giovedì 26 aprile 2012

Scaramucce aeroportuali


È ormai noto anche ai sassi che RyanAir esige che i suoi passeggeri facciano check-in online. Il che è cosa santa, più delle reliquie di S. Antonio da Padova, perché su 150 persone spesso ad avere bagaglio sono in 25-30, 40 quando sono tante. Di conseguenza, carta d’imbarco alla mano, si va direttamente al gate senza fare troppe code e noi addette al check-in – io aspirante tale – risparmiamo un sacco di tempo. Il guaio è che c’è sempre qualche scemo che ignora le mail della compagnia e cosa fa? Indovinato! Va al gate con il biglietto, e non con la carta d’imbarco...

Fidatevi, non è un problema da poco. Spesso il controllo delle boarding pass viene fatto a mezz’ora dal decollo, e immaginate di spedire anche solo tre persone, come oggi, a pagare in biglietteria. Di per sé la faccenda non sarebbe eterna, ma bisogna fare delle lunghe discussioni con questa gentaglia, perché il check-in in aeroporto costa circa 70 euro. Fra le altre cose, RyanAir non accetta passeggeri last, cioè dopo che si spengono i monitor del check-in, quindi se non avete fatto il check-in online rischiate davvero di perdere l’aereo.

A proposito, una cosina a titolo informativo: una volta che avete fatto il check-in, questo vale per ogni compagnia, andate al gate il prima possibile. Se per qualche ragione non partite più, vi trovate incasinati al punto da rischiare di perdere l’aereo, chiedete a noi di farvi riavere il bagaglio. È molto più veloce e sicuro. Se avete fatto caso, spesso in aeroporto si sentono annunci del tipo “il signor XX è pregato di presentarsi urgentemente ai controlli di sicurezza per imbarco immediato”.. se non vi presentate, devono riaprire le stive e tirare fuori tutti i bagagli!! Questo non solo per gentilezza, cioè per ridarvi il vostro, ma anche per ragioni di sicurezza: se un terrorista avesse fatto spedire il bagaglio con dentro dell’esplosivo?!
Okay, vi ho spaventati abbastanza, buona serata! :p

coccola5

mercoledì 25 aprile 2012

Someone cares about me

Da un po’ di tempo non riuscivo a scrivere, e non per pigrizia o mancanza di tempo, nemmeno per scarsa voglia. Mi accadevano cose, eppure mi sembrava che, nella loro normalità, non avessero nulla di speciale, non fossero degne di nota, e dunque di essere raccontate.

Oggi pomeriggio, in preda a un’ansia che non vi dico, sono passata dal mio don. Abbiamo fatto due parole, gli ho chiesto di portarmi un’intera pianta di malva (chissà che almeno così non faccia effetto?), e prima di andarmene gli ho chiesto di passarmi la sua omelia di Pasqua. Essendo in monastero a Bose, avevo ascoltato quella del priore, ma gli avevo già detto che ci tenevo a leggere anche la sua. A casa la leggo prima di riprendere lo studio: ha ragione lui, è la più bella predica dell’universo. E non che dica niente di sensazionale, anzi, ma spiega una cosa magnifica: abbiamo bisogno di un Amore diverso, che ci faccia apprezzare la normalità, la monotonia della nostra quotidianità.
In fin dei conti è proprio questo il punto: dobbiamo innamorarci della nostra vita, dei piccoli gesti che la compongono e che alle volte paiono non significare proprio niente, ma non narcisisticamente, no. Dobbiamo caricare di significato ogni cosa, riempire tutto della nostra fatica di vivere – perché vivere è faticoso.

Questo pomeriggio ho inviato una lettera alla monaca di Bose che mi fa da guida spirituale. Non un’e-mail, ma proprio una lettera scritta a mano. Non lo facevo dalla prima superiore! E mi ha stupito oggi scoprire che in tabaccheria vendono le buste, se mai mi servissero, che non mi ricordavo più dove dovevo andare per imbucarla. Ieri sera mi sono sorpresa a pensare, come ai vecchi tempi, quanto tempo ci vorrà perché arrivi e alla bellezza dell’attesa di una risposta, quel guardare eccitata ogni giorno la posta, scartando infastidita quella che non mi riguarda.Non voglio elogiare le care vecchie lettere. Anzi, francamente non amo scriverle per tanti motivi: scrivo minuscolo, nonostante tutti i miei sforzi, e mi preoccupa che chi la riceve non ci capisca un accidente; scrivo molto più velocemente al pc; scrivendo a mano devo fare tutte le righine per non scrivere in obliquo; mandare e-mail è più veloce, comodo e soprattutto gratuito. Eppure, questa volta l’ho scritta volentieri. Ci ho messo due giorni a completarla: cinque facciate che sembrano ghirigori a uncinetto!

Vi confesso però che quel non ricordarmi bene come si imbuca una lettera, dove sono le caselle postali rosse mi ha, come dire?, ridato linfa. Forse è stato il sorriso del tabaccaio che mi ha accolta con la massima gentilezza e con un sorrisone da qui a là. Forse è stato il don che continuava a ridere e a dirmi “ciao, vai a casa e riposa!”, forse è stato il messaggio di stasera di F. che mi ha ricordato che ce la posso fare, anzi, che è sicura ce la farò.
Penso sempre di non meritarmi niente, e di conseguenza le persone gentili, in mezzo a un mare di stronzi, mi stupiscono sempre, mi fanno allargare il cuore. Non è sentimentalismo, lo dico davvero. Sono talmente abituata all’antipatia che la gentilezza sembra sempre una perla rara e mai meritata. Ma è bello vedere che qualcuno “si prende cura di te” con una parola, un sorriso, con un cenno del capo… con il cuore, dopotutto. 

coccola5

martedì 10 aprile 2012

Madri e fratelli

Come dico sempre, io vivo in un covo di matti. E, in genere, in questi casi finisce così: o ti accorgi con orrore che tutti accanto a te sono matti da legare e scappi a gambe levate, o entri a far parte del manicomio.
Io sono sempre in bilico fra le due, ma sono sicura che la mia amica F. non sarebbe d'acordo: secondo lei mi sono accasata perfettamente!

In famiglie come la mia, capita di avere un fratello quattordicenne molto intraprendente, il quale invita gli amici a casa per una grigliata di Pasquetta, compra carne, bibite e quant'altro, e finisca poi per preparare uova alla coque in quantità perché non è capace di accendere il fuoco.
E capita anche che, come diceva quel tale, ognuno debba portare la sua croce. Noi, per esempio, abbiamo quella di una madre che non sa usare il computer, vorrebbe imparare a farlo, ma dopo due secondi non solo perde la pazienza sbraitando contro lo schermo maledetto, ma chiama anche tutti noi per risolvere qualunque tipo di problema che lei, e soltanto lei, ha causato premendo mille tasti contemporaneamente. Naturalmente, a parer suo il computer è un emerito cretino che non fa quello che vuole lei.

Se venite a trovarmi, di certo non vi mancherà il divertimento!

coccola5

giovedì 5 aprile 2012

Bose, di nuovo

Parto per Bose, di nuovo. E come a dicembre un filo sottile di paura, ma anche di trepidante attesa, mi avvolge. Fa paura scoprire che sentiamo casa un posto così. Ho l'impressione che lì tutte le mie paure, le mie ansie trovino riposo e sollievo.
A volte l'inaspettato trova dimora in noi. Ci serve soltanto un pizzico di follia per accoglierlo, uno slancio.

Stamattina sono in preda alla commozione più totale. Mi basta un pensiero perchè le lacrime affiorino agli occhi, e non è detto che sia un pianto triste. Non so bene nemmeno io da dove derivi, e lo racconto qui perchè, se ne parlassi altrove mi prenderebbero per la solita ragazza strana. Probabilmente deve nascere qualche cosa di grande e di bello, e il pianto è sintomo dello sforzo che fa per venire a galla.

Perdonatemi, stamattina non mi capisco bene neanche io! Spero che questo post non risulti del tutto incomprensibile, questo è l'effetto che hanno su di me i viaggi. Mi mandano sempre in tilt, anche se amo viaggiare e non potrei farne a meno.

E' tempo che vada. Tornerò il Lunedì dell'Angelo, molto probabilmente la sera sul tardi. Vi faccio i migliori auguri di buona Pasqua. Sia per ciascuno un giorno di pace e di gioia, in ogni senso.
Ci rivediamo presto

coccola5

domenica 18 marzo 2012

Lascia che sia la sera

Oggi pomeriggio sono uscita per una passeggiata con Akyra, la mia cagnolina. Ne abbiamo approfittato nonostante la giornata non proprio limpida: quando siamo uscite, verso le tre, c'era appena un occhio di sole sepolto dietro un cielo vagamente annuvolato. La speranza era che, facendo due passi all'aria aperta, il mio raffreddore e la mia gola irritata ne avrebbero tratto giovamento.

La mia cittadina oggi era particolarmente affollata, complici il mercatino dell'antiquariato nel centro storico e le cresime nella chiesa parrocchiale. I due parcheggi vicino casa mia erano praticamente pieni e, nel tentativo di evitare la tantissima gente, abbiamo scelto di percorrere una pista ciclabile poco distante che si è rivelata semi-deserta. Meglio così, ho pensato. In genere non amo molto incontrare gente che conosco, e questo sia perchè di base sono un'antisociale, sia perchè mi vengono rivolte fino alla nausea le stesse domande: ma sei all'università? cosa studi? e quando ti laurei? e i tuoi fratelli? e i tuoi genitori? Perdonate la maleducazione, se così si può chiamarla, ma odio questi convenevoli, e poi non ne capisco il senso. In un paese in cui tutti si conoscono, potresti praticamente registrarti e premere play ogni duecento metri, più o meno.

Ad ogni modo, ho tolto ad Akyra il guinzaglio e l'ho lasciata scorrazzare avanti e indietro per la pista ciclabile. Inizialmente temevo che potesse scappare e che non mi avrebbe ascoltata se l'avessi richiamata, poi le ho dato fiducia. Ogni tanto la chiamavo perchè rimanesse vicino a me, o quando vedevo che era rimasta un po' troppo indietro, ma più tardi si è abituata al mio passo regolare.

Strano a dirsi, mi ascolta molto di più quando la lascio libera. In genere, con il guinzaglio tira come una forsennata e devo sempre tenerla prima di attraversare la strada o se incontriamo qualcuno. Oggi mi guardava negli occhi, si arrestava se anch'io mi fermavo e anche quando abbiamo incontrato dei cani lungo la strada mi è rimasta vicina, ascoltando la mia voce. E' stato un bell'esperimento, ne sono contenta. Avevo già provato qualche volta, ma di fatto è impossibile lasciarla libera in paese: le distrazioni sono tante e rischio che davvero non mi ascolti o che compaia all'improvviso un altro cane e se non hai il guinzaglio è un bel casino.

Nel frattempo canticchiavo. Qualche canzone di chiesa che avevo sentito alla Messa di oggi, i versi di qualche testo di Gianna o di Tiziano Ferro - che, non chiedetemi perchè, da un paio di giorni ascolto più del solito.
Non sono mai riuscita a imparare una canzone a memoria, a parte quelle di chiesa che sento ogni domenica. Se accendo l'iPod canto dall'inizio alla fine le canzoni di Gianna, ma senza la base musicale ricordo solo qualche verso sparso. Ma sono canzoni che, in qualche modo, condiscono la mia vita. La sua voce mi è divenuta familiare, ne conosco ogni sfumatura ed è bello vedere come le sue canzoni, di giorno in giorno, non mi stanchino ma anzi continuino ad acquisire nuovi significati, nuova poesia. Mi sembra quasi di aver trovato la cantante perfetta per me, quella che ti accompagna poi per lungo tempo con la sua musica.

Anche se poi, in ogni momento della giornata, non manca Lui. Che è una necessità per me, un bisogno fisiologico. Un anelito continuo e instancabile dell'anima che grazie a Lui si ripulisce e respira.

coccola5

mercoledì 14 marzo 2012

A un cerbiatto somiglia il mio amore

La sua voce, pensò Orah, lui mi parla. E quando riaprì gli occhi vide che Avram la guardava. Lucido, dritto dentro di lei.
Che c'è?
Niente.
Che guardi?
Te.
E cosa vedi?

[...] Oggi, mentre camminavamo, pensavo a... che aspetto ha... lui.
Che aspetto ha?
Sì.
Ofer?
Avram arricciò le labbra. Si sentiva a disagio: che c'è? Non è una buona domanda?
No, è una domanda eccellente.
Lei girò la testa da un lato all'altro per asciugare gli occhi che a un tratto...
Ho una sua fotografia nel portafoglio, con Adam, se tu...
No, no, si spaventò Avram, descrivilo a parole.
A parole? ripeté lei sorridendo.
Sì.
Di colpo la valle si riempì di un cinguettio gioioso, audace. Un uccello cantava nel folto del bosco. Orah e Avram chinarono la testa, assorbirono la felicità di quell'anima minuscola, traboccante di vita, di storie. Un'intera trama si dispiegò davanti a loro, forse il resoconto del giorno trascorso, l'elogio del cibo, la descrizione di un salvataggio miracoloso e difficile dalle grinfie di un predatore e, fra una cosa e l'altra, il ritornello: una sequela di lamentele e di risposte; un'amara recriminazione contro un avversario meschino.
     David Grossman, A un cerbiatto somiglia il mio amore

I giardini di marzo

Da qualche giorno conservo nella mente parole, brevi frasi che ho pensato e che mi sono piaciute. Vorrei scriverci un post, qualcosa di carino, ma al momento sono soltanto una collezione mentale, che se ne sta fra le grinze della mia memoria.
Strano come il libro di David Grossman mi stia aiutanto a recuperare tutte le mie parole. Mi sovvengono con un pensiero flebile, sinuoso, a volte mi prendono quasi alla sprovvista. Mi sento un po' come una bambina, ho bisogno di usare subito queste nuove parole, come se volessi evitare di dimenticarle.
Tempo di fioriture...

L'universo trova spazio dentro me.
   Lucio Battisti, I giardini di marzo

lunedì 12 marzo 2012

Elogio della rabbia

La rabbia mi si attorciglia intorno, e sale facendosi largo tra le mie viscere, nella pancia e fino ai polmoni. E sembra uscire quando espiro, quasi sbuffando, ma un attimo dopo è di nuovo lì. Provo un senso di falso stupore nel sorprenderla ancora tra i polmoni e le costole. Ma la conosco, la mia rabbia che rabbia non è. 
Gioca d'attacco, mi colpisce al ventre. Come quando sei in auto e la macchina ha un sussulto dopo un'improvvisa discesa, e pare che per un metro o due sia rimasta sospesa. Nessuno se n'è accorto, ad eccezione del tuo cuore. Nessuno l'ha sentito arrivare, quel balzo. Di colpo, out of the blue, si è conficcato dentro di te e tu non puoi fare niente per eliminarlo, puoi solo aspettare che scompaia gradatamente, di sua propria volontà.
Ha mille spine la mia rabbia, una per ogni parola che hai lanciato come una spada e una per ogni parola che accennava a noi. Indirettamente, ma mai per caso. 
E intanto che ripenso a tutto questo, nelle mie orecchie vibra il pianoforte di Einaudi, quella musica che solitamente mi anestetizza il pensiero. Eppure oggi non funziona, a quanto pare non basta contare alla rovescia come dopo che ti hanno iniettato il sonno dell'anestesia totale. Dieci, nove, otto... Il tuo pensiero tra le pieghe del mio cervello. Sette, sei, cinque... Tu sei qui, e intanto io mi odio per questo.
Tu, che non mi abbandoni nemmeno nei sogni. Tu, che non riesco a scacciarti via dalle fibre del mio essere. Tu, che ogni tanto mi sorprendo a scommettere su una tua opinione, una tua risposta. 

 
Einaudi solleva piano le dita dal pianoforte. Aspetta l'applaso che si merita e che non arriva. Io premo play un'altra volta perchè, se anche oggi la tua musica non funziona, per lo meno scandisce il ritmo dei miei battiti. Mi aiuta a contare le sistole e le diastole che ogni secondo si alternano ritmiche, e sembrano fregarsene dei miei pensieri. Il mio sguardo incrocia quello di Luna, incrocia i suoi occhi lievemente arrossati intanto che il tuo discorso scala la mia pazienza senza mai arrivare alla vetta. Lo so che i suoi occhi sono rossi solo per la stanchezza, mica per il nervoso. Quello è segnato dal suo sguardo, fisso su un punto imprecisato, intervallato dalla montatura bianca dei suoi occhiali. E non mi parla, solo quando le carezzo la spalla si volta a guardarmi. Non abbiamo bisogno di dire niente, anzi di sussurrare, perchè in questo momento non possiamo parlare ad alta voce. E la conosco perfettamente questa melodia, faccio confusione solo in un punto. Ogni volta che la ascolto sempre lo stesso, sempre la mia attesa di una nota alta tradita da un'altra, apparentemente integrata con le altre. E intanto mi sovviene che lo stesso vale fra noi.

Un momento di pausa fra una melodia e la prossima nel mio iPod. Il chiacchiericcio degli studenti del primo anno si fa largo nel mio subconscio. Ho ancora la matita in mano. Stavo sottolineando dei passaggi di un libro, leggendo di una gita in Galilea, di un uomo che non riesce a guadare un torrente. Ishà borachat mibsorà, A un cerbiatto somiglia il mio amore, Cantico dei Cantici 2,9. Un titolo magnifico e al contempo un versetto della Bibbia. 
Che in un secondo diventa un altro rimando a te. Vorrei aver costruito meglio le mie fortezze di rabbia, e invece sono friabili, fanno già il rumore subdolo della sabbia quando si divincola dal suo castello, dal bambino che l'ha costruita.
 
 coccola5
 

domenica 11 marzo 2012

Bose


Sono stata a Bose per la prima volta dall’8 al 12 dicembre 2011. Lì non c’è null’altro se non un monastero ecumenico, e tuttavia vi si respira un’atmosfera di profondo silenzio, libertà. Vi si ritrova l’uomo come dovrebbe e potrebbe essere. L’Uomo vero che ciascuno di noi può costruire per sè.

Al mio ritorno sono rimasta in contatto con la comunità, che ogni tanto mi segnala i link a omelie, commenti alle Scritture o sui più svariati temi. Vi suggerisco di cuore di dare un’occhiata veloce: io trovo queste riflessioni molto stimolanti, oltre che balsamiche.

coccola5

Omelia di Natale 2011 (Vangelo di Luca, S. Messa della veglia del 24 dic) - [con cfr. a Lc 2,1-14]
La bellezza dell’ascolto [da Lettere a un amico sulla vita spirituale] - di Enzo Bianchi

* – il link si apre cliccando sui titoli degli eventi. Invito caldamente i lettori a riportare eventuali citazioni evangeliche e/o letterarie errate.

venerdì 9 marzo 2012

A un cerbiatto somiglia il mio amore

Forse vi avevo già parlato del libro che sto leggendo, A un cerbiatto somiglia il mio amore, di David Grossman. E' uno scrittore israeliano e ha il merito di avermi fatta innamorare della sua terra - e delle sue storie. Le sue storie sono impregnate di vita, di emozione e di scoperta. Ha uno stile limpido, eppure ti sconvolge sempre: racconta alcuni particolari come non ti aspetteresti, ne trascura altri che tu vorresti approfondire. Gioca moltissimo con il lettore. Ho scoperto casualmente che il titolo del suo libro è un versetto biblico del Cantico dei Cantici e che Ofer, il nome del protagonista, significa "cerbiatto"

Un fruscio sommesso del ricevitore, interferenze del tempo e della memoria. Orah seguì con il dito le linee contorte del tappeto. Un giorno, pensò con un nodo in gola, si dovrà approfondire come mai questo movimento del dito sul tappeto risveglia tanti ricordi, e rimpianti. Ancora non riusciva a sfilarsi l'anello, forse non ci sarebbe riuscita mai. Il metallo le si era avvinghiato alla carne, rifiutava di muoversi. Ma, se si fosse sfilato facilmente, se lo sarebbe tolto? Distorse le labbra.
[...]
E pensavi di venire?
Solo per qualche minuto. In ogni caso sto andando a...
Ma non aspettarti niente. Sto in un buco.
Lei deglutì. Il suo cuore si mise a galoppare: la cosa non mi spaventa.
La mia casa è un buco.
Non importa.
Magari potremmo uscire e passeggiare un po'. Che ne dici?
Come vuoi.
Ti aspetterò sotto e passeggeremo, va bene?
Per strada?
C'è un pub qui vicino.
Decideremo quando sarò lì.
Conosci il mio indirizzo?
Sì.
Ma non ho niente da offrirti. Non ho niente in casa.
Non ho bisogno di niente.
Sono solo da quasi un mese.
Ah sì?
Penso anche che i negozi siano chiusi.


Se vi va, posto qualche altro stralcio.

coccola5