Non ho scritto per alcuni giorni, celando la vera novità di questi giorni. Sono rientrata dalla Svizzera, ancora mercoledì. La direttrice mi ha fatto tutto un discorso a suo modo quasi simpatico, con un bel sorriso sulle labbra, che non era una questione personale (e ci mancherebbe!), che non sono fatta per lavorare in albergo (grazie perchè, a quanto vedo, ha particolarmente a cuore la mia autostima), e che probabilmente potrei dedicarmi ai bambini, che sicuramente mi riuscirebbe meglio (ok.., anche se in generale io strozzerei la maggior parte dei bambini al di sotto dei 6 anni di età), e un sacco di altre cose simili. Il punto è che forse la mia ansia, al di là di ogni altra cosa, mi ha fatto sfuggire la situazione di mano, e mi sono ritrovata a sentirmi un completo disastro in ogni momento.
In tutta sincerità, i miei due colleghi, Claudia e Carlos, non sono stati esattamente di grande aiuto nel periodo che ho trascorso là. Mi sono resa conto, e con una rapidità allucinante, che ogni mia mancanza, ogni mia parola o gesto veniva riferito in tempi supersonici alla direttrice. Cosa che per altro io non avrei mai fatto, se non per amore del collega, almeno per quieto vivere. L’anno scorso, ancora all’inizio del mio lavoro in ristorante, di cui qualche volta ho parlato (per chi non si ricordasse, veda le seguenti iniziali di nomi: E., B., S., A., più o meno le persone di cui ho parlato con maggiore frequenza), mi era capitato un sabato sera di lavorare in sala con S., una delle mie colleghe di cui sopra. Ma S. sparì ad un certo punto della serata, lasciandomi fra tavoli da sparecchiare, ordini da dare fuori, clienti impazziti che riuscivano a fermarti anche se avevi 45 piatti sulle braccia. Al primo momento libero la cercai, trovandola fuori con i ragazzi della cucina a fumare. Che gesto carino e onorevole!, pensai, ma non glielo dissi. In tono leggermente seccato, ma non potei fare di meglio, lo giuro, le dissi semplicemente, quando finisci la sigaretta rientreresti in sala a darmi una mano? Sto andando fuori di testa, e tornai dentro. Ora, sarei potuta andare direttamente dal mio capo e dargli notizia della scomparsa di un collega rapito dagli alieni o, nella migliore delle ipotesi, dalla poca voglia di fare, senza nemmeno cercarla. Ma non gli dissi nulla proprio, come dicevo prima, per quieto vivere.
Tornando alla Svizzera, siffatto atteggiamento non ha prodotto in me una grande voglia di fare amicizia. Mi sono chiusa in un mutismo monastico, e parlavo il meno possibile. Ma trovo che un mio pensiero, fatto proprio la prima sera, riassuma molto eloquentemente l’esito della mia avventura alberghiera: una comunistella come me non è fatta per un posto simile. Mi chiamavano “comunistella” in ristorante, dov’ero l’unica persona di sinistra. È un pensiero strano: ho sempre pensato ai comunisti (e intendo le persone di sinistra, perdonate l’inesatta dicotomia) come a delle persone semplici, che hanno cari i temi sociali, poco use e riluttanti a vivere nel lusso. Quanto a tutto il resto, pensieri e riflessioni, ne ho già fatti abbastanza nella settimana che sono rimasta all’estero.
I primi giorni post-Svizzera non sono stati facili. Mia madre era delusa dal fatto che l’esperienza fosse andata così tragicamente, e ci ha messo un po’ per riprendere un rapporto nella norma con me. I primi due o tre giorni non mi ha parlato granchè, per non dire affatto. Ma l’ho un po’ “tirata su di morale” sabato, quando ho preparato delle frittelline. Ora, chi mi legge da un po’ sa che la cucina e io siamo acerrime nemiche: si veda in proposito l’ultima disgrazia, conclusasi con la morte e sepoltura della caffettiera per una persona. Stavolta è andata un po’ meglio: nienti incendi o tentati tali, niente attacchi terroristici contro il pentolame, semplicemente contro il fornello che, verso le tre, a frittelle fatte e spolverate di zucchero vanigliato mi diceva in tono di sfida “e adesso lavami, se hai il coraggio”. In conclusione, le frittelline sono venute abbastanza bene, e mi sono divertita. È stato carino.
Lunedì, e con questo paragrafo chiudo, sono andata un po’ in giro a cercare lavoro. Ho distribuito il curriculum più o meno in tutti i posti che mi sono venuti in mente, e dovrei concludere domani. Ho sentito, com’è normale che sia, un sacco di no, ma se non altro nessuno mi ha detto, com’era successo l’altra volta, “torna quando avrai diciotto anni!” (ma io ce li ho già 18 anni!!): mi sembra un passo avanti. Spero in bene. Domani vedo F., domani sera E. (finalmente, è un sacco di tempo che non ci vediamo!). Stamattina uscita con D. al mercato. Soltanto qualche chiacchera benevola.
Libri in lettura: Marguerite Yourcenar, Memorie di Adriano; Stefano Benni, Saltatempo.
coccola5
ps. dovrei raccontarvi un mucchio di altre cose, e soprattutto inserire qualche brano dei libri che sto leggendo, ma non voglio appesantire ulteriormente il post. Appuntamento a domani.
... colleghi bastardi... al prossimo lavoro usa la tecnica base per i nuovi lavori "parla poco ed ascolta tanto"... questa tecnica mi ha salvato il culo un sacco di volte.
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