venerdì 21 gennaio 2011

Sogna di te

Gli altri sognan di sé e tu sogni di loro.
      Fabrizio de Andrè, Il matto
C’è una persona che devo ringraziare per avermi dato lo spunto per questo post, LogorroicaMente. Questa frase ha condizionato un lungo periodo della mia vita, ma credo, senza presunzione, di non essere la sola accompagnata da questa immagine. Tempo fa, durante uno scambio epistolare, era uscita un’immagine che mi piace molto: il guardarsi dentro significa a volte avere il coraggio di vedere in faccia l’abisso. E poi di affrontarlo. Non ho la stupida convinzione che si possa risalire da tutti gli abissi, ma forse si impara a cercare una bombola di ossigeno, se capite cosa intendo.

L’abisso, per me, ha rappresentato a lungo il mio carattere e la mia solitudine forzata. Da una parte volevo creare delle amicizie, dall’altra fallivo ogni volta nel tentativo perché cedevo sempre, assecondavo sempre le richieste altrui. Ero un mollusco e non tutti lo sopportano, giustamente. Poi ho conosciuto F. La nostra amicizia non è stata sempre lineare come ora, nel senso di un rapporto in crescendo. All’inizio lei preferiva una mia compagna di classe, e io ci ho sofferto un sacco. Compagna che io non ho mai sopportato perché ho sempre riscontrato in lei una chiusura mentale, più che per gelosia. Ricordo che una volta, molto infastidita dal suo atteggiamento, le ho urlato “Sei la persona più antipatica che conosco”. Inutile dire che i nostri rapporti non si sono più aggiustati e che ho stroncato sul nascere i minuscoli tentativi di farli rinascere. Ad ogni modo, più avanti F. ha lasciato la mia compagna dicendomi che avevo ragione io e chiedendomi scusa, poi in terza liceo ci siamo trovate con due tesine di maturità molto simili. Per un periodo l’ho detestata. Ne abbiamo parlato e riparlato, non poteva sostenere l’orale con un lavoro così simile al mio, sul quale lavoravo (e non sto scherzando) da tre mesi. Per prepararla avevo letto dei libri e fotocopiato diverse pagine di un’edizione critica senza testo a fronte dell’Antigone. Caso strano, ci siamo ritrovate dopo gli esami. Entrambe senza compagnia, entrambe senza più l’aggravante dell’orgoglio. Non ci siamo mai chieste scusa formalmente, ma ci siamo perdonate. È nato allora un rapporto così forte e stretto. E abbiamo fatto ognuna dei progressi. Abbiamo imparato a usare l’espressione “ti voglio bene”, una delle più difficili all’esterno della famiglia, a non sprecarla, a farne tesoro. Ti voglio bene, nel nostro caso, è stata una feroce dichiarazione d’amore. Inizialmente l’ho aggredita di ti voglio bene, che poi lei ha ricambiato. Le serviva tempo e lo sapevo.

Ci siamo accorte della profondità del nostro rapporto a una cena, poco tempo fa, di cui vi ho forse raccontato, con un’amica dei tempi del liceo. Quando lei parlava del passato, io e F. parlavamo del presente. Ha dichiarato di essere la migliore amica mia e di F., io mi sono opposta. Non puoi dirmi questo e non conoscere nemmeno la mia più grande passione, un’immensa parte della mia vita, l’equitazione. Ha scoperto quella sera che F. era fidanzata da quasi un anno..
Ma, ad ogni modo, non fa nulla. Non è il tema.

L’abisso, volevo dire a inizio post, è stato un progressivo accettare me stessa. Si parla tanto di accettarsi fisicamente, in realtà tantissime persone come me hanno bisogno di comprendersi a livello caratteriale. Io mi sono scoperta scontrosa, permalosa, spesso antipatica per definizione. Più di qualcuno mi ha considerato una snob, e a torto, qualcun altro ha sparso la voce che fossi lesbica e in diversi me ne hanno chiesto conferma. E il mio orientamento è qualcosa di cui fatico a parlare non solo perché potrei innamorarmi di una ragazza, ma per tanti motivi che non si trovano sul blog e che difficilmente racconterò. È una storia che non volete conoscere, e nemmeno io avrei voluto. Ad ogni modo, tante cose le ho capite tramite la mia cavalla, Beauty. Mi manca tanto da commuovermi. Quella cavalla scontrosa, che non poteva sopportare nessun altro cavallo e mi faceva patire la solitudine (rimanevo sempre dietro perché calciava chiunque, quasi per divertimento), quella cavalla che mi ha insegnato a cantare per sentirmi meno sola. Le cantavo Battisti, le cantavo i Gloria e le canzoni che imparavo al coro. Le cantavo Bello e impossibile della Nannini e le novità musicali. Quella cavalla che si concedeva alle coccole soltanto quando nessuno poteva vederla. Era proprio come me, e tanti me lo hanno confermato. Quando l’ho lasciata, ho sentito forte la sua mancanza a distanza di qualche tempo, quando ho capito che con JW le cose non sarebbero mai state le stesse, che mi voleva bene ma aveva troppa paura.

La cosa più bella è stata imparare a sognare di me.

coccola5

5 commenti:

  1. Eppure è bellissimo avere un mondo nel cuore, anche se non riesci ad esprimerlo con le parole.
    Bel post. Hai una sorta di... placidità nel tuo modo di narrare che è disarmante. Sembra quasi di essere in una stanzetta con luci soffuse, voci sussurrate e una tazza di tè.
    Mi sono permesso nel mio ultimo post di farti eco prendendo spunto sempre da de Andrè:

    Questo ricordo non vi consoli:
    quando si muore, si muore soli.


    Un abbraccio, coccolina!

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  2. io AMO il giapponese.. non rifiuto MAI a un buon piatto di maki, sushi e a un'ottima zuppa di miso... ma cacchio, costano un botto.. uno alla fine se lo fa a casa...

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  3. Ti perdo di vista per qualche giorno, e scrivi dei post meravigliosi, che sanno toccarmi nel profondo. Grazie per avermi illuminato la difficoltosa giornata di studio con queste meravigliose parole!

    Daygum

    P.s.
    Il mio gatto è un po' come la tua Beauty: mi capisce sempre, e so che mi ascolta.

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  4. @ LM: concordo nell'intimo con le parole di de Andrè. Grazie per aver notato la "placidità": ti confesso che, in realtà, quando scrivo, sono spesso mossa da una sorta di frenesia di raccontare tutto. Il post parte spesso da un punto e termina in un altro. Tantissime cose si legano inaspettatamente le une alle altre. Per quanto riguarda il tuo post, mi sono presa del tempo per rifletterci. Più tardi ti lascio un pensiero.

    @ angcust: mi fa un enorme piacere ritrovarti qui da me! E fammi sapere del lavoro, mi raccomando! Io non sono in realtà un'esperta di cucina giapponese, ma mi piace e credo che mi prenderò del tempo per assaggiarla per bene. :)

    @ daygum89: mia attenta lettrice, grazie del complimento. Che pensi del concetto di accettarsi? Io lo trovo qualcosa di molto importante, più del discorso fisico.

    Un bacione a tutti,

    coccola5

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  5. Penso che tu abbia ragione: riuscire a comprendersi a fondo ed accettarsi come si è è indice di grande maturità. La metafora dell'abisso è azzeccatissima: è difficoltoso arrivare a comprendere appieno il nostro essere, e spesso pure doloroso. Per quel che mi riguarda, non credo di essere ancora arrivata in fondo a questo famigerato abisso. Ho compreso ed accettato soltanto alcuni lati di me stessa. Ci sono aspetti più profondi del mio essere che preferisco non analizzare, o che ho scoperto solo da poco grazie al forte rapporto che mi lega al mio fidanzato e alle nuove amicizie strette in questo periodo. 
    A dir la verità, in questo periodo credo di non voler andare oltre questo livello di conoscenza: non vorrei attivare processi di crisi e tormenti che mi distrarrebbero dallo studio. Non si sa mai: mi è già successo, ed è stata dura uscirne. 
    Un bacio!
    Daygum!

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