So che scrivendo farò ordine fra i miei pensieri, e quindi al momento mi sembra un’attività decisamente utile da compiere. C’è qualche novità sul fronte lavoro, e vale a dire che il numero dei litigi furibondi tra me e la cassa si è decisamente ridotto: abbiamo trovato un tacito accordo che ci permette di convivere (io non piango esaurita e soprattutto conto bene il fondo e lei.. beh, lei fa sempre il suo lavoro!) e, definito il patto di stabilità fra le parti, sto molto meglio.
In compenso sono partiti tutti: i miei sono a cavallo per il week-end e torneranno domani, F. è partita per la GMG di Madrid e D… D. è partita, ma in un senso differente. Quello che mi ha sorpreso, è stata la batosta: pensavo di essere oramai un’esperta in fatto di scelta di amicizie, e invece mi sono dovuta ricredere. Il punto è che io vedo l’amicizia come un prendersi cura l’uno dell’altro, e con lei non succedeva. Mi ha detto che ho l’innata capacità di scomparire nel nulla, le ho risposto che lo sapeva fin dall’inizio e che è un fatto caratteriale cui non so porre rimedio. E comunque, a non sapere nemmeno dei problemi di mio padre e a non farsi sentire per tre mesi, era lei. Giusto per puntualizzare lo stato di cose. Non penso a lei quasi mai ora: il pensiero che ci rivedremo casualmente mi tocca solo in maniera laterale, forse sono talmente amareggiata che non voglio nemmeno pensare alla nostra rottura e a cosa succederebbe se.
Considero da sempre gli amici quasi come degli amori – e chi ha letto della mia amicizia con E. può confermarlo - persone per le quali do ogni cosa, ogni singola cellula di me stessa e rompere con loro in modo più o meno traumatico, più o meno accidentale, mi ferisce immensamente. Non tutte le persone restano per sempre, però spero sempre che condividano con me una parte di percorso abbastanza lunga. E questo è quanto: ci sarebbe altro da aggiungere, ma preferisco spostarmi su lidi più interessanti e divertenti, almeno per il momento.
Partiamo dall’argomento più facile: F. Come vi dicevo, è partita per le vacanze con un grande zaino da trekking e, sottolinerei, è partita anche grazie a me. Perché tanta modestia? Perché ieri sera, dopo lavoro, ci siamo viste con l’esplicito intento di “fare lo zaino, ti prego”. Fortunatamente aveva già sistemato sul letto le cose da portare. Una precisazione ci sta: sistemare può essere sostituito da buttare alla più caotica rinfusa senza particolari conseguenze sintattiche e semantiche. Si, perché sul letto – e nelle stanze adiacenti – regnava sovrano il caos. Le ho fatto sistemare i pantaloni con i pantaloni, le maglie con le maglie e le scarpe con le scarpe e insieme le abbiamo insacchettate e disposte nello zaino in ordine di “utilità” (per chi non lo sapesse, l’ordine è circa questo: maglie e pantaloni sotto, intimo più sopra, sopra ancora pigiama e cambio per il giorno successivo, infine un avemaria – o un’imprecazione, a seconda del soggetto svaligiante - per riuscire a chiudere lo zaino e sacco a pelo e stuoino). Sua sorella – e lei stessa – mi guardava ammirata e continuava a ripeterle: “vorrei vedere quando lo zaino lo farai tu!!” e intanto se la rideva di gusto. In tutto questo abbiamo cenato e ciacolato.
E questo ormai ci porta al secondo – e ultimo, contenti? – argomento. Di che abbiamo disquisito? Di molte cose, questo è certo, e a me gli argomenti raramente difettano, ma anche, e sottovoce per non turbare la sua famiglia, di Davide. Il collega che mi attrae terribilmente e di cui vi accennavo il post precedente. Un gran bell’elemento, quello. Castano, carnagione chiara e occhi scuri, qualche minuscolo taglietto sul viso: non eccessivamente piacente secondo gli attuali canoni estetici, abbastanza sfacciato da dirti qualunque (quasi – e grazie al cielo) cosa appena gli venga in mente. Sabato abbiamo pulito insieme i vassoi, e intanto mi raccontava la sua storia dannata, io gli spiegavo che in questo senso gli faccio compagnia. Insomma, lui ha la sua storia con cui impressionarmi (parziale perdita di memoria dopo un incidente di arti marziali, famiglia sgangherata e altre varie) e io ho la mia (incidenti vari di percorso, carattere spaventoso e spaventevole e altre varie): così composti, nessuno dei due si impressiona poi molto. Non io, almeno. Storie così ne ho sentite almeno cento e ci ho fatto il callo: non che le ritenga superficiali, anzi, ma conosco spesso il prologo e il proseguo e anno dopo anno non ci lascia più muovere a pietà o compassione. Detto questo, veniamo – dialogicamente parlando – al sodo: ci ritroviamo a parlare delle nostre compagnie di letto. Che si tratti di una seconda persona o delle nostre dita, come nel mio caso, mi è piaciuta l’estrema naturalezza della conversazione, con qualche risata e altre parti serie. Quindi, dicevi, ti tocchi e poi dormi da dio?, mi fa, riprendendo il filo del discorso. Sì, hai colto il punto. Ti rilassi al punto che stai proprio bene e quindi poi dormi anche bene. Inizialmente lui ride. Perché me ne parli? Perché lo faccio io, più che altro perché è naturale e tutti, in misura diversa, lo facciamo. Che senso ha nasconderlo? Non mi dà torto, mi fa notare che mi sto rilassando e che parlo più lentamente adesso, io vorrei rispondergli che, se potessi, me lo scoperei seduta stante, invece ribatto che non mi va la psicanalisi. Mi asseconda e poi cambiamo argomento: ridiamo in continuazione e i colleghi che passano notano la nostra complicità. Al momento della distinta cassa me lo ritrovo di nuovo vicino. Che fai?, gli chiedo. Ti aspetto. Per pietà. See, per pietà. Comunque resta, mi fa piacere., gli rispondo in fretta. Il momento più ansiogeno è quello e mi fa piacere che qualcuno mi affianchi in silenzio. Lui però parla in continuazione con me e con V., una nostra collega, e alla fine sbotto: E piantatela di parlare e schiamazzare! Sto facendo la distinta, mi serve concentrazione! Abbassano la voce e io riprendo a smazzettare le banconote e le monete. Poi si offre di darmi una mano e gli dico cosa fare, infine mi accompagna all’auto. Che poi, vedi, noi che abbiamo il riposo la domenica siamo quelli più fighi!, esclama cammin facendo. Quindi intendi che sono figa anch’io?, azzardo ridendo. Beh, non proprio!, ride anche lui, ma in realtà lo pensa.
Posso dirlo? Mentre altre colleghe parlavano con lui, una puntina di gelosia c’era. E dai, per una volta speriamo bene. Se non mi faccio prendere dal panico potrei farcela.
coccola5
Considero da sempre gli amici quasi come degli amori
RispondiEliminaC'è da aggiungere altro?
Se ne parlava ad una cena nemmeno una settimana fa e il mio modo d'esprimermi (abbastanza lapidario) è stato praticamente questo. La persona che sosteneva il contrario non la pensava così, all'inizio, ma ha dovuto ammettere che, vedendo le cose dal mio punto di vista, tutto effettivamente quadrava facilmente.
L'amicizia è un amore: c'è lo stesso bisogno di stare insieme, la stessa voglia dell'altro, la stessa forza e la stessa forza. Manca il sesso, tutto sommato, e poi la fotocopia è pronta. Ed è anche il motivo per cui gli amici possono andar via (anche se forse ad un ritmo inferiore a quello degli amanti): l'amicizia non accetta le mezze misure e se non è grande amicizia allora non la vogliamo più. Solo cose intense, solo cose complete e coinvolgenti (vedi E.). Come un grande amore, appunto.
Il collega... non so, vorrei solo poterne leggere molto di più :p
Un abbraccio sorridente
Concordo su ogni singola parola. Quanto a Davide, anch'io vorrei poterne sapere di più!! :D
RispondiEliminacoccola5
A me l'amicizia spaventa già di per sé D: è un gioco in cui non sono capace.
RispondiElimina@ .sHiva: eppure dobbiamo provare, no? :) Altrimenti restiam soli. Sai cosa c'è? A provarci ci mettiamo in gioco completamente, e tutto rischiamo di perdere, dignità compresa. A restar chiusi in un guscio perdiamo tutto comunque. Non avere paura. :)
RispondiEliminacoccola5