Bonjour!
In genere non scrivo tantissimo, come vedete, ma questa mattina il mio blog mi mancava. In più, ci sono ben tre scenette fresche fresche di questa settimana - si sta sul leggero, quindi.
Szene Nummer einz: -eh, sì, sono molto multilingue ultimamente. Con l'uni si sta fondendo tutta la materia grigia-
Sono in stazione, devo prendere l'11, il bus che mi porta fuori città, dove parcheggio la macchina. Io sgranocchio qualche patatina fritta. Una ragazza arriva di corsa verso di me, e mi chiede: "Posso una? Ho una fame assurda!" O.O Faccia sconvolta io, "beh...", lei "no, vero?", io la guardo ancora peggio. Lei "ok, no." Appunto, no.
Szene Nummer zwei:
In bus, pochi minuti dopo. Qualche fermata dopo la mia sale un ragazzo: un po' grasso, i capelli unti e lunghi. Si siede davanti a me e inizia a fissarmi con un sorrisino stupido sulla faccia. Io distolgo lo sguardo, non mi piace essere osservata. Vedendo che la mia "tattica" non ha esito, lo guardo infastidita. "Che c'è?", mi dice. "Io??" -ma se sei tu che continui a fissarmi!- "Quando in bus si ha davanti una persona, è normale che ci si guardi." Ma non che ci si fissi! Fortunatamente scende poche fermate dopo. Fiuu.
Und, schließlich, Szene Nummer drei:
Questa è di ieri, è quella che mi ha colpita maggiormente. Sono sempre in stazione, sto sempre aspettando l'11. Quesa volta è una donna ad avvicinarmisi: "Scusa, sai che autobus devo prendere per vedere l'orologio, quello bellissimo?" Capisco che si riferisce all'orologio che dà su piazza Bra. "Guardi", faccio io, "l'11, il 12 o il 13, tanto hanno un pezzo di strada comune. Se aspetta l'11 con me, le posso indicare io la fermata." "Ah, grazie, stela, grazie." Io sorrido a questa donna malandata, vecchia, dai capelli grigi e dalle mille rughe, dai mille solchi, sul viso. Mi accorgo che non è di qui, e mi spiega che viene da Brescia, ma che adesso sta a Verona da tre mesi per seguire il processo della figlia. "Sa, era stata accoltellata dal fidanzato, lei poi era riuscita a chiamare il 118 e a far arrivare un'ambulanza. Lui era stato sui giornali per qualche tempo. Adesso voglio vedere come va a finire." La guardo fisso negli occhi, biascico solo un "mi dispiace", non so che altro dire. "Arrivederci", le dico quando scende. Lei ha già l'aria di chi non ti conosce, ma poi mi saluta più volte. "Arrivederci, e grazie. Arrivederci. Buona giornata." Anche a lei, signora.
Pezzi di storie, brevi frammenti di vite che si incrociano per qualche minuto soltanto. O soltanto orecchie che ascoltano, senza nulla aggiungere e commentare, il racconto degli altri. Nessuno mi darà mai la certezza che quella donna non abbia inventato ogni cosa, ma voglio crederle. Questi sono dolori troppo grandi per essere inventati.
coccola5
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