Prima di abbandonarvi a questo post un po' disgraziato..
nuntio vobis magnum gaudium: habemus blog! Okay, vi ricordate che avevo parlato tempo fa della creazione di un blog di giornalismo? Navigate nell'oblio?? Niente paura, la vostra coccola5 vuole cimentarsi in qualche articoletto di giornale possibilmente irriverente, dalle prospettive nuove e magari un poco audace. Dopo molti pensamenti e ripensamenti è nato
Luce sugli occhi, al seguente indirizzo:
http://lucesugliocchi.wordpress.com.
Perchè abbandoni Splinder?, penserà qualcuno. Per una serie di motivi: ho già altri due blog su Splinder che non mi sento di cancellare perchè sono una parte di me, Splinder ha un editor che fa abbastanza acqua e ripetutamente si blocca mentre scrivo, Wordpress fa assomigliare di più a un sito web la pagina del blog. Si possono aprire diverse pagine per la mia presentazione, il blog... Infine, avevo un account su Wordpress creato immemore tempo fa che non utilizzavo: lì ho adottato il nickname
kyriee, ma sono sempre io! Vi aspetto a leggere una presentazione del blog e, tempo permettendo, sabato o domenica elaboro qualcosa! Potete trovare il link al blog anche nella colonnina laterale alla voce Friends, dove ci sono anche le scuse a LM per aver inserito tardivamente il suo blog! :)
Due stupide giornate. E per fortuna sono state brevi, in un certo senso quasi inafferrabili. Io e mia madre avvolte in una crisi che non riuscivo a mettere a posto, condita da tutti i problemi del nostro usuale cattivo rapporto. Di per sé, il problema non sarebbe litigare: succede a tutti con i propri genitori. Litigare (o discutere) diventa un problema quando già sotto c’è qualche crepa non riparata. Mia madre ha il brutto difetto di rinfacciare le cose, cosa che puntualmente succede quando abbiamo una
baruffa, come direbbe mia nonna. Allora esce tutto, anche le cose che non si dovrebbero dire. “Spero che al primo stipendio tu vada a vivere per i fatti tuoi. Magari in America, visto che vuoi tanto andarci. E spero che tu ci rimanga vent’anni, almeno.” Dice queste cose con tanta serietà che alle volte mi è impossibile distinguere se parli sul serio o se sia la rabbia a farle uscire le parole.
Le parole, gaudio e guaio.
Soprattutto le parole, nonostante ogni cosa le parole. E ancora le parole, le parole, le parole. E il loro eco che s’infrange sul cuore. Sono ciò che di più bello abbiamo, eppure a volte vorrei poterne fare a meno. Ho un rapporto stranissimo con le parole, in realtà, di cui ho parlato soltanto una volta in tutta la mia vita. Con mia madre, a Torino. Le raccontai che le poesie, quelle pochissime che scrivo, hanno una funzione premonitrice. Io le compongo in un certo modo perché amo la liricità di alcuni verbi e sostantivi combinati, degli aggettivi e degli avverbi insieme in una maniera particolare. E poi, qualche giorno dopo, mi tornano in mente perché quello che ho scritto si è sbalzato sulla mia vita, in un certo senso è diventato realtà. È un concetto difficile da spiegare, me ne rendo conto. Ovviamente non intendo dire che diventano realtà letteralmente, ma semplicemente che danno un significato a una giornata di qualche tempo dopo. E penso:
come nella mia poesia.Quelle parole che non sono poesia diventano i post del mio blog. Diventano una critica, una lode, una descrizione, i miei pensieri trascritti e filtrati. Tempo fa scrivevo che non preparo i miei post per poi rivederli, anche perché sono certa che finirei sempre col cancellarne delle parti, però i termini che uso devono essere esatti. Preferisco postare una volta in meno piuttosto che essere fraintesa per la mia voracità di parole. Voglio che ogni frase dica esattamente quello che voglio esprimere, né più né meno. Sono convinta che i sinonimi non esistano. Ogni termine ha una sua sfaccettatura, e sto realizzando che l’italiano è povero come lingua. È molto musicale rispetto al tedesco e all’inglese, ma ha molti meno vocaboli. Pensate che ha solo 185.000 lemmi, l’inglese ne ha 500.000. C’è un termine per qualsiasi cosa si voglia dire. Pensate solo a “sentire”, che vuol dire molte cose: ascoltare o sentire male, quindi provare dolore, oppure vuol dire anche stare bene o male, e poi significa anche percepire. In inglese troverete
to hear per l’ascolto fisico,
to feel per spiegare che state o no bene o che avete male da qualche parte, e anche
to perceive e tanti altri verbi. In certi casi preferisco l’inglese, in altri ancora il tedesco. La lingua tedesca fa largo uso delle preposizioni per cambiare l’uso e il significato dei verbi. Ad esempio, il verbo “tenere” viene tradotto con
halten. A questo, aggiungendo il prefisso
er- (non separabile) il verbo acquista il significato di “ricevere”, aggiungendo la preposizione
unter-,
halten significa “intrattenere”, oppure intrattenersi nel senso di conversare se usato riflessivamente. Questo rende il tedesco molto interessante come lingua, e tuttavia una tortura lo studio dei verbi. Le parole tedesche sono molto affascinanti, si accumulano l’una sull’altra, come in
die Magersucht, cioè anoressia. Questa parola è composta da
mager, magro e da
sucht che significa mania, meglio ossessione. È decisamente una definizione migliore di “anoressia”, la cui etimologia greca significa inappetenza.
Non volevo “fare lezione”, ecco. Intanto mi sono un po’ liberata del peso di questo rapporto scaduto, andato (a) male.
Sono arrabbiata con te per tante cose, mi ha detto iersera,
mica per il tuo disordine. Il problema è che queste cose non me le hai dette, me le hai dette a metà, fai finta che non esistano. E poi ritornano, giustamente. I problemi irrisolti ritornano sempre, prima o dopo. E di solito sono puntuali. Prima di spegnere la luce ho letto qualche passo della Lettera di san Paolo ai Filippesi. L’ho trovata così piena di amore. Cercandone l’inizio, mi è sfuggita di mano la pagina e mi sono ritrovata a leggere un brano sul chiedersi perdono vicendevolmente. Penso che io e mia madre dovremmo parlare di perdono. Dovremmo parlare d’amore. E stilare un trattato di pace che concluda questa guerra logorante.
coccola5