martedì 3 gennaio 2012

Anormalità continua

Comincio ad avere la certezza che quando sul vocabolario cercate la voce "anormale", compaia la mia fotografia. Vi spiegherò poi perchè.



Nel frattempo mi dedico alle mie teutoniche traduzioni!

coccola5
A sera sopraggiunta.
Le cose che non ho fatto: le traduzioni, per esempio.
Le cose che ho fatto: incontrare Cavallina e scoprire che è una persona splendida, proprio come l'avevo immaginata. Organizzare la giornata a Milano di domani con mia madre. Raccontare del viaggio a Berlino alla famigliola riunita. Pulire metà casa come un'ossessa in due ore. [Mai successo prima, per la cronaca.]
Cose che mi pento di aver fatto (o forse no): rispondere male a mia sorella, che lavora in un bar dove vendono il caffè in questo modo: 0,80 euro agli italiani e 1,50 euro agli stranieri. La sopradetta sorella, che oggi è stata in montagna con lo snowboard, ci dice meravigliata: "Cavolo, in montagna ti spennano! Ti fanno pagare il caffè un euro e cinquanta!" Io: "Pensa che voi lo fate pagare sempre a questo prezzo assurdo agli stranieri!"
  Ah sì, so perfettamente di essere un'autentica stronza.

Se mi mettessi a scrivere ora, pubblicherei dieci pagine di post. Vado quindi a dormire nella speranza che la notte migliori le mie capacità di sintesi, e domani vi racconterò con più calma la giornata di oggi. Buon sonno.

lunedì 2 gennaio 2012

Come una roccia - Berlino 2011

ImageSono rientrata stamattina da Berlino. Vi ho passato la settimana dal 27 dicembre al 2 gennaio, ed è questo il motivo per cui sembravo sparita. Il nostro don ci aveva proposto di partecipare all’incontro internazionale della Comunità di Taizè, che si svolgeva appunto in questi giorni, così il giorno di S. Stefano ho preparato armi e bagagli e sono partita.
Berlino è vetro. È una città che rifulge come un pezzo di vetro lucidato, e si ritrova trasparente nella sua semplicità, nella sua atmosfera di nordica accoglienza, pacata e gentile. Berlino non vi accoglierà mai come farebbe Roma, in pompa magna e a grandi parole, lo farà mostrando sé stessa con i suoi pezzetti di muro, con le sue contraddizioni e fragilità, con la sua anima un poco frammentata e silenziosa. Ma è un’anima ben lucida e tiepida. La sua gente rivela nelle cose più piccole la propria beltà e delicatezza, come quella ragazza piccola, dai capelli finemente intrecciati incontrata nel metrò, che socchiudeva gli occhi chiari come se tirasse piano una tenda. E poi è inutile dirlo: Berlino è organizzata, efficiente… tedesca!
Le preghiere che vi si sono svolte hanno portato pace nella pace, non saprei bene come spiegarlo. E si componevano di mille sfaccettature diverse e luccicanti, sembravano salire e scendere da Dio in una frazione di secondo. Le letture che non capivo trasmettevano un velato senso di confusione e la curiosità di comprendere assieme, il desiderio di rileggere, di scandagliare fra le parole. Al pomeriggio partecipavamo a dei workshop, di cultura o di spiritualità, una piccola benedizione per l’anima, un ritaglio nel tempo.
Un tempo che, ad essere sincera, si è bruciato in una strana maniera. Forse anche per via del nostro don, ho vissuto dei momenti di confusione assoluta. Mi riferisco a quando giravamo per la città, perché mi pareva una mina vagante, incerta, un po’ come quei videogiochi in cui pare impossibile controllare la direzione dell’automa. Di qua, di là, aspetta, muoviti, coraggio, ehi!, euforico o stanco... non vi nascondo che in alcuni momenti mi sembrava di non potere reggere questo eccessivo dinamismo. Ma i viaggi insegnano a conoscere le persone più di quanto si creda, scandagliano, senza che l’altro lo voglia, l’anima e la mettono brutalmente a nudo. E io ho capito quanto sono leggibile, quanto gli altri possano raccontarmi con destrezza e precisione. Questo, sì, mi affascina e spaventa al contempo.
Diceva l’imperatrice Elisabetta d’Austria che il bello di viaggiare non è tanto arrivare, conoscere il posto nuovo, l’atmosfera, ma il momento del viaggio, inteso come transito da un luogo ad un altro. Ed io, per quanto non lo voglia, non riesco a non darle torto. Per qualche motivo preferisco il transito alla stasi dell’arrivo, perché è luogo privilegiato per parlare con le persone, scoprire gli interessi che ci accomunano, provare e contraddire tesi e ipotesi.
Ad ogni modo, grazie a tutto e nonostante tutto, è la bellezza che ci viene incontro. Mi ripeto questa frase da un po’ di tempo, e non riesco a contraddirla. Ella ci commuove spesso, a volte spossa e sfinisce, ed è una bellezza per cui dobbiamo lottare sempre, in ogni istante. Non tanto perché non ci abbandoni dopo che l’abbiamo scoperta, quanto perché la Bellezza non ci appartiene, ma dobbiamo sforzarci di ritrovarla in ogni molecola. Per un credente la Bellezza è Dio, per un non credente questa bellezza è quel senso di sacro che ci fa da guida, che accompagna la nostra spasmodica ricerca di verità, serenità e di noi stessi in questo mondo a pezzettini. Ed è una lotta interiore, continua e incessante, che non si ferma neanche mentre sogniamo la notte.
Ho scoperto però una cosa, negli ultimi giorni: se non lottassimo, se non ci lasciassimo incontrare e al contempo ricercassimo la Bellezza, non avrebbe senso il nostro vivere e il nostro inferno quotidiano. La nostra esistenza perderebbe immediatamente di verità. Concludo con una frase che mi si è formata nella mente proprio durante il viaggio di ritorno, e che vi auguro accompagni voi come me in questo novello 2012.
Sii come una roccia di cui il vento cesella le forme, scolpisce per fare più bella, ma che rimane fedele alla sua essenza. Quella di roccia. – Berlino 2011
coccola5

domenica 25 dicembre 2011

Verbum caro factum est

Prima del tempo, prima ancora che la terra cominciasse a vivere, il Verbo era presso Dio. Venne nel mondo e per non abbandonarci in questo viaggio ci lasciò tutto se stesso come pane. 
     da "Verbum panis"

Questi sono i miei auguri di Natale 2011. Solo questi, anche perchè, lo dicevo a Lm qualche giorno fa via Skype, la sapete una cosa? Ci sono anche stati momenti di difficoltà in questo periodo, ma... con Lui è tutta un'altra cosa.

coccola5

venerdì 23 dicembre 2011

Titanic - Non tradire i tuoi sogni

Un paio di giorni fa ho ricominciato a vedere Titanic. Penso che chiunque ricordi e abbia visto quel film, anche se uscì nel 1997. Io ricordo che le mie compagne di scuola dicevano di averlo visto al cinema, e che non gli era piaciuto. Noi andavamo al cinema soltanto il giorno di Santo Stefano, il 26 dicembre, e chiaramente questo tormentone di cui tutti parlavano non l’avevo nemmeno intravisto.

Me lo regalò mia nonna quando uscì l’edizione in VHS, per la Comunione, assieme a un orologio dalla fibbietta gialla che ho portato fino all’anno scorso. Me ne innamorai subito: di Rose, di Jack, del loro fare all’amore libero, che non subiva le pressioni di una società come quella inglese di inizio ‘900. Beh, mi dicevo, se un poveraccio può fidanzarsi con una come lei, allora qualunque sogno può realizzarsi a questo mondo! Era l’età dei sogni, dei libri letti in meno di due ore, della tv mai guardata perché mia madre era assolutamente contraria.

Nel corso degli anni ho visto questo film talmente tante volte che lo conosco a memoria: ogni battuta, ogni gesto, sorriso, ogni spruzzo d’acqua dell’Atlantico. Neanche a dirlo, mi ero innamorata di Leonardo di Caprio. Per un po’ di tempo lo sognai spessissimo, e c’è un sogno che ancora ricordo perfettamente [e che non vi racconto per conservare quel poco di reputazione e dignità che mi sono rimaste!]. E invidiavo la bellezza di Kate Winslet, un’attrice che ammiro e seguo tuttora, dal momento che le sue scelte cinematografiche sono davvero interessanti.

Titanic è, per come la vedo io, un po’ un inno al romanticismo come lo intendiamo attualmente. Niente a che vedere con il movimento poetico, sia chiaro, ma un dare spazio ai propri sogni di ragazze di sposare il principe e vivere felici e contente. Il film trasmette quest’impressione anche se di fatto Jack muore, conserva comunque l’atmosfera da lieto fine nonostante la tragedia navale.

E poi... e poi c’è questa vecchina di 102 anni che racconta tutta la propria vita, una vita che di fatto si consuma proprio sulla “nave dei sogni”, sull’inaffondabile Titanic. Insomma, Titanic è il contrario del disincanto.

Dipende tutto da che cosa vogliamo, alla fine. È chiaro che, a meno di non essere Kate Middleton, nessuna di noi sposerà un principe (e di certo io non lo farei mai), ma il punto è: quanta parte della nostra vita rimane fedele ai nostri sogni?

Messa così il caro LM mi prenderà sicuramente a schiaffi, quindi mi affretto a spiegarmi meglio. In che misura siamo “disincantati” riguardo alla vita? Non ci aspettiamo mai niente o continuiamo a sognare ad occhi aperti, camminando a un metro da terra? Non credo sia una domanda da pettegolezzo, anzi. Al liceo, quando abbiamo studiato Freud e le sue teorie sull’interpretazione dei sogni, il nostro prof ci ricordava sempre che, se non sogniamo, muoriamo. Ma non tanto in senso metaforico, proprio in senso fisiologico. I nostri sogni notturni sono il “riposo” del nostro cervello, il momento di follia che si concede mentre noi chiudiamo gli occhi, sono i nostri desideri più reconditi che riemergono quando non possiamo frenarli.

Personalmente, cerco di essere realista, di non mentire troppo a me stessa. Cerco di farmi quotidianamente delle domande, di rimanere libera e fedele a me stessa. Di non tradirmi mai, anche se ogni tanto succede. È inevitabile, tutto qui, ma è comunque peccato (non in senso cristiano).

coccola5

domenica 18 dicembre 2011

Trag alles bei dir*

Alles, was ich habe, trage ich bei mir.
Oder: Alles Meinige trage ich mit mir.

Getragen habe ich alles, was ich hatte. Das Meinige war es nicht. Es war entweder zweckentfremdet oder von jemand anderem. [Herta Müller - Atemschaukel]

Trad: Porto presso di me tutto ciò che ho.
O, per meglio dire, porto con me l'essenziale.
Ho portato tutto quello che avevo. Non era l'essenziale. Era stato frainteso o apparteneva a qualcun'altro.*

In realtà devo ancora iniziare a leggere con calma questo libro. Non so perchè, ma presagisce una bella prosa: sensazioni che non saprei definire meglio di così. Per il momento mi sono letta solo l'incipit che, se me lo concedete, è già un bell'assaggio.

Mi piaceva l'idea di citare anche il testo originale perchè la scrittrice utilizza nelle prime due frasi due preposizioni simili, ma non identiche: bei e mit. Bei è la preposizione della vicinanza, del tocco amico sulla spalla. Darf ich dir dabei helfen? (Posso aiutarti a farlo?) Anche in una frase così semplice, immediata, conserva l'idea di vicinanza, ma mai di invasione dello spazio altrui. La seconda preposizione, mit, è il complemento di unione, di mezzo, talvolta anche di modo. Sembra quasi di fare un viaggio con qualcuno, se dico mit dir, con te.

Chiaramente non voglio scrivere un panegirico sulla lingua tedesca e le sue belle preposizioni, che per certi versi mi sono ancora un poco ostiche, ma mi piaceva sottolineare l'uso differenziato di bei e mit. Fra l'altro, e questo non si riesce a rendere bene nella traduzione italiana, tragen è usato anche con il significato di "indossare un abito", ed effettivamente qui ha il suo perchè.

Comunque sia, alles bei sich tragen, portare tutto con sè, mi sembra un bel post inaugurativo (che non so neanche se si dice, ma chissenefrega!). C'è chi si ascolta Il Barbiere di Siviglia come LM e chi, come me, si mette a leggere libri in tedesco. I casi della vita. Che poi come espressione è bellissima, e fa anche nostalgia: prendi tutto, non lasciare nulla all'oblìo del tempo e, al contempo, tienilo con te. Strana cosa, perchè il tempo lenisce le nostre ferite attraverso l'arte che conosce meglio: dimenticare.

E invece no, tieni tutto. Indossalo, trag es bei dir, su di te e sulle membra stanche. Fa che ti ricopra come un velo, che scenda sulle tue nudità.
E vorrei scrivere queste parole con più leggerezza, visti gli avvenimenti degli ultimi giorni. Un'altalena del respiro, come il libro di Herta Müller. Ma rimango consapevole che verranno giorni migliori, e questo perchè tutto scorre, prima o poi. Il fiume se lo porta via, giù fino al delta e all'incrocio con il mare. Mare nostrum, mare dei nostri abissi.

A Bose i monaci ci hanno insegnato che dobbiamo esercitarci a ringraziare, e allora ringrazio anche io, anche oggi. Ringrazio perchè sono andata a pattinare con F. e il suo ragazzo e ci siamo caduti addosso, uno sopra l'altro, e quando ci siamo visti in quella sorta di piramide umana siamo scoppiati a ridere come tre scemi. E però io ero felice. E lo sono ancora, sempre.

coccola5

* Il titolo del post significa: "porta tutto presso di te", e fa riferimento all'incipit del libro L'altalena del respiro di Herta Müller, edito in Germania dalla casa editrice Fisher con il titolo Atemschaukel (tradotto letteralmente nella versione italiana). Trovate il riferimento qui. La mia traduzione è aderente al testo e letterale: se qualcuno dovesse riferire delle correzioni, mi scriva tramite commento.

 

sabato 17 dicembre 2011

La gioia di vivere - Blog

Qualche giorno fa scrivevo una personalissima invettiva contro quanti parlano di mal di vivere. La partenza da questa prospettiva, che può essere considerata come il manifesto del blog, configura già Luce dell’anima mia come un inno. Un inno alla gioia di vivere, un inno alla Vita vissuta come un imperativo categorico (Kant docet).

Al di là delle proprie convinzioni personali, di una fede religiosa che può accompagnarci, di un credo politico o del proprio orientamento affettivo e sessuale, tutti siamo chiamati a fare una cosa: creare la nostra Sinfonia. Creare un capolavoro armonico, consci che la nostra esistenza subirà alti e bassi, che ci saranno momenti bellissimi e altri di disperazione nera. Ma, diceva Margaret Mazzantini in un suo libro, nessuno si salva da solo e allora abbiamo bisogno di un qualcosa che vada oltre, che sia più forte di ogni altra cosa. Ed è solo quando lo troviamo che iniziamo veramente a vivere.

Non è vero che già dalla nascita sappiamo vivere. Per la verità, vivere è un’arte delicata e complicata, un fragile equilibrio sopra la follia ma, diceva sempre Vasco ai suoi tempi d’oro, è come un comandamento. Io dico sempre che vivere è insieme il primo e l’undicesimo comandamento.

Ecco, allora, come si propone Luce dell’anima mia. E’ un diario personale innanzitutto, il racconto del mio tentativo quotidiano e insistente di Vivere. E poi è una condivisione, e in un certo senso è una convivenza. Forse più la seconda, perchè più che dividere materialmente la mia storia con voi, la vivo con voi attraverso il racconto. Un racconto fragile, forse anche un po’ spaventato, ma mai bloccato.

Non credo che ci sia molto altro da raccontare. Io non so definirmi, se non come una donna innamorata dei propri giorni, del proprio tempo e magari un po’ indifesa, un po’ insicura. Ma una donna coraggiosa. Definitemi voi.

coccola5

venerdì 16 dicembre 2011

Un libro mi ha cambiato la vita

Da un paio di giorni cerco di abituarmi alla guida non proprio ortodossa dell’autista del bus. Operazione che mi sta riuscendo in (minima) parte, visto che ieri sera, dopo che mi ero chinata per raccogliere un libro cadutomi, stavo per rimettere anche l’anima. Vi aggiornerò se ci saranno progressi in merito!

Rimane comunque il fatto che in bus leggo molto: mi tiene compagnia un testo di David Grossman, A un cerbiatto somiglia il mio amore. Grossman è un autore di Gerusalemme, da sempre impegnato a favore di una risoluzione pacifica del conflitto palestinese ma, oltre a questo, lo adoro perché mi ha innamorata di Gerusalemme e di Israele. Il suo stile – e il suo modo di scrivere nel complesso – sono, parlando di autori moderni, tra i migliori che abbia mai visto. Grossman ha un amore per le parole, per le storie e per i suoi personaggi che trasformano ogni sua frase in un capolavoro e in un mondo a sé stante. Niente frasi eccessivamente lunghe, uso ridotto ma sapiente del dialogo (nel libro che sto leggendo quasi mai virgolettato), formidabile uso del presente storico, cosa che, a mio avviso, a molti risulta un poco pesante.

Di lui avevo letto, diversi anni fa, un romanzo, fonte del primo amore, Qualcuno con cui correre. Non lo ricordo perfettamente nonostante lo abbia amato, ma tema fondamentale del testo è la ricerca di ciò che è stato perduto. Pretesto per questa ricerca è l’inseguimento di un cane, affidato al protagonista dal proprietario di un negozio di animali. Il cane, che non possiede guinzaglio, comincia a correre per tutta Gerusalemme e il ragazzo dovrà cercare persone, storie vecchie e nuove per ritrovarlo. Un testo che consiglio, soprattutto per chi vuole fare un viaggio. Lo consiglio a chi vuole mettersi in ricerca di sé, ma anche a chi vuole sfruttare il periodo natalizio per scandagliare un aspetto della sua vita che gli sta a cuore.

Tanti dicono che sono i libri a scegliere noi, sono le loro storie a innamorarci e a riproporci un modello di bellezza recuperata o da recuperare, ma io affermo esattamente il contrario. A chiunque me lo chieda, ricordo che siamo noi – e soltanto noi – a scegliere le nostre letture. Se questo può sembrarvi scontato, ripensateci. I libri che io scelgo definiscono un percorso umano e – possibilmente – di ricerca che intendiamo fare. Non è “lo stesso” leggere l’ultimo di Moccia o di Fabio Volo o leggere Calvino, Grossman (per esempio), Margaret Mazzantini o Dacia Maraini. E non è neanche lo stesso che leggere la Allende, Saviano o Herta Muller.

Ricordo che, quando avevo tredici quattordici anni, leggevo un sacco di libri che raccontavano le storie di tossicodipendenti, prostitute, persone in qualche modo disastrate dalla vita. Questa tendenza a scegliere storie particolari e autori come Irvine Welsh si è chiaramente riflessa anche in seguito. Tuttora scelgo storie particolari, storie di vita, come scrivevo secoli orsono. Verso i diciotto anni, per esempio, ho letto diversi testi di letteratura omosessuale, in seguito all’accettazione della mia bisessualità. L’ultimo che ho letto, parlo a te, LM, il mio vecchietto, è Chiamami col tuo nome, romanzo perfetto per spiegare cosa significhi davvero fare coming out.

Questi libri, e ormai posso dirlo, mi hanno aiutata a sviluppare la mia sensibilità sul piano sociale, hanno tenuta viva – anche in un momento di forte crisi – una spiritualità personale. Lasciate perdere Dio e gli altri, mi riferisco alla nostra vita interiore, che può o meno prescindere dalla religione e dall’osservanza strettamente intesa. Infatti, una cosa che ci hanno ricordato a Bose, è un concetto valido universalmente: “se tu non ti riempi di silenzio, di vita interiore, saranno gli altri a riempirti, nel bene e nel male”. LM carissimo, per dirla con le parole di uno autorevole, gli altri sognan sé stessi e tu sogni di loro.

Vi stringo forte,

coccola5

mercoledì 14 dicembre 2011

Lunga filippica contro Trenitalia

Ovvero, anche Demostene si arrenderebbe

L’intenzione per oggi era di pubblicare un post molto tranquillo sulle letture che sto facendo, un commento spassionato e allegro su un libro molto bello. Di fatto, tuttavia, le circostanze mi costringono a scrivere d’altro e questo blog è l’unico mezzo che mi rimane per far sentire la mia voce.

In data 8 dicembre 2011 gli orari dei treni sono cambiati come ogni anno. La differenza di quest’anno consiste però nel fatto che quel giorno e i successivi erano “ponte” e quindi la comunicazione è passata inosservata: testimonia questo anche la lunga fila di dimostranti all’ufficio informazioni. Le comunicazioni sono state scarse in stazione, sul sito inesistenti e, per di più, tardive. Stamattina, quindi, sono arrivata alle 11 per acquistare il supplemento consueto per l’Intercity delle 11.30 e il treno è stato cancellato. Non oggi, ma per sempre e nei secoli eterni. Kein mehr Intercity nach Mantua. Constatato questo con grande nervoso d’animo, ho preso un caffè per acquietare lo spirito e poi mi sono recata in ufficio informazioni.

Ho chiesto spiegazioni all’addetto che mi ha risposto confusamente, dicendomi tuttavia che essendo cambiati gli orari, sta a me fare attenzione. Inconfutabile considerazione, rispondo nel tentativo di mantenere i nervi saldi, ma sul sito non ci sono osservazioni di genere né si riscontrano cambiamenti di orario se si digita la destinazione. Vorrei poi chiarire che io non sono amministratrice di Trenitalia, sono invece utente (e utente bistrattato, aggiungerei) che paga un abbonamento e ha diritto ad avere informazioni complete e tempestive riguardo variazioni di orario, ritardi, soppressioni. Nessuno di questi punti è stato sinora osservato, anzi: numerose sono state le circostanze in cui mi sono trovata in situazioni inconvenienti per ritardi non annunciati, soppressioni dell’ultimo minuto. Mancava solo la cancellazione permanente di un Intercity.

Il mio treno, per correttezza Intercity 621 da Bolzano a Lecce via Mantova, non era frequentato da poche e spartute persone, anzi. Mi era capitato di avere difficoltà ad acquistare il biglietto perché il treno era al completo. Avrei avuto diritto, a maggior ragione, ad avere un’informazione completa sulla situazione attuale. Invece niente, ho perso un’ora di lezione e ho frequenza obbligatoria all’università.

Vorrei che le sciagure qui terminassero ma, ahimè (e ahinoi!) non è così. Dalle ore 21 di giovedì alle ore 21 di venerdì è stato indetto uno sciopero generale – anzi, universale – di treni, bus e non so cos’altro contro la manovra del novello governo Monti. Le fasce protette sono quella tra le 6 e le 9 di mattina e nel primo pomeriggio (io dovrei prendere il treno alle 19.40, è uno dei pochi garantiti). In altre parole, venerdì corro seriamente il rischio di rimanere a Mantova senza trasporti e ho deciso di rimanere a casa mio malgrado. A proposito, l’impiegato mi ha consigliato caldamente di rimanere a casa venerdì, senza pensare che io ho lezione all’università e altre persone lavorano.

Tengo a precisare altresì che non soltanto scioperano i treni, ma anche i bus urbani ed extraurbani di Atv, la compagnia di trasporti veronese, e lo fanno in queste modalità: giovedì sciopero generale dei bus extraurbani (quelli che prendo io per tornare a casa e arrivare a Verona), venerdì sciopero degli autobus urbani. Con un poco di fortuna, giovedì sera dovrei trovare un bus che dalla stazione dei treni mi porti a casa di mia nonna, che abita poco fuori dal centro cittadino. Venerdì invece, sta perfettamente alla disperazione come il sole sta al beltempo.

Di quest’anno, questo è il primo reclamo scritto e il secondo orale con il personale dell’ufficio informazioni. Non è la prima volta che mi trovo ad affrontare simili situazioni e ho iniziato le lezioni soltanto un mese fa. Questa situazione è intollerabile, considerato che quest’anno pago 52 euro di abbonamento, mentre l’anno scorso ne pagavo 5 in meno, cioè 47. Andare a scuola per me sta diventando come fare il pellegrinaggio a Santiago de Compostela a piedi ed è inutile ricordare che al prezzo non corrisponde affatto la qualità.

Cosa non meno importante è che Trenitalia si premura sì di rispondere ai reclami degli utenti, ma con una lettera prestampata. Di fatto, quindi, le lettere non vengono nemmeno aperte e le richieste della clientela raramente vengono prese in considerazione. All’ufficio informazioni sono stata bistrattata per le mie lamentele: mi rendo conto che non sarò certo l’unica a lamentarmi e che questo ha un effetto sull’umore dell’impiegato, ma io non ci sto.

In altre parole, credo che nemmeno Demostene, se vivesse in questi anni, riuscirebbe a scrivere una filippica sufficientemente efficace. Vi dirò di più: si arrenderebbe sicuramente!
Ma io, se pur non sono Demostene, sono una cliente regolare e voglio far sentire la mia voce con l’unico mezzo che mi rimane e che spero sarà ascoltato. Ho un account Twitter e Facebook, e condividerò questo mio post anche lì, nella speranza che venga letto da molte persone e che insieme si possa fare qualcosa.

Volete fregarci? Non ci riuscirete!!

coccola5

Contro chi dice "mal di vivere"

Ne parlavo, senza troppa convinzione, con LM qualche tempo fa: è un bel periodo? Faticherai a scrivere. Sembra assurdo e paradossale, ma di fatto è così. Non mi va di inoltrarmi in discussioni sull'uomo animale-che-si-lamenta, ma sono in tanti a dire che si scrive per il mal di vivere, e in effetti è vero.


Almeno, nel mio caso, vorrei scrivere molto di più quando sono di buonumore, ma i pensieri fluiscono più lentamente e inesatti di quando sono triste o giù di corda. Che poi, comunque, tutto sta nella definizione di mal di vivere. Che cosa vuol dire?
E' una malattia, tipo un'allergia molto brutta? E' uno stato psicologico che ci ostacola, o è invece una condizione umana poetica che, se da una parte favorisce la solitudine e l'isolamento, dall'altra va bene per uno scrittore? Non so se la mia risposta può essere una di quelle soprastanti, per un motivo molto semplice: io non ce l'ho, questo mal di vivere.


Mal di vivere pare dal presupposto che vivere sia un male, o comunque qualcosa che ci ferisce, che ci causa dolore o problemi. Io invece vedo il vivere come un'occasione per mettersi in cammino, per fare uno stupendo viaggio. In Maledetto Ciao, Gianna parla di gioia di vivere, espressione che amo perchè si contrappone nettamente a mal di vivere.
Spesso, quando muore una persona, quelli che lo conoscono dicono che era uno "con tanta voglia di vivere", e non si capisce tanto che vuol dire. Voglia di vivere può voler dire, e spesso è così, voglia di sopravvvivere, voglia di "vivere sopra la Vita". Attraversarla appena. Invece che ci voglia gioia per vivere lo dice solo Giannina.


La gioia non significa necessariamente far sempre casino, essere sempre allegri tanto per fare, ridere sempre di qualunque cavolata. Per come la vedo io significa lottare, incazzarsi e indignarsi per quello in cui si crede. E significa ridere fino alla fine del mondo con i propri amici e poi parlare fino alle tre di notte con la persona giusta, che ci capisce perfettamente. E significa avere il coraggio di fare delle scelte, anche se sembra scontato, volere a tutti i costi andare controcorrente senza abituarsi mai alle cose e al tempo. Significa accettare il tempo che passa, ma rifiutarsi di accettare le cattive abitudini. E significa innamorarsi così tanto da vomitare anche l'anima, di Dio o della persona che più ci si confà [mi domando se "confà" esista davvero, ho idea che sia una mia creazione].


E per me ha significato non avere tanti amici, anzi una sola. Sentirmi dire ogni giorno che parlo difficile, che sono una strana e fuori di testa, che libri come i miei non li legge nessuno, figurati!, che tu che vai in chiesa tutte le domeniche ci credi così tanto? Ma ha significato anche tante belle cose.


Questo lungo discorso voleva essere di introduzione a un post serio, sulle ultime novità tangibili, ma vedete bene che è andato un po' per le lunghe e non mi va di annoiarvi ancora. A meno che qualcuno non me lo chieda espressamente, tralascerei il discorso Bose. Se più di qualcuno fosse incuriosito dalla faccenda, pubblicherò un articolo, altrimenti vi mando il file di Word per e-mail. Davvero, la spiritualità personale non deve mai sopraffare o sfinire gli altri, quindi rispetto anche i miei lettori che potrebbero anche non condividere. Ad ogni modo, fatemi sapere.


Vi dico solo, in conclusione, che come per Dio.. anche con Trenitalia ci vuole fede, ma tanta, tantissima fede!


coccola5

giovedì 8 dicembre 2011

Un filo di inspiegabile malinconia

Non che oggi non sia stata una bella giornata, anzi. Una pausa serena dalla routine: non avevo lezioni all'uni, e ne ho approfittato per sbrigare un po' di burocrazia, come dico io.

Nel pomeriggio sono andata in città con mia mamma: volevamo entrambe fare alcuni acquisti e, con la scusa di una cena stasera tra parenti, abbiamo preso la palla al balzo e siamo volate a Verona. Ho sempre amato smisuratamente Verona, eppure, chissà come mai, stasera mi ha messo una certa qual malinconia. Un sentimento inspiegabile anche a me.

Vi è mai capitato di vivere un periodo bellissimo, senza nemmeno una pieghetta di malumore? Poi succede che, in un momento, ci assale la paura che un pensiero cattivo ci porti via quella perfezione dei sensi magicamente conquistata e scende un velo di tristezza tra un passo e l'altro.

Sono pronta, finalmente, per andare a Bose. Mi ci sono voluti tempo e impegno, ma ora so che il tempo è compiuto. Mi porto dentro la certezza irragionevole (solo nel senso che non la posso spiegare facendo uso della ragione) che sarà un'esperienza magnifica e che porterà ad un'ulteriore svolta nella mia vita. Devo solo capire qual è e, lasciatemelo dire, la cosa mi terrorizza.

Mi sono domandata spesso, in questi giorni, com'è possibile avere paura di essere amati. Al di là di una questione spirituale, per me questo discorso vale da quando me ne posso ricordare. Ho sempre avuto timore quando qualcuno mi dimostrava un affetto eccessivo, si mostrava troppo lusinghiero. Vuoi per quell'esperienza di ferita, vuoi perchè sono fatta strana, ma io rifuggo automaticamente tutti quelli che vorrebbero volermi (e scusate la semiripetizione) un bene dell'anima.
Lo so che sembra assurdo, ma non me lo so spiegare. E' una parte di me che devo accettare, e ci sto provando a dire che va bene così, che non mi posso forzare.

Domani pomeriggio parto, allora. Vi abbraccio tutti stretti. Ci si risente domenica sera!

coccola5