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domenica 13 ottobre 2013

I confini del mio universo

Per qualche motivo, da quando ho conosciuto E., ho cominciato a pensare una cosa stranissima: non troverò mai più un’altra persona come te. I rapporti con lui, come ho raccontato spesso qui sul blog, hanno sempre avuto un che di magico, lui è una persona per la quale provo un fortissimo affetto – oserei dire amore – e, davvero, ho sempre pensato, e penso tuttora, di aver incontrato qualcuno di meraviglioso. Meraviglioso perché con lui, pur con tutti i problemi e gli ostacoli del caso, è riuscita una cosa che raramente mi è capitata in amicizia: imparare ad accettarsi l’un l’altro per come si è, abbandonare ogni pretesa di cambiamento sull’altro. È un difetto da cui nemmeno io sono immune, forse perché alle volte non vedi solo l’altro, ma anche come potrebbe essere se.

È quel se a porre fine alle relazioni, di qualunque tipo, ma so che rinunciare a quell’immagine, a quell’Idea che abbiamo di lui, è una tra le cose più complicate nei rapporti interpersonali. Ma riuscire ad accogliere davvero qualcuno per com’è e non perchè lo vorremmo diversamente, è meraviglioso. Quando lo fai e senti che anche l’altro è arrivato allo stesso punto, sai di aver trovato un amico vero e che non lo perderai, nonostante i capricciosi sentieri che la vita ci riserva. You’re not alone anymore. E il fatto che in inglese si dica alone, qui, nasconde un’altra parola usata per indicare la solitudine, lonely. Alone lo è chi, fisicamente, non si trova in compagnia di nessuno; lonely lo sono quelle persone tristi per la mancanza di amici. Strana lingua, l’inglese.

Ma, ecco, pensavo che E. sarebbe stato una sorta di vetta, in fatto di amicizie, di non poter pretendere di meglio, che forse ero già stata molto fortunata. Fortunata, sì, perché per un’ex sfigata come me, chiedersi perché le persone scelgono di frequentarti è la norma. Lo faccio sempre, ogni volta che qualcuno mi fa un complimento o mi invita da qualche parte. Che cosa avrà visto in quella lì di tanto interessante? Non ho mai parlato con nessuno di questo mio interrogativo interiore, se non alla mia Psycho, ma credo che forse non troverò mai una risposta, e credo sia la cosa migliore.

Invece, ci sono serate belle, tanto che ti fanno completamente dimenticare questi tuoi dogmi, come quella di ieri sera. Serate che dovevano essere noiose, perché andiamo per la seconda volta in un mese a mangiare il risotto a una sagra di paese, perché la nuova ragazza in compagnia con te, del tuo paese, ti fa capire che di guidare non ne vuole sapere, perché hai litigato con tua madre, perché il tipo di ripetizioni viene puntualmente con 50 euro manco fossi una banca e, siccome tu non hai 35 euro di resto da dargli, ti dice ti pago la prossima volta e tu lo mandi mentalmente a quel paese. Le pensi tutte, queste cose, quando accendi il motore e ti viene da piangere, un attimo di scoramento. E invece poi parti e la tua amica che non guida è comunque simpatica e ti paga la benzina, i ragazzi sono su di giri e ridono tanto, tantissimo.

E la testa vola, sembra che tutti quei pensieri la faranno decollare, da tanti che sono. Alzarsi da tavola dopo cena sembra quasi un delitto, tanto avete riso insieme. Finalmente ti senti parte di un gruppo, ma non perché hai paura di rimanere sola e allora esci, come mi capitava i primi tempi, ma perché quelle persone fanno per te, non ti guardano la maglia scollata, non dicono nemmeno una parola quando scherzi sul fatto che provare a stare con una ragazza, oltre che con un ragazzo, per te potrebbe essere un'idea, quando cominci con le tue storie sul fatto che tu e la vita di coppia siete comunque universi paralleli.

E A. che mi sorride così tanto, che non ce la a fare un sorriso più grande di così. A. che ha una luce indescrivibile negli occhi e quando ti appoggi alla sua spalla con la testa rimane fermo e rigido, ma senti che vorrebbe appoggiarsi a te. E poi, a un certo punto, ti chiede quando ti laurei perché vorrebbe che tu andassi in California con lui e un altro tuo amico, ma sai che l’invito te lo sta facendo solo lui, o quasi. Ti spaventa perché caratterialmente assomiglia a tuo padre, nel turbinio di emozioni pensi perfino di non essere ancora uscita dal complesso di Elettra, ma fisicamente ti piace e un sacco di vostri gusti combaciano e la cosa ti piace ma ti atterrisce al contempo.

Io che pensavo di aver trovato con te i limiti dell’universo. Io che adoro sbagliarmi, che voglio essere sempre contraddetta e adoro contraddire. Io che adesso sono un po’ sfasata, mi sembra di non capire più bene il mio posto nel mondo, non è che mi hai tolto la sedia da sotto?

Magari domani andrò dal dentista e mi sistemerà l’infiammazione e passerà tutta quest’euforia. Vado un po’ fuori di testa con il mal di denti, lo so. Magari è stata solo l’emozione di una sera, o magari quella gioia di vivere che riaffiora quando meno ce l’aspettiamo. Sa trovare le strade più impensate e si fa largo, percorre tutte le tue vene per arrivare al cervello. Non è il cervello che la rilascia, questa adrenalina, è lei che risale dalle viscere del tuo corpo. È un piccolo vulcano che giace sepolto da qualche parte e ogni tanto ti risveglia e ti fa sentire viva.

Solo perché non ne posso fare a meno, vi posto Io senza te di Gianna. E il testo, ovviamente, è splendido.


coccola5

mercoledì 7 marzo 2012

Guardami in faccia


Smettila di immaginarmi. Guardami per quella che sono, cazzo!

Oggi pomeriggio, lievemente incazzata,  mi sono lasciata andare su Facebook pubblicando il mio nervosismo. Sì, perché se c’è una cosa che mi lascia esterrefatta delle persone è la capacità di ognuno di noi di fantasticare su come l’altro potrebbe essere e su come vorremmo fosse. Poi ci sono due categorie: la prima, cui io stessa appartengo, immagina e basta l’ipotetica persona - ipotetica, certo, perché come ce la immaginiamo noi non corrisponde a realtà! – attraverso una lunga, infinita serie di seghe mentali, e una seconda categoria di persone che, oltre ad alimentare costantemente la loro fervida immaginazione, arrivano a non considerare assolutamente la realtà dei fatti.

A questa seconda categoria ho scoperto appartenere il mio don, che ho sentito oggi l’ultima volta. Da un mese a questa parte stiamo organizzando il campo estivo con i ragazzi, ma gli ho sempre fatto presente in modo chiaro che probabilmente non parteciperò per una serie di questioni: la laurea, che vorrei completare nel più breve tempo possibile, la preparazione al test d’accesso alla laurea specialistica e infine la possibilità di un lavoro o stage, a seconda delle opportunità che si creeranno. Per il momento, non sono in grado di dare una risposta certa: non so se vengo, punto. Non appena saprò qualcosa gli riferirò. Nel frattempo, è stata organizzata una riunione per domenica per gli interessati al campo: quando gli ho detto che non verrò e che mi hanno chiamata per un eventuale lavoro estivo, il cielo si è letteralmente aperto. Lui si è lasciato andare a considerazioni decisamente importune, che preferirei evitare di trascrivere, io mi sono decisamente arrabbiata. A quanto pare, se sceglierò di lavorare, “subirò le conseguenze della mia scelta”. Okay, benissimo.

Quello che onestamente mi infastidisce di questa storia non è tanto la sua insistenza, a volte forse fuori luogo, affinchè io porti avanti un impegno presomi in passato, quanto più la sua totale mancanza di volontà di guardare la realtà delle cose: se da subito ti dico che quasi sicuramente non verrò, non puoi fantasticare sul contrario e poi prendertela con me perché disattendo le tue aspettative… perdonatemi, non ha senso.
Lo stesso problema si era presentato anche tempo fa su questioni diverse, per esempio il mio non essere femminile, a cominciare dall’abbigliamento. Chi mi legge più o meno sa che mi vesto senza tanti dilemmi su cosa mettere la mattina e che generalmente non mi trucco. Allo stesso modo non porto tacchi alti, gioielli vistosi come collane o braccialetti e l’unico anello che porto è una decina del Rosario in argento che avevo acquistato nel 2008 ad Assisi e che, da allora, non ho mai tolto. Non è che sia contraria ad indossare  gioielli o trucco o gonne o altro, semplicemente se lo facessi non mi sentirei a mio agio (in questo assomiglio molto alla mia cara Gianna!), non sarei io, in una parola. Lui mi ha invitato a provare un abbigliamento diverso, e io gli ho spiegato che per me, molto semplicemente la femminilità parte da un modo di porsi agli altri, di pensare e di agire, e che vestirsi in un certo modo non è necessariamente indice di femminilità. Lui si è convinto che io potrei truccarmi, che non lo faccio perché sono insicura e altre cazzate.

La cosa, davvero, mi lascia allibita. Dietro a tutta questa fantasia, mi sembra che ci sia l’incapacità di accettare le persone per quelle che sono. Non puoi pensare che per un magico effetto della tua presenza cambierò opinioni, gusti musicali, abbigliamento e quant’altro: non puoi desiderare di rivoluzionarmi! Questo non mi sta bene, per niente.

Mi rendo conto, d'altra parte, che tutti, in un modo o nell'altro, cerchiamo di cambiare, o per lo meno di influenzare, chi ci sta intorno. Io sono sempre dell'idea che accettarsi sia molto più positivo e meno faticoso che farsi la guerra. Perchè alla fine anche questo è un farsi la guerra, è un voler imporre il proprio io sull'altro. E io rinuncio a farlo. Perchè non ha senso e perchè non è giusto. E perchè, pensateci, quando qualcuno vuole cambiare il suo fidanzato, non finisce sempre per perderlo?

Davvero, look me into the face and stop imagining me.

coccola5
ps. sempre per la serie "guardiamo in faccia la realtà" vi racconto questo episodio di cui sono curiosa di conoscere l'esito. Dopo aver presentato domanda per partecipare a una riunione informativa, mi hanno finalmente comunicato che sono stata accettata. Nel frattempo si è presentato il problema che domani ho un esame alla stessa ora della riunione, e quindi non potrei andare. Mia madre si è proposta di andarci a nome mio. Bene. Peccato che la riunione sia riservata a persone tra i 18 e i 30 anni, e quindi non credo che potrà facilmente passare per la mia sostituta. Lei dice di sì. Le riconosco una buona autostima. Nel frattempo ha voluto che le scrivessi una delega.
Domani sera vi racconterò l'epilogo! Si accettano scommesse.

venerdì 11 febbraio 2011

Elogiamole, queste parole

A volte ho l'impressione di sembrare una persona stupida quando mi incazzo.

A volte ho l'impressione di sembrare un piccolo cetaceo, molle e vitreo. Un cetaceo glassato. Uno di quei cetacei senza spina dorsale, tutti così uguali fra loro.

C'è così tanto da dire da dire e da analizzare. Le paure non sono dei fantasmi o delle ombre, sono delle vivide presenze che camminano al mio fianco.

Capelli verdi, rosa o blu. E-car. Zara. G. e J. (anche se non centrano granchè). Un'infinita timidezza che tutto ammanta, come la nebbia.

La timidezza è tra i difetti più spregevoli delle persone. Ne oscura la personalità, oscura il meglio di chi la subisce. Tinge di grigiore tutte le cose e tutte le parole.


Come se poi le parole importassero davvero. Ma elogiamole, queste parole, diamo loro una sembianza importante.
Sono impotenti le parole. Sono peggio dei cetacei.

coccola5

giovedì 27 gennaio 2011

Stop it!

Io invito tutti i miei fedeli lettori a questo indirizzo:
Così Berlusconi pagava le donne - E ad Arcore spunta un'altra minorenne

Ma anche tutti coloro che pensano che un premier che paga delle prostitute non è cosa da difendere. Che pensano che, anche se non traspare, non è che queste ragassuole (come si dice da noi in dialetto) fossero esattamente delle sante con l'aureola.
E tutti coloro che pensano di averne abbastanza, che per questi motivi bisognerebbe protestare.
Si occupano di noi persino Die Zeit e Le Monde. Giudicate voi..
A più tardi, tempo libero permettendo,

coccola5
ps. giusto per correttezza. Mi auguro per Repubblica che gli articoli siano a prova di bomba..

giovedì 20 gennaio 2011

Nonostante ogni cosa le parole

Prima di abbandonarvi a questo post un po' disgraziato.. nuntio vobis magnum gaudium: habemus blog! Okay, vi ricordate che avevo parlato tempo fa della creazione di un blog di giornalismo? Navigate nell'oblio?? Niente paura, la vostra coccola5 vuole cimentarsi in qualche articoletto di giornale possibilmente irriverente, dalle prospettive nuove e magari un poco audace. Dopo molti pensamenti e ripensamenti è nato Luce sugli occhi, al seguente indirizzo: http://lucesugliocchi.wordpress.com. Perchè abbandoni Splinder?, penserà qualcuno. Per una serie di motivi: ho già altri due blog su Splinder che non mi sento di cancellare perchè sono una parte di me, Splinder ha un editor che fa abbastanza acqua e ripetutamente si blocca mentre scrivo, Wordpress fa assomigliare di più a un sito web la pagina del blog. Si possono aprire diverse pagine per la mia presentazione, il blog... Infine, avevo un account su Wordpress creato immemore tempo fa che non utilizzavo: lì ho adottato il nickname kyriee, ma sono sempre io! Vi aspetto a leggere una presentazione del blog e, tempo permettendo, sabato o domenica elaboro qualcosa! Potete trovare il link al blog anche nella colonnina laterale alla voce Friends, dove ci sono anche le scuse a LM per aver inserito tardivamente il suo blog! :)

Due stupide giornate. E per fortuna sono state brevi, in un certo senso quasi inafferrabili. Io e mia madre avvolte in una crisi che non riuscivo a mettere a posto, condita da tutti i problemi del nostro usuale cattivo rapporto. Di per sé, il problema non sarebbe litigare: succede a tutti con i propri genitori. Litigare (o discutere) diventa un problema quando già sotto c’è qualche crepa non riparata. Mia madre ha il brutto difetto di rinfacciare le cose, cosa che puntualmente succede quando abbiamo una baruffa, come direbbe mia nonna. Allora esce tutto, anche le cose che non si dovrebbero dire. “Spero che al primo stipendio tu vada a vivere per i fatti tuoi. Magari in America, visto che vuoi tanto andarci. E spero che tu ci rimanga vent’anni, almeno.” Dice queste cose con tanta serietà che alle volte mi è impossibile distinguere se parli sul serio o se sia la rabbia a farle uscire le parole.

Le parole, gaudio e guaio. Soprattutto le parole, nonostante ogni cosa le parole. E ancora le parole, le parole, le parole. E il loro eco che s’infrange sul cuore. Sono ciò che di più bello abbiamo, eppure a volte vorrei poterne fare a meno. Ho un rapporto stranissimo con le parole, in realtà, di cui ho parlato soltanto una volta in tutta la mia vita. Con mia madre, a Torino. Le raccontai che le poesie, quelle pochissime che scrivo, hanno una funzione premonitrice. Io le compongo in un certo modo perché amo la liricità di alcuni verbi e sostantivi combinati, degli aggettivi e degli avverbi insieme in una maniera particolare. E poi, qualche giorno dopo, mi tornano in mente perché quello che ho scritto si è sbalzato sulla mia vita, in un certo senso è diventato realtà. È un concetto difficile da spiegare, me ne rendo conto. Ovviamente non intendo dire che diventano realtà letteralmente, ma semplicemente che danno un significato a una giornata di qualche tempo dopo. E penso: come nella mia poesia.

Quelle parole che non sono poesia diventano i post del mio blog. Diventano una critica, una lode, una descrizione, i miei pensieri trascritti e filtrati. Tempo fa scrivevo che non preparo i miei post per poi rivederli, anche perché sono certa che finirei sempre col cancellarne delle parti, però i termini che uso devono essere esatti. Preferisco postare una volta in meno piuttosto che essere fraintesa per la mia voracità di parole. Voglio che ogni frase dica esattamente quello che voglio esprimere, né più né meno. Sono convinta che i sinonimi non esistano. Ogni termine ha una sua sfaccettatura, e sto realizzando che l’italiano è povero come lingua. È molto musicale rispetto al tedesco e all’inglese, ma ha molti meno vocaboli. Pensate che ha solo 185.000 lemmi, l’inglese ne ha 500.000. C’è un termine per qualsiasi cosa si voglia dire. Pensate solo a “sentire”, che vuol dire molte cose: ascoltare o sentire male, quindi provare dolore, oppure vuol dire anche stare bene o male, e poi significa anche percepire. In inglese troverete to hear per l’ascolto fisico, to feel per spiegare che state o no bene o che avete male da qualche parte, e anche to perceive e tanti altri verbi. In certi casi preferisco l’inglese, in altri ancora il tedesco. La lingua tedesca fa largo uso delle preposizioni per cambiare l’uso e il significato dei verbi. Ad esempio, il verbo “tenere” viene tradotto con halten. A questo, aggiungendo il prefisso er- (non separabile) il verbo acquista il significato di “ricevere”, aggiungendo la preposizione unter-, halten significa “intrattenere”, oppure intrattenersi nel senso di conversare se usato riflessivamente. Questo rende il tedesco molto interessante come lingua, e tuttavia una tortura lo studio dei verbi. Le parole tedesche sono molto affascinanti, si accumulano l’una sull’altra, come in die Magersucht, cioè anoressia. Questa parola è composta da mager, magro e da sucht che significa mania, meglio ossessione. È decisamente una definizione migliore di “anoressia”, la cui etimologia greca significa inappetenza.

Non volevo “fare lezione”, ecco. Intanto mi sono un po’ liberata del peso di questo rapporto scaduto, andato (a) male. Sono arrabbiata con te per tante cose, mi ha detto iersera, mica per il tuo disordine. Il problema è che queste cose non me le hai dette, me le hai dette a metà, fai finta che non esistano. E poi ritornano, giustamente. I problemi irrisolti ritornano sempre, prima o dopo. E di solito sono puntuali. Prima di spegnere la luce ho letto qualche passo della Lettera di san Paolo ai Filippesi. L’ho trovata così piena di amore. Cercandone l’inizio, mi è sfuggita di mano la pagina e mi sono ritrovata a leggere un brano sul chiedersi perdono vicendevolmente. Penso che io e mia madre dovremmo parlare di perdono. Dovremmo parlare d’amore. E stilare un trattato di pace che concluda questa guerra logorante.

coccola5

giovedì 25 novembre 2010

Il problema di esistere

Questa volta non mi autocensuro con GoogleDocs. Eh no! Vi lascio qui sul blog una riflessione, magari un po' lunga - ma che spero piaccia comunque -, sulle ultime dichiarazioni di Benedetto XVI. Preciso, prima di cliccare su Incolla da Word e poi su Pubblica, che non sono affatto anticlericale, ce l'ho con le persone che aprono la bocca a caso. Tutto qui. Enjoy it!  A proposito, qualcuno ha avuto problemi a visualizzare As normal as you? 

Nel Ventunesimo secolo sono stati fatti progressi in moltissimi campi. Uno, ad esempio, è quello della medicina. Malattie come il colera, la difterite, la poliomielite sono state eradicate, o per lo meno debellate, grazie all’aiuto di strumenti come il vaccino. Per altre malattie che si sono conosciute negli ultimi anni, non c’è sempre un vaccino ed è necessario ricorrere ad altri mezzi per prevenirle, quando sono contagiose. Una di queste malattie, molto temuta e spesso poco conosciuta, è l’Aids. Parlando con le persone, mi sono talvolta resa conto che alcuni non sanno la differenza tra HIV e Aids, cioè tra il virus e la malattia vera e propria, non sanno che il virus si manifesta in un primo periodo (nella fase in cui viene incubato dal corpo) soltanto in forma di HIV e può essere trattato prima che si arrivi alla conclamazione, non conoscono il decorso e i disagi della malattia (oltre a quello prettamente sessuale). Il problema è che quest’ignoranza diffusa nei Paesi occidentali, dove comunque si conosce la malattia almeno un poco, diventa una vera e propria non conoscenza in Paesi più poveri, come quelli africani.

In Africa il virus dilaga per mancanza di informazioni (tenuto conto che moltissime persone sono analfabete, è ancora più difficile spiegare loro di cosa si tratta), e soprattutto per il mancato uso di uno strumento fondamentale alla prevenzione: il profilattico. Probabilmente avrete capito che il mio post non vuole essere un breve saggio scientifico sull’Aids, e immaginerete cosa voglio dire. Domenica mattina, durante la Messa domenicale, Benedetto XVI si è scagliato contro l’uso del profilattico, considerato ammissibile soltanto in singoli casi giustificati. Capite bene che, se in Europa questo messaggio è poco condivisibile ma attuabile perché le persone hanno “cultura”, nel senso che hanno un’istruzione – anche minima – che permette loro di fare delle scelte riguardanti la sfera sessuale, in Africa la realizzazione di un continente libero dal’Aids senza preservativo è impensabile. Fate due ragionamenti e mi darete ragione.

La premessa del primo paragrafo mi è servita da spunto per concludere un altro ragionamento: se all’Aids per il momento non ci sono rimedi esaustivi (intendo vaccini e cure che diano possibilità di guarigione), l’unico modo per evitare che il virus contagi altri milioni di persone è fare attenzione. Condurre una vita sessuale protetta, per esempio. Soltanto prevenirlo farebbe quantomeno auspicare nella possibilità di debellare – o limitare – il virus. Invece no. C’è sempre qualche deficiente pronto a sventolare il vessillo della castità e della contraccezione naturale. Non dobbiamo uccidere la vita ai suoi primi stadi. Sì, ma lasciamo che milioni di persone si ammalino di una malattia inguaribile. In un mondo in cui la gente inizia a dormire nello stesso letto, quando va bene, a 15-16 anni, parliamo di castità. Non che ritenga giusto darla a ogni sconosciuto che incrociamo, però nemmeno negarsi un piacere fortissimo come quello del sesso.

Altra perla del papa, che ho sentito qualche giorno dopo, è sull’omosessualità. Una prova che una persona può doversi trovare ad affrontare nella vita, ma non per questo può essere considerata morale. Certo, perché invece sono morali i preti in discoteca, gli abusi sessuali da parte di preti e pervertiti di qualsiasi sorta e fatta, lo sono le guerre e i silenzi davanti a queste – che per la cronaca sono ben più gravi dei conflitti stessi -, le donne che vengono lapidate e per le quali il papa dice di non potersi pronunciare, i condannati texani alla sedia elettrica. A quanto pare, con una gamma di temi di cui occuparsi vastissima – la crisi, il conflitto in Iraq, l’Italia che taglia sulle riforme (che pure non è affar del Vaticano ma una parolina sull’importanza della cultura l’apprezzerei), la tv impazzita per il delitto di Avetrana al punto da sostituirsi agli inquirenti, e molto altro – di primaria importanza è l’omosessualità. Questi poveracci che amano e basta. Eppure, se si potesse, gli si darebbe la pena di morte. Discriminati in continuazione, il problema non è che vengano picchiati almeno una volta ogni due settimane nel centro di Roma, fuori da discoteche o locali o altro, ma a quanto pare che esistano.

Mi chiedo se Benedetto XVI ce l’abbia con i preservativi e i gay per partito preso, se si sia mai fermato veramente a considerare le cose. Se quando gli scrivono i discorsi, per lo meno li legga. Mi domando cosa farebbe se ad essere ammalato di Aids fosse lui, se ad essere pestato per un bacio, per una mano intrecciata fosse lui. A finirci in ospedale, dico. Poi forse si ricrederebbe.

Studiavo ieri sera l’Illuminismo con mio fratello. Per fortuna che quei sapientoni dicevano che siamo tutti uguali perché dotati della facoltà di ragionare. A quanto pare c’è qualcuno che vale meno.. e mi dispiace che nell’opinione papale, opinione per altro ascoltata e tenuta in considerazione dal mondo intero, siano gli omosessuali.

coccola5
ps. stasera o domani, se riesco, post leggero. Vi dico soltanto che l'argomento è un post di musica un po' eccentrico. Vediamo cosa ne uscirà fuori.

domenica 21 novembre 2010

Goccia dopo goccia

Seconda settimana di università andata. Ci vuole un poderoso grazie. Venerdì sera ero distrutta. Avevo una mezza intenzione di chiamare E., ma quando al ritorno mi sono addormentata in treno e poi (quasi) anche in bus, ho pensato che fosse il caso di rimandare. Ci siamo visti ieri sera, dopo che sono tornata da lavoro.

Questa volta volevo parlarne perché ogni volta mi fanno innervosire parecchio. Io lo vivo come un lavoro e nulla di più, ho preferito evitare quella commistione lavoro-amicizia che avevo  avvallato l’anno scorso, rendendo le cose più difficili (sì, benché poi abbia conosciuto E...). Ad ogni modo, ogni volta che ho la serata là, faccio sempre qualche esilarante scoperta al mio arrivo. La mia datrice di lavoro mi contatta tramite sms qualche giorno prima dandomi gli orari del turno, e ieri sera avrei dovuto fare dalle 16 alle 21. Quando arrivo, mi cambio e guardo il planning: accanto al mio nome c’è scritto 16-22. Incavolata nera perché non volevo fare, a differenza degli altri, sia apertura che chiusura, inizio a fare le mie cose. Quando finalmente riesco a parlare con il mio capo sono già le 21. Le spiego l’eventuale sbaglio dell’sms e che io, però, in base alle sue indicazioni, devo andare via (ero d’accordo con E.). Lei mi dice va bene e io scappo via. Il punto è che, fosse capitato soltanto una volta, okay, ma succede molto spesso, con la conseguenza che ho sempre enormi problemi ad organizzarmi tra lavoro e uscite.
Non è soltanto una questione di avere dell’altro da fare dopo lavoro, è una questione di principio. Se mi scrivi che il mio turno inizia alle 16 e finisce alle 21, io mi organizzo per fare altro, per vedere qualcuno, dalle 21 in poi e non dalle 22. Se tu sei distratta quando scrivi l’orario, affari tuoi. Non sono una stronza, però mi faccio rispettare. Chiaro che, se una sera c’è casino e c’è da fare, nessun problema, mi fermo in più, ma per la tua disattenzione nello scrivermi no.

Ad ogni modo. La serata con E. è andata benissimo, siamo usciti per un caffè verso le 22.30, prima che lui andasse allo Sky. Mi ha chiesto se volessi venire ma gli ho detto di no, perché ero stanca e perché teoricamente stamani sarei dovuta andare a cavallo. Prima di uscire abbiamo finito di vedere Tata Matilda, che davano su ItaliaUno. Abbiamo parlato di tutto, dei particolari, di stupidate, dei nostri animali, tra risate e cose serie. Ogni tanto mi chiedo che cosa spinga uno come lui a telefonarmi, a chiedermi di uscire. Probabilmente siamo diversi solo all’apparenza, parlando mi rendo conto che molte cose ci accomunano. Comincia a bastare uno sguardo per capire che vogliamo andare via, un movimento inconsulto o diverso per realizzare un sentimento di noia, di entusiasmo, di tristezza, di rabbia. E mia madre che ogni tanto mi domanda se, di amici normali, non ne ho nemmeno uno. Quando gliel’ho detto, ieri sera, mi fa “intende anche me?” “In generale.. F., A… una senza genitori, un’altra con grossi problemi a casa e un’altra ancora non le piace”. È ovvio che non voglio offenderlo, quando mia madre me lo dice lo pone come battuta e so che non lo intende veramente. Tra me ed E. c’è un forte feeling, ecco.

Conosco un’altra ragazza, D., che sicuramente ho già citato ma di cui non ho mai parlato molto, in realtà. Siamo amiche, è una ragazza d’oro, molto carina fisicamente, intelligente... eppure non c’è lo stesso feeling che con E. Non so bene perché, ma non le ho mai dato accesso ad alcune informazioni di cui invece ho messo a parte F., la mia migliore amica, ed E. Le ho raccontato dopo qualche tempo di TranquiPsycho, per esempio, e ci sono state altre cose che conosce solo parzialmente o per niente. Credo che anche lei sappia che non siamo – né saremo mai – migliori amiche. Questo non per cattiveria, semplicemente perché l’affinità che c’è tra noi è all’80%, per capirci, non al 100% come con F. E, per inciso, nemmeno E. sarà mai il mio migliore amico. C’è molta affinità tra noi, ma ho bisogno di un’amicizia stabile, di una persona che abbia molta pazienza e che capisca a fondo alcune mie problematiche. Lui le capisce, ma F. sa già come gestirle, ecco. [Se non ci siamo capiti, fa niente. È una riflessione molto distorta.]


Goccia dopo goccia
nasce un fiume,
un passo dopo l’altro
si va lontano,
da un ciao detto per caso
un’amicizia ancora.
[…]
Non è importante
se non siamo grandi
come le montagne,
quello che conta
è stare tutti insieme
per aiutare chi non ce la fa.
           
Zecchino d’Oro 1994, Goccia dopo goccia
 



coccola5

domenica 10 ottobre 2010

Un'indagine personale su Emanuela Orlandi

Ecco. Il finesettimana trascorre lento, tra Tranquipsycho, una passeggiata a cavallo e spagnolo, che devo finire di preparare. E tante risate. Nonostante tutta la merda della settimana scorsa, sono rimaste almeno le risa, alla fine.

Ieri ho ripreso JW e un po’ di tranquillità. Dire felicità avrebbe un altro significato, serenità un altro ancora, ma sono due parole che non coincidono. Tranquillità è il termine giusto, quello che cerco. Ad ogni modo siamo partiti presto da casa, verso le 7, e poi via con i trailer (i rimorchi per trasportare cavalli) fino a Stallavena, dove alcuni amici gestiscono un maneggio. È un luogo bellissimo, all’ingresso c’è la casa in pietra dove abita il proprietario. È una casa quasi gotica, sia per le forme che per il colore della pietra, mi sembra che a sera potrebbe fungere da location per un horror. E invece no. Ci sono i cavalli, i meravigliosi ad aspettarti poco oltre, a tenderti un bacio quando ti avvicini loro. Pulisco e sello JW, in un quarto d’ora partiamo. Conosco subito nuove persone, simpaticissime e aperte. Si parla, mi faccio raccontare molto, racconto altrettanto. Peccato per il pranzo: ho mangiato  del formaggio abbrustolito che mi ha poi fatto venire i crampi allo stomaco, ahi! Però abbiamo chiacchierato, ricordato persone che non escono più a cavallo, fatto tante battute.. Di persone così allegre e solari c’è bisogno, rendono il mondo migliore.

Il pomeriggio abbiamo fatto un canter, di quelli corti e raccolti cui non sono abituata. Ma tant’è. È pur sempre galoppo, è pur sempre libertà. Al galoppo le mani larghe e le redini un po’ rialzate, in modo che non dessero fastidio al cavallo nella corsa. [Le redini all’americana, quelle che uso io, sono molto lunghe e arrivano circa al petto del cavallo, ma sono più semplici da gestire. Un’amica usava le redini all’inglese: in pratica consistono in un’unica corda che si tiene tra le mani e che va da una parte all’altra del morso o filetto.]

Siamo rientrati in scuderia alle 19, i cavalli felici e noi stanchi, ma comunque leggeri. Ho dissellato JW, gli ho lavato le zampe, l’ho portato al box dalla sua amica Jade, la puledra di mia madre. Continuava a chiamarla, benché sapesse dov’era. Ho dovuto lavarlo in un attimo perché non riuscivo a calmarlo.

C’è una grande libertà, un grande senso di pace, ad avvolgermi quando ritrovo i miei cavalli. Mi sento protetta da quegli animali. Beauty, la mia cavalla storica prima di JW, aveva un modo particolare di muoversi quando io mi trovavo sopra di lei. Molti dicono che cambiasse quand’era montata da altre persone. Mi proteggeva. Anche al galoppo, anche dopo e prima di una caduta, non mi sono mai sentita in pericolo. Ho sempre la sensazione che ogni cosa andrà per il meglio, che comunque sia non mi può succedere niente. Ultimamente è forte questa sensazione, e per me unica.

Oggi spagnolo, ma volevo prima riflettere brevemente con voi su delle cose che ho letto. Negli ultimi giorni i tg alla tivù hanno parlato di Emanuela Orlandi, la ragazza scomparsa il 22 giugno 1983. Leggendo più articoli, non ho mai smesso di chiedermi se quella povera donna, che adesso ha 41 anni, sia viva o morta. Da una parte c’è sempre la speranza, dall’altra la razionalità. Dopo 26 anni viva? E comunque ho sempre avuto la sensazione che la Chiesa centri parecchio in questa storia. Digitando con un errore il nome della ragazza, sono capitata in un sito che faceva un resoconto, tendenzioso ma, a mio parere attendibile, di quanto è successo alla ragazza.

Come scritto non è il massimo, ha errori di battitura e di sintassi, che rendono a volte un poco faticosa la comprensione, ma penso che valga la pena leggerlo. Io vi lascio il link. E anche quello di Wikipedia, che riferisce parte della storia che “Criminal News”, il primo sito, non riporta [quella su Sabrina Minardi, se avete seguito la vicenda]. Quanta amarezza al fondo. Un caffè non zuccherato e riscaldato perché preparato un’ora prima. Un po’ come se il popolo italiano e la famiglia di Emanuela fossero ospiti non graditi, e tenuti al silenzio, della vicenda. Io vi posto tutto: è una vicenda importante, parlarne mi sembra dovere.

Link:
http://1922criminalmagazine.info/index.php?option=com_content&task=view&id=83&Itemid=2  - l'articolo è un po' attempato, mi pare del 2009, ma il caso di Emanuela è dell'83 e fa solo un resoconto. Probabilmente non dice nulla di nuovo, però collega un po' di cose e fa pensare. 
http://it.wikipedia.org/wiki/Emanuela_Orlandi - la voce di Wikipedia fa un po' luce sulla biografia di Emanuela, ed è abbastanza completa, anche per le rivelazioni di Sabrina Minardi.
http://roma.corriere.it/notizie/cronaca/10_ottobre_9/orlandi-banda-magliana-sa-tutto-1703915497549.shtml - le ultime notizie sul caso Orlandi, qui l'arresto di un uomo collegato al gruppo che probabilmente ha rapito Emanuela
http://www.ilfattoquotidiano.it/2010/10/06/“i-potenti-ai-miei-piedi”/68302/ - recensione sul libro della Minardi, "Segreto criminale". Sabrina Minardi è stata l'amante di de Pedis, ex capo della Banda Magliana (quella sospettata del rapimento).
http://www.ecodiroma.org/emanuela-orlandi-ancora-viva-.htm - è un articolo di Gabriela Carlizzi, che spiega di essere informata sui fatti, ma di non volerne parlare perchè le autorità non vogliono che sia fatto il suo nome. Qui racconta un curioso incontro avuto...

Questi sono solo alcuni link... Navigando con poca pazienza si scoprono cose allucinanti... Ovviamente non sono in grado di verificare se siano o meno cose vere, ma sta di fatto che alludono tutte a cose oscure e, tavolta, molto macabre. Buona lettura!

coccola5

venerdì 8 ottobre 2010

Come la Rabbia stava alla Vita

Se la vita
è solo un volo
che passa e va,
so che l’ho vissuta almeno,
so che l’ho vissuta appieno.
  Eros Ramazzotti e Ornella Vanoni – Solo un volo

Vaffanculo. Proprio vaffanculo. La trovo una canzone stupida. La vita è solo un volo?, interessante come visione della vita. Non che io abbia la verità assoluta, ma mi pare abbastanza superficiale come immagine. Sembra qualcosa su cui si passa sopra, si sorvola, non una conquista da fare giorno dopo giorno. So che l’ho vissuta almeno, già, almeno. Sembra il nuovo standard. Come se bastasse vivere, come se non importasse il come. Trasmettiamo questo messaggio alle nuove brufolose generazioni. Ma sì, Vasco Vivere l’ha scritta così, non sapeva proprio come combinare due parole in una frase. Guarda che cazzata gli è uscita, alla fine. Vivere, e sorridere dei guai, così come non hai fatto mai. E pensare che domani sarà sempre meglio.

Ho pensato ad un collegamento con il ritrovamento del corpo di Sarah. Mi unisco al gruppo di persone che vogliono ricordarla. Le chiedo solo se ha vissuto almeno o se ha fatto come suggeriva Vasco. Vivere dice anche: vivere è come un comandamento. È una frase che per me è diventata davvero un comandamento, “vivi al meglio che puoi”, il dodicesimo dopo “fatti i cazzi tuoi”-

Nei meandri della mia logica, non riesco più a chiedermi, come facevo una volta, la ragione psichica che ha spinto lo zio a tutta quella violenza. Che senso ha? Lo zio si è negato e le ha negato l’umanità, l’unica vera dote che gli uomini non dovrebbero mai dimenticare. Si è atteggiato da padrone nei confronti della nipote, l’ha costretta, l’ha ridotta a oggetto. Ha trascurato di essere umano. [che trascurare è un verbo molto debole, qui] E le ha negato umanità, ovviamente, quando le ha usato violenza, quando ha violato il suo no, ma anche quando le ha avanzato la richiesta. Che razza di parente è uno che ti fa delle avances?

Sono cresciuta da cattolica e, anche se oggi sono un po’ in crisi, vivo secondo i valori cristiani, per quanto posso. E questo è un caso in cui mi nego di essere cristiana, di avere pietà e di dare una seconda chance. Certe persone non meritano una seconda possibilità. Non si può sbagliare così, e comunque non si può chiedere scusa dopo un simile errore. Sapete quando si dice che in certi casi è meglio tacere? Questo mi sembra uno di quelli. Certa gente merita il carcere a vita, forse nemmeno un avvocato. Che cosa dovrebbe fare l’avvocato? Tentare di dimostrare che l’accusa si sta inventando tutto di sana pianta, che sono tutti matti?

Ah, no!! Ora ricordo: dovrebbe tentare di dimostrare che lo zio ha avuto un raptus e che quindi è pazzo. Già, dovrebbe richiedere una perizia psichiatrica e cercare di far risultare a ogni modo che il tizio in questione non ci sta con la testa. Ma a dimostrare questo non mi pare serva la perizia psichiatra, la voce petulante di uno col camice bianco e cento dosi di Xanax a dire sì, lo zio è un pazzo omicida. No, direi di no.

Ma in Italia l’infermità mentale dà diritto a uno sconto di pena. Ma vaffanculo!!! Ora, niente contro i matti, personalmente credo di averne conosciuto almeno uno e adoro il loro modo di ragionare, lo trovo fuori dagli schemi e, a suo modo, molto logico. Il problema è che alle malattie mentali non esiste guarigione e, se un pazzo uccide, c’è buona probabilità che lo rifarà. Non mi sembra il caso di rimetterlo in libertà prima di uno normale, sempre che esista una tipologia “normale” di omicida.

Comunque sia, questo si farà qualche anno in meno di prigione e poi magari ucciderà un’altra nipote. Speriamo di no, ma non si può sapere.

Se sono incazzata? No, sono indemoniata perché la giustizia italiana non ci protegge e tutela, perché agisce sempre a fatti avvenuti e non conosce il concetto di prevenzione dei reati. Sono indemoniata perché lascia che un criminale governi il Paese (se qualcuno ricorda Luttazzi, e comunque non c’è bisogno di fonti. Uno che invita escort ai suoi festini forse non ha ben chiaro il concetto di crimini sulla prostituzione, eh), perché rimette in libertà gente che, per quello che ha fatto, dovrebbe stare in cella appesa a testa in giù, perché non funziona bene e prima che questo stronzo vada in galera come meriterebbe passeranno degli anni, sempre che non vada tutto in prescrizione.

Sarah, tu sei morta per mano di uno psicopatico omicida tuo parente, e questo è gravissimo. Ho seguito con spavento la tua vicenda perché non è stata degna di un essere umano e perché non hai meritato tutto questo. Mi dispiace solo che non riceverai giustizia bene, come dovresti. Questo adesso.

La vita è un dono divino, ma non solo questo. È una conquista che dobbiamo guadagnare a noi stessi. Vivere significa accettare di costruire una stupenda sinfonia. E cercare di farlo anche contro tutto contro, come diceva Vasco. Non perdiamo vite umane, non abbandoniamole all’angolo.

Vivere è come un comandamento.
Vasco Rossi,Vivere

coccola5

Ps. dopo tutta questa rabbia, spero che vi piaccia il nuovo template. E sempre sulla rabbia, se non volete stimolare il mio istinto omicida, evitate di parlare di “cadavere”. Il blog non è un reparto della scientifica, è un posto accogliente e cadavere è così freddo, così bianco obitorio asettico, così lontano.

mercoledì 6 ottobre 2010

Una muta battaglia


Cosa volete che vi dica? Non ho aggiornato ieri sera, a notizia fresca, perchè non sapevo bene cosa scrivere. I miei l'hanno presa ovviamente in modo tragico, per quanto mi riguarda. Non ne vogliono parlare, mio padre mi ha soltanto chiesto perchè l'ho fatto. "Perchè voi non volevate che io lo vedessi, ma io tengo a lui." Tutto qui, non ci sono stati discorsi, prediche, tante altre domande. Era la pura verità, non credo ci fosse bisogno di aggiungere molto altro. Poi mi ha chiesto di Tranquipsycho, se trovo i nostri incontri una cosa positiva. Ero spiazzata e quasi irritata. Quando succede qualche casino del genere, io avverto il bisogno di parlarne, anche di sentirmi dire che ho sbagliato. E di cercare di spiegare le mie ragioni. Che cazzo centra Tranquipsycho?? Continuavo a domandarmelo mentre mi si spezzava la voce parlando. Da qualche anno mio padre è cambiato: ha perso la voglia di "predicarci dietro", è come se credesse che tanto non funziona, l'unica a farlo è mia madre. Che per ora è molto fredda con me, cosa del tutto normale. Ha una voce che trasuda rabbia, amarezza... Per il momento non ne abbiamo parlato, ma so che succederà. Quando una cosa la delude parecchio, ne parla a distanza di qualche giorno, dicendomi che "ci è rimasta male, che l'abbiamo ferita." 
 


Non so i vostri genitori, ma i miei non si sono mai scusati con noi ragazzi. Questo mi dà sempre l'impressione che credano di fare tutto giusto. Non esternano mai i loro pensieri riguardo quello che fanno e ci dicono, del tipo "forse non ho fatto la cosa giusta", o cose del tipo. Sembra che abbiano capito tutto della vita, ci parlano dicendo "che adesso che hanno quarant'anni hanno molta più esperienza di noi", come a dire che per quel motivo la loro parola vale comunque più della nostra.



Ogni volta che parlo dei miei genitori, salvo qualche rara eccezione, si sente perfettamente quanto il nostro rapporto sia complicato e conflittuale. Ogni tanto penso di vivere un'adolescenza ritardata. Ho fatto cinque anni di liceo andando a scuola dalle 8 alle 16 tutti i giorni, e rientravo alle 18. Avevo un sacco da studiare, penso di non aver mai saltato un giorno. Parlavamo molto poco, soprattutto a cena, per via del fatto che in casa non c'ero mai. Questo ha fermato il rapporto e la mia crescita con loro a 14 anni. Non che io mi comporti come una ragazzina, ma tante esperienze che altri hanno fatto prima io le sto facendo adesso. La lunga bugia su E. ne è un esempio perfetto.



Quanto ad E., dicevo a pequenaeva nel commento che gli ho raccontato ogni cosa. E. non era al corrente del fatto che i miei non sapevano di tutta questa fila di balle, e l'ha saputo lunedì sera, in un modo un po' drastico, direi. Mi ha detto che non ha niente da dirmi al momento attuale, di chiamarlo quando le cose con i miei saranno a posto, e che allora ne parleremo. La sua probabilmente è stata una reazione normale: spero che non mi creda un'ipocrita o una persona falsa. Spero capisca soltanto il motivo per cui l'ho fatto, che tra l'altro ho detto anche a lui (tengo troppo al nostro rapporto). Ho paura che la nostra amicizia si chiuda così, bruscamente e di colpo, di perdere una persona cui tengo tantissimo. Mi ha detto che non è arrabbiato, suppongo voglia prendere le distanze da una situazione familiare in cui non sarebbe il massimo se lui entrasse e si schierasse.
Solo ho paura che niente vada a posto con i miei, che questo stupido divieto permanga.

Ieri ho avuto un esame di traduzione. In treno ho letto, non ho ripassato assolutamente nulla. Ho evitato la musica perchè mi faceva concentrare su quello che è successo a casa e con E. Ho cercato di ascoltare i dialoghi dei miei vicini di posto. Parlavano del liceo, dei professori, di quelli seri, di quelli ridicoli e di quelli divertenti. Mi ha aiutato a distrarmi. In auto il silenzio. Ho pensato a osservare la strada, a non pensare troppo.



Mi manchi tantissimo, E. Manchi al cuore come un battito, per chi si ricorda la mia poesia. E' un post di qualche tempo fa. Perchè quello che scrivo, alla fine, è sempre una premonizione di quello che succederà in futuro.



Stay strong. E' per me, forse serve.



Grazie a tutti per il vostro sostegno, siete preziosissimi.



coccola5
ps. quanto mi spiace intitolare così il post.

martedì 5 ottobre 2010

Contro tutti e tutto


Non me la immaginavo così, la fine del mondo. Immagivavo che un grande buco nero mi avrebbe inghiottita e bam!, io sarei semplicemente sparita, come ho sempre fatto, del resto. 
 


La fine del mondo è la fine di un rapporto. O meglio, la fine della decadenza di un rapporto. 



Oggi pomeriggio mi chiama E., mi chiede se mi va di mangiare con lui e Minipony in serata. Dico di sì anche se domani ho un esame. Dico di sì perchè ad E. non so dire di no. E' l'unica ragione. Sono attratta da lui come una calamita dal ferro. Spiego ai miei che ceno fuori, che ceno con D., che ceno a un cinese vicino casa. L'unica cosa vera è che ceno a un cinese. Che non è vicino casa. E' a Vicenza, ed è un posto stupendo.



Verso le 22.30 mi arriva un sms di mia madre: "Quando rientri?", "Fra una mezz'oretta". Non ricevo risposta, ma la cosa non mi dà da pensare, penso che stia andando a letto, che stia facendo dell'altro. In macchina si parla, in autostrada ridiamo, diciamo cazzate. Al ritorno mia madre mi avvisa che ha chiamato D. a casa, e che ha saputo che non era fuori con me. Mi chiede chi sto frequentando. Lo dice proprio così, usa un verbo che a me non sarebbe venuto fuori in una situazione del genere. "E.", dico semplicemente. "Anche giovedì sera eri con lui?" "Sì". 



Finisce la conversazione. Resto un minuto, non so se vogliano dirmi qualche cosa, se vogliano sapere perchè ho mentito, se vogliamo farmi un discorso sull'importanza della sincerità nei rapporti. Più nemmeno una parola.


Salgo le scale, sto già pensando ad altro, all'esame di domani, che devo guardare gli orari dei treni. Chiamo D. per parlare un po', per chiederle se sa della chiamata. Nemmeno lei sa cosa dirmi. Mi dice che forse legheremo di più e meglio, io e i miei. Io non ci credo nemmeno un pochino, penso che come amica stia facendo del suo meglio. Mi dice che tutti possono sbagliare, anch'io ne ho il diritto. Il fatto è che non ho sbagliato, ho ingannato qualcuno. Ho mentito alle persone con le quali dovrei avere il rapporto migliore e invece sono quelle con cui sto peggio. So che si fidavano di me. 



Non so quanto sono pentita di tutto questo. Non molto, onestamente. Mi avevano proibito di vedere una persona cui tengo, e ho reagito così. Non avevo altra scelta. Loro avevano deciso per me che E. era una persona sbagliata, che non avrei dovuto vederlo e basta. E. non si droga, non beve quasi mai e, quando lo fa, è soltanto un drink poco alcolico. E' una persona apposto. Ci sono delle cose che non condivido di lui e altre che ammiro. Non è il mio migliore amico, non lo sarà mai, ma è un amico. Un ottimo amico. L'unico che si è ricordato di chiedermi se mia mamma era ancora arrabbiata con me per via della Svizzera. L'unico che mi ha sempre detto tutto in faccia, senza eccezioni. 



Mi dispiace solo avergli dovuto mentire per vederlo. Fare una cosa sbagliata per farne un'altra che ritengo giusta. Non ha molto senso, e non so quanto importi adesso.



Avrei dovuto parlare dell'amicizia in questo post e, in fin dei conti, l'ho fatto. Io rischio per i miei amici, per quelle persone cui decido di dare tutto. E' questo il mio concetto di amicizia. Decidere che una persona è importante e irrinunciabile. E andare contro tutti e tutto.



coccola5
ps. D. al telefono mi ha detto che i miei mi perdoneranno, che le cose si sistemeranno. Non so se succederà. Ho l'impressione che tutto questo abbia messo definitivamente le parola fine al nostro rapporto. Non so se merito di essere perdonata e non so se voglio essere perdonata. Non so se ci capiremo. Non so fino a che punto devo chiedere scusa e fino a quale dovrei far sentire le mie ragioni. Sono troppo confusa. Perdonatemi voi per questo post orribile e soprattutto sgrammaticato. E non sense.

sabato 25 settembre 2010

Sassolini


Un sabato mattina perfettamente usuale. Pulizie della mia camera e cambio delle lenzuola, cosa su cui mia madre ormai scommette la data, lavaggio panni... Non che io sia una persona che vive nel disastro, semplicemente sono molto disordinata (o creativamente ordinata!) e ho il pessimo vizio di tirare un po' le cose per le lunghe, tutto qui. 
 


Ho messo il piumino, alla fine. E' l'inconfutabile dimostrazione della fine di quest'estate 2010, che a giorni sembra volersi protrarre stanca sino a metà ottobre e che altri si ritirerebbe volentieri in fretta. Odio settembre per questa sua incertezza: è un mese stupido, come marzo o aprile. Parti la mattina con un maglioncino leggero e torni il pomeriggio o la sera che vorresti una pelliccia. O peggio, l'ombrello lo lasci in macchina perchè figurati se piove, il tempo è bellino. E poi il diluvio, come iersera. Sono tornata a casa da lavoro, dalla pizzeria, verso le 22.25 sotto una pioggia leggera, che a momenti si faceva più forte. Arrivata alla mia cittadina aveva quasi smesso. Poi ha ripreso, aveva iniziato addirittura un temporale che ha terrorizzato i miei cani. E poi ha piovuto talmente tanto... Dev'essersi fermato verso l'alba, è battuto in ritirata con il sorgere del sole.



E infine, volevo togliermi qualche sassolino grammaticale dalle scarpe.


-se avete il coraggio di infilare in un post un'espressione ardita ed elegante come sciapò, sappiate che perderete tutta la mia stima in un nanosecondo. Chapeau!!


-vi assicuro che la parola nestesia non significa un emerito. Se andate sotto i ferri, vi fanno un'anestesia.


-sarebbe opportuna una distinzione tra filetta (di pizza) e trafiletto. I dizionari aiutano, e questa vi giuro che mi è capitata davvero. Orrore. "Vorrei un trafiletto di margherita"... "il giornalaio è a due passi da qui, giuro."


-le virgole a singhiozzo non si possono vedere. Se decidete di inserire un inciso nella frase attraverso le virgole, sappiate che come le aprite poi le dovete anche chiudere. Le virgole a singhiozzo sono orripilanti da vedere, una schifezza assoluta.



E infine anche un sassolino lessicale. [e ditemi che non è il vostro caso]


-anamnesi: dicesi anamnesi la ricostruzione della storia di salute (ed eventualmente familiare, legata a cibi o altro) e di quelle informazioni rilevanti per la diagnosi di un paziente.


-escursione termica: dicesi escursione termica quel fenomeno per cui, se siete nel deserto, a mezzogiorno ci saranno circa 50 gradi e la sera 20 o meno.


-emicrania: dicesi emicrania un disturbo, normalmente genetico, che vi crea regolarmente un mal di testa da farvi desiderare la vostra stessa defenestrazione. [è una parola che ho sempre amato, per la cronaca. Non volevo dire che vi fa desiderare di buttarvi dal terzo piano di un palazzo di testa]


-prolisso: dicesi prolisso un discorso o un testo quasi privo di senso, che va per le lunghe mentre voi vi domandate a) che cazzo dice? e b) quand'è che la pianta di parlare? e che vi fa desiderare sempre la vostra stessa defenestrazione.


-deturpare: rovinare, abbruttire. Per farvi un esempio, quando hanno buttato quella roba rossa nella fontana di Trevi, a mio avviso non era una creazione artistica, era una deturpazione di un sacrosanto inno alla beltà fisica e alla classicità.



L'ultimo sassolino che mi vorrei proprio togliere riguarda la mia serie tv preferita e i disastri che, a mio avviso, ha combinato. Negli ultimi anni c'è stato un boom di iscrizioni a Medicina, a Verona lo scorso anno erano circa 5000 persone. Mi domando se tutti costoro non siano spaventati dall'idea di sbagliare una diagnosi, di fare del male alle persone, eventualità che può verificarsi nel concreto, spaventati dall'idea di poter uccidere un uomo. Questo pensiero mi ha sempre trattenuta dall'iscrivermi. Frequenterei Medicina solo per interesse personale, per capire cosa distrugge e danneggia l'uomo, viceversa cosa lo salva o gli allunga la vita. 



Le serie come Dr. House - M.D., E.R. - Medici in prima linea, Grey's Anatomy hanno diffuso l'dea che essere medici sia una cosa fantastica ed entusiasmante. Che si possano far guarire le persone grazie ad un'intuizione, ad una cura sperimentale improbabile o ad un esperimento. In molti episodi, House sceglie la cura per un paziente escludendo senza prove mediche una delle due possibili malattie... chiariamo: questo normalmente è illegale! Un medico viene denunciato se sceglie la diagnosi giocando a dadi. Chiariamo ancora: la gente normalmente non si presenta in ospedale con un quadro clinico decisamente raro o improbabile, non aspetta di essere quasi morta per chiamare il 118 e normalmente non presenta sintomi a raffica e (quasi) a caso. E terzo chiarimento: fare una biopsia al cervello o al fegato o a qualunque altra parte del corpo significa fare un esame molto rischioso e molto compromettente, che non si può effettuare su pazienti molto malati perchè ciò li ucciderebbe. 
 


Io penso che quello del medico sia spesso un lavoro drammatico, più che altro. Si comunica ad una persona che soffre di cancro, o di una patologia incurabile, e non lo si fa certo a cuor sereno. Spesso si parla con persone che non hanno la nostra opinione del dolore, che rifiutano o accettano le cure su basi a noi poco comprensibili. Un medico in corsia vede costantemente il dolore, e ci vuole forza d'animo per reggere questo continuo spettacolo del corpo che va in sfacelo giorno dopo giorno. Certo, non è solo questo: ci sono molte persone che guariscono, che se la caveranno discretamente, ma ci sono anche persone che, pur dopo guarite, faranno una vita indegna di tale nome. Vivranno su una sedia a rotelle o attaccati ad un respiratore, prigionieri del proprio corpo. Non che le loro vite a quel punto non abbiano più senso, ma senza dubbio saranno atroci, ed è discutibile che tutti accettino un'esistenza così.



A me piacerebbe studiare Medicina solo perchè sono curiosa, perchè mi piacerebbe scoprire quali segreti ci riserva il nostro corpo, quali insidie, alle volte, ci tende. Ma non vorrei lavorare in corsia: non sarei capace di tollerare le sofferenze di tanta parte del mondo.


 


Ti ho avuto qui,


tra le mani,


qui eri.


Testardo, tu


legge dettavi


fino a ieri.



[...]



Io non sono come vuoi,


non inganno


e non so mai


dirti una bugia


senza rispetto.


Laura Pausini - Non sono lei

lunedì 13 settembre 2010

Un post accettabile

Di cose da raccontare ce ne sarebbero eccome, manca la voglia di scriverle. Tempo fa avevo pensato di registrarle, era stata un'ottima idea, ma qui... non si può fare! =D

Ok, vi scrivo le cose per punti, vediamo se così viene qualcosa di accettabile.

1) weekend solitario. Ero da sola a casa, mamma, fratelli e nonna erano fuggiti a Rimini al mare. Peccato che il sole abbia avuto pietà solo domenica, loro comunque hanno visitato S. Marino e fatto una scappata a Mirabilandia. Quanto li invidio!! Il motivo della mia permanenza mi porta al punto 2.

2) work. Sono rimasta a casa per via del lavoro. Avevo due serate su tre programmate, e quindi difficilmente avrei potuto disdire. Di fatto, mi hanno cambiato l'orario all'ultimo secondo, scoprendo (eh sì, nessuno è venuto a dirmelo, l'ho proprio scoperto) che avrei lavorato soltanto sabato. La mia rabbia saliva alle stelle. Mettiamoci anche una serie di comportamenti sbagliati da parte dei colleghi, avevo un certo cocktail di rabbia repressa in corpo. Ad esempio, che non si interrompe il collega immotivamente mentre questi parla col cliente lo sanno tutti, no? Eccetto loro, a quanto pare.

3) discoteque. (O meglio E.) Come si dice, non tutto il male vien per nuocere. Ne ho approfittato e ho fatto un salto in discoteca con E., Minipony e una collega di quest'ultima. Non è stata una brutta serata, ma nemmeno speciale come me l'aspettavo. Era la serata di chiusura, c'era un'atmosfera un po' strana, e poi ho ritrovato B., con il quale non parlavo da tempo. Si è comportato come se niente fosse mai successo, come se fossi stata la sua migliore amica. Ne ha approfittato per farmi un terzo grado veloce, ho cercato di rispondere restando sul vago. Non mi è piaciuto per nulla il suo atteggiamento, avrei preferito una certa freddezza. In qualche modo rispecchia la sua superficialità, o sbaglio? A proposito, prima di raggiungere la discoteca, eravamo usciti un paio d'ore. E' stata la parte migliore della serata: abbiamo parlato del più e del meno, al solito. Ma a voi "il mio primo istruttore di equitazione" sembra un'affermazione borghese? E. dice di sì, io... mi tengo il beneficio del dubbio.

4) degno di nota (e ormai suppongo anche di biasimo). My first kiss. Ad opera di... E., naturalmente! Mi ha presentato in fretta e furia un suo amico, e con la stessa velocità mi ha lasciato sola con lui. Il quale non ha esitato mezzo secondo a baciarmi, non so se su richiesta di E. o se per "interesse". Sta di fatto che, come si dice, mi ha infilato la lingua in bocca dopo avermi guardata per un minuto e avermi chiesto di dov'ero e cosa facevo nella vita. E poi ci siamo salutati. Come prima esperienza non è stato un granchè, mi riprometto di migliorare. Nota negativa: il tizio aveva fumato.. tempo fa avevo detto che non volevo un bacio all'alcohol, ma neanche al fumo!! Nota positiva: il commento di E. tra il divertito e lo sconvolto: "se non altro hai sverginato la bocca"... ti ringrazio per la finezza, mon amour!

5) capelli. Ultimo ma non meno importante: ho tagliato i capelli, che prima mi arrivavano a metà schiena o, come dico io, al seno. Adesso arrivano poco sopra le spalle, ed è stato un trauma per molti, ma stranamente non per me. Mi piacciono, e sono più facili da tenere in ordine. Ho colpito E., che mi ha detto quanto il taglio mi avesse ringiovanita! 
Avrebbe bisogno di un suo punto, ma la inserisco qui per semplicità e perchè centra con i capelli: la mini, di cui vi ho già parlato. 

Conoscete tutto. Voi, novità? Ho scoperto di avere una nuova lettrice, nyavirezi, che ringrazio (come tutti voi) per il commento. 

Hasta la vista! (già, devo studiare spagnolo)

coccola5
ps. è accettabile come post?? =D

giovedì 9 settembre 2010

*

Ogni tanto il delicato equilibrio del rapporto fra me e mia madre fa cilecca. Come ieri sera, per esempio.
Senza fare troppo sarcasmo su quanto lei si fidi di me e quanto poco io la sopporti, il che è universalmente noto, mi ha proibito di uscire a cavallo domenica. Il fatto è che lei sarà via con i miei fratelli e quindi io resterò da sola. In genere esco sempre con lei o mio papà, semplicemente perchè da noi non ci sono ragazzi della mia età che escono. 
Ha paura per me, che mi faccia male quando lei è lontana. Capisco l'amore materno, ma JW potrebbe disarcionarmi o fare il matto anche in sua presenza [è già successo, per la cronaca]. Quello che voglio dire è che sono io sul cavallo, sono io a gestirlo, e la sua presenza non diminuisce le probabilità che io mi spacchi una gamba. 
Cosa cambia? Che lei sarebbe vicina a me, pronta a chiamare aiuto, vicina a me in ospedale... ma non potrebbe comunque fare nulla. Sarei sempre io a "subire".

A me sembra sempre che non abbia fiducia in me, e che, al di là di questa stupidaggine, sia troppo condizionata dalla sua paura. 

Quello che mi fa rabbia è che per tutto il prossimo mese non ho giorno libero sabato o domenica, poi figuriamoci. Le mie possibilità di fare una cavalcata si annullano. Merdaccia. E, tra parentesi, vorrei sapere perchè le proposte di lavoro arrivano tutte quando hai già trovato.

coccola5 


sabato 12 giugno 2010

War at home

Vi ho tormentato per qualche giorno con la mia ansia pre-esame, e alla fine non vi ho raccontato com'è andata a finire.

28!!!! Sono stra-felice!!

Sono molto contenta per il voto, non me l'aspettavo proprio. Quando l'insegnante mi ha chiesto se accettavo, ho risposto di sì con un grandissimo sorriso.

Intanto martedì e giovedì ho altri due esami. Gli ultimi due saranno il 22 e 28 giugno. Ad essere sincera sono un po' esausta. Sette esami sono veramente tantissimi, neanche alla maturità...

Le uniche cose che veramente mi ha buttato giù di morale sono state le critiche dei miei genitori per il 28 di giovedì. Davvero non me l'aspettavo. Mia mamma ha avuto il coraggio di dirmi che mi sono accontentata, quando potrei benissimo arrivare al 30. E' vero che potrei arrivare al 30, ma l'esame era difficile e io ce l'ho messa tutta. Tanti miei compagni di corso hanno raggiunto risultati più bassi, quindi perchè non dovrei essere felice del mio?

I miei genitori hanno la rara capacità di farmi sentire completamente un disastro, in ogni circostanza. Fra di noi non c'è esattamente quello che si definirebbe un buon rapporto. Credo che mia madre non accetti il fatto che io e lei siamo diverse, e abbiamo opinioni spesso divergenti. Quindi si rifiuta sistematicamente di parlare con me e di scherzare, cosa che fa invece piuttosto spesso con mia sorella e mio fratello. Non che a loro ogni cosa sia concessa, questo no, però si avverte una bella differenza nel trattamento.
Alle volte penso di essere la sua "valvola di sfogo": è a me che rivolge il 90% delle critiche, e per qualsiasi cosa. Perchè mi sono vestita in un certo modo piuttosto che in un altro, perchè in quelle due ore ho letto e non studiato, e mille altre cose simili. Sta davvero esagerando.
La conclusione più semplice cui sono arrivata è che le sto antipatica, e questo è quanto. L'unica soluzione è non rispondere con una sola sillaba alle sue stupide critiche: lo fa per provocarmi, e darle risposta non avrebbe proprio senso.

Vi ricordate la strategia di Lisbeth Salander davanti agli psichiatri? La mia sarà la stessa.

coccola5

venerdì 28 maggio 2010

Carinerie

In partenza per la città. Pranzo fuori con F., una mia amica e giro in centro. Finalmente!
Solo un leggero mal di testa.. sono al quarto giorno consecutivo. Dire che non ce la faccio più è un eufemismo.

Immaginerete già come la penso, ma è dovere dirlo. Il ministro dell'Economia e dell'Istruzione hanno avuto tutta una serie di trovate carine. La sparizione di dieci province e l'inizio della scuola a ottobre, poi, sono quelle che amo di più. Io propongo di mettere tutto sotto il diretto comando di Silvio, tanto ormai è praticamente uguale.
Non mi dilungo oltre. Non ho bisogno anche del mal di pancia.

coccola5

martedì 27 aprile 2010

S.


Le giornate più strane, alla fine, sono sempre quelle in cui pensi: oggi sarà tutto perfettamente nella norma, nella routine.
Appunto.

Oggi niente Ka per andare in città. L'ho portata dal meccanico per un controllo e qualche aggiustamento, quindi si viaggia in bus. Autobus provinciale delle 10.03, semipieno, per la maggior parte di stranieri. Io rileggo russo, quelle benedette parole troppo avulse per me. E, quindici minuti dopo, sale S.

Ora, per spiegare la ragione della congiunzione in corsivo, va fatta una parentesi. S. è un amico dei miei, ma per almeno quarantacinquemila ragioni non ci vediamo da qualche anno. Io, per l'esattezza, l'avevo incontrato verso novembre sullo stesso bus. So che, per guida in stato di ebbrezza, gli era stata ritirata la patente, ma... così a lungo?

Lui sale, mi guarda ma non mi saluta. So che mi riconosce, non sono poi cambiata parecchio negli ultimi tempi; forse, non ha semplicemente voglia di intavolare un discorso ricco di convenevoli dolorosi. Si è separato dalla moglie; i figli, un ragazzo di 23 anni e due gemelli di 18, non li vede da... almeno da un'eternità, e per sua scelta. Si è separato da una famiglia cui ha letteralmente dato il tormento sia prima che dopo la separazione.
Adesso, su questo autobus, lo trovo così vecchio. Ha il viso così rugoso, così pallido, lui che prima era la forza e la vitalità.

Neanche a me va poi molto di fare conversazione. Cosa ti potrei dire, S.? Che non hai capito niente e che sei un egoista? Quest'uomo, che di tutto ha fatto passare alla moglie e alla prole (le ha ritinteggiato la macchina di viola, forato le gomme, urlato sotto casa sua ubriaco allarmando i vicini [che fortunatamente hanno allertato la polizia] e molto altro), non mi sentirei di definirlo uno stronzo, un pezzo di merda, perchè tutta la sua vicenda è riconducibile proprio all'egoismo, e all'incapacità di ricominciare.

Se prima c'era un'attività che andava a rotoli, e poi la chiusura... poi c'è stato tutto questo. L'incapacità di ricominciare, di rialzarsi. S., andavi tutte le domeniche a Messa, ma a cosa ti è servito? Si fa presto a giudicare, e tutti sbagliano, è vero. Anche tu hai sbagliato: hai mancato al più grande dei valori cristiani: l'umiltà. E nemmeno te ne accorgi.

coccola5

martedì 13 aprile 2010

Oppi dei popoli

Spesso mi dimentico l’obiettivo con cui era nato Rock my world, e cioè quello di raccontare le “scenette” cui mi capita di assistere.

Per i nuovi adepti del blog, le scenette sono situazioni che mi capitano, di cui talvolta sono protagonista, altre soltanto semplice spettatrice. Dell’ultima sono stata, mio malgrado, protagonista.

Dopo pranzo parlavo con mia madre e mia sorella. Ad un certo punto, quest’ultima ha esclamato: “Non vedo l’ora che sia estate, ma non mi ricordo quando inizia!”. Lì per lì, la cosa mi ha fatto sorridere. Come si può dimenticare le date d’inizio delle stagioni? “Tu la sai?”, mi chiede accigliata. “Sì… 21 giugno.”, rispondo io secca. Devo dire che la simpatia, in certi casi, non è esattamente il mio forte, ma comunque… Mia madre a difenderla e a giustificare: “Ma se non lo sa, non è la fine del mondo! Non darle addosso!”
Ora, il punto non è tanto non ricordarsi la data d’inizio dell’estate, ci mancherebbe. Tutti dimentichiamo qualcosa, prima o poi. “E’ lo stesso.”, mi sento però spesso dire, quando c’è qualche errore storico o geografico in casa. Mi dispiace essere così dura, ma proprio non è lo stesso.

Non vorrei risultare puntigliosa o eccessivamente moralista, ma il problema che si denota spesso, e qui parlo in generale, è il disprezzo verso la cultura. E la mancanza di curiosità. La curiosità è il miglior mezzo per combattere e sconfiggere l’ignoranza, questo terribile mostro. L’ignoranza è da temere e aborrire, per il fatto che essa stessa è alla base delle dittature, della manipolazione delle masse, dei vari oppi dei popoli. Più di ogni altra cosa, la mancanza di interessamento è alla radice dello sviluppo di regimi. Noi come singoli siamo perciò primariamente responsabili di questi. Il confronto continuo con la storia e con la cultura può permetterci di allargare le nostre visuali sul mondo, di formare un’opinione completa su quanto accade quotidianamente.

In Italia, è proprio questa mancanza di curiositas, l’assente desiderio di conoscenza, che favorisce la crescita politica di partiti come Lega Nord e Il Popolo delle Libertà. Perdonatemi… il popolo dell’ignoranza, più che altro. O il popolo cieco, che non vuole vedere né sentire. Che non vuole i dibattiti televisivi perché considerati “risse e pollai”. Che non vuole sapere che la crisi c’è ancora, oh, se c’è!

Alle ultime elezioni, l’affluenza è stata del 63%. Scarsina. Tralasciando il discorso retorico sul fatto che i cittadini di un Paese hanno l’obbligo morale di votare, soprattutto dopo le conquiste fatte per ottenere il diritto al voto, ho visto pochissimi giovani alle urne (io ho partecipato come scrutatrice). Questo mi è particolarmente dispiaciuto perché denota, oltre che una sostanziale sfiducia nelle istituzioni, proprio ciò di cui si parlava poco sopra. Disinteressamento. Indifferenza verso la situazione politica, a prescindere dall’idea cui aderisce il singolo. Trovo che non andare alle elezioni sia una grave mancanza. Denota poco amor di patria, che gli antichi Greci cantavano tanto, e poca coscienza, in un certo senso. Come si può fregarsene di chi ci governerà, di chi porterà in Parlamento il nostro volere, di chi usufruirà dei nostri soldi (p.s. politically incorrect: per andare a spasso in aereo, magari)?

Queste cose mi dispiacciono tantissimo. Tornando a noi, non tanto per essere stata “prevaricata” (in senso buono) in una discussione ma, davvero, a livello personale. Riprendo le parole di un amico blogger per spiegare il perché: “Ci si rende conto che questo non è il mondo, l’Italia che avremmo sognato e desiderato per i nostri figli.” E, a soli 20 anni, mi sarei augurata di sognare un po’ di più.

coccola5

sabato 12 dicembre 2009

Non è un Paese per me

Leggevo oggi diversi articoli sugli ultimi fattacci, e di cose da commentare ce ne sarebbero parecchie. Berlusconi e i suoi presunti rapporti con la mafia, cosa che mi spaventa moltissimo, la condanna di Amanda Knox e Raffaele Sollecito e mille altre cose.

Ho scelto l'argomento che più mi si addice, vale a dire la lettera di Pier Luigi Celli al figlio pubblicata su Repubblica, "Figlio mio, lascia questo Paese". La potete trovare qui, se intendete leggerla per intero.

Personalmente, non ho mai inteso rimanere a vivere e lavorare in Italia dopo la laurea: trasferirmi stabilmente all'estero è un mio sogno sin da quando ero piccola, ma mi sembra quasi una necessità adesso che vedo come girano le cose qui. Si fatica a trovare un lavoro, anche semplice, e dopo anni di studio sono pochi quelli a trovare un'occupazione adatta alla loro laurea. Il governo, poi, non è molto a favore dei giovani, benchè dichiari il contrario: dove sono le possibilità tanto vaneggiate? I giovani sono il futuro dell'Italia, ci hanno sempre detto. Ebbene, questi giovani non possono esserlo. Questi giovani non sembrano avere futuro in Italia. Io stessa, che pur frequento una facoltà che mi dà buone possibilità lavorative, sono incerta e tesa riguardo alla mia occupazione.

La lettera di Celli mi ha molto colpita per la schiettezza. In Italia il merito sembra non contare molto, anzi. Spesso a fare fortuna sono persone che non hanno studiato, poco esperte e competenti per il loro mestiere, più spesso ancora ci si basa sull'aspetto fisico. E non è una mia idea: chi aveva presentato nelle liste elettorali due ex veline, o escort, o quello che erano? E, francamente, dubito che avessero esperienze o conoscenze in fatto di politica. Anche l'esempio che viene dato, l'idea che passa attraverso tutto questo, non è delle migliori.

L'Italia non è un posto dove stare volentieri. L'Italia è un Paese che più che il suo popolo e la sua economia, tiene a salvare la faccia. Che poi riesca in quest'impresa, lascio giudicare a voi, ma queste sembrano essere le pretese. L'Italia non è un Paese che ringrazia, piuttosto punisce ingiustamente, flagella persone spesso inutilmente (vedi il recente caso Boffo, ecc.). L'Italia, e con essa intendo anche il suo popolo, mi ricordano la descrizione del popolo fatta da Tacito: pronto ad acclamare prima questo e poi quello imperatore, senza alcuna coerenza. L'Italia non protegge le libertà dei suoi cittadini, piuttosto le nega.

E' un Paese dove vorrei poter stare, l'Italia, un Paese che amo e che tuttavia mi dà poco. Se ne avrò l'occasione, lo lascerò, pur con grande dolore, ma resterà nel mio cuore. Vado per trovare il meglio, the best of the best.

coccola5
ps. cito solo una frase della lettera di Celli, mi lasciate? Dammi retta, questo è un Paese che non ti merita. Avremmo voluto che fosse diverso e abbiamo fallito. Anche noi. Tu hai diritto di vivere diversamente, senza chiederti, ad esempio, se quello che dici o scrivi può disturbare qualcuno di questi mediocri che contano, col rischio di essere messo nel mirino, magari subdolamente, e trovarti emarginato senza capire perché.


lunedì 7 dicembre 2009

Italia senza cuore

Che rabbia. Che indignazione. E che forte senso di vuoto, di caduta.
Questo, questo soltanto provo di fronte ad una nazione indifferente e frenetica, troppo presa a raccontare le vacue e stupide vicende dei propri politici per accorgersi dei propri cittadini, dei propri morti, in particolare.


Nella giornata di martedì scorso, il 1^ Dicembre, una ragazza di S. Bonifacio, in provincia di Verona, si è tolta la vita gettandosi sotto un treno. Nessun giornale, nessuna televisione ha dedicato a questo fatto più di qualche parola. Nessuno ha dato ai suoi genitori un briciolo di attenzione e di conforto. Anzi. Trenitalia ha chiesto, freddamente e burocraticamente, il pagamento di una multa di 250.000 euro alla famiglia per i disagi causati. Con che coraggio non lo so proprio.


Sempre più spesso mi sembra che il mondo giri alla rovescia, che le cose non vadano come dovrebbero proprio per niente. Nessuno si interroga sulla motivazione di un gesto tanto estremo, ciò che importa è solo il lato tecnico della questione, i ritardi. Nessuno si preoccupa di onorare, anche minimamente, i propri morti. Questa ragazza, Alice B., aveva la mia età, 19 anni. Il fiore della vita. L'età in cui una ragazza dovrebbe essere spensierata, con tanta voglia di vivere e pronta a spaccare il mondo. Eppure... non si è salvata.


Dico così ricordando la poesia di apertura della raccolta Porto sepolto di Ungaretti, "In memoria". L'amico di cui parla Ungaretti nella poesia, Mohammed, non sapeva sciogliere con la scrittura le sue emozioni e questo, probabilmente più di ogni altra cosa, l'ha ucciso. Alice non si è salvata, quindi, perchè nella vita di ognuno, a ogni età, ci deve essere qualcosa che salvi da sè stessi e dal mondo, la musica, la poesia, la religione.. qualsiasi cosa possa servire. Lei probabilmente non aveva trovato il suo punto di risalita.


Quanto mi fa male. Non la conoscevo personalmente, ma com'è che mi scendono le lacrime agli occhi comunque? Forse è sapere, il prendere consapevolezza che c'è un punto in cui non ci si dà un'altra possibilità. Forse è il prendere coscienza, amaramente, che non ci rendiamo conto di quanta sofferenza le persone trascinino con sè nella propria vita. Di quanto questo possa squarciare dentro. Vorrei che ci potesse essere sempre un'altra possibilità, un altro secondo di stop..


 



Vorrei che chi di dovere, chi può, si occupasse di più di queste cose. E vorrei che non ci fosse tanta freddezza nelle cose. Come si può chiedere il pagamento di una simile somma dopo che tua figlia si è suicidata?? Che poi, scusatemi tanto, con tutti i ritardi che fanno loro.. in un mese ho perso diverse volte coincidenze o autobus per andare o tornare dall'università.. forse sarebbe il caso di un esame di coscienza. Davvero.

coccola5
ps. a titolo di correttezza, avevo pubblicato questo post l'altro ieri sul mio blog su IoBloggo, blog che non credo aggiornerò ancora, dal momento che il mio conflitto con Splinder sembra essere terminato. Avete avuto anche voi dei problemi con la piattaforma?