Piccole chiacchiere di paese, cui di norma non è bello (né sempre lecito) dar credito. Ma, dal momento che la vicenda può essere spunto di riflessione, volevo riportarne qui qualche brevissimo stralcio.
Nel pomeriggio sono andata a fare un breve giro in bici con mia madre. Volevamo salutare mia nonna, che tra una cosa e l’altra passa molto poco a trovarci. E lì abbiamo trovato una sua amica che conosciamo bene, la quale ha due figlie, entrambe divorziate. Ci ha un po’ raccontato come stavano le cose, con quel dolore rassegnato e l’espressione arrabbiata, forse, di una madre che ha visto le vite delle figlie sgretolarsi. I rapporti con gli ex-mariti non sono mai semplici, tanto più quando c’è in gioco la prole. Ma piano piano, con un po’ di pazienza, le cose si aggiustano di quel minimo sindacale che serve.
Poi è passata al racconto di una signora della mia cittadina, anch’essa sul filo del divorzio, e per di più con gravi problemi di salute. Dopo tre anni che il marito la tradiva allo scoperto, ha deciso di rivolgersi ad un avvocato, per porre un contegno alla situazione. Eppure, questa donna, Teresa, mi faceva una grande pena. Mi ha richiamato alla mente la greca Fedra, che per amore del figliastro, di cui si era innamorata (e che tuttavia la trascura per dedicarsi ad Artemide, dea della caccia) si fa distruggere dall’amore, incapace di reagire, fino allo stremo delle forze, anche fisiche. Fedra e il suo mal d’amore, il suo amare disperato e strenuo.
E poi, rientrando a casa, ho pensato a tutte quelle altre, a tutte quelle Medee. A tutte quelle donne incapaci di accettare la fine di un matrimonio e che, tanto arrabbiate col marito, arrivano persino ad uccidere i loro stessi figli, ciò che di più caro hanno, per vendetta. E ve ne sono parecchie anche oggi, e sono tutte quelle che usano i figli come cavallo di battaglia del loro divorzio, come giustificazione e, spesso, scudo. “Perché i figli mi hanno sempre presa completamente, e poi non c’era più modo di star soli, e poi... poi è finito tutto.”E a quelle Medee orgogliose, che non vogliono vedersi sostituite da un’amante del marito giovane, biondina e, francamente, anche un po’ puttane. E non è solo orgoglio, è anche un sentirsi sottrarre qualcosa di importante, di abituale, anche se magari quel marito lì, con quei capelli grigini e la pancetta tonda, il portamento stanco e l’abbigliamento già vecchio, non è che lo amiamo più così. Lo rivendichiamo per diritto di precedenza, perché noi siamo arrivate per prime, e anche perché, crudele a dirsi, fa ormai parte del “mobilio” della casa, di quelle cose che ci sono sempre, immobili e inesorabili.
Apprezzo molto però una terza donna dell’antichità greca, Alcesti, che si sacrificò per amore del marito Admeto, cui Apollo aveva promesso l’immortalità se avesse trovato qualcuno disposto a morire per lui. Della tragedia sono belle entrambe le versioni più note: quella di Frinico, in cui Alcesti muore il giorno delle nozze, e quella euripidea, in cui Alcesti è chiamata da Thanatos alcuni anni dopo il matrimonio, quando l’unione è consolidata. Alcesti non è, come si potrebbe pensare, una donna “succube” del marito, a lui passivamente devota. E’ una donna coraggiosa, e attivamente devota ad Admeto, fortemente innamorata di lui. Ne condivide quindi le scelte, si sacrifica per la famiglia. Alcesti sa mantenere la linea del marito, non si distacca da questi, neanche quando questo si rivela difficoltoso e arduo. E’ quella moglie che spero di diventare anch’io, anche se questa categoria può considerarsi in via d’estinzione.
Ho scritto con passione questo post, parzialmente perché innamorata della cultura greca, e parzialmente perché mi piace far capire che la cultura antica non è fine a sé stessa, rispecchia quella di oggi e può regalarci un messaggio attivo. Perdonate la lunghezza del post!
coccola5
Bel post, interessante!
RispondiEliminaLa tua riflessione mi fa venire in mente quel filone culturale che definisce l'attualità nientantro che una copia, raffinata dal punto di vista tecnico (chissà poi quanto), della società classica. D'altra parte le relazioni umane difficilmente cambiano nei loro stereotipi in così breve tempo (breve relativamente inteso), e, essendo la tragedia una rappresentazione di archetipi umani, vi ci possiamo immedesimare tutt'oggi, seppur le due culture siano scisse dalle rivoluzioni sociali e mentali.Sulla situazione infantile di questi casi, penso sia interessante il profilo psicologico generico, dove purtroppo capita che il bambino venga utilizzato come "merce di scambio" in quanto "prodotto" dell'unione della coppia e, essendo il genitore portato all'amore incondizionato del figlio, riversa, in una sorta di tranfert la disapprovazione/l'odio nei confronti del partner, sul prodotto-figlio il sentimento negativo. Ciò può perciò portare una madre ad uccidere il figlio per vendetta, in quanto frutto biologico dell'unione col padre. Se c'è una cosa che in questi casi non si dovrebbe dimenticare, è che i bambini non sono delle macchine cartesiane dotate di moto, ma esseri autonomi e soprattutto coscienti, che però dal loro status di figli non possono far altro che sottostare alle scielte dei genitori (o chi per essi).J.
RispondiEliminae così sfuggì tristemente una "i"...J.
RispondiEliminaLa "i" sfuggita è clementemente perdonata! XD Apprezzo molto il commento: come tu dici, gli stereotipi difficilmente decadono in tempi tanto brevi, o, per usare le parole di Tucidide, l'uomo tende a commettere gli stessi errori nel tempo.Condivido pienamente anche la breve riflessione sui figli, punto di vista, quello, che non ho trattato (più che altro perchè volevo evidenziare il punto di vista delle madri), ma certamente vero. I piccoli sono coloro che risentono, incondizionatamente, delle scelte dei genitori, giuste o sbagliate che siano. Il problema è quando poi crescono.. con tutte le conseguenze del caso!coccola5 - Marti
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