Ne parlavo, senza troppa convinzione, con LM qualche tempo fa: è un bel periodo? Faticherai a scrivere. Sembra assurdo e paradossale, ma di fatto è così. Non mi va di inoltrarmi in discussioni sull'uomo animale-che-si-lamenta, ma sono in tanti a dire che si scrive per il mal di vivere, e in effetti è vero.
Almeno, nel mio caso, vorrei scrivere molto di più quando sono di buonumore, ma i pensieri fluiscono più lentamente e inesatti di quando sono triste o giù di corda. Che poi, comunque, tutto sta nella definizione di mal di vivere. Che cosa vuol dire?
E' una malattia, tipo un'allergia molto brutta? E' uno stato psicologico che ci ostacola, o è invece una condizione umana poetica che, se da una parte favorisce la solitudine e l'isolamento, dall'altra va bene per uno scrittore? Non so se la mia risposta può essere una di quelle soprastanti, per un motivo molto semplice: io non ce l'ho, questo mal di vivere.
Mal di vivere pare dal presupposto che vivere sia un male, o comunque qualcosa che ci ferisce, che ci causa dolore o problemi. Io invece vedo il vivere come un'occasione per mettersi in cammino, per fare uno stupendo viaggio. In Maledetto Ciao, Gianna parla di gioia di vivere, espressione che amo perchè si contrappone nettamente a mal di vivere.
Spesso, quando muore una persona, quelli che lo conoscono dicono che era uno "con tanta voglia di vivere", e non si capisce tanto che vuol dire. Voglia di vivere può voler dire, e spesso è così, voglia di sopravvvivere, voglia di "vivere sopra la Vita". Attraversarla appena. Invece che ci voglia gioia per vivere lo dice solo Giannina.
La gioia non significa necessariamente far sempre casino, essere sempre allegri tanto per fare, ridere sempre di qualunque cavolata. Per come la vedo io significa lottare, incazzarsi e indignarsi per quello in cui si crede. E significa ridere fino alla fine del mondo con i propri amici e poi parlare fino alle tre di notte con la persona giusta, che ci capisce perfettamente. E significa avere il coraggio di fare delle scelte, anche se sembra scontato, volere a tutti i costi andare controcorrente senza abituarsi mai alle cose e al tempo. Significa accettare il tempo che passa, ma rifiutarsi di accettare le cattive abitudini. E significa innamorarsi così tanto da vomitare anche l'anima, di Dio o della persona che più ci si confà [mi domando se "confà" esista davvero, ho idea che sia una mia creazione].
E per me ha significato non avere tanti amici, anzi una sola. Sentirmi dire ogni giorno che parlo difficile, che sono una strana e fuori di testa, che libri come i miei non li legge nessuno, figurati!, che tu che vai in chiesa tutte le domeniche ci credi così tanto? Ma ha significato anche tante belle cose.
Questo lungo discorso voleva essere di introduzione a un post serio, sulle ultime novità tangibili, ma vedete bene che è andato un po' per le lunghe e non mi va di annoiarvi ancora. A meno che qualcuno non me lo chieda espressamente, tralascerei il discorso Bose. Se più di qualcuno fosse incuriosito dalla faccenda, pubblicherò un articolo, altrimenti vi mando il file di Word per e-mail. Davvero, la spiritualità personale non deve mai sopraffare o sfinire gli altri, quindi rispetto anche i miei lettori che potrebbero anche non condividere. Ad ogni modo, fatemi sapere.
Vi dico solo, in conclusione, che come per Dio.. anche con Trenitalia ci vuole fede, ma tanta, tantissima fede!
coccola5
Per me scrivere è un piacere.
RispondiEliminaMi accingo alla scrittura spinto da un piacere, e questo piacere mi viene aumentato dalle parole (anche se non in maniera proporzionale). Spesso, è vero, la scrittura ha una funzione terapeutica: non di rado, infatti, mi aiuta a distillare le mie emozioni, a raffinare gli umori separando la posa dal resto - ma da qui a dire che si scrive per il male di vivere, ne passa.
L'espressione italiana è debitrice a Montale, che riuscì a rendere molto bene l'idea di quel malessere dovuto all'essere costretto in una realtà che non si sente come propria (Codesto solo oggi possiam dirti, / ciò che non siamo, ciò che non vogliamo). Eppure, questo sentirsi estranei può concretizzarsi anche in altre maniere che non sia questo "piangersi addosso", o sbaglio?
PS: e, sì, "confà" a me risulta vero e veritiero... Ma in fondo chi può saperlo davvero? :)
Anche per me scrivere è un grande piacere. Ha una funzione terapeutica e una funzione lirica: la prima, perchè se non scrivo non dormo, la seconda, perchè mettere su carta o su blog le proprie parole con bellezza [e con verità, ma mai sentimentalismo] è proprio lirico. Non trovo parola migliore.
RispondiEliminaIl fatto di sentirsi estranei, alieni può concretizzarsi nel realizzare sè stessi, nel seguire i propri interessi e in una spinta a cercare persone con le nostre passioni e stranezze. Ma piangersi addosso non è una concretizzazione valida.
coccola5
ps. sei stato l'unico a commentare questo post che per me era il più significativo fra tutti, thanks! ;)