mercoledì 25 luglio 2012

O l'alito o denti, questo è il problema

Ancora sveglia? Sì, e se avete mai sperimentato il mal di denti in vita vostra, capirete perchè e avrete compassione di questa nottambula.

Tutto è cominciato verso metà maggio con un dolore intermittente fra due molari. Dal momento che non sembrava una cosa passeggera, avevo concordato con i miei di prendere appuntamento in ospedale, anche per evitare le cifre abnormi del nostro dentista privato, rompiscatole e un po' invadente. Telefono e mi fissano l'appuntamento per il 27 giugno, un mese esatto dopo. Perfetto, se non fosse che i primi di giugno si fanno sentire le prime scosse a Modena e la mia università (a Mantova) chiude per un’ordinanza del sindaco, facendo slittare gli esami. Uno di questi viene a cadere proprio per il 27, costringendomi a spostare l’appuntamento.

Ritelefono, e prendo appuntamento nel primo spazio libero, vale a dire il 30 luglio. Sommo giramento di maroni, ma penso di poter resistere. [In questo lasso di tempo la mia carie cresce, cresce e cresce.] Una settimana dopo mi chiama l’ospedale, per dirmi che il giorno 30 luglio il dottore sarà assente, e l’appuntamento è slittato al 28 agosto. Decido di non urlare contro il segretario soltanto per non peggiorare il dolore ai denti ed, esasperata, prendo appuntamento con il dentista privato, rompiscatole e un po’ invadente per la settimana successiva.
Questi mi dice che ho una carie molto grossa, che ricopre metà dente e che non avrei dovuto aspettare così a lungo. Eh, fosse dipeso da me!, vorrei replicare, ma lascio perdere. Mi toglie la carie e, frattanto che tengo la bocca aperta, mi chiede come stanno i cavalli, i miei genitori, mia sorella. Tutte domande cui per ovvie ragioni non posso rispondere. “Vedrai, ora andrà meglio. Torna da me il 30 luglio per la devitalizzazione.” Ottimo, penso io, il calvario è finito.

Sapete quando si dice le ultime parole famose? Appunto. Al momento ho, anzi avevo, un dolore lancinante e continuo al dente, che non mi permette nemmeno di dormire. Disperata, mi rivolgo all’ultima risorsa che possa venirmi in aiuto: il web. E lì finalmente trovo la mia salvezza, e se avessi un fidanzato potrei sostituire con fine relazione per giusta causa: l’aglio. Ho scoperto che è un magnifico antisettico e analgesico, tra i più potenti a livello naturale. Corro in cucina a staccarne uno spicchio, lo mastico e cinque minuti dopo ho il dente completamente anestetizzato, meglio dell’anestesia gonfiabocca* che mi fa il dentista ogni volta.
* L’ultima volta me ne ha fatta talmente tanta che mi ha addormentato denti, guancia e labbra.

Tutto considerato, direi che:
1)       1)Ho trovato una valida alternativa per troncare in modo indolore con gli esseri umani a me antipatici, e vi assicuro sono parecchi
2)      Ho acquisito magicamente la capacità di allontanare i vampiri e gli spiriti maligni
3)      Ho evitato i molti effetti collaterali degli analgesici tradizionali
4)      Il mio cane, che ha un alito simile al mio attuale, potrebbe iniziare a considerarmi un suo simile

È andata bene!

coccola5 
ps. i commenti alla pagina web che ho scovato sono stati scritti, per la maggior parte, tra mezzanotte e le quattro di mattina! :D

lunedì 25 giugno 2012

Meraviglioso come ora non lo sei mai stato


Mi ero ripromessa di tenere le distanze da E. Non in senso fisico, quanto emotivo. E non che lui sia una cattiva persona, in realtà è una delle migliori che abbia mai conosciuto.
Nel 2011 avevo lasciato scivolare la nostra amicizia. Sia chiaro, non ce l'avevo con lui, ma per qualche motivo lui non faceva più per me. Il suo disequilibrio mi faceva rimanere sul filo di una fastidiosa apatia, involontariamente condizionava la mia vita.

A ottobre poi, per il mio compleanno, mi scrisse un messaggio di auguri, chiedendomi se mi andava di uscire un po'. Alla fine mia madre mi aveva detto di volermi fare una sorpresa, e non avevo potuto rifiutare, quindi la cosa saltò. Qualche tempo dopo, lo richiamai. Volevo fare due parole, sentire se era ancora vivo. Al telefono mi chiese di vederci in serata e, un tantino stupefatta, accettai. In compagnia di un'amica comune, mi chiese di aiutarlo con inglese, cazzo, non ci capisco niente e a giugno ho l'esame. D'istinto accettai e ricominciammo a vederci. Di sabato mattina, verso le 9.30.
Alle volte era ancora intontito dal sonno, in pigiama, e ci metteva un po' a concentrarsi sugli esercizi da fare e sulla grammatica inglese. Ogni tanto, la frase di un esercizio gli riportava alla mente un ricordo, un pensiero e ricominciavamo a chiacchierare, a raccontarci la vita. In tutto quel tempo, a parte un pomeriggio, non ci siamo mai incontrati al di fuori delle lezioni che, fra l'altro, lui pagava regolarmente.

Dopo la fine dei suoi esami, a inizio giugno, mi manda un messaggio per dirmi che è andato tutto bene, che mi ringrazia infinitamente. E se mi va di andare fuori, possiamo andare al cinema. Mi aveva chiesto di andarci un anno prima, ma allora la cosa non faceva parte del nostro rituale. Potevamo incontrarci al Krème, uscire allo Skylight per una serata brava oppure starcene in un baretto a Gazzolo gestito da appassionati della birra tedesca. Oppure rimanere nella sua macchina, o nella mia, a parlare. Andare al cinema non rientrava in questo rituale, sarebbe sembrato irreale per entrambi. Era letteralmente fuori dai nostri schemi.
In ogni caso, accetto. Mi dice che viene a prendermi, andiamo all'ultima proiezione e bla bla. Non c'è bisogno che specifichi tutto, vorrei sussurrargli, le so queste cose, siamo amici per qualcosa, no? Ma è un convenevolo, e non posso sottrarmi. Alle 21.30 sono sotto il vicolo di casa mia, e per la prima volta è lui in anticipo, lui ad aspettare me. Scusami, gli dico stupita.
Davanti all'ingresso, ci fermiamo per una sigaretta. Io tremo di freddo. Hai freddo, vero?, mi chiede apprensivo. Ho finito, dai, entriamo.
Ma la vera sorpresa arriva quando entriamo in sala, puntuali come orologi svizzeri: non c'è nessuno! Shh, non disturbare gli altri, mi dice ridendo. Vorrei abbracciarlo così forte... e dio solo sa quanto entrambi ne abbiamo bisogno. Ci sediamo in un posto a caso e rilassiamo. Stiamo bene insieme. Dopo tanto, stiamo di nuovo bene. Tutti e due.
Arrivano altre due coppie nei minuti successivi: lo storico equivoco, ci prendono per una coppia e lasciano soli e vicini. La nostra vicinanza è fantastica perchè equivoca, ambigua.

Durante il film, sobbalziamo negli stessi momenti, ridendo di noi e dell'altro. Pensiamo alle stesse cose, a un certo punto lui mi sembra in un altro mondo, nei suoi pensieri che un poco mi restano sempre sconosciuti, insondabili.

00.45. Il multisala è praticamente deserto. Fa strano scendere le scale in questa solitudine. All'uscita, un commesso si affretta a chiudere le porte. Andiamo direttamente all'auto, e intanto gli rendo le chiavi, il cellulare e il portafogli.
Per strada, parliamo poco. Siamo entrambi stanchi, in effetti. Però mi chiede di accompagnarlo a Genova. Mi dice che ci sarà qualche altro suo amico, ma so che è una bugia. Saremo io e lui, lo sento perfettamente. Okay, mi piacerebbe andare a Genova. Mi sembra preoccupato, perchè gli racconto che sono già stata all'acquario, ma lo rassicuro. Mi fa piacere andare con lui, non mi dispiace ritornare.

La sua proposta mi apre gli occhi: quanto sei cambiato, caro E.! E quanto mi fa piacere vederti così, fresco, nuovo, cangiante. Sorrido dentro, lascio andare un sospiro di sollievo. Adesso posso lasciare andare il respiro, adesso che vederti non mi fa più stare male, non mi chiude lo stomaco. Adesso che tu sei sempre un universo, ma non il mio. Non sei più tutto quello che ho, il mio aggrapparsi a un ramo cadente. Sei tu, e io sono io. E non abbiamo più paura del buio.

A te, che meravigliosamente ti sei risollevato. Meraviglioso come ora non lo sei mai stato.

coccola5
ps. se non ve ne foste accorti, altro che distanze! Un anno fa le cose stavano esattamente così.

domenica 24 giugno 2012

In a second. Be free


Parlavo con mia sorella, venerdì. Una conversazione in auto, dirette da mia nonna. E lei mi dice che il suo ragazzo non è particolarmente entusiasta della sua partenza, ormai prossima, per il Sudafrica. Ah, no? Be', sai.. dice che quando tornerò sarà tutto diverso, dovrà riabituarsi ad uscire con me e trascurare i suoi amici. Me la sono presa, per me stare con lui non è.. un hobby, un gioco. Voglio costruirci qualcosa, con Spilungone. E le credo. Anch'io, al suo posto, desidererei la stessa cosa. Tesoro mio, le dico, come puoi stare con qualcuno che non vuole la tua felicità? Il viaggio in Sudafrica, per imparare l'inglese, è parte della tua felicità. È qualcosa che vuoi. Non lasciare che lui ti impedisca di realizzare i tuoi sogni. E digli che, se il tuo essere felice lo rattrista, lo mette in difficoltà, forse avete un problema. Come coppia.

Mia sorella è abituata a sentirmi parlare così. A sentirmi dire che io sono libera come l'aria, indipendente, selvatica come i fiori di campo. A sentirmi dire che non accetterei mai un giogo simile, non potrei sopportarlo.

L'altra sera non sono uscita, sai. O meglio, non sono uscita veramente. Sono rimasta nel parcheggio sotto casa a piangere. Da sola?, le chiedo io sorpresa. No, con Spilungone. E perchè? Perchè io parto. E lui che reazione ha avuto? Lui mi stava spiegando le sue ragioni, perchè è triste che parta. E tu facevi la fontana, nel frattempo. Sì.

Io non ci credo che Spilungone è triste. Lui non vuole che mia sorella parta, il che è diverso. Altrimenti non avrebbe imposto le sue motivazioni a mia sorella, mentre lei piangeva in auto. Lui non gliele ha spiegate, l'ha costretta ad accettarle, come una mostruosa giustificazione.
Lui è un maschio. E non vuole che la sua femmina sia indipendente. Mi sembra quasi strano che lui mostri così timidamente le sue rimostranze.
Lui non odora di buono. Le cose, le persone, i luoghi hanno un odore. Odorano di buono, di semplice, di dio, di amore o di non-buono.
Io, che in certe cose sono assolutamente istintiva, non riesco a ignorare il suo odore, a dire a mia sorella che sa di buono.

Non posso fare a meno di dirti ciò che sento. Ma soprattutto non posso fare a meno di dirti che devi essere libera, e che non ci vuole chissà che. Libertà è dirgli “lascia che io sia felice”. E accettare, per quanto doloroso, il fatto che se lui non condivide questo con te, non è la persona giusta. La libertà, il rispetto, esortarvi reciprocamente ad essere felici sono alla base di una buona relazione, di qualunque rapporto.

Io sono libera quando resisto. Quando non accetto il compromesso. Sorrido, sono paziente con chiunque incontri, ascolto le parole, guardo negli occhi e nelle labbra; allora sono libera. Non ci vuole tempo per essere liberi, è un attimo, perchè ogni secondo in più è un secondo perso, è il nodo di un compromesso che si stringe.
Ma ogni attimo di libertà è un filo tirato per sgrovigliare il nodo, una mano paziente che scioglie una matassa. Le nostre abitudini – spesso - sono quelle matasse.
coccola5

mercoledì 20 giugno 2012

Cari i miei genitori

Non la riconosco, la mia famiglia. Le cose sembrano invertirsi, at this point. Solo un anno e mezzo fa erano loro a non riconoscere me, la figlia ribelle che infrangeva i loro divieti solo per uscire con E.
Le facce sono le loro, ma le parole non gli appartengono: non possono appartenergli! Com'è che le stesse persone che fino a poco tempo fa sembravano avere valori fissi, buoni e tradizionali ora li interscambiano svergognatamente, li girano a loro piacere e vantaggio? La parte dell'ingenua, su questo non c'è dubbio, la faccio sempre io.

Un mese fa era un reato che mio fratello bevesse una birra, ora ci scherzano su allegramente e lui è quasi autorizzato a farlo, percependo, tra l'altro, che l'alcol è cosa divertente, fica.
Un mese fa io ero il consigliere di mia madre, ora solo una che non sa risparmiare critiche a nessuno.
Un mese fa mia madre era disperata e mi chiedeva di tenerle compagnia, ora è rinata e io sono stata scalzata dalla sua mania di controllo e dalle sue insindacabili opinioni.

A volte ho l'impressione di essere io a portare avanti questa famiglia, nonostante i tracolli emotivi di mia madre. Altre volte, semplicemente, ho il presentimento che la mia assenza o presenza sia assolutamente irrilevante per ognuno. Sto cercando di mantenermi salda, di non piangere, di non fare scenate isteriche, di ascoltare, di avere pazienza. E lo faccio volentieri, perchè questa è la mia famiglia.. e a chi altri spetterebbe questo ruolo?

La loro incertezza valoriale mi turba, lascia in bilico. Ieri sera raccontavo a mia madre di un sms che avevo ricevuto da don D. nel pomeriggio, dove mi scriveva: com'è andato l'esame? Fammi sapere! A ogni modo, volevo chiederti se puoi darmi una mano anche giovedì.. so che sei impegnata, ma mi faresti un grande favore. Mi ero sentita enormemente presa per il culo. Lui fingeva di interessarsi ai miei esami solo per coinvolgermi nel volontariato, quindi, avevo pensato: si fotta! Lei inizia a raccontarmi, per farmi cambiare idea, di aver fatto una cosa simile a sua volta: una sua amica ha dolori terribili al ginocchio e le ha chiesto un consiglio su un bravo ortopedico cui rivolgersi. Mia madre, per non farla aspettare, ha chiamato un nostro amico ortopedico con la stessa tattica usata dal prete: come stai? Bene, mi fa piacere.. volevo chiederti un favore. Mi dice di non prendermela, di essere obiettiva: certo che voleva anche sapere come stavi!
Io me ne resto lì, tramortita. Come puoi essere così superficiale? Com'è che una volta questo ti avrebbe dato fastidio e ora.. ti è solo indifferente? Come siamo arrivati alla logica de “l'importante è il fine, i mezzi non contano”?

Sono più le domande che le risposte, più le ansie che le gioie. Non voglio cambiare nessuno, modificare niente, ma... in questa casa alcune dinamiche non funzionano, ed è tempo – e giusto – di ammetterlo. Quando, tornando a casa, mia madre mi dice che è stanchissima, ha lavorato tutto il santo giorno e noi non la ricompensiamo a sufficienza, percepisco chiaramente che c'è stato un grosso fraintendimento. Perchè essere madre significa accettare di stancarsi, significa dare 1000 e ricevere 100 o anche meno (ma non per cattiveria), significa fare gratuitamente senza attendere una ricompensa. Se solo il fatto di ricoprire questo ruolo deve avere una contropartita, quali sono allora le cose gratuite della vita? Qual è lo sforzo che possiamo fare senza aspettarci niente in cambio? Se essere madre non è “gratuito”, che cosa lo è??
Questi sono i valori che ho imparato io, e a questo punto mi domando da chi. La gratuità dell'affetto, proprio perchè a qualcuno siamo affezionati (e gli vogliamo bene), fa nascere in me quella voce che dice “ricomincia! Ricomincia ancora! E ancora!”

Nonostante la stanchezza, nonostante abbia perso un'amica e una guida spirituale, sono felice di sentire quella voce che non mi permette di abbandonare il campo. Significa che sono sulla strada giusta, che Dio non mi ha abbandonata in questo deserto, anzi, ne ha approfittato per stringermi più forte la mano. Ma mi atterrisce che non ce l'abbia lei, perchè qualcosa vuole pur dire. Ed è qualcosa di terribile.

Cari i miei genitori, forse dopo 21 anni che allevate figli vi siete scordati che la genitorialità non è gratuita, è a spreco, è amore a fondo perduto. È cominciare a urlare di dolore quando tuo figlio sta male, ma non perchè lui non sta realizzando i tuoi sogni, ma perchè non sta realizzando sé stesso. Ed è litigare fortissimo perchè ci si vuole bene. È cadere insieme a tuo figlio, prendendo una botta talmente forte da doversi fare amputare una gamba, ma avere ancora voglia di correre con l'altra.
È stare in silenzio, perchè la voce della tua creatura inizi a cantare e poi piangere di gioia.

Forse io sono troppo giovane, forse non ho ancora figli e poi mi ricrederò, forse solo un paroliere un po' romantico e mi rifiuto di vedere il mondo per com'è. Vedo solo quello che voglio vedere, che in altre parole è un mondo migliore.

coccola5

martedì 29 maggio 2012

*

Questi giorni sono stati contaminati dal silenzio: certo non quello della bocca, ma da quello interiore. Quello della mia anima che non sa trovare parole per dire la propria tristezza, il proprio sentimento di amaro che punge alla gola.

Ho scoperto che non c'è niente di peggio che vedere qualcuno buttarsi via, decidere la propria morte interiore, per qualche motivo. E non pensavo sarebbe stata così dura, ma sto cercando di mettermi l'anima in pace. Non c'è un'espressione più azzeccata, è proprio questa quella giusta.
Forse proprio adesso che tutti stanno mollando, tocca a me stringere i denti e rimanere. Se me ne andassi via, se lasciassi, avrei uno dei più grandi rimorsi della mia vita. E' un imperativo categorico.


Ti voglio bene, fratellino mio. Ti voglio bene anche se tu hai deciso di non amarti, di lasciarti andare e io non riesco a capire perché. Anche se mi sembra che tu abbia la testa bacata, più vuota delle zucche. A questo punto non posso fare altro che aspettare te, dietro la porta della tua camera che chiudi sempre a chiave. Cercherò di avere pazienza.



Nickelback - When We Stand Together
The right thing to guide us
is right here inside us.

coccola5

lunedì 21 maggio 2012

Di che torrente sei?

Acqua vera è ogni incontro. Se poi l'incontro è con Dio, con Gesù, è acqua che zampilla.
Ma se non c'è incontro, anche la religione, la religione stessa, diventa piatto moralismo, etica arida, senz'anima.
"Di che torrente sei?", chiedeva sempre il patriarca di Gerusalemme ai monaci che dal deserto salivano alla città santa. Di che torrente sei? Perchè presso ogni torrente era fiorita una laura o un cenobio.
 Di che torrente sei? E se sei del torrente di Cristo? L'acqua ti fa fiorire, l'acqua che zampilla per la vita eterna. Ti fa fiorire. Tu vedi nel vangelo la samaritana fiorire.
Non meravigliarti allora del deserto. La nostra vita poco o tanto conoscerà sempre questo essere aridi, questo essere riarsi. E dunque il problema non è poi tanto quello di avere sete, perchè nella vita avremo sempre sete, quanta! Preoccupiamoci invece dell'acqua e che sia dolce e chiara e non quella delle cisterne screpolate e stagnanti. Come avvertono i profeti.
[...]
Il problema, anche quello religioso, non è quello di spegnere la sete con le nostre facili, troppo facili risposte. C'è già tutta una mentalità, già lo ricordavamo, tesa a ottundere, a spegnere, c'è tutta una società di pompieri. Il problema è il pozzo a cui ti disseti, il torrente a cui ti disseti. Di che torrente sei?

don Angelo Casati, Incontri con Gesù

Lascia che mi inganni

Ti è piaciuto il film?
Un po' sì. Lo dici sorridendo, le labbra un poco piegate all'insù, gli occhi che si staccano dallo schermo e mi guardano, cosa che fai raramente. Piccola perla che si incastona nel mio cuore, nel ricordo di te.
E lo so che è solo un caso, che domani tornerai a dirmi che a tutto sei indifferente, non mi dovrei lasciare ingannare. Però decido di fare finta che sarà così anche nei giorni a venire.


Tu sorridi, e io mi commuovo.
Spero sempre di sorprendermi per cose grandi, e mai per quelle piccole. Devo abituarmi al contrario. Ti voglio bene, fratellino.  

coccola5
ps. mi viene in mente - e forse la cosa ha un senso - quello che diceva Enzo Bianchi in un'omelia che ho sentito a Bose, poco prima di Pasqua. Diceva che pensiamo sepre di essere noi a pregare Dio, mentre ci dimentichiamo sempre che è Lui a rincorrerci continuamente, a pregare noi. I momenti più belli, allora, sono quelli in cui diamo ascolto alle sue suppliche, a quel suo filo di voce che ci dice fermati un momento, lascia che ti spieghi!
fonte: Omelia di Venerdì Santo, Enzo Bianchi

sabato 19 maggio 2012

La furia compratrice di mia madre

Scritto così, fa un po' manuale di istruzioni. Che però, diciamocelo, ci vorrebbero sempre, per un matrimonio. Mi raccontava LM per telefono, e io puntualmente confermavo, che questi eventi possono essere delle piacevolissime occasioni di passare qualche ora con parenti e conoscenti, ma possono anche trasformarsi nella fiera del cattivo gusto. Quindi sì, un manualetto ci vorrebbe eccome! Ma, a dire la verità, volevo raccontarvi del mio matrimonio, quello cui devo andare oggi. A cui mi tocca andare, vorrei sottolineare.

A casa mia vige la regola che per ogni matrimonio serve un vestito nuovo. O per lo meno, finora a me è sempre andata così. Le ricerche iniziano con un mese abbondante d'anticipo, e precisamente quando mia madre inizia ad agitarsi e accende il disco: "Ma con i tuoi orari a scuola avremo pochissimo per cercare il vestito! Guarda che non è detto che ne trovi subito uno adatto!". In generale, una settimana o due dopo, io perdo la pazienza e acconsento a farmi accompagnare in grandissimi centri commerciali, dove naturalmente le ricerche non vertono solo sull'abito matrimoniale, ma anche su otto miliardi di altre scarpe, borse, maglie e pantaloni.
Come prevedibile, in capo a un pomeriggio ne ho fin sopra ai capelli di negozi, commesse invadenti e continui togli e metti di abiti. Di conseguenza, io e mia madre abbiamo messo a punto un modo per fare acquisti che consenta a me di non perdere la calma, e a lei di girare quarantaseimila negozi: il primo sabato cerchiamo - e a furia di girare, troviamo - l'abito, quello successivo le scarpe, il terzo borsa o eventuali accessori. Ne converrete, la più avvantaggiata è ancora lei.

Questa volta le cose sono andate un po' diversamente. In una giornata avevamo trovato abito e blusa da mettere sopra, e qualche giorno dopo abbiamo acquistato anche i sandali - ho ceduto per quelli col tacco -, quindi fondamentalmente ero a posto. Avendo deciso di non mettere orecchini per via dell'allergia e avendo adocchiato a casa una collanina perfetta, non avevo in programma ulteriori scampagnate nei centri commerciali. Di fatto, sono riuscita a evitarli, ma non la furia compratrice di mia madre che in mia assenza mi ha preso un altro paio di scarpe (chiuse, e ovviamente sempre con tacco) e una stoletta per coprire le spalle in chiesa. La cosa, onestamente, mi ha sconvolto non poco: mi manca solo un secondo vestito!
Parlandone un po', ci abbiamo riso su: il tutto si è rivelato quantomeno buffo, in effetti. Non mi era mai capitato di avere "due di tutto" per una sola occasione, fra l'altro con il vantaggio di evitare di acquistare di persona metà degli oggetti!

Lo avrete capito, in fatto di vestiti sono molto maschile. La mia semplicità rasenta quella dei monaci, ed è raro che decida spontaneamente un suicidio commerciale (mio neologismo per "suicidio conseguente a ore e ore trascorse in un centro commerciale"). Odio accompagnare chiunque a provare vestiti, scarpe, orecchini o collane e, se avrò in futuro un compagno, credo che non odierà questo mio lato. In caso di compagna, dovrò un po' smussarlo!
Non sento il bisogno di essere sempre trendy, chic, glamour, cool o come diavolo si dice. Preferisco un abbigliamento semplice e funzionale alle varie occasioni, e la cosa turbava, ai gloriosi tempi del liceo, le mie compagne che dicevano di impiegare mezz'ora la mattina per scegliere cosa indossare. Per me, che mi alzavo alle 6.20 e avevo il bus alle 6.48, sarebbe stato impossibile, anche solo per una questione di tempi. In genere aprivo l'armadio, sceglievo un paio di jeans, e siccome insieme ci sta bene tutto, una maglia qualunque andava benissimo. Le mie abitudini in questo senso non sono ancora cambiate.

Uno degli ultimi complimenti di mia madre è stato: sembri una muratrice lesbica! Non sa che sull'ultima parola, si sbaglia solo a metà. ;-)

coccola5

venerdì 18 maggio 2012

"Gay invalidi? Dateci la pensione!"

Visto che dei giornali italiani il solo a farne menzione è il Fatto Quotidiano, volevo diffondere anch'io questa sconcertante notizia.
A quanto pare, i prontuari dell'Inps classificano ancora l'omosessualità come una malattia invalidante. Di conseguenza, alcuni attivisti della comunità Lgbt si sono recati presso una sede dell'Inps di Torino per depositare la richiesta di una pensione d'invalidità. Mi viene da dire che hanno fatto benissimo!
Vi linko qui sotto il video pubblicato dal quotidiano.




Evidentemente, siamo nel 2012 solo temporalmente.
coccola5, allibitissima
ps. fonte: Fatto Quotidiano

giovedì 17 maggio 2012

Se saprei

Ci voleva Lady Oscar, e un po' di sana scrittura autocostretta, a farmi riprendere la grinta. Mi diceva un caro amico, tempo fa, sei granitica. Voglio dimostrargli che non ha torto, quindi gambe in spalla e si riprende la marcia.

Al momento, perdonerete l'assoluta mancanza di fantasia scrittoria, la mia mente ha stilato solo un elenco di cose assurde, ironiche o decisamente fastidiose, a seconda del caso.
Il numero impressionante di ragazzini che fuma, per esempio. E non sono stordita, non me ne sono accorta solo ora, ma la cosa mi lascia comunque attonita. Faccio una fatica bestiale ad abituarmi alla vista di ragazzini che prima di scendere dal bus, preparano accendino e sigaretta fra le dita.
Una trattoria che porta il nome "al Senato". Non ho la più pallida idea di cosa aspettarmi.
La scrittura di Isabel Allende che ogni tanto mi fa ridere. Non so come, mi sono innamorata di un'autrice spagnola.
Decisamente fastidiosa, invece, è la volgarità dei quindici anni che usano termini delicati come "cazzo" o "figa", per tacere dei peggiori, come sopraffini intercalari. Non sopporto questa scurrilità gratuita e, concedetemelo, assolutamente immotivata.

Mi lasciano comunque massimamente inorridita frasi del tipo "se saprei come aiutarti, lo farei sicuramente". Se avrei, e fortunatamente mi manca, una grammatica pronta all'uso, te la darei in testa.
Non cambierò mai, questo è poco ma sicuro.

coccola5