sabato 8 settembre 2012

My criteria

Ti aspetto... puoi venire anche ora, se vuoi.
Siamo d'accordo di vederci per le tre, eppure questo suo messaggio mi fa sussultare. Adoro la delicatezza di E., queste sue parole che mi cingono sempre piano, come un velo di seta.
Poco più tardi lo raggiungo, puntuale come una svizzera alle tre, e i nostri racconti sono lievi. Parliamo entrambi a bassa voce, come se temessimo di rovinare il silenzio della sua casa, l'odore di vernice fresca sulla parete del salotto. Il suo cane mi fa le feste, se ne sta un po' da me a farsi coccolare. Mi porta a vedere la sua nuova casa, dipinta di bianco, non ancora finita. Quando me ne vado, verso le 16.30, è un po' come se mi sentissi svuotata. Come se ci fossimo detti piano tutto, e ora volessi solo andare a casa.

Per le 18 una mia amica mi aspetta. La aiuto a preparare la cena per noi e altri amici, e nel frattempo parliamo del più e del meno. Ci frequentiamo da poco tempo, lei è una mia compagna di classe delle scuole elementari. Nella sua compagnia c'è un ragazzo probabilmente gay, un po' effeminato nei modi. Dovrei andarci d'amore e d'accordo, eppure per qualche ragione non ritrovo in lui la stessa grazia di E. Le sue battute sono molto esplicite, a volte sfiorano la volgarità. Questa sera ci ha coinvolti in un discorso decisamente dettagliato sulla masturbazione, come quanto dove come. Non odio parlare di sesso, anzi, ma certo non in questi termini. Non mi va di raccontare, o di sentire gli altri raccontare, che siti pornografici visitano, quando e quanto spesso. Non mi va di sapere che tu sei un imbecille, hai il foglietto in bella vista in camera tua con i siti migliori, e tua madre ti ha scoperto. E non voglio neanche sapere nulla delle tue funzioni corporali, non le voglio sentire quelle barzellette offensive sugli omosessuali, così colme di stereotipi. Voi che mi leggete sapete quanto mi facciano arrabbiare e quanto abbia litigato con diverse persone a questo proposito.

Mi ritrovo a pensare, ogni tanto, che è come se E. fosse diventato il parametro secondo cui valuto le mie amicizie. But this criterium is so difficoult to meet, e non riesco ad apprezzare pienamente chi non è come lui. Sei simpatico, bello, ma non sei lui. O forse sono io che, come al solito, non seguo i criteri mondani ed E. funge da buona, anzi ottima, giustificazione per questo?

You are not him. Simply, you're not him. Questa è la pura verità. La pura verità è che mi manchi perchè vorrei solo che, se qualcuno deve proprio essere effeminato, lo sia come te. Che se qualcuno porta il tuo nome, lo porti come te, con la tua grazia. Per un periodo mi ha persino infastidito conoscere persone con il tuo nome. La pura verità, ancora, è che gli altri non raccontano le cose come fai tu, non sono fastidiosamente pessimisti come te, non usano le tue parole. Le nostre parole, ormai.
La pura verità è che gli altri non mi accettano come fai tu, non riescono a pensare lei è così. Non mi volevano prima cambiare in meglio, e poi "si sono rassegnati". Non hanno capito che siamo fatti così.

Mi rendo conto che i miei post, questo blog in definitiva, arrivano sempre qui: a percorrere una strada che porti ad accettare la diversità. Non sono sempre sicura di essere nella giusta direzione, ma ci provo ogni giorno con le persone che incontro, e sbaglio tanto e spesso. Oggi parliamo di diversità, e così facendo l'abbiamo già etichettata, stigmatizzata. Non riusciamo a capire che diverso è, per natura, qualunque persona ci circondi, ciò che altro da noi, che non fa parte del nostro corpo. Noi abbiamo schedato i diversi in categorie e parliamo di accettarli, come se in loro ci fosse necessariamente qualcosa che non va. Vorrei che per una volta, invece che parlare di diversi, di strani, parlassimo semplicemente di persone, uguali a noi proprio perchè diverse.

coccola5

giovedì 6 settembre 2012

Poste Lumache


Ogni tanto capita. Di doversi affidare alle Italiche Poste, intendo.

È metà agosto, c’è caldo, un caldo talmente afoso da toglierti perfino la consapevolezza di ciò che stai facendo, e devo spedire la documentazione per il test di ammissione alla specialistica. Inforco la bici e vado all’ufficio postale del nostro paesello. Per me, che da qualche anno cerco di gestire la maggior parte della corrispondenza via e-mail, nonostante l’universo italiano vi si opponga, è già di per sé irritante dover perdere un’ora a compilare buste e starmene in fila, soprattutto se ci sono 35 gradi e nessuna, e dico nessuna, aria condizionata. Ad ogni modo, entro tutta accaldata e leggo le indicazioni per la fila Prodotti Postali e Prodotti BancoPosta, che a una giovincella come me sembrano perfettamente uguali. Mi rivolgo a una signora in fila.
-Una raccomandata deve inviare, no?- mi dice in dialetto.
-Sì, esatto.
-Ah, allora è l’altra fila, Prodotti Postali... credo.
Andiamo bene. Se non lo sanno neanche i pensionati, che alle Poste sono di casa... Ad ogni modo mi accodo. Arrivato il mio turno, e scoperto di aver fortunatamente seguito la fila giusta, l’impiegata mi dice di compilare la busta di indirizzo, destinatario e mittente. Pasticciona come sono, metto il mio indirizzo al posto di quello del mittente. L’impiegata, furibonda, mi dice:
-Ma non vede che si è sbagliata? Rifaccia!- alla faccia della cortesia!
Ricompilo il tutto, mentre l’impiegata litiga a gran voce con le colleghe in ufficio. Infine spediamo.
-Nove euro e dieci centesimi.- mi dice con l’aria di chi vorrebbe solo andare a casa, e ti ordina con lo sguardo di fare più in fretta che puoi.
Sbalordita, cerco di celare lo stupore e le porgo i soldi, aspettando il resto.

28 agosto, un martedì qualunque. Preoccupata perché non ho ancora ricevuto l’avviso di ricevimento della mia raccomandata, chiamo la segreteria studenti dell’università. Biii. Biii. Biii. E cade la linea. Non ti mettono neanche in attesa, che scatole, penso, simpatica come il mio solito. Dopo dieci minuti richiamo, stessa musica. E dopo venti, trenta, un’ora. Poi nel pomeriggio. Il telefono è sempre occupato. Li richiamo il mattino dopo e ancora niente. A questo punto, per cercare di capirci qualcosa, decido di andare a Milano. Poco male, devo anche vedere un paio di appartamenti. E lì la grande notizia.
-No, non ci è arrivata la sua raccomandata.- mi dice la segretaria. Bene, sempre meglio.
Ora, non per antipatia, ma tra le Poste e l’università, penso che siano state le prime a combinare questo casino.

Stesso discorso, o quasi, più o meno tre mesi fa. Come vi ho raccontato qualche volta, a Bose è nata una bella amicizia con una delle monache, e ci sentiamo con una certa frequenza. A primavera decido di scriverle, per vari motivi, tramite lettera cartacea, proprio vecchio stile: penna alla mano, primo foglio decente trovato in casa, busta e francobollo da 60 cents. Dopo due giorni di scrittura, imbusto la lettera e la imbuco. Volete sapere dopo quanto è arrivata? Dopo una settimana intera, e Bose è in Piemonte, non nell’angolo più remoto della Sicilia. Per le altre lettere, i tempi medi di spedizione si attestano intorno ai tre o quattro giorni, che a me sembrano comunque tanti per una lettera, per i mezzi moderni a nostra disposizione e per la distanza che deve percorrere.

Una cosa l’ho capita: meglio tenersi a distanza dalle Poste, per quanto possibile.


coccola5

martedì 28 agosto 2012

1000 thanks

Mille grazie, mille volte grazie. Per la precisione, milletrentotto volte grazie.
Il contatore del blog ha superato questo piccolo traguardo, minuscolo per un blog che voglia affermarsi, ma grande per me che tengo ai miei adorati lettori e scrivo per me soltanto, per sfogarmi e per puro piacere.

Le statistiche di Blogger, sempre che siano attendibili, riportano che il mio blog è particolarmente letto in Russia, ben 465 visite (la metà del totale), in Italia e negli Stati Uniti. Non può che farmi piacere, nonostante parte delle visite russe - ma spero non tutte - provengono da un sito di incontri sessuali (L.M. penserà che sia un segno del destino!). -.-'' Si è poi arrischiato anche qualche lettone, tedesco, francese, olandese, ucraino e colombiano e inglese. So thank you. 
Spero che Luce dell'anima mia sia un luogo piacevole per tutti coloro che lo leggono, di scambio e una piccola comunità e che continui ad esserlo.

A differenza che in Rock My World, vecchio nome di questo blog su Splinder, questa volta non ho messo un  indirizzo e-mail cui è possibile scrivermi per ogni evenienza (eccetto quelle sessuali, sia chiaro!) perchè riconduce direttamente al mio nome e cognome, ma se richiesto, si potrebbe pensare ad attivarne uno dedicato.
Per chiunque lo desideri, ricordo che è possibile collaborare con me nella scrittura del blog, quindi ne approfitto per dare qualche "dritta", just in case: lasciatemi un commento in un post qualsiasi lasciandomi un recapito virtuale (indirizzo blog, e-mail, Skype, account Twitter, Facebook, Flickr...), così potremo metterci in contatto.
Infine, la sezione blog readings, attivata per pubblicare brani interessanti di qualche libro, articoli di giornale che ci hanno incuriosito o altro, giace (per mia colpa, mia grandissima colpa) addormentata. Se qualcuno volesse proporre qualcosa, non esiti a farsi avanti, contattandomi sempre tramite commento.

Fine della commercializzazione del blog. :D
Un abbraccio virtuale a tutti voi,

coccola5


sabato 25 agosto 2012

Io e te - Elogio del viaggio

Ero qui ad ascoltarmene I giorni di Einaudi. Adoro questo artista, e lo trovo molto affascinante, nonostante la sua età un poco avanzata. Guardavo i suoi occhi semichiusi attraverso gli occhiali neri, l’espressione tesa al suono, la sua testolina canuta, limpidamente bianca. Ispira sicurezza sentire un uomo così vecchio suonare il pianoforte in concerto. Da quasi l’impressione che niente davvero potrebbe andare storto, che non sbaglierà una sola nota.

Le sue dita viaggiano sul pianoforte, scalano le montagne. Spalmano burro la mattina su un toast.

E le mie cugine canadesi, in Italia da tre settimane, che ancora mi guardano stupite quando sorrido preparando la pasta e la tavola lavando i piatti e asciugandoli. Quando ripiego parlo in inglese ascolto mia madre che interrompe. L’America è una cosa alla volta, è andare piano, è il caos a casa, è la moquette sporca, ma tu non lo saprai mai. Mi guardano quando ascolto paziente i miei di cinquant’anni, mia nonna, chiacchiero e le asciugo i piatti, e solo di rado mi irrito davvero. Credo che lo trovino assurdo, inconcepibile.
Siamo state a vedere il castello della mia cittadina e mi hanno detto solo “che bella vista”. Un castello di quasi 900 anni con la cinta muraria completamente intatta. E hanno camminato tra le strade di Venezia senza sapere che fra cinquant’anni niente di tutto ciò potrebbe essere scomparso, sommerso dall’Adriatico. Senza sapere delle maree che la sconvolgono, dei panchetti alti solo trenta centimetri e i piedi comunque fradici.

L’Italia si inantichisce senza che la gente se ne accorga. A volte si crepa un filo, ma quasi nessuno lo sa.

I nostri monumenti non sono ‘vecchi’, sono ‘antichi’. Ci avete mai pensato? In quest’ondata di nuovo, di frivolezza portata dalle mie cugine, mi sono posta una domanda stupida: cos’è che stiamo diventando? Antichi o semplicemente vecchi? E se siamo così pazienti, se tolleriamo che i vecchi schiaccino noi giovani, non siamo forse un po’ vecchi anche noi? O siamo antichi come le mura del mio castello, come il Colosseo?
I monumenti sono ‘antichi’ perché hanno un valore storico e culturale. Ma noi non siamo solo vecchi, non ci portiamo solo dietro anni e anni di ‘taci!’, di tabù, di tradizioni e di proverbi? Al contrario dell’italiano, l’inglese non ha quasi proverbi: ha espressioni idiomatiche, ma non proverbi autoctoni. Anche nazioni come la Cina e il Giappone abbondano di proverbi, proprio come noi, e vivono la nostra stessa contrapposizione tra vecchi e giovani. Solo che i giovani orientali stanno trovando una propria strada, e dunque vecchio e nuovo convivono, mentre ho l’impressione che in Italia il primo abbia fagocitato il secondo, lo abbia strangolato senza pietà.

Forse è per questo che la visita delle mie cugine, così leggere e spensierate, così bambine, i loro modi incuranti della nostra cara italianità, del nostro caffè pasta pizza polenta, mi hanno quasi irritato. Mi ha messo di fronte al fatto compiuto, all’italico vecchiume. Sembra quasi un vecchio mobile, talmente vecchio che il legno è buono solo come legna da ardere, e intanto manda odore di stantío.

Ma mi ha anche fatto capire che, per quanto mi ostini ad ostentare il contrario, per molti versi sono italiana fin nelle viscere. Non potrei mai rinunciare alle nostre chiacchiere continuamente interrotte, spettegolate e urlate, a questo nostro farci sentire. Non potrei mai rinunciare al nostro caffè pasta pizza polenta. Lasciatemelo dire, non saprei rinunciare nemmeno a mia madre sempre così italianamente preoccupata, così premurosa, così quasi agenda personale.

Non potrei rinunciare a visitare la storia solo camminando tra le vie di Verona, ad immaginare i gladiatori dentro al Colosseo, gli attori tragici che urlano all’Arena, e li si sentiva fino all’ultima gradinata. È probabile, infine, che nonostante tutti i nostri ‘io ai mondiali non tifo l’Italia perché non mi sento italiano’ e ‘la bandiera non la appendo neanche se mi pagano’, io sia una tipicissima italiana, né più né meno di tanti altri che fanno tutte queste scene esattamente come me.
E non che questo sia un elogio dell’Italia, è anzi un elogio del viaggio. È il bello di volersi altro da sé, di partire verso l’altro senza lasciare a casa l’io. È il bello di mescolare due culture tanto diverse, ma diverse, non migliori o peggiori.

coccola5

martedì 21 agosto 2012

Centimetro per centimetro - Skin Puzzles

Non cederò alla notte,
perduta mia illusione. [...]
Non cederò alla notte,
eterna mia ossessione.
Gianna Nannini - Sogno

Da qualche tempo mi sto rendendo tragicamente conto di essere entrata a far parte del club “mi verrà un esaurimento, prima o poi”. In realtà, ho poi fatto caso che si tratta di un gruppo assai folto,  che comprende, a ben vedere, tutte le donne dall’età adolescenziale in avanti. Prima o poi ci ingloba tutte, ecco.

Me ne rendo conto dal mio umore psicopatico, che schizza su e giù come gli pare e piace, irrefrenabile, incontrollato, come lo spread italo-tedesco. E dal mio ciclo mestruale completamente sballato, perverso, indicibilmente doloroso. Che, per la verità, deve aver risvegliato ormoni sepolti da tempo che ora mi stanno facendo impazzire completamente. Parliamoci chiaro: mai sofferto di sindrome premestruale, né in passato né ora, certo è che quando ti ritrovi in cinque minuti cinque a pensare, in ordine, oddio la tesi, oddio che parenti stronzi, oddio l’esame di mio fratello, il mondo è bellissimo, cazzo mi sta venendo l’ansia una domanda te la fai. Diciamo anche due.

Nonostante questa forma di nevrastenia galoppante, due cosette ve le volevo raccontare. Giusto per non annoiare la platea, parliamo di parenti serpenti. Quelli che fan tanto mormorare, sbettegare, spettegolare, dannare e infine dire ma noi siamo meglio. Qui da noi nessuno dice migliori, tanto vale conformarsi. [Nota auto-esplicativa dell’autore che vuole evitare ictus od emiparesi dei già pochi e audaci lettori.]
Ad ogni modo. Succedeva sei anni fa che io rimasi due mesi da una sorella di mia nonna in Canada, per vedere se imparavo l’inglese da quei miei parenti americani libertini, che se aspettiamo la scuola italiana neanche fra cent’anni. Un bel viaggio, mi ero presa anche una cotta per un certo Chad, un accanito bevitore di birre con l’ormone ballerino. Tre anni dopo, mia zia venne a trovarci durante l’estate e, resasi conto che le sue sorelle erano ancora tutte vive e vegete, pensò bene di intensificare le visite italiane. Giusto perché non fossero loro a credere morta lei. Tre anni dopo ancora, e precisamente due settimane fa, è tornata nel Bel Paese portandosi appresso le nipotine sedicenni, biondissime, americanissime e libertinissime. Chiaramente ognuno le vuol vedere e toccare, dire di aver finalmente conosciuto con mano questa parte di famiglia che non si degna di uscire dai confini nordamericani.

E qui veniamo al punto. Allo scopo, ossia di far incontrare la zia e le nipoti agli innumerevoli parenti, s’era organizzata per domenica una bella festa, un rendez vous totale, di quelli che quando lo annunci in famiglia ti senti rispondere “non vedevo l’ora!”, e quando hai pagato il conto del ristorante qualcuno sussurra “e anche questa è fatta! Adesso saluti a tutti!” e sparisce nei due minuti immediatamente successivi. Queste ragazze, nel frattempo, dopo essere state dalle varie sorelle di mia nonna, erano finite dai parenti del defunto marito di mia zia canadese, desiderosi di scorrazzarle per il lago di Garda, e Verona e Venezia e il mare Adriatico. Comunque sia, domenica a mezzogiorno in punto eravamo tutti nel parcheggio del ristorante tra i saluti e le facce di chi ti guarda pensando, limpido come il cielo di giugno, e questa chi è?, per poi rimediare avvicinandoti e chiedendoti l’albero genealogico (galeotta fu la frase: ma tu sei figlia di…?) e infine, dato che non ci si vede da quando ero alta così e la memoria non torna, concludere con ma sei diventata grandissima! Passa in fretta il tempo... ed eravamo dicevo, tra baci e abbracci, e le canadesine non le vedo arrivare. Embè? Sta a vedere che tra la gita a Venezia e quella al lago ci han tirato il pero. E infatti è proprio così!
Ecco, in quel momento, il mio umore baldanzoso ha fatto spazio a un caldo nervoso, e a stento mi sono trattenuta dal dire chi me l’ha fatto fare di venire fin qui con quaranta gradi all’ombra, un cugino più antipatico dell’altro a un pranzo che andrà avanti, se va bene, fino alle 4 di questo pomeriggio?

A dirvela tutta, le ragazze le avevo già viste. Ero andata con mia madre a prenderle in aeroporto, ed erano rimaste da noi i primi due giorni. Ciò non toglie che se sei l’ospite d’onore a una festa pensata apposta per te, forse, ma solo forse, sarebbe carino presentarsi. Non che sia colpa loro. Probabilmente nemmeno lo sapevano e chi le ospitava si è ben guardato dall’accollarsi una simile rottura di scatole, quindi non voglio addossare la colpa a loro. Non è giusto. Però, lasciatemelo dire, una cosa simile qualcosa sulle persone che ti stanno intorno te la dice.

Nulla vi vorrei dire delle sorelle di mia nonna, per la maggior parte antipatiche come gli anni che si portano dietro. Sì, perché ti fanno un complimento ma che bel vestito, stai benissimo, e tu per battuta dici grazie, in realtà l’ho preso dall’armadio di mia sorella, l’ho scelto di fretta per sentirti rispondere ma allora sei una ladra! E non era una battuta, sono abbastanza convinta che la zia lo pensasse davvero, ahimè. Per tacere dell’altra comare, sua sorella, che in uno scambio di battute con mia madre, alla quale dicevo che quando me ne andrò sarà in un posto lontano da dove non farò ritorno, lontano principalmente perché non veda l’enorme disordine segnaletico che renderà inutile l’uso di un navigatore satellitare per trovare la strada, si è gettata in una infinita predica specificando come aveva sapientemente risposto a quella ingrata di sua figlia che aveva osato dire la stessa cosa, metti qua le chiavi e vai, prendi e vai, se te ghè corajo e guardala ben la porta. Dopo qualche minuto di tacita sopportazione, ho detto si si, infatti e me ne sono andata dall’unico cugino con cui mi sembra di avere qualcosa a che spartire.

Uno molto paziente, in realtà, per cui mi pare di avere anche avuto una semi- mezza- pseudocotta in età preadolescenziale, e soprattutto prima che lui decidesse di prendere dieci chili e rasarsi i capelli a zero virgola cinque. Di solito lo chiamano il milanese, perché abita là da una quindicina d’anni. Ci siamo riempiti dei discorsi sul mondo bello e giusto, sugli stranieri e i gay finalmente accettati, su noi stessi non portati per il matrimonio e destinati allo zitellaggio perenne, sul mondo che tanto ci piacerebbe, insomma. Lui si porta dietro quel minimo di fascino oratorio che alleggerisce i pranzi di parenti, tratta i troppi vecchi come se fossero dei quarantenni rompiscatole e lagnosi e ha un sorriso per tutti. Un mezzo alternativo, come me. Mi chiedo se gli “alternativi” stiano solo nelle grandi città, perché abbiamo bisogno di un’importazione massiccia nelle provinciuole venete.

Poi stasera ho ripensato a quel discorso che tutti, dopo aver visto i più antipatici e meno saltuari parenti, fanno – o sicuramente almeno pensano: noi siamo migliori, non siamo così, ci salviamo. Forse non è questione di meglio o peggio, ammesso che esista un modo di esistere e di co-esistere migliore di un altro, e non è nemmeno questione di essersi salvati dallo tsunami della mediocrità piccolo-borghese. Quella è sempre in agguato e basta poco a scivolarci dentro. È solo una questione di conti: il bilancio delle ragioni di vita che abbiamo conservato, di sogni che abbiamo coltivato e di quelli cui abbiamo rinunciato perché stonavano nel palco della nostra vita, o perché alla fine erano sbagliati per noi, non ci si conformavano. Sono loro però a costruirci centimetro per centimetro: le nostre ali mozzate, i nostri occhi chiusi, i nostri uteri ricuciti, le nostre albe e le nostre stelle mancate. Sono loro a crearci, a renderci così intollerabili agli occhi della nostra stessa famiglia, perché alla fine abbiamo lasciato indietro tutti le stesse cose. E pensiamo di averlo mascherato bene, che nessuno se ne sia accorto. Ma nessuno pensa mai che a ridere di sé stessi è tutto guadagnato.
Ti aspetterò la notte, eterna mia ossessione. - G.N. 
coccola5

mercoledì 8 agosto 2012

Let your soul gravitate to the love

Una settimana fa, più o meno. Sono alla cassa del supermercato, quando incontro Massimo. Non è un amico di famiglia, ma qualche anno fa era venuto a un campo-scuola in veste di ‘cuoco’, e mi era piaciuto come persona. Mi chiede come sto, i miei, niente vacanze?, l’università e poi mi chiede perché non sono al campo. Ho litigato con don D. Non che sia un evento epocale, e poi vi dirò perché. Ah, pure io. Non possiamo portare Alice con noi., mi spiega velocemente. Mi spiace, ma che è successo?, cerco di indagare. Pare che non sia gradita… a quel punto me ne resto in silenzio, tra il dispiaciuto e l’atterrito. Già, perché se Alice non può venire nemmeno con i suoi genitori, non è un gran segno.
La ragazzina è lì con il padre, lo aiuta a mettere la spesa nei sacchetti, ogni tanto mi dice qualcosa mentre aspetto di appoggiare la spesa sul nastro. È bellissima, e tiene in mano un vecchio modellino di SailorMoon. Ha gli occhi blu, e i capelli ricci e selvaggi. A fine spesa ci salutiamo, speriamo di vederci presto, ma sì dai.
Alice è autistica, ma saluta sempre la cassiera al supermercato. Sorride a tutti e quando non ha una crisi di rabbia è dolcissima. Sempre lì, nel corridoio stretto fra una cassa e l’altra, tra la fretta della gente che deve andare, Massimo mi dice: “La gente si accorge che ha dei problemi perché saluta sempre tutti.” Ce ne fossero di più di persone come Alice.

E poi questa settimana. Mercoledì scorso è sparito Mario, il mio micio nero. Lo avevamo preso solo tre settimane fa, aveva cinque mesi, e mi saliva sulla schiena, le gambe, dormiva attaccato alla mia testa. Dopo i primi due giorni di lutto, e dopo aver sentito i vicini per sapere se è caduto nuovamente nel loro giardino, metto fuori degli avvisi. Tanto non li leggeranno neanche, penso. Nel frattempo continuo le ricerche e lascio il mio numero di cellulare a destra e a manca. Stamattina mi chiama una signora per dirmi che ha visto il gatto nel nostro quartiere, su un tetto, e che non è riuscita a prenderlo. Poi esco per prendere il pane, il latte e la gente mi chiede se ho ritrovato il gatto, che hanno letto l’annuncio, che gli dispiace.

Allora mi viene da pensare che non è tutto perduto. Forse si può salvare qualcosa di quest’Italia un po’ marcia, un po’ allo scatafascio. Forse non siamo tutti egoisti e opportunisti come ci dipingono i giornali. Chi lo sa, magari è solo una mia illusione, ma mi piace. Me la voglio tenere stretta. Me le stringo forte queste persone che sanno convivere con i loro problemi, non se ne vergognano e non li chiudono fra le mura di casa a doppia mandata. Questa gente che si preoccupa per il mio gatto. Questi miei parenti stranieri che, venuti dal Canada, hanno portato tanta gioia. Sapete cosa mi ha detto mia zia (la sorella di mia nonna) appena scesa dall’aereo? Come stai? Ah, sto fin troppo bene. A 73 anni.

In questi momenti ritorno in rotta con il mondo, compenso tutti quei momenti di stanchezza, di rabbia, di gente che non ha capito (o che non ho capito io). Me ne frego se questo post fa tanto hippy (i miei amici pensano che lo sia tutto il tempo, so no problem). Qualche anno fa ero stata a un incontro di Patch Adams, ci ha fatto fare un gioco. Cominciava così: I’m grateful for… (sono grata per…)
Sono grata per questi momenti, ecco.

coccola5
ps. titolo da Where is the love? dei Black Eyed Peas.

mercoledì 25 luglio 2012

O l'alito o denti, questo è il problema

Ancora sveglia? Sì, e se avete mai sperimentato il mal di denti in vita vostra, capirete perchè e avrete compassione di questa nottambula.

Tutto è cominciato verso metà maggio con un dolore intermittente fra due molari. Dal momento che non sembrava una cosa passeggera, avevo concordato con i miei di prendere appuntamento in ospedale, anche per evitare le cifre abnormi del nostro dentista privato, rompiscatole e un po' invadente. Telefono e mi fissano l'appuntamento per il 27 giugno, un mese esatto dopo. Perfetto, se non fosse che i primi di giugno si fanno sentire le prime scosse a Modena e la mia università (a Mantova) chiude per un’ordinanza del sindaco, facendo slittare gli esami. Uno di questi viene a cadere proprio per il 27, costringendomi a spostare l’appuntamento.

Ritelefono, e prendo appuntamento nel primo spazio libero, vale a dire il 30 luglio. Sommo giramento di maroni, ma penso di poter resistere. [In questo lasso di tempo la mia carie cresce, cresce e cresce.] Una settimana dopo mi chiama l’ospedale, per dirmi che il giorno 30 luglio il dottore sarà assente, e l’appuntamento è slittato al 28 agosto. Decido di non urlare contro il segretario soltanto per non peggiorare il dolore ai denti ed, esasperata, prendo appuntamento con il dentista privato, rompiscatole e un po’ invadente per la settimana successiva.
Questi mi dice che ho una carie molto grossa, che ricopre metà dente e che non avrei dovuto aspettare così a lungo. Eh, fosse dipeso da me!, vorrei replicare, ma lascio perdere. Mi toglie la carie e, frattanto che tengo la bocca aperta, mi chiede come stanno i cavalli, i miei genitori, mia sorella. Tutte domande cui per ovvie ragioni non posso rispondere. “Vedrai, ora andrà meglio. Torna da me il 30 luglio per la devitalizzazione.” Ottimo, penso io, il calvario è finito.

Sapete quando si dice le ultime parole famose? Appunto. Al momento ho, anzi avevo, un dolore lancinante e continuo al dente, che non mi permette nemmeno di dormire. Disperata, mi rivolgo all’ultima risorsa che possa venirmi in aiuto: il web. E lì finalmente trovo la mia salvezza, e se avessi un fidanzato potrei sostituire con fine relazione per giusta causa: l’aglio. Ho scoperto che è un magnifico antisettico e analgesico, tra i più potenti a livello naturale. Corro in cucina a staccarne uno spicchio, lo mastico e cinque minuti dopo ho il dente completamente anestetizzato, meglio dell’anestesia gonfiabocca* che mi fa il dentista ogni volta.
* L’ultima volta me ne ha fatta talmente tanta che mi ha addormentato denti, guancia e labbra.

Tutto considerato, direi che:
1)       1)Ho trovato una valida alternativa per troncare in modo indolore con gli esseri umani a me antipatici, e vi assicuro sono parecchi
2)      Ho acquisito magicamente la capacità di allontanare i vampiri e gli spiriti maligni
3)      Ho evitato i molti effetti collaterali degli analgesici tradizionali
4)      Il mio cane, che ha un alito simile al mio attuale, potrebbe iniziare a considerarmi un suo simile

È andata bene!

coccola5 
ps. i commenti alla pagina web che ho scovato sono stati scritti, per la maggior parte, tra mezzanotte e le quattro di mattina! :D

lunedì 25 giugno 2012

Meraviglioso come ora non lo sei mai stato


Mi ero ripromessa di tenere le distanze da E. Non in senso fisico, quanto emotivo. E non che lui sia una cattiva persona, in realtà è una delle migliori che abbia mai conosciuto.
Nel 2011 avevo lasciato scivolare la nostra amicizia. Sia chiaro, non ce l'avevo con lui, ma per qualche motivo lui non faceva più per me. Il suo disequilibrio mi faceva rimanere sul filo di una fastidiosa apatia, involontariamente condizionava la mia vita.

A ottobre poi, per il mio compleanno, mi scrisse un messaggio di auguri, chiedendomi se mi andava di uscire un po'. Alla fine mia madre mi aveva detto di volermi fare una sorpresa, e non avevo potuto rifiutare, quindi la cosa saltò. Qualche tempo dopo, lo richiamai. Volevo fare due parole, sentire se era ancora vivo. Al telefono mi chiese di vederci in serata e, un tantino stupefatta, accettai. In compagnia di un'amica comune, mi chiese di aiutarlo con inglese, cazzo, non ci capisco niente e a giugno ho l'esame. D'istinto accettai e ricominciammo a vederci. Di sabato mattina, verso le 9.30.
Alle volte era ancora intontito dal sonno, in pigiama, e ci metteva un po' a concentrarsi sugli esercizi da fare e sulla grammatica inglese. Ogni tanto, la frase di un esercizio gli riportava alla mente un ricordo, un pensiero e ricominciavamo a chiacchierare, a raccontarci la vita. In tutto quel tempo, a parte un pomeriggio, non ci siamo mai incontrati al di fuori delle lezioni che, fra l'altro, lui pagava regolarmente.

Dopo la fine dei suoi esami, a inizio giugno, mi manda un messaggio per dirmi che è andato tutto bene, che mi ringrazia infinitamente. E se mi va di andare fuori, possiamo andare al cinema. Mi aveva chiesto di andarci un anno prima, ma allora la cosa non faceva parte del nostro rituale. Potevamo incontrarci al Krème, uscire allo Skylight per una serata brava oppure starcene in un baretto a Gazzolo gestito da appassionati della birra tedesca. Oppure rimanere nella sua macchina, o nella mia, a parlare. Andare al cinema non rientrava in questo rituale, sarebbe sembrato irreale per entrambi. Era letteralmente fuori dai nostri schemi.
In ogni caso, accetto. Mi dice che viene a prendermi, andiamo all'ultima proiezione e bla bla. Non c'è bisogno che specifichi tutto, vorrei sussurrargli, le so queste cose, siamo amici per qualcosa, no? Ma è un convenevolo, e non posso sottrarmi. Alle 21.30 sono sotto il vicolo di casa mia, e per la prima volta è lui in anticipo, lui ad aspettare me. Scusami, gli dico stupita.
Davanti all'ingresso, ci fermiamo per una sigaretta. Io tremo di freddo. Hai freddo, vero?, mi chiede apprensivo. Ho finito, dai, entriamo.
Ma la vera sorpresa arriva quando entriamo in sala, puntuali come orologi svizzeri: non c'è nessuno! Shh, non disturbare gli altri, mi dice ridendo. Vorrei abbracciarlo così forte... e dio solo sa quanto entrambi ne abbiamo bisogno. Ci sediamo in un posto a caso e rilassiamo. Stiamo bene insieme. Dopo tanto, stiamo di nuovo bene. Tutti e due.
Arrivano altre due coppie nei minuti successivi: lo storico equivoco, ci prendono per una coppia e lasciano soli e vicini. La nostra vicinanza è fantastica perchè equivoca, ambigua.

Durante il film, sobbalziamo negli stessi momenti, ridendo di noi e dell'altro. Pensiamo alle stesse cose, a un certo punto lui mi sembra in un altro mondo, nei suoi pensieri che un poco mi restano sempre sconosciuti, insondabili.

00.45. Il multisala è praticamente deserto. Fa strano scendere le scale in questa solitudine. All'uscita, un commesso si affretta a chiudere le porte. Andiamo direttamente all'auto, e intanto gli rendo le chiavi, il cellulare e il portafogli.
Per strada, parliamo poco. Siamo entrambi stanchi, in effetti. Però mi chiede di accompagnarlo a Genova. Mi dice che ci sarà qualche altro suo amico, ma so che è una bugia. Saremo io e lui, lo sento perfettamente. Okay, mi piacerebbe andare a Genova. Mi sembra preoccupato, perchè gli racconto che sono già stata all'acquario, ma lo rassicuro. Mi fa piacere andare con lui, non mi dispiace ritornare.

La sua proposta mi apre gli occhi: quanto sei cambiato, caro E.! E quanto mi fa piacere vederti così, fresco, nuovo, cangiante. Sorrido dentro, lascio andare un sospiro di sollievo. Adesso posso lasciare andare il respiro, adesso che vederti non mi fa più stare male, non mi chiude lo stomaco. Adesso che tu sei sempre un universo, ma non il mio. Non sei più tutto quello che ho, il mio aggrapparsi a un ramo cadente. Sei tu, e io sono io. E non abbiamo più paura del buio.

A te, che meravigliosamente ti sei risollevato. Meraviglioso come ora non lo sei mai stato.

coccola5
ps. se non ve ne foste accorti, altro che distanze! Un anno fa le cose stavano esattamente così.

domenica 24 giugno 2012

In a second. Be free


Parlavo con mia sorella, venerdì. Una conversazione in auto, dirette da mia nonna. E lei mi dice che il suo ragazzo non è particolarmente entusiasta della sua partenza, ormai prossima, per il Sudafrica. Ah, no? Be', sai.. dice che quando tornerò sarà tutto diverso, dovrà riabituarsi ad uscire con me e trascurare i suoi amici. Me la sono presa, per me stare con lui non è.. un hobby, un gioco. Voglio costruirci qualcosa, con Spilungone. E le credo. Anch'io, al suo posto, desidererei la stessa cosa. Tesoro mio, le dico, come puoi stare con qualcuno che non vuole la tua felicità? Il viaggio in Sudafrica, per imparare l'inglese, è parte della tua felicità. È qualcosa che vuoi. Non lasciare che lui ti impedisca di realizzare i tuoi sogni. E digli che, se il tuo essere felice lo rattrista, lo mette in difficoltà, forse avete un problema. Come coppia.

Mia sorella è abituata a sentirmi parlare così. A sentirmi dire che io sono libera come l'aria, indipendente, selvatica come i fiori di campo. A sentirmi dire che non accetterei mai un giogo simile, non potrei sopportarlo.

L'altra sera non sono uscita, sai. O meglio, non sono uscita veramente. Sono rimasta nel parcheggio sotto casa a piangere. Da sola?, le chiedo io sorpresa. No, con Spilungone. E perchè? Perchè io parto. E lui che reazione ha avuto? Lui mi stava spiegando le sue ragioni, perchè è triste che parta. E tu facevi la fontana, nel frattempo. Sì.

Io non ci credo che Spilungone è triste. Lui non vuole che mia sorella parta, il che è diverso. Altrimenti non avrebbe imposto le sue motivazioni a mia sorella, mentre lei piangeva in auto. Lui non gliele ha spiegate, l'ha costretta ad accettarle, come una mostruosa giustificazione.
Lui è un maschio. E non vuole che la sua femmina sia indipendente. Mi sembra quasi strano che lui mostri così timidamente le sue rimostranze.
Lui non odora di buono. Le cose, le persone, i luoghi hanno un odore. Odorano di buono, di semplice, di dio, di amore o di non-buono.
Io, che in certe cose sono assolutamente istintiva, non riesco a ignorare il suo odore, a dire a mia sorella che sa di buono.

Non posso fare a meno di dirti ciò che sento. Ma soprattutto non posso fare a meno di dirti che devi essere libera, e che non ci vuole chissà che. Libertà è dirgli “lascia che io sia felice”. E accettare, per quanto doloroso, il fatto che se lui non condivide questo con te, non è la persona giusta. La libertà, il rispetto, esortarvi reciprocamente ad essere felici sono alla base di una buona relazione, di qualunque rapporto.

Io sono libera quando resisto. Quando non accetto il compromesso. Sorrido, sono paziente con chiunque incontri, ascolto le parole, guardo negli occhi e nelle labbra; allora sono libera. Non ci vuole tempo per essere liberi, è un attimo, perchè ogni secondo in più è un secondo perso, è il nodo di un compromesso che si stringe.
Ma ogni attimo di libertà è un filo tirato per sgrovigliare il nodo, una mano paziente che scioglie una matassa. Le nostre abitudini – spesso - sono quelle matasse.
coccola5

mercoledì 20 giugno 2012

Cari i miei genitori

Non la riconosco, la mia famiglia. Le cose sembrano invertirsi, at this point. Solo un anno e mezzo fa erano loro a non riconoscere me, la figlia ribelle che infrangeva i loro divieti solo per uscire con E.
Le facce sono le loro, ma le parole non gli appartengono: non possono appartenergli! Com'è che le stesse persone che fino a poco tempo fa sembravano avere valori fissi, buoni e tradizionali ora li interscambiano svergognatamente, li girano a loro piacere e vantaggio? La parte dell'ingenua, su questo non c'è dubbio, la faccio sempre io.

Un mese fa era un reato che mio fratello bevesse una birra, ora ci scherzano su allegramente e lui è quasi autorizzato a farlo, percependo, tra l'altro, che l'alcol è cosa divertente, fica.
Un mese fa io ero il consigliere di mia madre, ora solo una che non sa risparmiare critiche a nessuno.
Un mese fa mia madre era disperata e mi chiedeva di tenerle compagnia, ora è rinata e io sono stata scalzata dalla sua mania di controllo e dalle sue insindacabili opinioni.

A volte ho l'impressione di essere io a portare avanti questa famiglia, nonostante i tracolli emotivi di mia madre. Altre volte, semplicemente, ho il presentimento che la mia assenza o presenza sia assolutamente irrilevante per ognuno. Sto cercando di mantenermi salda, di non piangere, di non fare scenate isteriche, di ascoltare, di avere pazienza. E lo faccio volentieri, perchè questa è la mia famiglia.. e a chi altri spetterebbe questo ruolo?

La loro incertezza valoriale mi turba, lascia in bilico. Ieri sera raccontavo a mia madre di un sms che avevo ricevuto da don D. nel pomeriggio, dove mi scriveva: com'è andato l'esame? Fammi sapere! A ogni modo, volevo chiederti se puoi darmi una mano anche giovedì.. so che sei impegnata, ma mi faresti un grande favore. Mi ero sentita enormemente presa per il culo. Lui fingeva di interessarsi ai miei esami solo per coinvolgermi nel volontariato, quindi, avevo pensato: si fotta! Lei inizia a raccontarmi, per farmi cambiare idea, di aver fatto una cosa simile a sua volta: una sua amica ha dolori terribili al ginocchio e le ha chiesto un consiglio su un bravo ortopedico cui rivolgersi. Mia madre, per non farla aspettare, ha chiamato un nostro amico ortopedico con la stessa tattica usata dal prete: come stai? Bene, mi fa piacere.. volevo chiederti un favore. Mi dice di non prendermela, di essere obiettiva: certo che voleva anche sapere come stavi!
Io me ne resto lì, tramortita. Come puoi essere così superficiale? Com'è che una volta questo ti avrebbe dato fastidio e ora.. ti è solo indifferente? Come siamo arrivati alla logica de “l'importante è il fine, i mezzi non contano”?

Sono più le domande che le risposte, più le ansie che le gioie. Non voglio cambiare nessuno, modificare niente, ma... in questa casa alcune dinamiche non funzionano, ed è tempo – e giusto – di ammetterlo. Quando, tornando a casa, mia madre mi dice che è stanchissima, ha lavorato tutto il santo giorno e noi non la ricompensiamo a sufficienza, percepisco chiaramente che c'è stato un grosso fraintendimento. Perchè essere madre significa accettare di stancarsi, significa dare 1000 e ricevere 100 o anche meno (ma non per cattiveria), significa fare gratuitamente senza attendere una ricompensa. Se solo il fatto di ricoprire questo ruolo deve avere una contropartita, quali sono allora le cose gratuite della vita? Qual è lo sforzo che possiamo fare senza aspettarci niente in cambio? Se essere madre non è “gratuito”, che cosa lo è??
Questi sono i valori che ho imparato io, e a questo punto mi domando da chi. La gratuità dell'affetto, proprio perchè a qualcuno siamo affezionati (e gli vogliamo bene), fa nascere in me quella voce che dice “ricomincia! Ricomincia ancora! E ancora!”

Nonostante la stanchezza, nonostante abbia perso un'amica e una guida spirituale, sono felice di sentire quella voce che non mi permette di abbandonare il campo. Significa che sono sulla strada giusta, che Dio non mi ha abbandonata in questo deserto, anzi, ne ha approfittato per stringermi più forte la mano. Ma mi atterrisce che non ce l'abbia lei, perchè qualcosa vuole pur dire. Ed è qualcosa di terribile.

Cari i miei genitori, forse dopo 21 anni che allevate figli vi siete scordati che la genitorialità non è gratuita, è a spreco, è amore a fondo perduto. È cominciare a urlare di dolore quando tuo figlio sta male, ma non perchè lui non sta realizzando i tuoi sogni, ma perchè non sta realizzando sé stesso. Ed è litigare fortissimo perchè ci si vuole bene. È cadere insieme a tuo figlio, prendendo una botta talmente forte da doversi fare amputare una gamba, ma avere ancora voglia di correre con l'altra.
È stare in silenzio, perchè la voce della tua creatura inizi a cantare e poi piangere di gioia.

Forse io sono troppo giovane, forse non ho ancora figli e poi mi ricrederò, forse solo un paroliere un po' romantico e mi rifiuto di vedere il mondo per com'è. Vedo solo quello che voglio vedere, che in altre parole è un mondo migliore.

coccola5