Non mi sto innamorando di lei, così sfacciatamente bella, dei suoi capelli castani ricci, ribelli, rasati da un lato. Non è lei quella che sorride sempre, quella per cui la vita non potrebbe essere migliore. Non è la sua, la mano che vorrei prendere per mostrarle l'alba in treno. Non è suo, il viso che vorrei accarezzare piano dicendole svegliati, è quasi Milano. Non vorrei andare di nuovo al Duomo con lei, che mi sostiene mentre per poco non ruzzolo giù dalle scale mobili della metropolitana. Non è lei, quella a cui penso in metropolitana la mattina mentre vado all'università. Non sono i suoi, gli occhi che vedo la notte nel mio letto e che non mi lasciano addormentare. Non è lei, la ragazzina che incontro in stazione alle 6.20 di mattina e che mi porta con sè senza dire una sola parola, solo guardandomi. Non è lei, che abbassa il suo berretto alla Geppetto dicendo "buonanotte", e si addormenta sorridendo.
Not her, definitely not her.
E, soprattutto, non è a me che si sconvolge lo stomaco già solo mentre scrivo.
Tutto questo non sta succedendo, solo quello che vogliamo vedere esiste veramente.
coccola5
ps. Gianna la metterebbe così: goodbye my heart, perchè invece è il mio il cuore che mi dice addio, senza nemmeno starmi a sentire.
pps. Il contatore segna più di 1500 visite, quindi grazie a chiunque, per caso o per interesse, ha fatto un salto qui. :)
Non solo punti di svolta o punti di non ritorno, esistono. Camminando, mi sono accorta che le cose non stavano andando come le avevo programmate, immaginate o anche solo sperate. Mi sono accorta che, in fin dei conti, quasi ogni centimetro della mia vita mi stava sfuggendo di mano. Mi sentivo il passeggero di una nave che sta imbarcando acqua e che, invece di cercare di salvarsi, butta fuori l'acqua a secchiate. Che hai l'impressione di non affogare così, piuttosto di avere tutto sotto controllo, e invece stai affondando anche tu. E che stia succedendo lentamente è solo una tua sensazione, ma la realtà è ben diversa. Stai colando a picco, letteralmente.
Lo si dice sempre, lo si dice ad nauseam, lo si dice continuamente che il primo passo per affrontare i problemi è smettere di negarli. Ma quando sei tu il protagonista, è più forte di te. E' irrazionale. Lo fai anche mentre cerchi di affrontarli. Esistono periodi problematici, ma per il resto va tutto bene. Come stai? Bene grazie. Ho solo avuto un momentaccio. E' un brutto periodo. Avete un'idea di quante volte ho detto queste frasi a chiunque mi stesse accanto? Ma non mentivo, ne ero convinta io stessa.
Ho sempre frequentato ambienti e persone, letto libri, ascoltato musica che, almeno in teoria, dovevano spingermi ad aprirmi. Ho scritto chilometri di righe su di me, riempito pagine di diari, ma la verità è che parlare di sè è dannatamente difficile. Anche in spazi segreti, sicuri. I miei non hanno mai letto una pagina dei miei Tagesbücher, potevo lasciarli in cucina (e l'ho fatto, distratta come sono) e non li avrebbero mai aperti. Sanno che ho un blog, ma non ne hanno mai cercato l'indirizzo. Ma non riuscivo ad aprirmi. Mi guardavo con verità solo a sprazzi, era (ed è) davvero difficile per me parlare di come stanno davvero le cose.
Quest'estate, non credo di avervelo già raccontato, ho litigato con il mio curato, don D. Era un periodo difficile, a casa le cose erano complicate quanto bastava per tutti, e il suo unico problema era che io partecipassi ad un campo-scuola. Cosa che non volevo fare, per via della laurea, della specialistica in un'altra città, perché avevo altre prospettive. Quando lui l'ha fatta fuori dal vaso, insultando la mia famiglia, gli ho detto che non volevo più vederlo né parlargli, e che non aveva capito niente di me. Ma gli ho detto che ero stanca di dover sempre vedere i problemi degli altri, e che mai nessuno vedesse i miei. Che io dovessi avere tempo per ascoltare tutti a casa, i miei amici e i compagni e che, dall'altra parte, il "favore" non fosse ricambiato. Sono stanca, don, gli ho detto, terribilmente stanca.
Più o meno è stato allora che ho cominciato a cercare uno psicologo. Ammettiamolo, oggi avere un analista sembra una cosa fica, alternativa, da ricchi che amano parlare di problemi che non hanno - in paese non c'è l'analista, c'è lo psichiatra, e quelo l'è par i mati, dicono da noi - una cosa per pochi snob che nella vita potrebbero lavorare invece che guardarsi le magagne. Io, chi mi legge lo sa, c'ero stata già l'anno scorso e, a parer mio, mi ero anche presa una bella fregatura: il tizio, TranquiPsycho lo avevo soprannominato, stava un'ora ad ascoltarmi in silenzio, chiedendo "come ti fa sentire?" e dicendo, questa era la cosa peggiore, si si, ha ragione. Se sono qui da te, è perché sono nel torto. Torto marcio, tanto per chiarire. Sono qui perché la mia ragione mi ha quasi affossata, soffocata. Se tu mi dici che ho ragione, siamo punto e a capo. E sto buttando soldi, per inciso. (Sentimentalismi, a parte, va detto anche questo.)
A fine agosto, mi sono fatta aiutare da mia madre e fatta suggerire il nome di una seconda persona. E' una tosta: sessantotto anni, mai sposata, colta quanto basta, più libera dell'aria e con una lingua tagliente. Proprio quello che mi serviva, la lingua tagliente. Io parlo parecchio, LM ne è testimone, le chiacchiere mi vengono facili e la mia parlantina incanta facilmente. E ho bisogno di una persona che mi fermi, che parli altrettanto e altrettanto bene, che non si faccia fregare. Ho fatto e sto facendo fatica, non è che ora vada già tutto a gonfie vele anzi, certi giorni mi sembra il contrario, ma mi sono imposta di andare là, sedermi su quella sedia e raccontare tutto, per quanto mi possa vergognare, dovessi distruggere l'elastico che continuo a toccare e attorcigliare per un'ora intera. In questo senso, mi devo fare violenza, ma è per il mio bene. E sento che funziona.
I'm going down the same road again, dicono gli americani. Ho preso una strada diversa, ma è sempre là che mi porta, e non è lì che dovrebbe andare.
Quello che volevo dirvi più su è che da uno psicologo ci si va come ultima spiaggia, è come Dio, che quando sei sull'orlo del precipizio lo preghi "salvami". Ci vai quando le hai provate tutte e niente ha funzionato, anzi, tutto sembrava portarti al baratro. Ci vai dopo undici anni, nel mio caso, e lo fai perché sei stanco di negare i problemi, oltre che di averli.
L'unico rimpianto è di non esserci andata prima, se mai. Perché è da venerdì che mi sento rinascere.
coccola5
ps. mi sento di suggerirvi di dare un'occhiata al videoclip, che rappresenta benissimo come mi sento io, una piccola Superman! :)
Me ne rendo conto lentamente, forse è Milano ciò che ho sempre voluto. Sotto sotto, in fondo al cuore e ai miei desideri. Una città grande, tanto enorme che ieri mi sono quasi persa per una via sbagliata. Una sola. Eppur mi ritrovo sempre.
Non so come, ma qui non ho mai avuto problemi di orientamento. La prima volta che ho preso l'autobus ho avuto fortuna, c'era l'altoparlante ad annunciare ogni fermata e ho capito quando scendere per fare il cambio. E poi basta chiedere, mi dico sempre. Ma mi sento nuova, diversa. Non ho mai sbagliato a prendere la metro, il che mi sembra una gran cosa. Anzi, adoro stare in metro. C'è un'atmosfera diversa che nella Milano di sopra, la gente non si guarda, tiene gli occhi fissi sul pavimento e smanetta col cellulare. Quasi ogni giorno sale qualche musicista e suona uno o due pezzi col violino, la fisarmonica, un paio di volte qualcuno ha anche cantato.
La metropolitana ti da un'idea di quanto Milano sia frenetica. Non si fa niente di corsa, ma nessuno si ferma mai. Quando il venerdì riparto con la valigia, la sollevo già prima di scendere, o se piove apro l'ombrello quando ancora sono sulla scala mobile. Un paio di volte mi è capitato di fermarmi per prendere la tessera all'uscita (in alcune fermate c'è questo controllo aggiuntivo): hai la sensazione che la gente ti venga addosso, che non abbia notato che ti sei fermata, o che lo trovi fastidioso. E' molto strano vedere questo movimento continuo, mai fermo della città. Le fermate della metro si riempiono continuamente, di tre minuti in tre minuti continua a rinnovarsi una folla di persone che aspettano, che devono andare.
Quando sono qui, non riesco a "passeggiare", anche se sono in orario: cammino velocemente, forse solo perché gli spazi sono grandi e mi devo ancora abituare a percorrerli, ad abitarli con i piedi, in un certo senso.
Scarsi sprizzi di milanesità, che si dileguano come scintille non appena torno a Verona. Ma mi capita di non sentirmi più parte di niente, alle volte: non milanese, non veronese. Mi sento in viaggio, continuamente in transito. Dal collegio all'università, dalla Stazione Centrale a Verona e da Verona a casa, e da casa a Verona nuovamente per uscire il sabato sera. La cosa ogni tanto mi inquieta, altre volte invece mi fa sentire più viva.
Ma mi sto innamorando di Milano. E' la città della seconda opportunità, sembra una grande mamma che accoglie tutti, e che però non si preoccupa di piacere a nessuno. Una città che pare indifferente, ma basta parlare con chiunque per accorgersi del contrario. Una città che ogni tanto regala piccole cose inaspettate, come il pupazzetto di neve che ho visto lunedì, nascosto dalla recinzione in ferro di una casa, piccolo e rotondo, con il suo naso fatto di una semplice carotina. Era strano che ci fosse ancora, intatto, perché qui la neve si è ritirata timidamente, già domenica sera ce n'era solo sui tetti, come se non volesse frenare la gente dai suoi affari quotidiani.
Vi assicuro una cosa: da quando sono qui, andare in piazza Duomo, anche solo per un attimo, è il migliore ansiolitico.
Mi piacerebbe sentirmi accettata, coinvolta, nella mia famiglia, ma la verità è ben diversa. In qualche modo, sono cresciuta con dei valori diversi, delle opinioni e una storia completamente diversi rispetto a quella di mia madre, mio padre e i miei fratelli.
Un po' intellettualoide, un po' di sinistra-alternativa, e questo non si combina affatto bene con tutto il resto.
A volte mi sento solo un inutile peso, mi sembra che, se potessero, mi lascerebbero indietro e proseguirebbero per la loro strada. Un po' come fa mia madre se andiamo in giro insieme. Non aspetta che finisca di mettermi la giacca, esce dal negozio e comincia a camminare senza nemmeno voltarsi. Come hanno fatto tanti altri, e io restavo indietro gridando "aspettatemi!"
Mi piacerebbe fare come mia sorella, che se ne frega e vive tranquilla e felice. Io non ci riesco per niente, e non a caso vado da una psicologa. Che mi dice che ho paura dell'abbandono. E come potrei non averne, quando tutti gli altri mi hanno scaricata con la più miserabile delle scuse? Certo che, almeno a casa, spero che qualcuno mi tenda la mano, mi guardi con maggiore comprensione.
Weird, si dice in inglese. Che è un po' come freak, strano e non accettato, in fin dei conti un po' inetto. E' da quando ho letto "La coscienza di Zeno" che non smetto di applicarmi questo aggettivo e di sentirmi così ogni secondo, in ogni luogo e con chiunque mi sia accanto.
Certo che siete migliori di me. Avete trovato una strategia di sopravvivenza, una piccola bugia per scendere a patti con il mondo. Io lo vedo ancora in bianco e nero, non riesco a percepire le sfumature di grigio.
Certo che farete strada, mentre io farò soltanto una fatica bestiale. Li avrete dei rimpianti, certo che sì, ma li avrò comunque anch'io.
Non è che vorrei essere come gli altri, vorrei soltanto trovare un compromesso che compromesso non sia. Vorrei sentirmi normale. Vorrei non dover ostentare le mie particolarità per sentirmi almeno vista, se non guardata.
Mia madre, alla fine, è solo lo specchio del resto del mondo. Con la differenza che gli altri mi lasciano solo percepire che non gliene frega niente dei miei interessi, mentre lei me lo sbatte in faccia. Dovrei imparare la lezione, invece mi sto rendendo conto che a me la testa piace sbatterla dieci, venti, cinquanta volte. Però, consentimelo, cara mamma, è troppo comodo dire che conosci i miei amici quando non sai nemmeno che libri leggo, che film guardo, di cosa parlo con chi. Chi se ne frega del cosa, l'importante è il perchè. Perchè lo leggi, lo guardi? Ma dubito fortemente che arriveremo mai a questo. Quel salto in più forse è doloroso, forse ti sembra solo insensato...