And I just can't keep living this way,
so starting today, I'm breaking out of this cage
I'mma standing up,
gonna face my demons
[...]
Time to put my life back
together right now.
Eminem - Not Afraid
Non solo punti di svolta o punti di non ritorno, esistono. Camminando, mi sono accorta che le cose non stavano andando come le avevo programmate, immaginate o anche solo sperate. Mi sono accorta che, in fin dei conti, quasi ogni centimetro della mia vita mi stava sfuggendo di mano. Mi sentivo il passeggero di una nave che sta imbarcando acqua e che, invece di cercare di salvarsi, butta fuori l'acqua a secchiate. Che hai l'impressione di non affogare così, piuttosto di avere tutto sotto controllo, e invece stai affondando anche tu. E che stia succedendo lentamente è solo una tua sensazione, ma la realtà è ben diversa. Stai colando a picco, letteralmente.
Lo si dice sempre, lo si dice ad nauseam, lo si dice continuamente che il primo passo per affrontare i problemi è smettere di negarli. Ma quando sei tu il protagonista, è più forte di te. E' irrazionale. Lo fai anche mentre cerchi di affrontarli. Esistono periodi problematici, ma per il resto va tutto bene. Come stai? Bene grazie. Ho solo avuto un momentaccio. E' un brutto periodo. Avete un'idea di quante volte ho detto queste frasi a chiunque mi stesse accanto? Ma non mentivo, ne ero convinta io stessa.
Ho sempre frequentato ambienti e persone, letto libri, ascoltato musica che, almeno in teoria, dovevano spingermi ad aprirmi. Ho scritto chilometri di righe su di me, riempito pagine di diari, ma la verità è che parlare di sè è dannatamente difficile. Anche in spazi segreti, sicuri. I miei non hanno mai letto una pagina dei miei Tagesbücher, potevo lasciarli in cucina (e l'ho fatto, distratta come sono) e non li avrebbero mai aperti. Sanno che ho un blog, ma non ne hanno mai cercato l'indirizzo. Ma non riuscivo ad aprirmi. Mi guardavo con verità solo a sprazzi, era (ed è) davvero difficile per me parlare di come stanno davvero le cose.
Quest'estate, non credo di avervelo già raccontato, ho litigato con il mio curato, don D. Era un periodo difficile, a casa le cose erano complicate quanto bastava per tutti, e il suo unico problema era che io partecipassi ad un campo-scuola. Cosa che non volevo fare, per via della laurea, della specialistica in un'altra città, perché avevo altre prospettive. Quando lui l'ha fatta fuori dal vaso, insultando la mia famiglia, gli ho detto che non volevo più vederlo né parlargli, e che non aveva capito niente di me. Ma gli ho detto che ero stanca di dover sempre vedere i problemi degli altri, e che mai nessuno vedesse i miei. Che io dovessi avere tempo per ascoltare tutti a casa, i miei amici e i compagni e che, dall'altra parte, il "favore" non fosse ricambiato. Sono stanca, don, gli ho detto, terribilmente stanca.
Più o meno è stato allora che ho cominciato a cercare uno psicologo. Ammettiamolo, oggi avere un analista sembra una cosa fica, alternativa, da ricchi che amano parlare di problemi che non hanno - in paese non c'è l'analista, c'è lo psichiatra, e quelo l'è par i mati, dicono da noi - una cosa per pochi snob che nella vita potrebbero lavorare invece che guardarsi le magagne. Io, chi mi legge lo sa, c'ero stata già l'anno scorso e, a parer mio, mi ero anche presa una bella fregatura: il tizio, TranquiPsycho lo avevo soprannominato, stava un'ora ad ascoltarmi in silenzio, chiedendo "come ti fa sentire?" e dicendo, questa era la cosa peggiore, si si, ha ragione. Se sono qui da te, è perché sono nel torto. Torto marcio, tanto per chiarire. Sono qui perché la mia ragione mi ha quasi affossata, soffocata. Se tu mi dici che ho ragione, siamo punto e a capo. E sto buttando soldi, per inciso. (Sentimentalismi, a parte, va detto anche questo.)
A fine agosto, mi sono fatta aiutare da mia madre e fatta suggerire il nome di una seconda persona. E' una tosta: sessantotto anni, mai sposata, colta quanto basta, più libera dell'aria e con una lingua tagliente. Proprio quello che mi serviva, la lingua tagliente. Io parlo parecchio, LM ne è testimone, le chiacchiere mi vengono facili e la mia parlantina incanta facilmente. E ho bisogno di una persona che mi fermi, che parli altrettanto e altrettanto bene, che non si faccia fregare. Ho fatto e sto facendo fatica, non è che ora vada già tutto a gonfie vele anzi, certi giorni mi sembra il contrario, ma mi sono imposta di andare là, sedermi su quella sedia e raccontare tutto, per quanto mi possa vergognare, dovessi distruggere l'elastico che continuo a toccare e attorcigliare per un'ora intera. In questo senso, mi devo fare violenza, ma è per il mio bene. E sento che funziona.
I'm going down the same road again, dicono gli americani. Ho preso una strada diversa, ma è sempre là che mi porta, e non è lì che dovrebbe andare.
Quello che volevo dirvi più su è che da uno psicologo ci si va come ultima spiaggia, è come Dio, che quando sei sull'orlo del precipizio lo preghi "salvami". Ci vai quando le hai provate tutte e niente ha funzionato, anzi, tutto sembrava portarti al baratro. Ci vai dopo undici anni, nel mio caso, e lo fai perché sei stanco di negare i problemi, oltre che di averli.
L'unico rimpianto è di non esserci andata prima, se mai. Perché è da venerdì che mi sento rinascere.
coccola5
ps. mi sento di suggerirvi di dare un'occhiata al videoclip, che rappresenta benissimo come mi sento io, una piccola Superman! :)
Ho sempre frequentato ambienti e persone, letto libri, ascoltato musica che, almeno in teoria, dovevano spingermi ad aprirmi. Ho scritto chilometri di righe su di me, riempito pagine di diari, ma la verità è che parlare di sè è dannatamente difficile. Anche in spazi segreti, sicuri. I miei non hanno mai letto una pagina dei miei Tagesbücher, potevo lasciarli in cucina (e l'ho fatto, distratta come sono) e non li avrebbero mai aperti. Sanno che ho un blog, ma non ne hanno mai cercato l'indirizzo. Ma non riuscivo ad aprirmi. Mi guardavo con verità solo a sprazzi, era (ed è) davvero difficile per me parlare di come stanno davvero le cose.
Quest'estate, non credo di avervelo già raccontato, ho litigato con il mio curato, don D. Era un periodo difficile, a casa le cose erano complicate quanto bastava per tutti, e il suo unico problema era che io partecipassi ad un campo-scuola. Cosa che non volevo fare, per via della laurea, della specialistica in un'altra città, perché avevo altre prospettive. Quando lui l'ha fatta fuori dal vaso, insultando la mia famiglia, gli ho detto che non volevo più vederlo né parlargli, e che non aveva capito niente di me. Ma gli ho detto che ero stanca di dover sempre vedere i problemi degli altri, e che mai nessuno vedesse i miei. Che io dovessi avere tempo per ascoltare tutti a casa, i miei amici e i compagni e che, dall'altra parte, il "favore" non fosse ricambiato. Sono stanca, don, gli ho detto, terribilmente stanca.
Più o meno è stato allora che ho cominciato a cercare uno psicologo. Ammettiamolo, oggi avere un analista sembra una cosa fica, alternativa, da ricchi che amano parlare di problemi che non hanno - in paese non c'è l'analista, c'è lo psichiatra, e quelo l'è par i mati, dicono da noi - una cosa per pochi snob che nella vita potrebbero lavorare invece che guardarsi le magagne. Io, chi mi legge lo sa, c'ero stata già l'anno scorso e, a parer mio, mi ero anche presa una bella fregatura: il tizio, TranquiPsycho lo avevo soprannominato, stava un'ora ad ascoltarmi in silenzio, chiedendo "come ti fa sentire?" e dicendo, questa era la cosa peggiore, si si, ha ragione. Se sono qui da te, è perché sono nel torto. Torto marcio, tanto per chiarire. Sono qui perché la mia ragione mi ha quasi affossata, soffocata. Se tu mi dici che ho ragione, siamo punto e a capo. E sto buttando soldi, per inciso. (Sentimentalismi, a parte, va detto anche questo.)
A fine agosto, mi sono fatta aiutare da mia madre e fatta suggerire il nome di una seconda persona. E' una tosta: sessantotto anni, mai sposata, colta quanto basta, più libera dell'aria e con una lingua tagliente. Proprio quello che mi serviva, la lingua tagliente. Io parlo parecchio, LM ne è testimone, le chiacchiere mi vengono facili e la mia parlantina incanta facilmente. E ho bisogno di una persona che mi fermi, che parli altrettanto e altrettanto bene, che non si faccia fregare. Ho fatto e sto facendo fatica, non è che ora vada già tutto a gonfie vele anzi, certi giorni mi sembra il contrario, ma mi sono imposta di andare là, sedermi su quella sedia e raccontare tutto, per quanto mi possa vergognare, dovessi distruggere l'elastico che continuo a toccare e attorcigliare per un'ora intera. In questo senso, mi devo fare violenza, ma è per il mio bene. E sento che funziona.
I'm going down the same road again, dicono gli americani. Ho preso una strada diversa, ma è sempre là che mi porta, e non è lì che dovrebbe andare.
Quello che volevo dirvi più su è che da uno psicologo ci si va come ultima spiaggia, è come Dio, che quando sei sull'orlo del precipizio lo preghi "salvami". Ci vai quando le hai provate tutte e niente ha funzionato, anzi, tutto sembrava portarti al baratro. Ci vai dopo undici anni, nel mio caso, e lo fai perché sei stanco di negare i problemi, oltre che di averli.
L'unico rimpianto è di non esserci andata prima, se mai. Perché è da venerdì che mi sento rinascere.
coccola5
ps. mi sento di suggerirvi di dare un'occhiata al videoclip, che rappresenta benissimo come mi sento io, una piccola Superman! :)
Nessun commento:
Posta un commento