domenica 21 novembre 2010

Goccia dopo goccia

Seconda settimana di università andata. Ci vuole un poderoso grazie. Venerdì sera ero distrutta. Avevo una mezza intenzione di chiamare E., ma quando al ritorno mi sono addormentata in treno e poi (quasi) anche in bus, ho pensato che fosse il caso di rimandare. Ci siamo visti ieri sera, dopo che sono tornata da lavoro.

Questa volta volevo parlarne perché ogni volta mi fanno innervosire parecchio. Io lo vivo come un lavoro e nulla di più, ho preferito evitare quella commistione lavoro-amicizia che avevo  avvallato l’anno scorso, rendendo le cose più difficili (sì, benché poi abbia conosciuto E...). Ad ogni modo, ogni volta che ho la serata là, faccio sempre qualche esilarante scoperta al mio arrivo. La mia datrice di lavoro mi contatta tramite sms qualche giorno prima dandomi gli orari del turno, e ieri sera avrei dovuto fare dalle 16 alle 21. Quando arrivo, mi cambio e guardo il planning: accanto al mio nome c’è scritto 16-22. Incavolata nera perché non volevo fare, a differenza degli altri, sia apertura che chiusura, inizio a fare le mie cose. Quando finalmente riesco a parlare con il mio capo sono già le 21. Le spiego l’eventuale sbaglio dell’sms e che io, però, in base alle sue indicazioni, devo andare via (ero d’accordo con E.). Lei mi dice va bene e io scappo via. Il punto è che, fosse capitato soltanto una volta, okay, ma succede molto spesso, con la conseguenza che ho sempre enormi problemi ad organizzarmi tra lavoro e uscite.
Non è soltanto una questione di avere dell’altro da fare dopo lavoro, è una questione di principio. Se mi scrivi che il mio turno inizia alle 16 e finisce alle 21, io mi organizzo per fare altro, per vedere qualcuno, dalle 21 in poi e non dalle 22. Se tu sei distratta quando scrivi l’orario, affari tuoi. Non sono una stronza, però mi faccio rispettare. Chiaro che, se una sera c’è casino e c’è da fare, nessun problema, mi fermo in più, ma per la tua disattenzione nello scrivermi no.

Ad ogni modo. La serata con E. è andata benissimo, siamo usciti per un caffè verso le 22.30, prima che lui andasse allo Sky. Mi ha chiesto se volessi venire ma gli ho detto di no, perché ero stanca e perché teoricamente stamani sarei dovuta andare a cavallo. Prima di uscire abbiamo finito di vedere Tata Matilda, che davano su ItaliaUno. Abbiamo parlato di tutto, dei particolari, di stupidate, dei nostri animali, tra risate e cose serie. Ogni tanto mi chiedo che cosa spinga uno come lui a telefonarmi, a chiedermi di uscire. Probabilmente siamo diversi solo all’apparenza, parlando mi rendo conto che molte cose ci accomunano. Comincia a bastare uno sguardo per capire che vogliamo andare via, un movimento inconsulto o diverso per realizzare un sentimento di noia, di entusiasmo, di tristezza, di rabbia. E mia madre che ogni tanto mi domanda se, di amici normali, non ne ho nemmeno uno. Quando gliel’ho detto, ieri sera, mi fa “intende anche me?” “In generale.. F., A… una senza genitori, un’altra con grossi problemi a casa e un’altra ancora non le piace”. È ovvio che non voglio offenderlo, quando mia madre me lo dice lo pone come battuta e so che non lo intende veramente. Tra me ed E. c’è un forte feeling, ecco.

Conosco un’altra ragazza, D., che sicuramente ho già citato ma di cui non ho mai parlato molto, in realtà. Siamo amiche, è una ragazza d’oro, molto carina fisicamente, intelligente... eppure non c’è lo stesso feeling che con E. Non so bene perché, ma non le ho mai dato accesso ad alcune informazioni di cui invece ho messo a parte F., la mia migliore amica, ed E. Le ho raccontato dopo qualche tempo di TranquiPsycho, per esempio, e ci sono state altre cose che conosce solo parzialmente o per niente. Credo che anche lei sappia che non siamo – né saremo mai – migliori amiche. Questo non per cattiveria, semplicemente perché l’affinità che c’è tra noi è all’80%, per capirci, non al 100% come con F. E, per inciso, nemmeno E. sarà mai il mio migliore amico. C’è molta affinità tra noi, ma ho bisogno di un’amicizia stabile, di una persona che abbia molta pazienza e che capisca a fondo alcune mie problematiche. Lui le capisce, ma F. sa già come gestirle, ecco. [Se non ci siamo capiti, fa niente. È una riflessione molto distorta.]


Goccia dopo goccia
nasce un fiume,
un passo dopo l’altro
si va lontano,
da un ciao detto per caso
un’amicizia ancora.
[…]
Non è importante
se non siamo grandi
come le montagne,
quello che conta
è stare tutti insieme
per aiutare chi non ce la fa.
           
Zecchino d’Oro 1994, Goccia dopo goccia
 



coccola5

giovedì 18 novembre 2010

Uggiose mattine di novembre

Le uggiose mattine di novembre. Raccolgono intorno a sé un grande silenzio. Al di fuori dei rumori lunghi e monotoni delle auto, non si sente molto. In autobus la gente non parla, non si conosce. L’autobus delle 21, che prendo al ritorno, porta con sé un vociare diverso: sono gli stranieri che confabulano tra loro, parlano al telefono, si incazzano.

Qualche volta mi è capitato di fermarmi ad aspettare l’autobus dal paninaro di fronte alla mia fermata, un tipo molto strano, in realtà. Avrà cinquant’anni o poco più, la carnagione molto chiara e gli occhi azzurri del cielo, e sul viso un intreccio di segni, di piccole rughe senza profondità. Ho tre mogli e tre figlie, mi ha detto. La più grande va al liceo. Sono sempre molto cauto con lei, qua in stazione non si sa mai cosa potrebbe succedere. In effetti è vero: girano sempre un sacco di brutti ceffi la sera, così mi piazzo vicino all’autista e faccio due parole. Anche perché rischierei di addormentarmi e risvegliarmi la mattina dopo!

Ad ogni modo, capita sempre che quell’uomo, il paninaro, quando sono là, dica ma si, tu resta qua dal nonno (o da papà) finchè ne hai bisogno. Tutte cose abbastanza strane o fuori luogo, che una volta non sopportavo minimamente. Adesso non mi interessa poi molto. Resto lì tranquilla, senza dover per forza parlare, in attesa.
Preferisco arrabbiarmi per la signora che mi tratta male in treno perché sono giovane e vestita semplicemente (come molti mi ha scambiato per una quindicenne). Cose dell’altro giorno. Salgo sull’intercity e guardo il numero di posto: sono quelli a quattro con il tavolino. Di fianco a me c’è una borsa e una giacca, che penso appartengano alla signora di fronte a me. Essendoci molto spazio, appoggio lo zainetto sul sedile, ma quella, rapida, mi aggredisce: “Guardi che il posto è occupato!”, mi dice con tono rabbioso. Ho spostato le cose e ho cominciato a mangiare il mio menuu di McDonald’s.. quando si dimentica a casa il panino, come oggi!

Ecco, quella gente non posso proprio sopportarla. Avercela con il mondo per partito preso mi sembra stupido e, francamente, una grande perdita di tempo. Sarà che mi hanno cresciuta secondo il detto vivi e lascia vivere.

Intanto forse cade il governo. Lasciatemi sognare – non che la sinistra, se mai andrà su, dovesse fare cose più intelligenti, ma sperarci rasserena l’anima.

coccola5
ps. tre nuovi prestiti in biblioteca: Gli intellettuali giovani e tristi, Via Kalin e Autori del New England: la guida del piromane. Magnifici! Stasera vi racconto le storie.

martedì 16 novembre 2010

Trekking montano

Il mio posto è in sella a un cavallo.Sempre. L’estate, l’inverno, i giorni di sole e quelli piovosi. Soprattutto al galoppo.

Qualche tempo fa un amico mi ha chiesto come faccio ad alzarmi presto la mattina e a sopportare il gelo alle mani e ai piedi nelle giornate di inverno. “Prova a farti una lunga galoppata, poi ne riparliamo.” È l’unica cosa che mi fa alzare alle 7 il sabato o la domenica mattina. Quando senti tutti i muscoli del cavallo contrarsi ritmicamente, il paesaggio che scorre via, non riesci a pensare a niente. È qualcosa di adrenalinico.

Sabato abbiamo fatto una lunga passeggiata fino a Velo V.se, qui in provincia di Verona. È una località di montagna stupenda, l’autunno le dona colori impagabili. Non è particolarmente grande, non è mai stata presa d’assalto dai turisti che in genere scelgono San Giorgio (amanti dello sci) oppure altri posti in Lessinia inoltrata. Ma merita davvero. C’è un sentiero molto carino che porta in centro paese, si attraversano i faggi, gli olmi, i roveri e le betulle tra una cascata di foglie, come un tappeto rosso. JW si è rifatto gli occhi: continuava a girare la testa da una parte all’altra per guardarsi intorno e, arrivati in stalla, si è lasciato coccolare come al solito.

Il giorno dopo siamo andati fino a San Rocco, abbiamo pranzato abbondantemente e poi siamo tornati in scuderia. Inutile dire che i cavalli, lasciati al pascolo la sera prima, non erano esattamente raggianti nel rivederci la mattina dopo. JW si è lasciato ingannare da una carezza, gli altri più o meno anche. Al ritorno aveva accumulato una certa stanchezza, così un pezzo di strada l’ho fatto a piedi. Quando ci siamo fermati un attimo, ha appoggiato la testa sulla mia spalla a mò di bracciolo del divano e si è fatto grattare il muso. Ha già cambiato il pelo, anche se non fa ancora freddissimo: adesso sembra un peluche e suda più del solito. La sera gli ho lavato per bene le zampe, gli ho pulito sotto i piedi e gli ho spazzolato il pelo, per togliere un po’ di sudore e per far asciugare uniformemente il manto. Era proprio distrutto. Io anche. Quando ho toccato il letto, mi sono addormentata all’istante. Felice.

La libertà. Il mio grande amore. JW. (Per un attimo mi sono chiesta se riuscirò ad amarlo come Beauty, la mia cavalla precedente. Inutile dire che m sono già innamorata) 

coccola5

domenica 14 novembre 2010

Il treno dell'ultima notte

Avevo in programma, come scrivevo due post fa, di commentare brevemente il libro di Dacia Maraini, Il treno dell’ultima notte. L’ho preso in biblioteca il mese scorso assieme alla Stanza degli usignoli di Debbie Taylor, ma naturalmente i due modi di scrivere (e la traduzione di quest’ultimo) non possono essere accostati.

Il libro della Maraini, edito nel 2008 da Rizzoli (se non vado errato), mi è piaciuto moltissimo, anche se mi ha lasciato una punta di amarezza sul finale, e poi spiegherò perché. Della stessa autrice, sempre sul tema “scomparse”, avevo letto Colomba, e l’avevo apprezzato molto. Una ragazza meridionale che scompare, la nonna che, affezionata a lei, la cerca dopo qualche anno. A piedi, tra sentieri, boschi, compaesani. E Il treno dell’ultima notte segue sempre il tema della ricerca di una persona cara. Ambientato tra il 1956-1957, con numerosi flashback alla seconda guerra mondiale, racconta la storia di due amici, Amara ed Emanuele. Entrambi vivono sulle colline fiorentine, si conoscono da piccoli e, verso i dodici anni, si innamorano di un amore tenero, genuino, forte. Ma la famiglia Orenstein, i genitori di Emanuele, decidono di trasferirsi a Vienna, loro città natale. I ragazzi si sentono per un paio d’anni scambiandosi delle lettere, poi la famiglia di Emanuele, ebrea, viene nuovamente trasferita nel ghetto di Lodz, dove rimarrà per alcuni mesi. Amara, dopo qualche tempo, non riceve più notizie dell’amico, soltanto dopo la guerra riceverà per posta un quaderno che conserva gli scritti dedicati a lei di Emanuele. Amara, ora giornalista, decide di partire alla sua ricerca, verso l’Austria e la Polonia, ad Auschwitz. Sui registri il suo nome non compare, i visti sono difficili da ottenere, e ritorna a Vienna. Al cognome Orenstein sono registrate sull’elenco telefonico tre persone, che sembrano conoscerlo di vista, sanno qualcosa della famiglia, ma poco del ragazzo. Quando infine lo trova, sotto il falso nome di Peter, non è più quel ragazzino dai lineamenti leggeri, dal sorriso e dall’abbraccio facile: è un uomo giovane e vecchio insieme, dai lineamenti duri, è un uomo spento, trasformato con violenza dalla guerra e dalle privazioni del lager. Più che di Emanuele, ci si innamora dell’immagine idealizzata che Amara forma nella sua mente di lui di bambino premuroso, dolce, ingenuo. Di bambino che, nelle sue lettere, subisce un cambiamento: muta la sua scrittura, acuta osservatrice della realtà del ghetto e della sua famiglia, delle crudeltà dei nazisti, muta nel tempo il temperamento del ragazzo.

Altra bellissima cosa, che nel libro si nota piacevolmente, sono il racconto e il commento intrecciati del periodo nazista e del post-guerra. La rivolta ungherese e le privazioni della guerra. La guerra fredda e la vita del ghetto. Cronache di un Novecento amaro.

Il fatto è che il lettore arriva romanticheggiando al finale del libro, sempre nella speranza che Peter non sia davvero Emanuele, che sia sempre quel ragazzino di Firenze di cui ogni ragazza si innamorerebbe.


La scrittura della Maraini scorre veloce, scorrevole, con qualche gemma lessicale preziosa intessuta fra le righe. Pare di leggere un libro di un paio di decenni fa, uno di quelli dalla scrittura un poco antica, eppure piacevolissima. Lo raccomando vivamente.

coccola5
ps, a domani le cronache, brevi, di un trekking a cavallo. Un bacio.

sabato 13 novembre 2010

Happy like God


Oggi, a lezione di Traduzione scritta, abbiamo visto un articolo del New York Times sulla felicità, scritto da un filosofo. Mi ha colpito una frase in particolare, che diceva "la felicità è il sentimeno dell'esistere, un senso di temporanea autosufficienza legato all'esperienza del tempo". [Se riesco, vi posto una traduzione integrale dell'articolo, in classe ne abbiamo visti degli stralci ma non è particolarmente lungo.] 
 


Stasera tornando in treno ho ripensato ad un articolo dello Spiegel, un settimanale tedesco, un po' del genere come Panorama, ma fatto decisamente bene. L'articolo di copertina parlava dei single sui 40 più o meno alla ricerca di un partner. Persone separate, lasciate dal ragazzo, single da anni per svariati motivi. Uno psicologo spiegava che avremmo meno difficoltà se cercassimo delle soluzioni "abbastanza buone", "abbastanza soddisfacenti" piuttosto che perfette. L'autore rifletteva poi saggiamente su questa affermazione, mostrandone i lati deboli: provate a dire a vostra moglie che non è perfetta per voi, ma soltanto una buona soluzione, vi va abbastanza bene. O provate a vendere un prodotto che non è perfetto, ma soltanto abbastanza qualsiasi cosa. Impensabile, no?



Sono due frasi che, riferite alla felicità, non amo particolarmente. La prima situazione, quella descritta da Gordon Grant nel Times non parla, a mio avviso, di felicità, quanto di una situazione temporanea di stasi dei sentimenti, di quiete. La seconda, invece, non sarebbe riferita in origine alla felicità, ma come per l'amore, si può applicare anche per questa cosa. "Non sono felice, sto abbastanza bene." Mi ha colpita questa prospettiva del settimanale tedesco.



Leggendo i due articoli, mi è parso quasi che all'estero si siano svegliati prima di noi, che siano più pratici: anche per l'amore, l'autore dello Spiegel diceva che l'amore eterno non esiste quasi mai, sottolineare. Noi ci stupiamo sempre di ogni divorzio, delle cose tristi. Sembra quasi che crediamo a questo bel sogno del principe sul bianco cavallo. O forse siamo ancora così davvero attaccati alla famiglia? Punti di vista.



Ma la felicità? Mi hanno insegnato a pensare che la felicità non sia uno stato contingente dell'animo, che non si può dire "oggi sono felice". Essere felici significa aver trovato un equilibrio anche fra le giornate no, una pace interiore, qualcosa che continuamente pacifica l'animo senza rattristarlo o farlo tuttavia rassegnare. Ma non è un gut genug, come direbbero i tedeschi, un sentimento di abbastanza, è qualcosa di più completo. Qualcosa che trascende dalla situazione economica e sentimentale e personale della persona.



Ogni tanto mia madre mi chiede se sono felice. Le rispondo che sto passando un periodo tranquillo, specie dopo la riconciliazione con E., che sto bene. Il che è diverso. Sono un animo inquieto ma, a parte questo, so di dover mettere a posto alcune cose della mia vita. Ci sono dei nodi da sciogliere, pensieri da sistemare, per quanto possa, al contrario, dire di non essere infelice. La mia è una via di mezzo, per il momento.



E voi? Rispondete. Non per curiosità mia, ma fatevi questa domanda interiormente. Provateci.

coccola5
ps. fonti: Happy like God, di Gordon Grant (New York Times)
Die Paarungsfalle, di Claudia Voigt e Juan Moreno (Der Spiegel)

martedì 9 novembre 2010

Cose serie - Ruby, Vendola e Saviano sull'omosessualità


E parliamo di cose serie. Che non è il caso che vi racconti dei miei primi due giorni universitari, di per sé un poco noiosi. Abbiamo ripreso con le traduzioni, con le conversazioni in inglese e tedesco. Solita routine. Ma veniamo a noi.



Berlusconi ha ripreso ad “adescar signorine”, come diceva il traduttore di Tolstoj, ultima la 17enne Ruby. Definita prima parente del re egiziano, poi invitata alla villa di Arcore.. Classico ciclo. Tutto nella norma. Non sia mai che il nostro amato nano si comporti da onorevole presidente per una volta. Da brava persona che ha capito il significato della parola escort o prostituzione. Ora, per carità, per la telefonata fatta in Questura non sarà imputabile di nulla, ma io trovo comunque disdicevole che un premier faccia certe cose. Spero di non essere troppo all’antica.



E ieri sera ho guardato, onestamente fino a quando mi sono addormentata, Vieni via con me, il programma condotto da Fazio. Disgraziatamente, per i miei, di sinistra, fortunatamente per me. Fazio mi piace come conduttore, seguo poco Che tempo che fa ma rivedo sempre le gag finali della Littizzetto, a mio parere molto simpatiche e incisive, pur nella loro ironia. Ho visto l’intervento di Saviano sulla mafia e quello di Vendola, che ha letto una serie di termini collegati all’omosessualità. Quello che segue, letto da Saviano, sulle cose che fanno parlare di un uomo come gay è impressionante. Persino la birra con la fetta di limone.



Ricordo la reazione di mia nonna paterna quando le ho detto che sono bisessuale: “resisti a queste tentazioni del diavolo”, mi ha detto. Ho preferito evitare di discutere. Ha detto che E. è fondamentalmente deviato, che avrebbe dovuto seguire le donne per prevenire il suo "problema". Ora, mia nonna ha 80 anni e, dette da lei, queste cose suscitano quasi compassione. Il problema è che simili convinzioni si trovano anche fra i più giovani.



Vi lascio il video da YouTube di Saviano e Vendola. Più che enjoy it, vi auguro di rifletterci.

Comportamenti omosessuali - Saviano
Denominazioni di un omosessuale - Vendola

coccola5


coco 

lunedì 8 novembre 2010

Una piccola critica

Come vi dicevo, oggi Fieracavalli. La giornata è stata fantastica, anche se, adesso che ho 20 anni, comincio a vedere anche i difetti dei miei compagni di cavalcata. In realtà, facendo passeggiate e trekking (quindi niente lavoro in campo), non c’è una compagnia di persone mie coetanee. Si è creato un gruppo formato in buona parte da persone sui quaranta, che tengono il cavallo nella nostra stessa scuderia e che quindi frequentiamo più o meno assiduamente. Il problema è che, avendo lì i cavalli, è difficile conoscere ragazzi della mia età che montino così. La maggior parte di questi fa salto a ostacoli o altre discipline in campo, quindi anche i punti in comune calano un poco. Conosco queste persone, a ogni modo, da quando avevo 9 anni, cioè da quando mi sono avvicinata al mondo dell’equitazione. Sono state una buona compagnia per una come me, che allora non aveva amici e non si riteneva socialmente interessante. Ero un po’ la mascotte del gruppo, allora ero sempre con Beauty, una cavalla straordinaria. Capiva che c’ero io sopra di lei, una cavallerizza inesperta, e tuttavia non ricordo di essermi mai spaventata con lei. Mi sentivo sempre al sicuro e lo stesso sta iniziando ad accadere con JW, anche se è tutta un’altra storia. Anche dopo una caduta, non ho mai avuto nessuna esitazione nel risalire.

Mi sono sempre innamorata dei miei cavalli. Forse perché sono una valida alternativa per passare il sabato quando non sono d’accordo di uscire con qualcuno, forse perché sono abituata così fin da piccola e non ci penso poi molto, forse perché sono animali che mi hanno sempre donato un affetto straordinario.

Vorrei fare una critica su una politica adottata dall’ente fieristico in merito all’evento Fieracavalli. Durante questi quattro giorni, a cavalli e persone è consentito circolare a piedi insieme, senza norme precise. Parlandone con Giada oggi, le dicevo che a mio parere la cosa andrebbe regolamentata: ogni tanto si vede anche qualche calesse girare e diventa pericoloso se ci sono persone nelle immediate vicinanze. Ora, io vorrei far presente che un cavallo pesa circa 4 quintali e che ricevere un pestone sul piede o un calcio fa veramente male. Soprattutto il sabato e la domenica, in fiera ci sono moltissime persone: i cavalli si agitano davanti a una folla, di per sé sono nervosi in quell’occasione, le persone non guardano dove vanno. Si rischia che qualcuno prenda un pestone o un calcio da un cavallo, che per la cronaca pesa in media circa quattro quintali. E immaginate cosa succederebbe se il calcio lo prendeste in faccia, o sulla pancia! Si corre inutilmente il rischio di farsi del male. Un esempio concreto? Oggi abbiamo incrociato un puledro mentre usciva dal campo. Il piccolo, forse di un anno, ancora incapace di ricevere positivamente i comandi e agitato dalla ressa, ha cominciato a girare su sé stesso innervosendosi. Noi eravamo vicini e ci siamo spaventati parecchio. Purtroppo, sono quelle cose cui nessuno presta attenzione finchè non ci scappa, se non il morto, almeno il ferito. E poi una denuncia seria.

In serata sono uscita nuovamente con E. Siamo andati a mangiare cinese, o giaccinese come diciamo noi, dal momento che in quel ristorantino uniscono le due cucine cinese e giapponese. Solo io e lui, come quasi sempre. Eravamo d’accordo di sentirci per oggi, e francamente mi stava anche passando la voglia di uscire, ma quando mi ha chiamata ho visto la possibilità di evitare una serata familiare e non ci ho pensato due volte. Non ti aspetto più fuori dalla via di casa mia, mi dice appena sale in macchina, mi sentivo troppo una puttana. Sono passati pure i Carabinieri che mi hanno guardato malissimo! E io che pensavo pensa io quando ti aspettavo sotto il vicolo! Mi sentivo anch’io parecchio una puttana, aspettavo che qualcuno si fermasse a chiedermi la marchetta!! Mi scopro sempre più simile a lui, con grande disappunto di mia madre. A ogni modo, abbiamo mangiato con calma (io veramente con lo stomaco chiuso) e a fine cena vado in bagno un attimo, pensando che mi stesse venendo da vomitare. Quando sono tornata E. mi chiede se sto bene e gli spiego la situazione. Ogni volta che mangiamo osserva che mangio pochissimo e non ha tutti i torti. In effetti salto quasi sistematicamente la colazione ed evito di mangiare in mattinata perché anche un biscotto mi rovina l’appetito per il pranzo. Ho lo stomaco molto piccolo, evidentemente, o molto rovinato. Sto pensando di prenotare una visita con un gastroenterologo per capire come stanno le cose. Comunque sia, ho notato il suo disagio: quando qualcuno sta male va sempre nel panico. Mi ha raccontato un po’ di cose: ha sempre un sacco di novità. Porca puttana, mi hanno fatto la fiancata uscendo dal parcheggio!, mi dice urlando mentre mi racconta l’ultimo giorno di lavoro. Se lo trovo, gli faccio entrambe le fiancate e anche il muso! Posso capirlo perfettamente. Di ritorno da lui, ce ne siamo rimasti in macchina un’ora a parlare, come al solito. Un’ora abbondante a ridere e confidarci, ne vale sempre la pena.

E domani università, cioè stamattina, fra qualche ora. Economia Aziendale per cominciare, che gioia!

coccola5

sabato 6 novembre 2010

Good days

E domani Fieracavalli. Finalmente, mi ci voleva, e poi non vado da un paio di anni. Ero più o meno d’accordo di andarci con E., che però oggi, parlandone, ha glissato perché un po’ giù di morale per via del lavoro. Quando sono tornata dalla passeggiata a cavallo ho incontrato degli amici che talvolta escono con noi. Parlando con loro, in particolare con Giada (una ragazza che ha circa la mia età), mi hanno detto che domani vanno e mi hanno proposto di unirmi a loro. Tra l’altro ci sarebbe la possibilità di entrare con una riduzione, dal momento che hanno qualche conoscenza nell’ambiente. Detto così fa molto “raccomandata”, e generalmente detesto queste cose, ma voglio contraddirmi, per una volta. Il biglietto per la Fiera costa 22 euro a prezzo pieno, e inizialmente dovevano essere 35 euro, il parcheggio ne costa 8 e il biglietto dell’autostrada altri 3 (andata e ritorno). In totale 33 euro, se poi aggiungiamo circa 10 euro di pranzo all’interno della Fiera si spendono circa 50 euro. Con una riduzione, o forse il biglietto gratuito, spenderei circa 20 euro e passerei una splendida giornata. Il che non dispiace minimamente alle mie finanze. Perdonate il mio discorso, magari non del tutto condivisibile però, detto fuori dai denti, credo che in fin dei conti non dispiaccia a nessuno risparmiare qualcosa, specie con i tempi che corrono.

In ogni caso, avevo promesso a pequenaeva un piccolo aggiornamento su E., ma d’altra parte è anche d’obbligo, visto quanto ve ne ho parlato e tutte le paranoie di cui vi ho messo a parte recentemente. Giovedì sera ci siamo visti verso le 21.30. Siamo andati a bere un caffè (caffè shekerato, questa volta!) vicino a casa sua, a cinque minuti di strada da me. Abbiamo iniziato a raccontarci della sua giornata lavorativa, di un cliente che lo aveva fatto impazzire, e poi abbiamo condiviso tutte le ultime novità. A fine serata, tornando a casa, mi sono scusata per quanto accaduto e gli ho raccontato di mia madre. Gli ho detto che mi dispiace che la sua antipatia per lui condizioni la nostra amicizia e che, al momento attuale, si è rassegnata. Non ha accettato la cosa, ma ha semplicemente chiuso l’argomento con un “tanto fai sempre quello che vuoi”. Dal nervoso, E. ha girato per il paese in macchina con me per tre quarti d’ora, mentre tentavo di spiegargli che l’antipatia di mia madre per lui è qualcosa di immotivato, che nemmeno io capisco a fondo e che è anche una cosa a pelle. Lui non riesce a capirlo e ad accettarlo, e d’altra parte non posso biasimarlo. Il colmo, tuttavia, è stato mercoledì, quando mia madre mi ha chiesto di portare E. a casa. Giovedì ne ho parlato con lui, entrambi eravamo allucinati da questa proposta: ma se lo ucciderebbe seduta stante!! Ad ogni modo, mi fa piacere aver riallacciato il rapporto con lui. Mi ha detto che inizialmente si era arrabbiato: non sono l’ultima battona, mi ha detto, e senza che aggiungesse altro, ho capito al volo quello che voleva dire. Ha perfettamente ragione. Spero solo abbia capito la motivazione del mio gesto.

Questa sera serata tranquillissima. Non credo di uscire, a meno che E. non voglia fare quattro chiacchere dopo lavoro, ma penso che resteremo entrambi a casa e che ci vedremo domani, se avremo voglia di uscire. Credo che un buon libro, La stanza degli usignoli, mi terrà buona compagnia. Se riesco ad aggiornare domani, vorrei recensire il libro di Dacia Maraini di cui vi avevo parlato, lettura che personalmente consiglio.

Buona serata anche a voi.

coccola5

giovedì 4 novembre 2010

L'inondazione della cucina.. per rimanere in argomento!

Things are getting better.Finalmente, dopo due giorni alle prese con un fiume che non voleva saperne di calmarsi, dopo due giorni in un paese evacuato e con la Protezione Civile costantemente in stato di allerta.

Tra ieri e oggi si è fatto vedere un raggio di sole. Uno solo, piccolo e solitario, ma è bastato a mettermi di buonumore e a lasciarmi fiduciosa. Le strade si stanno lentamente liberando di tutta questa acqua, ma… intanto mi si è allagata la cucina!
Questa ve la devo raccontare, perché non è accaduta per cause di forza maggiore e nemmeno per colpa mia. Stamattina, verso le 10.00, decido che potrei cominciare a stirare la pila di vestiti della cesta in salotto. Circa mezz’ora più tardi, passa a trovarmi mia nonna Giovine. Non posso prestarle attenzione perché rischio di combinare qualche danno, così la saluto velocemente, senza rendermi conto che cinque minuti dopo è salita in cucina. Decide di lavarmi l’insalata, giusto per fare qualche mestiere, perciò apre l’acqua del rubinetto, va in bagno e... si dimentica dell’acqua e torna a casa. Tempo due minuti dopo, mi accorgo dell’acqua che va, salgo in cucina ma ormai sta già traboccando, quindi il disastro è fatto.

Non immaginate il nervoso! Sono scesa al piano di sotto per prendere degli strofinacci, con calma (e veramente dopo qualche urlo) mi sono fatta aiutare dal mio pigro fratello a sistemare, e riprendo a stirare, non prima di aver chiamato mia nonna. A ripensarci ora, mi dispiace averle urlato contro, ma ogni volta che viene da noi inizia a fare delle piccole faccende domestiche che fatica a gestire. Quand’è in casa sua riesce a gestire ogni cosa con calma, ma da noi ci sono più cose che la distraggono, come mio nonno che vuole tornare a casa, mia mamma... e quindi aumenta il rischio di combinare qualche malanno. La mattina io ho i minuti contati prima che mia madre rientri da lavoro, quindi non posso permettermi grossi incidenti di percorso e... amen, ormai è successo e non è stato niente di grave o irreparabile. Però le ho vietato di fare ancora lavori di casa qui. Preferisco che beva un caffè e chiacchieri con noi, ecco.


In ogni caso le voglio un gran bene, questo è ovvio. I sensi di colpa mi stanno dando la caccia, mi sa tanto che domani la chiamo per scusarmi! 

coccola5

martedì 2 novembre 2010

Alluvionati

Il Tramigna, il fiume della mia cittadina, ha esondato e sommerso circa metà del mio paese la scorsa notte. È uscito dagli argini con forza, ha invaso le cantine delle case, e poi ha allagato le vie, la piazza dei portici, metà via Roma. Ha completamente distrutto un albergo, portando via le vetrate, i tavoli, le sedie, centinaia di fogli.

Quell’acqua marroncina, forzuta, quell’acqua crudele che ha rovinato tanta parte della mia cittadina, che è penetrata fin nelle case della gente, quell’acqua che amo tanto. Due anni fa ho riscoperto la passione per il nuoto, che da piccola ero costretta a praticare come sport. Mi piace immergermi, pensare che l’acqua stenda una leggera coperta tra la parte del mio corpo immersa e quella “asciutta”, fuori dall’acqua. Mi piace osservare i miei movimenti lenti quando nuoto a rana, curiosare tra le curve del mio corpo, analizzarne ogni centimetro.

Il fatto è che l’acqua, così crudele, la vediamo solo ai telegiornali, quando ci dicono che ha allagato questo o quel paese, ma non pensiamo che potrebbe toccare anche a noi. Vediamo la cosa come un’eventualità remota e impossibile. E quando poi succede, la cosa ci ferisce nel profondo.

Alla S. Messa eravamo circa una quarantina di persone, sparse tra i banchi della chiesa, ad ascoltare il prete che parlava dell’esondazione del fiume Uruguay, della comunità che aveva aiutato tutti attraverso la canonica. Io intanto pensavo agli anfibi, alle macchine della Croce Rossa e alle ambulanze, ai vigili del fuoco appena fuori dalla chiesa, all’acqua che aveva invaso i negozi e le case. L’Italia non è l’Uruguay, o qualunque fosse il paese in cui il mio parroco si trovava. Qui ci sono le autorità, la gente si dà poco una mano, ci si ritrova poi nella disperazione dell’evacuazione. Verso sera hanno evacuato gli anziani della parte centrale del paese, la protezione civile ha disposto delle brande al Palazzetto dello Sport e per questa notte dormiranno lì, poi si vedrà. Le scuole resteranno chiuse.

Continua a piovere, drammaticamente. Piove violentemente, come se tutto quanto sta accadendo fosse giusto. Forse ce lo meritiamo davvero, non lo so. Ho pensato che vorrei non sentire la nostalgia del mio Dio, quel Dio in cui fatico a credere, adesso. Quando apro l’acqua del rubinetto, non riesco a non pensare al mio paese rovinato, all’acqua demente che scorre nella mia cittadina, alle auto che vagavano senza guidatori, alla rotonda sommersa fino alla piccola aiuola che le hanno costruito sopra a mo’ di decorazione. Una rotonda sul mare, parrebbe.

Per una settimana non ho scritto perché non avevo nulla di interessante da raccontare, ecco tutto. D’altra parte vorrei che il blog rimanesse un luogo di riflessione più che un semplice diario, una semplice cronaca delle mie vicende. Ci sarebbe la quotidianità noiosa da raccontare, certo, ma non mi va nemmeno di mettere in piazza le storie della mia famiglia. Preferisco utilizzarle come spunto per riflettere.

Ho sentito E. sabato, dopo averlo chiamato per una settimana. La parola richiamare, questa sconosciuta. Ma a me va bene così, scrivevo recentemente. Solo mi sono accorta di quanto il mio umore dipenda dal suo rispondere al telefono, dalla sua voce, dalle sue serate libere. Dovrei almeno tentare di distaccarmi un po’ da tutto questo. So che se mai dovesse succedere qualcosa di grave, ne soffrirei terribilmente. Mi odio solo, perché vivo nella certezza che le cose si sistemeranno, che penso che non potrebbe capitarmi di rompere definitivamente con E. o con qualcun’altro. Ho quella dose minima di culo che, in fin dei conti, mi preserva dalle grandi disgrazie. Mia madre ha voluto dimenticare, o almeno accantonare, quanto accaduto, ed E. anche. Io ci sto provando, a rimediare. A ricostruire le cose. Ma quanta pazienza ci vuole.


coccola5