sabato 29 ottobre 2011
giovedì 27 ottobre 2011
Dilemmi materni
Okay, se non fosse chiaro ho una confusione in testa da fare invidia. E non ho nemmeno il tempo di mettermi a riflettere un attimo ed escogitare un modo per dipanare questa matassa.
C'è un punto, però: le ultime due o tre persone che ho conosciuto hanno definito mia madre come "malata di una (non) strana forma di sindrome premestruale persistente". Mi chiedo se sono io a darne una descrizione sbagliata, o se le cose stiano effettivamente così.
Ai posteri l'ardua sentenza.
coccola5
C'è un punto, però: le ultime due o tre persone che ho conosciuto hanno definito mia madre come "malata di una (non) strana forma di sindrome premestruale persistente". Mi chiedo se sono io a darne una descrizione sbagliata, o se le cose stiano effettivamente così.
Ai posteri l'ardua sentenza.
coccola5
sabato 22 ottobre 2011
Se altri possono, io no
Premessa.
Mi sembrava giusto inserire una breve premessa a questo post. Questa sera ho voluto scrivere di un argomento, quello della fede, che mi è più caro di tutti gli altri. Giunta a questo punto, all’inizio di un cammino di animatrice, mi sembrava giusto farlo. Anche qui sul blog, non posso fingere che il Grande Capo sia un aspetto marginale della mia vita. Significherebbe mentire a me stessa e, dopo tutto, anche a voi. Naturalmente ciò che vi racconto ha valenza per me, è un’esperienza personale e bella. Ma, in fin dei conti, innamorarsi del Grande Capo vale davvero la pena.
Negli ultimi tempi, come avrete notato, ho inserito qualche pensiero legato alla fede, e in settimana ho aggiunto alla colonnina laterale del template la preghiera del mattino. Questo di fine estate è stato, ed è ancora, un periodo di cambiamento, di trapasso, per essere esatti. Di trapasso, lento e difficile, da una condizione ad un’altra. Per me, che fatico particolarmente ad affrontare cambiamenti di qualunque genere, avere iniziato tutta questa ‘cosa’ è già un passo avanti.
Si tratta di rimettere a posto la mia vita. So che in genere questa viene classificata come un’odiosa frase fatta ma, credetemi, I mean it. Negli ultimi mesi ho assistito al lento ed inesorabile naufragio di una barca – la mia – nelle acque profonde e spaventose di un immenso oceano. Ci sono stati dei momenti difficili, perché a volte mi sembrava di non riuscire a modificare tutto questo ma, a quanto pare, mai dire mai. Diciamolo, i bei voti all’università, ottenere ciò che voglio quasi senza sforzo, godere di una libertà pressoché illimitata, non mi danno la felicità. Sono piccoli istanti che paiono soddisfarci, ma poco dopo già li abbiamo dimenticati.
L’anno scorso la nostra parrocchia ha accolto don D., il nuovo curato. Io l’ho conosciuto in una serata organizzata dagli scout cui era presente come ospite. Siamo entrati subito in sintonia: abbiamo una certa affinità di carattere, il che, essendo io in linea generale un’antisociale, facilita parecchio le cose. Inizialmente ci incontravamo sporadicamente, per caso, poi ci siamo accordati per vederci più di frequente. Un tacito accordo fra noi stabiliva, in sostanza, che io mi lasciassi guidare. Durante i primi incontri ero io a condurre la conversazione, a parlargli dei miei cavalli che mi ‘distraevano’ dall’Eucarestia domenicale, delle mie rade amicizie e dei miei rapporti a casa e con ‘quello là in alto’. Poi, di punto in bianco, mi sono ritrovata a dover rispondere a delle domande semplici, dirette: “ma tu glielo lasci un posticino a Gesù Cristo nella tua vita?”, “ogni tanto riesci a pregare?”, e una domanda tira l’altra. Mi sono ritrovata a un incontro per animatori di adolescenti mercoledì sera, coinvolta da una persona che stimo e, amo pensarlo, trascinata – a forza, direi! – dall’amore di Quello là in alto, del Grande Capo. E nemmeno due giorni dopo, don D. mi chiede se non vorrei diventare animatrice. Chi, io? Vedi qualcun altro qui? Allora proprio io. Sì, cosa ne pensi? Penso che la cosa mi elettrizza e mi spaventa. È normale avere paura. Dici? Dico. Accetto la “sfida”. Bene, si comincia stasera. Sei libera, no? Sono libera, sì.
Parlavo del mio rapporto con il Grande Capo – chiamiamolo così il mio Gesù Cristo, almeno per il momento – con F. giusto sabato scorso. E anche a lei ho fatto lo discorso che ho fatto con altri, e che è il punto focale di questo post.
Non è che non si possa vivere senza Gesù Cristo. Ce ne sono di persone che vivono senza, e anch’io ho avuto dei momenti di lontananza. La differenza sta nel modo in cui si vive, e io senza di Lui faccio una fatica bestiale. Quando sto con Lui faccio fatica, ma questa sensazione così grave si tramuta in sollievo e serenità. Io non sono convinta, a differenza di quanto diceva il mio amico LM qualche post fa, che la felicità sia questione di un attimo fugace. La felicità è uno stato che perdura nella misura in cui vogliamo che questo momento si prolunghi.
E, per quanto io ci giri intorno, è con Gesù Cristo, con il Grande Capo, che sono felice. Sono esageratamente felice, perché conosco la portata del dono che mi è stato fatto, e cioè conoscere Lui. I momenti più belli sono quelli in cui Lui c’è. E non sono felice per un attimo, lo sono, passatemi il tecnicismo, continuativamente.
In altre parole, se altri possono vivere senza di Lui, io non posso. Non l’ho deciso io, l’ha deciso sempre lui, il Grande Capo. Il fatto è che vivere con lui significa ricevere un invito a nozze: e non si può dire no.
coccola5
Mi sembrava giusto inserire una breve premessa a questo post. Questa sera ho voluto scrivere di un argomento, quello della fede, che mi è più caro di tutti gli altri. Giunta a questo punto, all’inizio di un cammino di animatrice, mi sembrava giusto farlo. Anche qui sul blog, non posso fingere che il Grande Capo sia un aspetto marginale della mia vita. Significherebbe mentire a me stessa e, dopo tutto, anche a voi. Naturalmente ciò che vi racconto ha valenza per me, è un’esperienza personale e bella. Ma, in fin dei conti, innamorarsi del Grande Capo vale davvero la pena.
Negli ultimi tempi, come avrete notato, ho inserito qualche pensiero legato alla fede, e in settimana ho aggiunto alla colonnina laterale del template la preghiera del mattino. Questo di fine estate è stato, ed è ancora, un periodo di cambiamento, di trapasso, per essere esatti. Di trapasso, lento e difficile, da una condizione ad un’altra. Per me, che fatico particolarmente ad affrontare cambiamenti di qualunque genere, avere iniziato tutta questa ‘cosa’ è già un passo avanti.
Si tratta di rimettere a posto la mia vita. So che in genere questa viene classificata come un’odiosa frase fatta ma, credetemi, I mean it. Negli ultimi mesi ho assistito al lento ed inesorabile naufragio di una barca – la mia – nelle acque profonde e spaventose di un immenso oceano. Ci sono stati dei momenti difficili, perché a volte mi sembrava di non riuscire a modificare tutto questo ma, a quanto pare, mai dire mai. Diciamolo, i bei voti all’università, ottenere ciò che voglio quasi senza sforzo, godere di una libertà pressoché illimitata, non mi danno la felicità. Sono piccoli istanti che paiono soddisfarci, ma poco dopo già li abbiamo dimenticati.
L’anno scorso la nostra parrocchia ha accolto don D., il nuovo curato. Io l’ho conosciuto in una serata organizzata dagli scout cui era presente come ospite. Siamo entrati subito in sintonia: abbiamo una certa affinità di carattere, il che, essendo io in linea generale un’antisociale, facilita parecchio le cose. Inizialmente ci incontravamo sporadicamente, per caso, poi ci siamo accordati per vederci più di frequente. Un tacito accordo fra noi stabiliva, in sostanza, che io mi lasciassi guidare. Durante i primi incontri ero io a condurre la conversazione, a parlargli dei miei cavalli che mi ‘distraevano’ dall’Eucarestia domenicale, delle mie rade amicizie e dei miei rapporti a casa e con ‘quello là in alto’. Poi, di punto in bianco, mi sono ritrovata a dover rispondere a delle domande semplici, dirette: “ma tu glielo lasci un posticino a Gesù Cristo nella tua vita?”, “ogni tanto riesci a pregare?”, e una domanda tira l’altra. Mi sono ritrovata a un incontro per animatori di adolescenti mercoledì sera, coinvolta da una persona che stimo e, amo pensarlo, trascinata – a forza, direi! – dall’amore di Quello là in alto, del Grande Capo. E nemmeno due giorni dopo, don D. mi chiede se non vorrei diventare animatrice. Chi, io? Vedi qualcun altro qui? Allora proprio io. Sì, cosa ne pensi? Penso che la cosa mi elettrizza e mi spaventa. È normale avere paura. Dici? Dico. Accetto la “sfida”. Bene, si comincia stasera. Sei libera, no? Sono libera, sì.
Parlavo del mio rapporto con il Grande Capo – chiamiamolo così il mio Gesù Cristo, almeno per il momento – con F. giusto sabato scorso. E anche a lei ho fatto lo discorso che ho fatto con altri, e che è il punto focale di questo post.
Non è che non si possa vivere senza Gesù Cristo. Ce ne sono di persone che vivono senza, e anch’io ho avuto dei momenti di lontananza. La differenza sta nel modo in cui si vive, e io senza di Lui faccio una fatica bestiale. Quando sto con Lui faccio fatica, ma questa sensazione così grave si tramuta in sollievo e serenità. Io non sono convinta, a differenza di quanto diceva il mio amico LM qualche post fa, che la felicità sia questione di un attimo fugace. La felicità è uno stato che perdura nella misura in cui vogliamo che questo momento si prolunghi.
E, per quanto io ci giri intorno, è con Gesù Cristo, con il Grande Capo, che sono felice. Sono esageratamente felice, perché conosco la portata del dono che mi è stato fatto, e cioè conoscere Lui. I momenti più belli sono quelli in cui Lui c’è. E non sono felice per un attimo, lo sono, passatemi il tecnicismo, continuativamente.
In altre parole, se altri possono vivere senza di Lui, io non posso. Non l’ho deciso io, l’ha deciso sempre lui, il Grande Capo. Il fatto è che vivere con lui significa ricevere un invito a nozze: e non si può dire no.
coccola5
giovedì 20 ottobre 2011
Del seccatore
Ci sono persone che si innamorano, o diventano amiche, di qualcuno che fino a tempo prima non sopportavano. A me succede di rado, perché generalmente sono molto selettiva e non coinvolgo molte persone nei rapporti interpersonali. Un paio di anni fa, tornando da scuola in bus, ho conosciuto un amico di mia sorella. Ci siamo trovati da subito affini nel carattere, ma tra una battuta e l’altra ho scoperto che non sapeva cosa fosse un amore platonico. Inutile negarvi la delusione. Trascurando i motivi di questa discussione, che probabilmente mi porterebbero a scrivere un post illimitato, prima che scendesse dal bus ci eravamo comunque scambiati i numeri di telefono con la promessa di risentirci.
Come sapete, sono single da diversi anni, ergo non siamo mai stati insieme, nemmeno platonicamente. Forse quella battuta era un segno! Ad ogni modo, a inizio settimana mi contatta su Fb. Scopro di piacergli fisicamente, e che – ve lo dico senza tante perifrasi – vorrebbe vedermi per farsi una scopata. Utilizzando una sottile vena di sarcasmo, cerco di fargli comprendere che non esiste nemmeno la remota possibilità che mi vedrà svestita, almeno non con queste premesse. Come sempre mi accade in queste situazioni, quando non ne posso più salta fuori il mio amore per la grammatica e per i vocaboli sconosciuti alle masse: generalmente non lo faccio di proposito, ma stavolta sì. Spero che mi chieda cosa significa questo o quello, lo faccio per infastidirlo e per essere conseguentemente lasciata in pace. Giacchè la cosa non sortisce l’effetto desiderato, il mio amico mi scrive chiedendomi di inviargli una mia foto sexy. Sempre più nervosa, e desiderosa di chiudere la faccenda in fretta, gli invio questa:
-> Gianna che bacia una statua!! Ammetto che comunque l’attesa di una sua risposta mi divertiva. Ma io volevo una tua foto!, mi scrive. Fidati, questa per te è sufficientemente sexy.
Come conclusione non sarebbe male, ma c’è di meglio. Lui, imperterrito, continua a proporsi come mio amante e io a declinare l’invito, finchè alla fine, desiderosa do dormire e preoccupata per l’esame del giorno dopo, gli do la buonanotte e il benservito. “Non credi che la buona riuscita dei miei esami universitari abbia la precedenza sul cybersex all’1 di notte? E poi sono sicura che a masturbarti sei un genio, abbi fiducia in te!”. Fine delle scocciature.
coccola5
Comunicazione di servizio.
La colonnina nuova che trovate a sinistra, dal titolo Di te ha sete l'anima mia è uno spunto di preghiera per quanti si sentissero di condividerlo nel cuore. A me è stato proposto come pensiero mattutino, a cui va aggiunta la domanda che trovate scritta in corsivo. Mi sembra un buon modo per iniziare la giornata e, almeno per me, funziona bene. Tenete caldo il cuore, di qualunque cosa lo faccia battere forte.
Come sapete, sono single da diversi anni, ergo non siamo mai stati insieme, nemmeno platonicamente. Forse quella battuta era un segno! Ad ogni modo, a inizio settimana mi contatta su Fb. Scopro di piacergli fisicamente, e che – ve lo dico senza tante perifrasi – vorrebbe vedermi per farsi una scopata. Utilizzando una sottile vena di sarcasmo, cerco di fargli comprendere che non esiste nemmeno la remota possibilità che mi vedrà svestita, almeno non con queste premesse. Come sempre mi accade in queste situazioni, quando non ne posso più salta fuori il mio amore per la grammatica e per i vocaboli sconosciuti alle masse: generalmente non lo faccio di proposito, ma stavolta sì. Spero che mi chieda cosa significa questo o quello, lo faccio per infastidirlo e per essere conseguentemente lasciata in pace. Giacchè la cosa non sortisce l’effetto desiderato, il mio amico mi scrive chiedendomi di inviargli una mia foto sexy. Sempre più nervosa, e desiderosa di chiudere la faccenda in fretta, gli invio questa:
Come conclusione non sarebbe male, ma c’è di meglio. Lui, imperterrito, continua a proporsi come mio amante e io a declinare l’invito, finchè alla fine, desiderosa do dormire e preoccupata per l’esame del giorno dopo, gli do la buonanotte e il benservito. “Non credi che la buona riuscita dei miei esami universitari abbia la precedenza sul cybersex all’1 di notte? E poi sono sicura che a masturbarti sei un genio, abbi fiducia in te!”. Fine delle scocciature.
coccola5
Comunicazione di servizio.
La colonnina nuova che trovate a sinistra, dal titolo Di te ha sete l'anima mia è uno spunto di preghiera per quanti si sentissero di condividerlo nel cuore. A me è stato proposto come pensiero mattutino, a cui va aggiunta la domanda che trovate scritta in corsivo. Mi sembra un buon modo per iniziare la giornata e, almeno per me, funziona bene. Tenete caldo il cuore, di qualunque cosa lo faccia battere forte.
giovedì 13 ottobre 2011
Ti telefono o no
Mentre facevo pausa dallo studio, pochi minuti fa, ne ho approfittato per fare un paio di telefonate. Dopo aver chiamato l'università per risolvere una formalità, ho digitato il numero di E.
Non lo sentivo.. praticamente da Aprile. Lo avevo chiamato un paio di settimane fa dopo essere tornata in ristorante. I ragazzi mi avevano detto che si informava su di me, di tanto in tanto, e quindi - ne avevo dedotto io - probabilmente gli mancavo. Di sicuro pensava a me. Oggi ci siamo accordati per vederci domani, verso le 17. Un'oretta assieme prima che vada a lavoro. La cosa mi fa sorridere. Non si tratta proprio di gioia, è qualcosa di incerto fra l'attesa e il pregustare la scoperta. Sono curiosa di scoprire se ci sono novità, se ha fatto qualche passo avanti.
Di fatto la telefonata non è durata più di un paio di minuti striminziti e frettolosi. Sono abituata alle telefonate on the way. L'unica con cui parlerei per ore attraveso il ricevitore è F. Con lei le cose da raccontare, i dettagli e i particolari aumentano parola dopo parola. Da un argomento ne nasce un altro, come i fiori a primavera. Sbocciano gentili le risate, il tono della voce cambia lentamente e in modo misurato.
Di fatto, conosco sempre benissimo le persone di cui mi circondo. Alle scuole medie, la mia amichetta si chiamava Melania. Ne conoscevo tutti i possibili toni di voce, e ricordo che, rimanendo all'altro lato della stanza, percepivo esattamente i tempi della conversazione dal suo gesticolare, dal suo modo di muoversi.
Lo stesso è sempre valso anche con E. Dopo qualche tempo, ho imparato a conoscere il suo sguardo meglio di altre persone. Ogni tanto capitava di incontrare l'idiota di turno che diceva qualche cosa stupida in pubblico. E. lo guardava come si guarderebbe uno scienziato, gli occhi fissi sulla sua figura per qualche istante dilatato. Io, non so bene perchè, ho sempre pensato che si rifiuti di giudicare, probabilmente perchè - anche in quanto gay - conosce il peso del giudizio degli altri.
Non so quantificare il mio desiderio di vederlo domani. A distanza di mesi è difficile riprendere un rapporto, e sono certa che mi offenderebbe se E. fingesse che in questi mesi ci siamo visti tutte le settimane, come abbiamo sempre fatto. Mille pensieri vagano effervescenti nella mia testa: la preoccupazione per l'esame e la voglia di staccare, il modo in cui la prenderà mia madre e i miei 20 anni e, in fin dei conti, l'effettiva voglia di incontrarci. Mi sto chiudendo anch'io per qualche ragione: ultimamente spero come non mai di non trovare in giro persone che conosco e di non doverle salutare per forza. E' un periodo di assoluta apatia: parlo pochissimo - il che per me è più unico che raro - e ascolto poca musica, altro fatto per me straordinario.
Dire che sono confusa è riduttivo. Gira, gira, gira la testa senza fermarsi un attimo.
coccola5
Non lo sentivo.. praticamente da Aprile. Lo avevo chiamato un paio di settimane fa dopo essere tornata in ristorante. I ragazzi mi avevano detto che si informava su di me, di tanto in tanto, e quindi - ne avevo dedotto io - probabilmente gli mancavo. Di sicuro pensava a me. Oggi ci siamo accordati per vederci domani, verso le 17. Un'oretta assieme prima che vada a lavoro. La cosa mi fa sorridere. Non si tratta proprio di gioia, è qualcosa di incerto fra l'attesa e il pregustare la scoperta. Sono curiosa di scoprire se ci sono novità, se ha fatto qualche passo avanti.
Di fatto la telefonata non è durata più di un paio di minuti striminziti e frettolosi. Sono abituata alle telefonate on the way. L'unica con cui parlerei per ore attraveso il ricevitore è F. Con lei le cose da raccontare, i dettagli e i particolari aumentano parola dopo parola. Da un argomento ne nasce un altro, come i fiori a primavera. Sbocciano gentili le risate, il tono della voce cambia lentamente e in modo misurato.
Di fatto, conosco sempre benissimo le persone di cui mi circondo. Alle scuole medie, la mia amichetta si chiamava Melania. Ne conoscevo tutti i possibili toni di voce, e ricordo che, rimanendo all'altro lato della stanza, percepivo esattamente i tempi della conversazione dal suo gesticolare, dal suo modo di muoversi.
Lo stesso è sempre valso anche con E. Dopo qualche tempo, ho imparato a conoscere il suo sguardo meglio di altre persone. Ogni tanto capitava di incontrare l'idiota di turno che diceva qualche cosa stupida in pubblico. E. lo guardava come si guarderebbe uno scienziato, gli occhi fissi sulla sua figura per qualche istante dilatato. Io, non so bene perchè, ho sempre pensato che si rifiuti di giudicare, probabilmente perchè - anche in quanto gay - conosce il peso del giudizio degli altri.
Non so quantificare il mio desiderio di vederlo domani. A distanza di mesi è difficile riprendere un rapporto, e sono certa che mi offenderebbe se E. fingesse che in questi mesi ci siamo visti tutte le settimane, come abbiamo sempre fatto. Mille pensieri vagano effervescenti nella mia testa: la preoccupazione per l'esame e la voglia di staccare, il modo in cui la prenderà mia madre e i miei 20 anni e, in fin dei conti, l'effettiva voglia di incontrarci. Mi sto chiudendo anch'io per qualche ragione: ultimamente spero come non mai di non trovare in giro persone che conosco e di non doverle salutare per forza. E' un periodo di assoluta apatia: parlo pochissimo - il che per me è più unico che raro - e ascolto poca musica, altro fatto per me straordinario.
Dire che sono confusa è riduttivo. Gira, gira, gira la testa senza fermarsi un attimo.
coccola5
mercoledì 12 ottobre 2011
Una possibilità di cambiare le cose
Da alcuni giorni cercavo lo spunto giusto per scrivere. Stamattina sono capitata su questo articolo di Repubblica praticamente per caso, ma volevo raccontarvi la storia. Forse qualcuno di voi l’avrà visto, I ragazzi stanno bene, il film con Julianne Moore uscito in aprile di quest’anno. Io ne ho avuto l’occasione ieri sera e stamattina cercavo qualche informazione sui figli delle coppie gay in Italia e sulla situazione attuale. Dopo aver letto un articolo, il motore di ricerca del quotidiano mi propone questa storia, così intitolata: La cabina per fototessere come casa. La storia di Giovanni, operaio senza lavoro.
Mi riservo di citare in fondo la pagina dove trovate l’articolo, e del resto l’argomento mi sembra già ampiamente sviluppato dal titolo. Sì, è la storia di Giovanni, questo imbianchino rovinato dalla crisi. Non è il primo, da qualche anno a questa parte, ad aver “cambiato casa”. La gente lo ha notato, com’è naturale, i bar in giro gli hanno spesso offerto colazione e pranzo ma, a parte questo, la sua città ha ammesso questo status quo soltanto quando a Giovanni sono sanguinati i piedi per un blocco della circolazione sanguigna.
Mi domando perché restiamo tutti a guardare. Io inclusa. Delle volte passo di fronte a delle scene di povertà e l’unica reazione accettabile che riesco ad avere è un senso di pietà, prima ancora che di compassione. Ciò che accomuna quasi tutti è che, a parte guardare queste persone e pensare “poverino”, non li aiutiamo veramente e nel modo giusto. Non offriamo loro un lavoro se possiamo farlo e, quel che è peggio, fingiamo che non esistano.
Con questo post non voglio fare la morale proprio a nessuno, se non a me stessa. Voglio appellarmi alla nostra possibilità di cambiare le cose e di fare concretamente un atto buono. Kant diceva che deve essere un imperativo morale. Ricordo ancora le parole del prof di Filosofia quando ci ha spiegato questo concetto: “non lo faccio perché mosso a compassione, perché devo redimermi da qualche colpa o perché spero di ottenerne un riconoscimento o una ricompensa, lo faccio perché devo farlo. Non c’è altra motivazione.”
Per il momento, ciò che posso concretamente fare è raccontare qui questa storia e farla conoscere a quante più persone possibile.
http://www.repubblica.it/cronaca/2011/10/10/news/uomo_cabina-22969689/: qui l'articolo di Repubblica.
coccola5
Mi riservo di citare in fondo la pagina dove trovate l’articolo, e del resto l’argomento mi sembra già ampiamente sviluppato dal titolo. Sì, è la storia di Giovanni, questo imbianchino rovinato dalla crisi. Non è il primo, da qualche anno a questa parte, ad aver “cambiato casa”. La gente lo ha notato, com’è naturale, i bar in giro gli hanno spesso offerto colazione e pranzo ma, a parte questo, la sua città ha ammesso questo status quo soltanto quando a Giovanni sono sanguinati i piedi per un blocco della circolazione sanguigna.
Mi domando perché restiamo tutti a guardare. Io inclusa. Delle volte passo di fronte a delle scene di povertà e l’unica reazione accettabile che riesco ad avere è un senso di pietà, prima ancora che di compassione. Ciò che accomuna quasi tutti è che, a parte guardare queste persone e pensare “poverino”, non li aiutiamo veramente e nel modo giusto. Non offriamo loro un lavoro se possiamo farlo e, quel che è peggio, fingiamo che non esistano.
Con questo post non voglio fare la morale proprio a nessuno, se non a me stessa. Voglio appellarmi alla nostra possibilità di cambiare le cose e di fare concretamente un atto buono. Kant diceva che deve essere un imperativo morale. Ricordo ancora le parole del prof di Filosofia quando ci ha spiegato questo concetto: “non lo faccio perché mosso a compassione, perché devo redimermi da qualche colpa o perché spero di ottenerne un riconoscimento o una ricompensa, lo faccio perché devo farlo. Non c’è altra motivazione.”
Per il momento, ciò che posso concretamente fare è raccontare qui questa storia e farla conoscere a quante più persone possibile.
http://www.repubblica.it/cronaca/2011/10/10/news/uomo_cabina-22969689/: qui l'articolo di Repubblica.
coccola5
venerdì 30 settembre 2011
Croce sul cuore
A volte non succede niente di importante per giorni. Con "importante" non intendo matrimoni, traslochi, o cose del genere, intendo accadimenti che lasciano un segno, anche piccolo, nel tuo cuore.
Quei giorni passano un po' nell'inattività, nell'apatia. Non vedi l'ora che sia sera per andare a dormire, sperando che farai un sogno memorabile. E quando la mattina dopo ti svegli, sei consapevole del fatto che le cose non cambieranno per magia.
Stasera ho visto un film, Stanno tutti bene. Niente di speciale, a mio avviso, semplicemente una piccola lezione per quei genitori che pretendono troppo dai loro figli, ma i film mi lasciano un pizzico di buonumore, e alle volte mi danno la spinta per riguardare dentro me stessa.
Non ci ho pensato troppo: ho spento la tv mentre scorrevano sullo schermo i titoli di coda e mi sono inginocchiata sul marmo. Ho promesso a Dio, ma soprattutto a me stessa, che quei giorni apatici e vacui sono terminati. Ci sono tante cose che posso fare, e ho tanto tempo da spendere bene, soprattutto ora che posso disporne come meglio posso. Ho un'infinità di ore per leggere, studiare, ascoltare musica, migliorare il mio tedesco e lo spagnolo. Ho chiesto scusa perchè non posso permettermi di sprecare i miei talenti, davvero.
Eccola qui la mia promessa. E' una cosa grande, ma non così tanto. Croce sul cuore.
coccola5
Quei giorni passano un po' nell'inattività, nell'apatia. Non vedi l'ora che sia sera per andare a dormire, sperando che farai un sogno memorabile. E quando la mattina dopo ti svegli, sei consapevole del fatto che le cose non cambieranno per magia.
Stasera ho visto un film, Stanno tutti bene. Niente di speciale, a mio avviso, semplicemente una piccola lezione per quei genitori che pretendono troppo dai loro figli, ma i film mi lasciano un pizzico di buonumore, e alle volte mi danno la spinta per riguardare dentro me stessa.
Non ci ho pensato troppo: ho spento la tv mentre scorrevano sullo schermo i titoli di coda e mi sono inginocchiata sul marmo. Ho promesso a Dio, ma soprattutto a me stessa, che quei giorni apatici e vacui sono terminati. Ci sono tante cose che posso fare, e ho tanto tempo da spendere bene, soprattutto ora che posso disporne come meglio posso. Ho un'infinità di ore per leggere, studiare, ascoltare musica, migliorare il mio tedesco e lo spagnolo. Ho chiesto scusa perchè non posso permettermi di sprecare i miei talenti, davvero.
Eccola qui la mia promessa. E' una cosa grande, ma non così tanto. Croce sul cuore.
coccola5
mercoledì 28 settembre 2011
No guasti, no party!
Da qualche giorno io e mia sorella abbiamo casa libera: i miei genitori si sono concessi un’ultima vacanza prima dell’inizio vero e proprio dell’anno scolastico e lavorativo. Così, lunedì ne ho approfittato per invitare F. qui da me, anche per avere un po’ di allegra e sana compagnia. Ci siamo trovate nel pomeriggio, dato che la mattina dovevo recarmi in uni per farmi dare degli appunti per un esame, e abbiamo preso il bus insieme. F. è, in un certo senso, una novellina delle zone di provincia: abita in città e, a quanto ne so, raramente si reca nei “dintorni”. Di conseguenza, mi fa sempre un po’ tenerezza quando viene da me: mi sembra di essere una vera e propria donna di mondo, abituata come sono a prendere mille autobus e treni, a destreggiarmi fra coincidenze, autostrade e mille avversità.
La sera ci siamo fatte una pasta alla carbonara per cena e abbiamo visto un paio di film, ma la vera sorpresa l’abbiamo trovata il mattino dopo. Alzatami, sento la voce di mio nonno che mi chiama (erano quasi le undici!) e mi spiega concitato che l’impianto elettrico è.. puff! svanito. Non eccessivamente sconvolta, avverto mio papà per telefono: mi dice che mi manda l’elettricista che lavora da lui a dare un’occhiata e di fargli sapere più tardi. Dopo un paio d’ore di lavoro, emerge il guasto e si riesce a sistemare e, soprattutto, a far tornare la corrente.
A dirla tutta, sono abituata a questo genere di inconvenienti. Quando i miei vanno da qualche parte, anche la casa si prende qualche giorno di ferie. L’ultima volta il fornello aveva deciso di scioperare e per qualche giorno siamo andati da mia nonna per tutti i pasti, quella precedente è saltato il telefono e con lui Internet, quella prima ancora Spirit, il mio gattone, è morto e.. mettiamo la ciliegina sulla torta? Un paio di anni fa, i miei si sono assentati per qualche giorno. Avevamo appena preso una gattina bianca, come quella che ho ora, e una sera, dopo cena, non l’abbiamo più trovata. Quindi, ne dedurrete, casa libera non equivale a grandi feste.
Per il momento speriamo di arrivare a fine settimana senza altri problemi.
coccola5
La sera ci siamo fatte una pasta alla carbonara per cena e abbiamo visto un paio di film, ma la vera sorpresa l’abbiamo trovata il mattino dopo. Alzatami, sento la voce di mio nonno che mi chiama (erano quasi le undici!) e mi spiega concitato che l’impianto elettrico è.. puff! svanito. Non eccessivamente sconvolta, avverto mio papà per telefono: mi dice che mi manda l’elettricista che lavora da lui a dare un’occhiata e di fargli sapere più tardi. Dopo un paio d’ore di lavoro, emerge il guasto e si riesce a sistemare e, soprattutto, a far tornare la corrente.
A dirla tutta, sono abituata a questo genere di inconvenienti. Quando i miei vanno da qualche parte, anche la casa si prende qualche giorno di ferie. L’ultima volta il fornello aveva deciso di scioperare e per qualche giorno siamo andati da mia nonna per tutti i pasti, quella precedente è saltato il telefono e con lui Internet, quella prima ancora Spirit, il mio gattone, è morto e.. mettiamo la ciliegina sulla torta? Un paio di anni fa, i miei si sono assentati per qualche giorno. Avevamo appena preso una gattina bianca, come quella che ho ora, e una sera, dopo cena, non l’abbiamo più trovata. Quindi, ne dedurrete, casa libera non equivale a grandi feste.
Per il momento speriamo di arrivare a fine settimana senza altri problemi.
coccola5
mercoledì 14 settembre 2011
Mina e la mia voglia di studiare
Dove se n'è andata la mia voglia di studiare? La sto cercando disperatamente.
In compenso ascolto musica. Ascolto, Mina per la precisione. Vi lascio con Parole, parole, parole che io... beh, semplicemente amo.
coccola5
http://www.youtube.com/watch?v=wrlew2G6nvA
In compenso ascolto musica. Ascolto, Mina per la precisione. Vi lascio con Parole, parole, parole che io... beh, semplicemente amo.
coccola5
http://www.youtube.com/watch?v=wrlew2G6nvA
lunedì 12 settembre 2011
Senza godermi ancora (Tributo - anche - a Gianna Nannini)
Si dice, a volte, che amare qualcuno significa lasciarlo andare. So che questo è incontrovertibile e innegabile, ma ammetterlo significa inchinarsi a questa verità. Nulla è più difficile di guardare dentro sé e riconoscere che qualcuno o qualcosa non fa per noi, anche se ce ne siamo innamorati, e dobbiamo lasciare che prenda la sua strada.
Che si tratti di una persona o di un cavallo, per me la difficoltà è eguale. Il grado è sommo, lo è sempre stato per una qualche logica ragione. Non avrebbe potuto essere più difficile trattandosi di JW, un amore grandissimo e malato. Non so quanto ho pianto, lottato e scalpitato, non saprei misurare in quanta parte mi sono data. Eppure doveva essere nell’anima, e lì ti lascio per sempre, sospeso immobile, fermo immagine, un fermo che non passa mai.
È così, con questo spirito, che questa mattina sono uscita a cavallo dopo tre mesi abbondanti di inattività. Ma non è lui che ho sellato, piuttosto Carrie, quella cavalla di cui vi avevo narrato qualche post or’è. Una passeggiata innamorante, anche se dall’inizio dubbioso, perché la piccola è morbida alla mano (leggi: la si guida facilmente), forse perché non esce spesso, ubbidiente e molto serena d’animo. Cammina come voglio e dove voglio, va da sola se glielo chiedo, sta davanti e dietro, non impazza per la strada al galoppo né si impenna dallo spavento. Ha il cuore forte, a voler usare una metafora.
Ha un cuore uso alle abitudini di molti cavalieri, più o meno rispettosi della sua indole così docile, della sua avanzata età, del suo carattere. Ci siamo conosciute lentamente, noi due. Stranamente, e inaspettatamente, ha compreso la mia difficoltà nel risalire a cavallo dopo tanto. Ancor più particolarmente, in qualche maniera affettuosa è “entrata” nel mio dolore, nel mio malinconico sentimento di abbandono per JW, e ha camminato per tutto il tempo vicino a lui, concedendomi di toccargli le orecchie e di carezzare più lui che lei.
A pranzo ci siamo fermati in un ristorantino molto carino. Dopo che abbiamo legato i cavalli, i miei sono andati a sedersi a tavola e io, forte del fatto che dall’interno non mi vedevano, mi sono coccolata JW. È stato straziante, un disperato baciarsi e carezzarsi di chi ha compreso che un amore è fallito e finito e, come negarlo?, ho infine pianto. Appoggiata alla sua criniera con la testa, con la voce completamente strozzata e le guance rigate, gli mormoravo la mia nostalgia. Mi manchi tanto, mi manchi tanto, ho ripetuto per due o tre minuti. Quando mi sono accoccolata vicino a lui, mi ha baciato un paio di volte e poi si è voltato, come un amante che se ne vada tristemente senza più guardare dietro sé.
È stato emozionante, dopo tutto. Bello e meraviglioso infine. Cantavo Pazienza di Gianna Nannini anche a Carrie, mentre i pensieri si disperdevano nell’aria. Nel pomeriggio il bosco mi ha soccorsa. Come se dai rami potesse parlare il divino, le fronde degli alberi sussurravano piano, il cielo azzurrissimo mai si è rannuvolato od oscurato, mai i sentieri mi sono parsi ardui e impervi. E quand’anche lo siano stati, Carrie ascoltava la mia voce canterina.
E infine Franco, compagno nelle nostre passeggiate da una vita, che mi ha portata lontano al galoppo. Un galoppo dietro l’altro, ad occhi chiusi, un orgasmo sempre più grande ed innamorante, un sentimento di dolcissimo oblio e accettazione. Rinascere al galoppo, a cavallo, ecco perché non posso accantonare l’equitazione per via di un amore fallito. Se non fossi sempre e comunque salvata dai galoppi, non so che altro potrebbe ridarmi la vita e la gioia di vivere.
Qui c’è tutto quello che volevo scrivere di oggi, tutti i miei contrastanti sentimenti. La giornata di oggi è stata poesia e musica, è stata dolore e gioia, serenità nuova e ritrovata. È vero, è tempo che le cose cambino per me, e io ho iniziato così. A cavallo, come sempre.
Ti bacio, JW, ti auguro di essere sereno, ti auguro che la tua paura venga sventrata dalla forza del tuo galoppo. Fa come se fosse un muro nero di cartongesso: saltale dentro e divorala. Distruggila con le tue zampe forti, con le macchie bianche della tua schiena. Verrà un giorno in cui staremo ancora insieme, ma non è ora quel tempo. Dobbiamo avere pazienza, come dice Gianna, mio adorato JW. Ti stringo forte al petto, lì dove ti strofini sempre. Se c’è una tua strada, seguila con forza, con le falcate dei galoppi. Ti prometto che ti salveranno sempre.
coccola5
Che si tratti di una persona o di un cavallo, per me la difficoltà è eguale. Il grado è sommo, lo è sempre stato per una qualche logica ragione. Non avrebbe potuto essere più difficile trattandosi di JW, un amore grandissimo e malato. Non so quanto ho pianto, lottato e scalpitato, non saprei misurare in quanta parte mi sono data. Eppure doveva essere nell’anima, e lì ti lascio per sempre, sospeso immobile, fermo immagine, un fermo che non passa mai.
È così, con questo spirito, che questa mattina sono uscita a cavallo dopo tre mesi abbondanti di inattività. Ma non è lui che ho sellato, piuttosto Carrie, quella cavalla di cui vi avevo narrato qualche post or’è. Una passeggiata innamorante, anche se dall’inizio dubbioso, perché la piccola è morbida alla mano (leggi: la si guida facilmente), forse perché non esce spesso, ubbidiente e molto serena d’animo. Cammina come voglio e dove voglio, va da sola se glielo chiedo, sta davanti e dietro, non impazza per la strada al galoppo né si impenna dallo spavento. Ha il cuore forte, a voler usare una metafora.
Ha un cuore uso alle abitudini di molti cavalieri, più o meno rispettosi della sua indole così docile, della sua avanzata età, del suo carattere. Ci siamo conosciute lentamente, noi due. Stranamente, e inaspettatamente, ha compreso la mia difficoltà nel risalire a cavallo dopo tanto. Ancor più particolarmente, in qualche maniera affettuosa è “entrata” nel mio dolore, nel mio malinconico sentimento di abbandono per JW, e ha camminato per tutto il tempo vicino a lui, concedendomi di toccargli le orecchie e di carezzare più lui che lei.
A pranzo ci siamo fermati in un ristorantino molto carino. Dopo che abbiamo legato i cavalli, i miei sono andati a sedersi a tavola e io, forte del fatto che dall’interno non mi vedevano, mi sono coccolata JW. È stato straziante, un disperato baciarsi e carezzarsi di chi ha compreso che un amore è fallito e finito e, come negarlo?, ho infine pianto. Appoggiata alla sua criniera con la testa, con la voce completamente strozzata e le guance rigate, gli mormoravo la mia nostalgia. Mi manchi tanto, mi manchi tanto, ho ripetuto per due o tre minuti. Quando mi sono accoccolata vicino a lui, mi ha baciato un paio di volte e poi si è voltato, come un amante che se ne vada tristemente senza più guardare dietro sé.
È stato emozionante, dopo tutto. Bello e meraviglioso infine. Cantavo Pazienza di Gianna Nannini anche a Carrie, mentre i pensieri si disperdevano nell’aria. Nel pomeriggio il bosco mi ha soccorsa. Come se dai rami potesse parlare il divino, le fronde degli alberi sussurravano piano, il cielo azzurrissimo mai si è rannuvolato od oscurato, mai i sentieri mi sono parsi ardui e impervi. E quand’anche lo siano stati, Carrie ascoltava la mia voce canterina.
E infine Franco, compagno nelle nostre passeggiate da una vita, che mi ha portata lontano al galoppo. Un galoppo dietro l’altro, ad occhi chiusi, un orgasmo sempre più grande ed innamorante, un sentimento di dolcissimo oblio e accettazione. Rinascere al galoppo, a cavallo, ecco perché non posso accantonare l’equitazione per via di un amore fallito. Se non fossi sempre e comunque salvata dai galoppi, non so che altro potrebbe ridarmi la vita e la gioia di vivere.
Qui c’è tutto quello che volevo scrivere di oggi, tutti i miei contrastanti sentimenti. La giornata di oggi è stata poesia e musica, è stata dolore e gioia, serenità nuova e ritrovata. È vero, è tempo che le cose cambino per me, e io ho iniziato così. A cavallo, come sempre.
Ti bacio, JW, ti auguro di essere sereno, ti auguro che la tua paura venga sventrata dalla forza del tuo galoppo. Fa come se fosse un muro nero di cartongesso: saltale dentro e divorala. Distruggila con le tue zampe forti, con le macchie bianche della tua schiena. Verrà un giorno in cui staremo ancora insieme, ma non è ora quel tempo. Dobbiamo avere pazienza, come dice Gianna, mio adorato JW. Ti stringo forte al petto, lì dove ti strofini sempre. Se c’è una tua strada, seguila con forza, con le falcate dei galoppi. Ti prometto che ti salveranno sempre.
coccola5
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