domenica 14 novembre 2010

Il treno dell'ultima notte

Avevo in programma, come scrivevo due post fa, di commentare brevemente il libro di Dacia Maraini, Il treno dell’ultima notte. L’ho preso in biblioteca il mese scorso assieme alla Stanza degli usignoli di Debbie Taylor, ma naturalmente i due modi di scrivere (e la traduzione di quest’ultimo) non possono essere accostati.

Il libro della Maraini, edito nel 2008 da Rizzoli (se non vado errato), mi è piaciuto moltissimo, anche se mi ha lasciato una punta di amarezza sul finale, e poi spiegherò perché. Della stessa autrice, sempre sul tema “scomparse”, avevo letto Colomba, e l’avevo apprezzato molto. Una ragazza meridionale che scompare, la nonna che, affezionata a lei, la cerca dopo qualche anno. A piedi, tra sentieri, boschi, compaesani. E Il treno dell’ultima notte segue sempre il tema della ricerca di una persona cara. Ambientato tra il 1956-1957, con numerosi flashback alla seconda guerra mondiale, racconta la storia di due amici, Amara ed Emanuele. Entrambi vivono sulle colline fiorentine, si conoscono da piccoli e, verso i dodici anni, si innamorano di un amore tenero, genuino, forte. Ma la famiglia Orenstein, i genitori di Emanuele, decidono di trasferirsi a Vienna, loro città natale. I ragazzi si sentono per un paio d’anni scambiandosi delle lettere, poi la famiglia di Emanuele, ebrea, viene nuovamente trasferita nel ghetto di Lodz, dove rimarrà per alcuni mesi. Amara, dopo qualche tempo, non riceve più notizie dell’amico, soltanto dopo la guerra riceverà per posta un quaderno che conserva gli scritti dedicati a lei di Emanuele. Amara, ora giornalista, decide di partire alla sua ricerca, verso l’Austria e la Polonia, ad Auschwitz. Sui registri il suo nome non compare, i visti sono difficili da ottenere, e ritorna a Vienna. Al cognome Orenstein sono registrate sull’elenco telefonico tre persone, che sembrano conoscerlo di vista, sanno qualcosa della famiglia, ma poco del ragazzo. Quando infine lo trova, sotto il falso nome di Peter, non è più quel ragazzino dai lineamenti leggeri, dal sorriso e dall’abbraccio facile: è un uomo giovane e vecchio insieme, dai lineamenti duri, è un uomo spento, trasformato con violenza dalla guerra e dalle privazioni del lager. Più che di Emanuele, ci si innamora dell’immagine idealizzata che Amara forma nella sua mente di lui di bambino premuroso, dolce, ingenuo. Di bambino che, nelle sue lettere, subisce un cambiamento: muta la sua scrittura, acuta osservatrice della realtà del ghetto e della sua famiglia, delle crudeltà dei nazisti, muta nel tempo il temperamento del ragazzo.

Altra bellissima cosa, che nel libro si nota piacevolmente, sono il racconto e il commento intrecciati del periodo nazista e del post-guerra. La rivolta ungherese e le privazioni della guerra. La guerra fredda e la vita del ghetto. Cronache di un Novecento amaro.

Il fatto è che il lettore arriva romanticheggiando al finale del libro, sempre nella speranza che Peter non sia davvero Emanuele, che sia sempre quel ragazzino di Firenze di cui ogni ragazza si innamorerebbe.


La scrittura della Maraini scorre veloce, scorrevole, con qualche gemma lessicale preziosa intessuta fra le righe. Pare di leggere un libro di un paio di decenni fa, uno di quelli dalla scrittura un poco antica, eppure piacevolissima. Lo raccomando vivamente.

coccola5
ps, a domani le cronache, brevi, di un trekking a cavallo. Un bacio.

2 commenti:

  1. ciao coccola
    sono l'autrice di lartedilasciarsi.splinder.com, mi hai lasciato un commento e ho pensato di 'passare a trovarti'. Carino il tuo blog! e anche tu devi essere proprio una bella persona, da quello che scrivi (e scrivi anche bene, secondo me), soprattutto perchè ami leggere (come me!).
    Teniamoci in contatto, se ti va. Un bacione! Sara

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  2. complimenti perchè scrivi davvero divinamente :)

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