giovedì 27 ottobre 2011

Dilemmi materni

Okay, se non fosse chiaro ho una confusione in testa da fare invidia. E non ho nemmeno il tempo di mettermi a riflettere un attimo ed escogitare un modo per dipanare questa matassa.
C'è un punto, però: le ultime due o tre persone che ho conosciuto hanno definito mia madre come "malata di una (non) strana forma di sindrome premestruale persistente". Mi chiedo se sono io a darne una descrizione sbagliata, o se le cose stiano effettivamente così.
Ai posteri l'ardua sentenza.

coccola5

sabato 22 ottobre 2011

Se altri possono, io no

Premessa.
Mi sembrava giusto inserire una breve premessa a questo post. Questa sera ho voluto scrivere di un argomento, quello della fede, che mi è più caro di tutti gli altri. Giunta a questo punto, all’inizio di un cammino di animatrice, mi sembrava giusto farlo. Anche qui sul blog, non posso fingere che il Grande Capo sia un aspetto marginale della mia vita. Significherebbe mentire a me stessa e, dopo tutto, anche a voi. Naturalmente ciò che vi racconto ha valenza per me, è un’esperienza personale e bella. Ma, in fin dei conti, innamorarsi del Grande Capo vale davvero la pena.

Negli ultimi tempi, come avrete notato, ho inserito qualche pensiero legato alla fede, e in settimana ho aggiunto alla colonnina laterale del template la preghiera del mattino. Questo di fine estate è stato, ed è ancora, un periodo di cambiamento, di trapasso, per essere esatti. Di trapasso, lento e difficile, da una condizione ad un’altra. Per me, che fatico particolarmente ad affrontare cambiamenti di qualunque genere, avere iniziato tutta questa ‘cosa’ è già un passo avanti.

Si tratta di rimettere a posto la mia vita. So che in genere questa viene classificata come un’odiosa frase fatta ma, credetemi, I mean it. Negli ultimi mesi ho assistito al lento ed inesorabile naufragio di una barca – la mia – nelle acque profonde e spaventose di un immenso oceano. Ci sono stati dei momenti difficili, perché a volte mi sembrava di non riuscire a modificare tutto questo ma, a quanto pare, mai dire mai. Diciamolo, i bei voti all’università, ottenere ciò che voglio quasi senza sforzo, godere di una libertà pressoché illimitata, non mi danno la felicità. Sono piccoli istanti che paiono soddisfarci, ma poco dopo già li abbiamo dimenticati.

L’anno scorso la nostra parrocchia ha accolto don D., il nuovo curato. Io l’ho conosciuto in una serata organizzata dagli scout cui era presente come ospite. Siamo entrati subito in sintonia: abbiamo una certa affinità di carattere, il che, essendo io in linea generale un’antisociale, facilita parecchio le cose. Inizialmente ci incontravamo sporadicamente, per caso, poi ci siamo accordati per vederci più di frequente. Un tacito accordo fra noi stabiliva, in sostanza, che io mi lasciassi guidare. Durante i primi incontri ero io a condurre la conversazione, a parlargli dei miei cavalli che mi ‘distraevano’ dall’Eucarestia domenicale, delle mie rade amicizie e dei miei rapporti a casa e con ‘quello là in alto’. Poi, di punto in bianco, mi sono ritrovata a dover rispondere a delle domande semplici, dirette: “ma tu glielo lasci un posticino a Gesù Cristo nella tua vita?”, “ogni tanto riesci a pregare?”, e una domanda tira l’altra. Mi sono ritrovata a un incontro per animatori di adolescenti mercoledì sera, coinvolta da una persona che stimo e, amo pensarlo, trascinata – a forza, direi! – dall’amore di Quello là in alto, del Grande Capo. E nemmeno due giorni dopo, don D. mi chiede se non vorrei diventare animatrice. Chi, io? Vedi qualcun altro qui? Allora proprio io. Sì, cosa ne pensi? Penso che la cosa mi elettrizza e mi spaventa. È normale avere paura. Dici? Dico. Accetto la “sfida”. Bene, si comincia stasera. Sei libera, no? Sono libera, sì.
Parlavo del mio rapporto con il Grande Capo – chiamiamolo così il mio Gesù Cristo, almeno per il momento – con F. giusto sabato scorso. E anche a lei ho fatto lo discorso che ho fatto con altri, e che è il punto focale di questo post.

Non è che non si possa vivere senza Gesù Cristo. Ce ne sono di persone che vivono senza, e anch’io ho avuto dei momenti di lontananza. La differenza sta nel modo in cui si vive, e io senza di Lui faccio una fatica bestiale. Quando sto con Lui faccio fatica, ma questa sensazione così grave si tramuta in sollievo e serenità. Io non sono convinta, a differenza di quanto diceva il mio amico LM qualche post fa, che la felicità sia questione di un attimo fugace. La felicità è uno stato che perdura nella misura in cui vogliamo che questo momento si prolunghi. 

E, per quanto io ci giri intorno, è con Gesù Cristo, con il Grande Capo, che sono felice. Sono esageratamente felice, perché conosco la portata del dono che mi è stato fatto, e cioè conoscere Lui. I momenti più belli sono quelli in cui Lui c’è. E non sono felice per un attimo, lo sono, passatemi il tecnicismo, continuativamente.

In altre parole, se altri possono vivere senza di Lui, io non posso. Non l’ho deciso io, l’ha deciso sempre lui, il Grande Capo. Il fatto è che vivere con lui significa ricevere un invito a nozze: e non si può dire no.

coccola5

giovedì 20 ottobre 2011

Del seccatore

Ci sono persone che si innamorano, o diventano amiche, di qualcuno che fino a tempo prima non sopportavano. A me succede di rado, perché generalmente sono molto selettiva e non coinvolgo molte persone nei rapporti interpersonali. Un paio di anni fa, tornando da scuola in bus, ho conosciuto un amico di mia sorella. Ci siamo trovati da subito affini nel carattere, ma tra una battuta e l’altra ho scoperto che non sapeva cosa fosse un amore platonico. Inutile negarvi la delusione. Trascurando i motivi di questa discussione, che probabilmente mi porterebbero a scrivere un post illimitato, prima che scendesse dal bus ci eravamo comunque scambiati i numeri di telefono con la promessa di risentirci.

Come sapete, sono single da diversi anni, ergo non siamo mai stati insieme, nemmeno platonicamente. Forse quella battuta era un segno! Ad ogni modo, a inizio settimana mi contatta su Fb. Scopro di piacergli fisicamente, e che – ve lo dico senza tante perifrasi – vorrebbe vedermi per farsi una scopata. Utilizzando una sottile vena di sarcasmo, cerco di fargli comprendere che non esiste nemmeno la remota possibilità che mi vedrà svestita, almeno non con queste premesse. Come sempre mi accade in queste situazioni, quando non ne posso più salta fuori il mio amore per la grammatica e per i vocaboli sconosciuti alle masse: generalmente non lo faccio di proposito, ma stavolta sì. Spero che mi chieda cosa significa questo o quello, lo faccio per infastidirlo e per essere conseguentemente lasciata in pace. Giacchè la cosa non sortisce l’effetto desiderato, il mio amico mi scrive chiedendomi di inviargli una mia foto sexy. Sempre più nervosa, e desiderosa di chiudere la faccenda in fretta, gli invio questa:

 -> Gianna che bacia una statua!! Ammetto che comunque l’attesa di una sua risposta mi divertiva. Ma io volevo una tua foto!, mi scrive. Fidati, questa per te è sufficientemente sexy.
Come conclusione non sarebbe male, ma c’è di meglio. Lui, imperterrito, continua a proporsi come mio amante e io a declinare l’invito, finchè alla fine, desiderosa do dormire e preoccupata per l’esame del giorno dopo, gli do la buonanotte e il benservito. “Non credi che la buona riuscita dei miei esami universitari abbia la precedenza sul cybersex all’1 di notte? E poi sono sicura che a masturbarti sei un genio, abbi fiducia in te!”. Fine delle scocciature.

coccola5

Comunicazione di servizio.
La colonnina nuova che trovate a sinistra, dal titolo Di te ha sete l'anima mia è uno spunto di preghiera per quanti si sentissero di condividerlo nel cuore. A me è stato proposto come pensiero mattutino, a cui va aggiunta la domanda che trovate scritta in corsivo. Mi sembra un buon modo per iniziare la giornata e, almeno per me, funziona bene. Tenete caldo il cuore, di qualunque cosa lo faccia battere forte.

giovedì 13 ottobre 2011

Ti telefono o no

Mentre facevo pausa dallo studio, pochi minuti fa, ne ho approfittato per fare un paio di telefonate. Dopo aver chiamato l'università per risolvere una formalità, ho digitato il numero di E. 

Non lo sentivo.. praticamente da Aprile. Lo avevo chiamato un paio di settimane fa dopo essere tornata in ristorante. I ragazzi mi avevano detto che si informava su di me, di tanto in tanto, e quindi - ne avevo dedotto io - probabilmente gli mancavo. Di sicuro pensava a me. Oggi ci siamo accordati per vederci domani, verso le 17. Un'oretta assieme prima che vada a lavoro. La cosa mi fa sorridere. Non si tratta proprio di gioia, è qualcosa di incerto fra l'attesa e il pregustare la scoperta. Sono curiosa di scoprire se ci sono novità, se ha fatto qualche passo avanti.

Di fatto la telefonata non è durata più di un paio di minuti striminziti e frettolosi. Sono abituata alle telefonate on the way. L'unica con cui parlerei per ore attraveso il ricevitore è F. Con lei le cose da raccontare, i dettagli e i particolari aumentano parola dopo parola. Da un argomento ne nasce un altro, come i fiori a primavera. Sbocciano gentili le risate, il tono della voce cambia lentamente e in modo misurato.

Di fatto, conosco sempre benissimo le persone di cui mi circondo. Alle scuole medie, la mia amichetta si chiamava Melania. Ne conoscevo tutti i possibili toni di voce, e ricordo che, rimanendo all'altro lato della stanza, percepivo esattamente i tempi della conversazione dal suo gesticolare, dal suo modo di muoversi.
Lo stesso è sempre valso anche con E. Dopo qualche tempo, ho imparato a conoscere il suo sguardo meglio di altre persone. Ogni tanto capitava di incontrare l'idiota di turno che diceva qualche cosa stupida in pubblico. E. lo guardava come si guarderebbe uno scienziato, gli occhi fissi sulla sua figura per qualche istante dilatato. Io, non so bene perchè, ho sempre pensato che si rifiuti di giudicare, probabilmente perchè - anche in quanto gay - conosce il peso del giudizio degli altri.

Non so quantificare il mio desiderio di vederlo domani. A distanza di mesi è difficile riprendere un rapporto, e sono certa che mi offenderebbe se E. fingesse che in questi mesi ci siamo visti tutte le settimane, come abbiamo sempre fatto. Mille pensieri vagano effervescenti nella mia testa: la preoccupazione per l'esame e la voglia di staccare, il modo in cui la prenderà mia madre e i miei 20 anni e, in fin dei conti, l'effettiva voglia di incontrarci. Mi sto chiudendo anch'io per qualche ragione: ultimamente spero come non mai di non trovare in giro persone che conosco e di non doverle salutare per forza. E' un periodo di assoluta apatia: parlo pochissimo - il che per me è più unico che raro - e ascolto poca musica, altro fatto per me straordinario.

Dire che sono confusa è riduttivo. Gira, gira, gira la testa senza fermarsi un attimo.

coccola5

mercoledì 12 ottobre 2011

Una possibilità di cambiare le cose

Da alcuni giorni cercavo lo spunto giusto per scrivere. Stamattina sono capitata su questo articolo di Repubblica praticamente per caso, ma volevo raccontarvi la storia. Forse qualcuno di voi l’avrà visto, I ragazzi stanno bene, il film con Julianne Moore uscito in aprile di quest’anno. Io ne ho avuto l’occasione ieri sera e stamattina cercavo qualche informazione sui figli delle coppie gay in Italia e sulla situazione attuale. Dopo aver letto un articolo, il motore di ricerca del quotidiano mi propone questa storia, così intitolata: La cabina per fototessere come casa. La storia di Giovanni, operaio senza lavoro.

Mi riservo di citare in fondo la pagina dove trovate l’articolo, e del resto l’argomento mi sembra già ampiamente sviluppato dal titolo. Sì, è la storia di Giovanni, questo imbianchino rovinato dalla crisi. Non è il primo, da qualche anno a questa parte, ad aver “cambiato casa”. La gente lo ha notato, com’è naturale, i bar in giro gli hanno spesso offerto colazione e pranzo ma, a parte questo, la sua città ha ammesso questo status quo soltanto quando a Giovanni sono sanguinati i piedi per un blocco della circolazione sanguigna.

Mi domando perché restiamo tutti a guardare. Io inclusa. Delle volte passo di fronte a delle scene di povertà e l’unica reazione accettabile che riesco ad avere è un senso di pietà, prima ancora che di compassione. Ciò che accomuna quasi tutti è che, a parte guardare queste persone e pensare “poverino”, non li aiutiamo veramente e nel modo giusto. Non offriamo loro un lavoro se possiamo farlo e, quel che è peggio, fingiamo che non esistano.

Con questo post non voglio fare la morale proprio a nessuno, se non a me stessa. Voglio appellarmi alla nostra possibilità di cambiare le cose e di fare concretamente un atto buono. Kant diceva che deve essere un imperativo morale. Ricordo ancora le parole del prof di Filosofia quando ci ha spiegato questo concetto: “non lo faccio perché mosso a compassione, perché devo redimermi da qualche colpa o perché spero di ottenerne un riconoscimento o una ricompensa, lo faccio perché devo farlo. Non c’è altra motivazione.”
Per il momento, ciò che posso concretamente fare è raccontare qui questa storia e farla conoscere a quante più persone possibile.

http://www.repubblica.it/cronaca/2011/10/10/news/uomo_cabina-22969689/: qui l'articolo di Repubblica.

coccola5