bene in meglio, penso io che il Capodanno lo passerei anche a cavallo. Alla fine, dopo altre peripezie che non vi racconto per non esasperare la vostra pazienza, finiamo in una discoteca-pub nota qui da noi con il nome di Oxò. Mio mezzo sorriso.

Mezzo perchè odio queste cose dell'ultimo minuto, specie se riguardano una serata in discoteca. Ordunque, è la notte di Capodanno e non ho nessuna voglia di aspettare che mi venga una polmonite e, in secondo luogo, se devo festeggiare, di aspettare che arrivi la mezzanotte fuori in fila con una gonnina corta al freddo e al gelo.. La qual cosa non dovrebbe succedere questa sera, almeno in teoria.

Intanto rientra mio padre dall'ospedale, dove è stato per fare degli accertamenti vista una recente influenza sospetta. Intanto i miei festeggiano con degli amici che escono a cavallo con noi, e che si aspettavano che fossi a casa. Intanto mio fratello tredicenne festeggia a casa: mi ha detto che non vede il senso di questa serata, che non gli piace uscire la sera, e che preferisce evitare un branco di adolescenti impazziti che faranno qualche scemenza. Il ragazzo è precoce, però mi dispiace che si isoli così. Intanto arriva il 2011, e speriamo che porti cose buone. Ma non solo: anche cose cattive perchè ci fanno crescere, che porti tanto amore per abbellirci dentro e tanta rabbia contro le ingiustizie.

Ci sarebbe un'ultima cosa, in effetti. Niente bilanci quest'anno? Sono solita stilarne uno ogni anno, per fare un po' la conta e analizzare per bene i passati dodici mesi. Ebbene, quest'anno ho capito l'importanza dei "momenti", delle emozioni singole, dei battiti che mancano al cuore, della Vita che scorre nelle vene e degli abbracci. Delle persone amate, di cui credevo di poter fare a meno. Il cerchio si stringe, sono davvero poche le persone cui poter dire grazie, ma ci sono: grazie E., che se anche abbiamo litigato ci siamo riconciliati e va meglio di prima, e solo questo conta. Grazie F., per tutte le nostre confidenze, le nostre cazzate in giro e le telefonate durate ore. Gli amici sarebbero questi, li conoscete come protagonisti del mio spazio, ma un petit merci va anche alla mia famiglia. Grazie a mia sorella e a mio fratello, e ai miei genitori. Guardano da vicino il mio percorso e, dopo tutto, sono sempre lì con una mano tesa se dovessi cadere.

Tantissimi e cari auguri di buona fine e buon principio, come dice mia nonna. A tutti voi, miei piccoli lettori. Che il 2011 sia fecondo, nel senso migliore del termine, e tanto gioioso.


coccola5

martedì 28 dicembre 2010

La mia scimmietta

Stamattina si preannunciava una giornata di sole, fredda ma non troppo. Io e mia madre abbiamo pensato a una passeggiata a cavallo, d'altra parte era parecchio che non uscivamo. Infilato il maglione in pile - lo riporto perchè ho messo quello di mio padre, per la verità alto 1.95! - e raggiunti i nostri piccoli, siamo partiti alla volta di S. Briccio, una località poco distante dalla scuderia.

Beh, effettivamente va aggiunto che, non uscendo da molto, abbiamo pensato bene di fare due passi nel tondino per far sgranchire i cavalli. JW, che evidentemente non si ricordava del sottocoda, ha fatto diversi salti fino a quando non sono caduta, questa volta sul sedere - e menomale. Recuperato il coraggio, siamo partiti e abbiamo passeggiato e galoppato tranquillamente, certo è che un poco mi sono spaventata.

Ogni tanto penso a Beauty, la mia dolce cavalla di cui ho parlato qualche volta. Mi dava una grande sicurezza, maggiore di quella che mi dà JW, forse anche per il fatto che è ancora un cavallo giovane. Che poi non mi disarciona con cattiveria. Un amico con noi ha lasciato sfogare il cavallo e poi me lo ha riportato. JW, che deve avermi vista un po' dolorante, si è messo a sbaciucchiarmi, come mi piace dire, sulla guancia e sulla fronte, e lo stesso ha fatto in seguito durante l'uscita. Mi piace pensare che voglia rassicurarmi delle sue paure in questo modo, con la sua affettività.

Questo mi consola parecchio. Che poi, tolta qualche incresciosa caduta non dovuta a malumori suoi, è una scimmietta stupenda, un bravissimo cavallo pazzo.

Cavallo pazzo? E perchè mai? Prossimo post vi racconto la mia penultima caduta spettacolare.

coccola5

venerdì 24 dicembre 2010

Friends

Amici che chiamano all'1 di notte per sentire cosa dovevi dirgli ancora alle 22... pazzi, ma li voglio. In ogni caso, fortunatamente ero sveglia.

I need you, E.
[Quasi odio questi giorni natalizi perchè so di non poterti chiamare e che abbiamo entrambi troppo da fare per vederci. Li odio perchè avrei bisogno di una cioccolata calda e di tante chiacchere al telefono e invece devo aspettare il 26 o il 27. Ci sono un sacco di cose che odio perchè ti assomigliano e non sono te. Come girarmi e vedere uno che ha i tuoi stessi capelli, e non è te, soltanto una brutta copia.]

Okay, momento nostalgia finito. Se mi restano cinque minuti, posto qualcosa di serio questa sera. Cose da raccontare ce ne sono.

coccola5

martedì 21 dicembre 2010

Mille di questi giorni

Dicevo che lo scorso weekend è stato anche altro. E. a parte, succedono molte altre cose belle e degne di essere raccontate.

Venerdì ha nevicato. La frase resta lì statuaria perché, dopo l’alluvione, di maltempo ne abbiamo abbastanza qui a Verona. Ha iniziato poco prima delle 14, e io, che dovevo necessariamente uscire in auto, mi sono un po’ spaventata. Forte delle mie guide con la neve, mi sono messa al volante con un po’ di coraggio e sono andata. Quando sono rientrata, due ore dopo, aveva già attaccato e l’auto slittava leggermente in certi punti. Ho seriamente creduto che, nel salire per il vicolo di casa mia, avrei rinnovato la fiancata della macchina.

L’alluvione mi ha lasciato un certo terrore del maltempo. Ogni volta che piove per più di un giorno ripenso sempre alla mia cittadina invasa dall’acqua, alla gente che ha perso molto. Il piccolo negozietto di scarpe, dove ho ricomprato le babbucce mangiate dai cani, ha avuto danni di quasi 300.000 euro. Me lo raccontava la proprietaria sabato piangendo, “che il negozio adesso è uno schifo con tutto l’odore di muffa e poi non abbiamo mica trenta anni. Anche con gli aiuti statali, non sono sicura che ce la faremo.” Ha fatto quasi piangere anche me. L’ho abbracciata dicendole che, adesso, Dio solo potrà aiutarci. Ne sono convinta. È rimasto solo Lui, adesso. Me ne sono andata con un infinito groppo allo stomaco.

E poi, e poi.. Poi ho incontrato la caposcout di mia sorella. Le ho fatto i complimenti per lo spettacolo sulla mafia della sera precedente. Avevano preparato qualcosa nel loro piccolo, per ricordare e mettere a parte più persone dell’esperienza del campo estivo in Sicilia, in un bene confiscato alla mafia. Un piccolo gesto di coraggio. Usciamo dal mazzo era il titolo dello spettacolo, e di questo si tratta.

Il pomeriggio sono andata in città da F. In realtà sarei dovuta andare in auto, ma vista la neve mia madre mi aveva proibito di muovermi con qualsiasi mezzo di mia proprietà che non fossero le gambe. Decisami per il bus, l’ho raggiunta in Borgo Roma. Mi ha fatto conoscere P., il fidanzato e assieme abbiamo rivisto Pri, un’amica del liceo. Lei aveva cambiato scuola dopo la quarta ginnasio, dal momento che non le piaceva né l’indirizzo né la classe in cui era capitata. Una delle frasi iniziali è stata: “vieni un po’ avanti con me, lasciamo i fidanzatini in pace.”, una di quelle frasi che di solito fanno nascere in me un istinto omicida. So come comportarmi quando ci sono delle coppie senza dare l’impressione che io stia reggendo il moccolo. Ma, a parte questo, la serata è andata benissimo. Ho davvero ritrovato un’amica, una delle persone con cui mi sia davvero sentita me stessa. A parte E., naturalmente. A parte F. e D., naturalmente. Mi ha detto una cosa che ho aspettato per tanto tempo: “sai, dopo te in quarta, ho avuto tante amiche. Tipe con cui fare cazzate se ne trovano in fretta. Ma tu sei speciale, l’unica che mi ha conosciuto fino in fondo. Che sapeva tutto, anche le virgole, di me.” Il vescovo di Verona, ci aveva augurato ancora un paio di anni fa di essere davvero importanti per qualcuno e, anche se immagino di esserlo per E. e per F., non me l’hanno mai detto esplicitamente. E, sebbene loro lo siano per me, nemmeno io glielo ho mai detto a parole. Suppongo si tratti anche di orgoglio. Ogni tanto ci frega. Ma è stato un momento commovente, magico, sentivo le lacrime risalirmi la gola ed è stato un miracolo che non abbia pianto davvero.

Anche P. è simpaticissimo, un ragazzo splendido, davvero. Abbiamo chiacchierato tutta sera assieme a F., tra una cosa e l’altra. Prima di arrivare in città giravamo a braccetto in tre: F. e P. per mano, mentre F. mi aveva presa a braccetto e parlava anche con me. Bello bellissimo. Mille di questi weekend.

E ieri, altra cosa inaspettata, l’invito di S., altra amica (o compagna) che non sentivo da un po’ per Capodanno. Uau. Ripeto. Mille di questi giorni.

coccola5

domenica 19 dicembre 2010

Fear

Ho una lunga fila di parole come "cazzo" in bocca. Non lunga, chilometrica. 
Beep. "Coccola??". Il cellulare mi avvisa che devo rispondere a qualcuno. E' l'sms di E., non capisco bene per cosa. Lo chiamo, risponde al primo squillo. So che se lo aspetta. Per questo il cellulare non squilla una seconda volta. E' abituato al fatto che, quando leggo i suoi sms, lo richiamo in meno di dieci secondi.

Perchè se venerdì gli ho detto "ci sentiamo domenica", soltanto alle 16 gli manca la mia puntualità, il fatto che non l'abbia già chiamato?

Ho una strafottutissima paura. Ma vada per la cioccolata calda con lui. Per altre due ore di confidenze e coccole a parole. Il mio cuore decide tutto prima che il mio cervello possa controbattere.

Ti voglio bene, E. Ma deve restare tutto com'è. Tu devi rispondere con la voce assonnata quando ti chiamo alle tre del pomeriggio perchè stavi ancora dormendo, non avere il cellulare sotto mano. Tu devi disconnetterti da Fb quando io scrivo "buona notte" senza rispondere. Tu non devi avere nostalgia delle mie chiamate in ritardo. Voglio che tutto sia come sempre. Non voglio che le cose crescano e cambino.

L'abitudinarietà è rassicurante. La mia migliore amica ha la stessa auto da cinque anni. Mi fa sentire al sicuro e protetta. C'è sempre lo stesso rassicurante disordine a casa sua, sempre suo padre con lo stesso cappotto e la stessa grande gentilezza di sempre, sempre sua sorella che "fa spettacolo". Ci ho messo un po' ad abituarmi al pensiero che avesse il moroso. E non ne sono gelosa. E' un ragazzo magnifico, che ho conosciuto ieri sera. Ma non deve cambiare nulla.

La verità è che ho paura di quello che non voglio - e forse non posso - ammettere con me stessa.

coccola5 

giovedì 16 dicembre 2010

Mi perdonerete, spero, se

Mi perdonerete, spero, se il post di questa sera non è quello che volevo scrivere, ossia una postilla al post sui miei strani insegnanti. [E pensare che era già pronto.] Mi perdonerete, spero, se vi riempio delle mie teghe. Tanto già sapete perché salta tutto.

Ci siamo sentiti poco fa. Ero ansiosa di parlare con lui, anche solo su Fb (come poi è avvenuto stasera), di dirgli, per lo meno, che l’aereo non è precipitato, che dunque sono ancora viva, che domenica sono andata a letto alle 18 e non volevo chiamare proprio nessuno, ma mica per cattiveria. Solo perché gli occhi non rimanevano aperti neanche sforzandomi. E che, puntuale come le tasse (citazione da Radio Studio Più, forse daygum conosce), al mio ritorno, già in aereo, desideravo vederlo. Mi mancava già.

E puntualmente la felicità. Basta poco in questo caso. Mi ha accolto scrivendo “oooooooooooooo la coccola è in Italia!!” [lui ha usato il mio cognome, ovviamente non lo riporto]. Allora ti sono mancata. Anche tu, cazzo, anche tu. Ma questo non te lo scrivo perché mi spaventa e infine per orgoglio. In dieci minuti facciamo fuori diversi argomenti, li accenniamo ma cogliamo i punti salienti, del tipo “avresti dovuto esserci a New York” e del tipo “ti lascio che domattina la sveglia suona alle 6. Devo finire una traduzione..” “ma tu sei scema, finiscila stasera, santo cielo!” e del tipo “ci sei ancora? Volevo salutarti e augurarti la buonanotte!” “sisi, un momento coccola, ero in bagno cazzo!”. E del tipo “buonanotte, E.” “’notteee!”. È un’altra cosa nuova. Un’altra cosa che su Fb non ci siamo mai detti. Ma neanche dal vivo, a dirla tutta. Se io dicevo buonanotte, lui in genere rispondeva soltanto ciao, o quasi sempre lasciava cadere. E stasera è cambiato anche questo.

Piccoli passi. Ma mi mettono paura. Sono E.-dipendente ma ho paura delle cose che cambiano quando non lo vuoi. Doveva lasciar cadere anche stasera. Doveva respingere i miei baci sulle guance. LM, cristo, non è che hai ragione tu?

coccola5
ps. a mo’ di avviso (e minaccia): non provate nemmeno a scrivere che sono/siamo innamorata/i. Rileggete i vecchi commenti, ho già detto tutto.. Mi perdonerete, spero.