La rabbia mi si attorciglia intorno, e sale facendosi largo tra le mie viscere, nella pancia e fino ai polmoni. E sembra uscire quando espiro, quasi sbuffando, ma un attimo dopo è di nuovo lì. Provo un senso di falso stupore nel sorprenderla ancora tra i polmoni e le costole. Ma la conosco, la mia rabbia che rabbia non è.
Gioca d'attacco, mi colpisce al ventre. Come quando sei in auto e la macchina ha un sussulto dopo un'improvvisa discesa, e pare che per un metro o due sia rimasta sospesa. Nessuno se n'è accorto, ad eccezione del tuo cuore. Nessuno l'ha sentito arrivare, quel balzo. Di colpo, out of the blue, si è conficcato dentro di te e tu non puoi fare niente per eliminarlo, puoi solo aspettare che scompaia gradatamente, di sua propria volontà.
Ha mille spine la mia rabbia, una per ogni parola che hai lanciato come una spada e una per ogni parola che accennava a noi. Indirettamente, ma mai per caso.
E intanto che ripenso a tutto questo, nelle mie orecchie vibra il pianoforte di Einaudi, quella musica che solitamente mi anestetizza il pensiero. Eppure oggi non funziona, a quanto pare non basta contare alla rovescia come dopo che ti hanno iniettato il sonno dell'anestesia totale. Dieci, nove, otto... Il tuo pensiero tra le pieghe del mio cervello. Sette, sei, cinque... Tu sei qui, e intanto io mi odio per questo.
Tu, che non mi abbandoni nemmeno nei sogni. Tu, che non riesco a scacciarti via dalle fibre del mio essere. Tu, che ogni tanto mi sorprendo a scommettere su una tua opinione, una tua risposta. Einaudi solleva piano le dita dal pianoforte. Aspetta l'applaso che si merita e che non arriva. Io premo play un'altra volta perchè, se anche oggi la tua musica non funziona, per lo meno scandisce il ritmo dei miei battiti. Mi aiuta a contare le sistole e le diastole che ogni secondo si alternano ritmiche, e sembrano fregarsene dei miei pensieri. Il mio sguardo incrocia quello di Luna, incrocia i suoi occhi lievemente arrossati intanto che il tuo discorso scala la mia pazienza senza mai arrivare alla vetta. Lo so che i suoi occhi sono rossi solo per la stanchezza, mica per il nervoso. Quello è segnato dal suo sguardo, fisso su un punto imprecisato, intervallato dalla montatura bianca dei suoi occhiali. E non mi parla, solo quando le carezzo la spalla si volta a guardarmi. Non abbiamo bisogno di dire niente, anzi di sussurrare, perchè in questo momento non possiamo parlare ad alta voce. E la conosco perfettamente questa melodia, faccio confusione solo in un punto. Ogni volta che la ascolto sempre lo stesso, sempre la mia attesa di una nota alta tradita da un'altra, apparentemente integrata con le altre. E intanto mi sovviene che lo stesso vale fra noi.
Un momento di pausa fra una melodia e la prossima nel mio iPod. Il chiacchiericcio degli studenti del primo anno si fa largo nel mio subconscio. Ho ancora la matita in mano. Stavo sottolineando dei passaggi di un libro, leggendo di una gita in Galilea, di un uomo che non riesce a guadare un torrente. Ishà borachat mibsorà, A un cerbiatto somiglia il mio amore, Cantico dei Cantici 2,9. Un titolo magnifico e al contempo un versetto della Bibbia.
Che in un secondo diventa un altro rimando a te. Vorrei aver costruito meglio le mie fortezze di rabbia, e invece sono friabili, fanno già il rumore subdolo della sabbia quando si divincola dal suo castello, dal bambino che l'ha costruita.
coccola5
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