sabato 13 novembre 2010

Happy like God


Oggi, a lezione di Traduzione scritta, abbiamo visto un articolo del New York Times sulla felicità, scritto da un filosofo. Mi ha colpito una frase in particolare, che diceva "la felicità è il sentimeno dell'esistere, un senso di temporanea autosufficienza legato all'esperienza del tempo". [Se riesco, vi posto una traduzione integrale dell'articolo, in classe ne abbiamo visti degli stralci ma non è particolarmente lungo.] 
 


Stasera tornando in treno ho ripensato ad un articolo dello Spiegel, un settimanale tedesco, un po' del genere come Panorama, ma fatto decisamente bene. L'articolo di copertina parlava dei single sui 40 più o meno alla ricerca di un partner. Persone separate, lasciate dal ragazzo, single da anni per svariati motivi. Uno psicologo spiegava che avremmo meno difficoltà se cercassimo delle soluzioni "abbastanza buone", "abbastanza soddisfacenti" piuttosto che perfette. L'autore rifletteva poi saggiamente su questa affermazione, mostrandone i lati deboli: provate a dire a vostra moglie che non è perfetta per voi, ma soltanto una buona soluzione, vi va abbastanza bene. O provate a vendere un prodotto che non è perfetto, ma soltanto abbastanza qualsiasi cosa. Impensabile, no?



Sono due frasi che, riferite alla felicità, non amo particolarmente. La prima situazione, quella descritta da Gordon Grant nel Times non parla, a mio avviso, di felicità, quanto di una situazione temporanea di stasi dei sentimenti, di quiete. La seconda, invece, non sarebbe riferita in origine alla felicità, ma come per l'amore, si può applicare anche per questa cosa. "Non sono felice, sto abbastanza bene." Mi ha colpita questa prospettiva del settimanale tedesco.



Leggendo i due articoli, mi è parso quasi che all'estero si siano svegliati prima di noi, che siano più pratici: anche per l'amore, l'autore dello Spiegel diceva che l'amore eterno non esiste quasi mai, sottolineare. Noi ci stupiamo sempre di ogni divorzio, delle cose tristi. Sembra quasi che crediamo a questo bel sogno del principe sul bianco cavallo. O forse siamo ancora così davvero attaccati alla famiglia? Punti di vista.



Ma la felicità? Mi hanno insegnato a pensare che la felicità non sia uno stato contingente dell'animo, che non si può dire "oggi sono felice". Essere felici significa aver trovato un equilibrio anche fra le giornate no, una pace interiore, qualcosa che continuamente pacifica l'animo senza rattristarlo o farlo tuttavia rassegnare. Ma non è un gut genug, come direbbero i tedeschi, un sentimento di abbastanza, è qualcosa di più completo. Qualcosa che trascende dalla situazione economica e sentimentale e personale della persona.



Ogni tanto mia madre mi chiede se sono felice. Le rispondo che sto passando un periodo tranquillo, specie dopo la riconciliazione con E., che sto bene. Il che è diverso. Sono un animo inquieto ma, a parte questo, so di dover mettere a posto alcune cose della mia vita. Ci sono dei nodi da sciogliere, pensieri da sistemare, per quanto possa, al contrario, dire di non essere infelice. La mia è una via di mezzo, per il momento.



E voi? Rispondete. Non per curiosità mia, ma fatevi questa domanda interiormente. Provateci.

coccola5
ps. fonti: Happy like God, di Gordon Grant (New York Times)
Die Paarungsfalle, di Claudia Voigt e Juan Moreno (Der Spiegel)

7 commenti:

  1. Credo sia un problema di parole.
    La felicità è un dono, non una meta. Si può essere felici, vero, ma è la cosa di un istante, un non so che anche di immotivato. Puoi stare bene e non essere felice o stare di merda e sentirti al settimo cielo.
    Penso che sia un qualcosa di trascendentale, indipendente da noi, che non si può costruire ma soltanto ricevere.

    Ma io non sono un filosofo, quindi chi può dirlo?

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  2. ehm... se stessi, senza accento, vero? :)

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  3. Io intendo la felicità come un sentimento di euforia, un momento in cui nulla ti può scalfire, in cui vedi tutto bello, insomma è il sentimento più bello che si possa provare, ma è molto breve, e penso che le persone che ricercano la felicità costante rimarranno sempre insoddisfatte. Trovo invece più saggio ricercare la serenità, che è meno forte della felicità ma dura nel tempo, e quella la si può trovare soprattutto in sè stessi.

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  4. @ LogorroicaMente e pequenaeva: tento di dare una risposta unica, in fondo entrambi avete una visione discosta dalla mia. Fino a qualche tempo fa, frequentavo assiduamente Gruppi Giovani (tipo Azione Cattolica, ma a livello parrocchiale), il Coro della mia parrocchia... insomma, tutta una serie di attività legate alla religione. Sono stata felice pur avendo molti problemi e, in contrapposizione, una certa penuria di amici. C'era sempre un sentimento di tranquillità a governarmi. Lo avevo visto come felicità, insieme ad un'altra serie di cose, di cui parlerò più avanti. In seguito non ho più frequentato molto, ho perso un po' lo spirito, vuoi perchè il weekend sono sempre a cavallo, vuoi perchè mi interessa molto meno.. Il primo periodo è stato quasi drammatico, perchè mancava proprio un punto di riferimento, adesso va meglio. Devo però dire che avere un credo o una fede aiuta, se si crede, in alcuni momenti difficili, tipo quando c'è qualche problema, vedi il discorso con E., tanto per fare un esempio. E' stato un momento che ho vissuto con una certa angoscia, è stato un susseguirsi e rincorrersi di pensieri e paure, non molto di positivo, ecco. Chissà che con Cristo accanto le cose non sarebbero andate diversamente... 
    La fede è stata per un periodo un aiuto, una felicità pacata e costante, ma per altri potrebbero essere altre cose, è tutto molto soggettivo, ovviamente.

    coccola5

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  5. ciao a tutti
    bello questo post. Se posso dire la mia, a me non piace il 'realismo' applicato all'amore, che prospetta l'articolo dello Spiegel.
    L'amore, io lo sto imparando con gli anni, non è 'accontentarsi'. Certo, puoi essere serena e tranquilla con una persona che ti dà stabilità etc...ma non basta!
    E' vero invece che se c'è amore vero, la prova del 9 è proprio quella: essere serena, tranquilla etc..

    E allora, direte voi: cosa dà l'amore in più?

    Io ancora non lo so benissimo, ho solo l'idea che sia un sentirsi arrivati 'in porto' con un'altra persona. E non avere voglia di andare da nessun'altra parte (cioè con nessun altro, perchè poi la vita è un'avventura etc).

    E la serenità, poi, per me è più difficile raggiungerla rispetto alla felicità (ma forse io confondo felicità con gioia).

    Avere il cuore in pace per me è il massimo (ma sarà anche perchè ho passato un periodo talmente pesante che per ora ho cambiato le mie priorità).

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  6. scusami mi sono firmata con l'altro blog (sweetsaretta) che non uso da tantissimo...ero io!!:) colgo l'occasione per farti un salutone sei una delle mie primissime lettrici on line!!! Sara

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  7. In effetti neanche a me piace l'idea prospettata dallo Spiegel in relazione all'amore, però è anche vero che dobbiamo saperci perdonare a vicenda, cioè accettare che tuo marito sarà un genio in cucina ma un mago del disordine. O che tua moglie è bravissima a fare le pulizie ma un po' distratta. Dobbiamo saperci accontentare nel senso che non è possibile trovare una persona che ci soddisfi completamente, priva di difetti. Dovremo sempre fare i conti con qualche difetto che, se all'inizio ci sembrerà romantico, potrebbe sempre darci molto fastidio con il passare del tempo. Penso che volesse dire questo ma, comunque, presa alla lettera quella frase non piace nemmeno a me.

    Per quanto riguarda la felicità, io la assimilo alla serenità dell'animo, cioè ad una condizione stabile dell'anima, mentre vedo la gioia come uno sprazzo di euforia, un picco di serenità che sfocia nella risata genuina o in qualcosa che ci esalta o manda in estasi. Solo che di gioia non si vive, ma di felicità sì. La sola gioia, a lungo andare, porta quasi a una depressione, proprio perchè momentanea (assimilala all'euforia di una sbronza). Accidenti, sono un tantino leopardiana.. è solo perchè l'ho spiegato a mio fratello iersera, tranquilla! =)

    coccola5

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