Rientrata alle 17 da Verona. Anche 17.15, che fino a due minuti prima ero fuori con E., tanto per dovere di cronaca. Fatto la valigia per il viaggio in meno di un’ora, doccia e poi a cena da mia nonna. Per gli smemorandi, i nuovi adepti al blog e quelli abituali, domani parto per…, dove resterò una settimana, e mi trasferirò poi a New York, un’altra settimana. La prima destinazione, cosa che avevo spiegato anche tempo fa, non la scrivo perché è dove mio padre sta lavorando, e vorrei evitare di esporlo. Il lavoro, questa volta, è un po’ grosso, e così vi svelerò la destinazione una volta tornata. Comunque sono in America Centrale, e non tirate a indovinare.
Il bello è quando torni a casa e trovi gente incavolata con te per motivi che tu nemmeno nell’anticamera del cervello. “Avresti potuto portare tuo fratello all’OpenDay della scuola superiore!”, mi fa mia mamma. Che ci fosse l’OpenDay di quella scuola l’ho scoperto soltanto in quel momento. E poi un via vai di attacchi e contrattacchi, di piccoli schiaffi e ferite e di sale sulle ferite. Ho pensato che alcune persone, in casa e in una situazione come la mia, ammutoliscono. Si rifiutano di proferire parola. Io no, sono tenace. Penso che questo sia un bene. Non dire nulla significa accettare e contribuire a che le cose vadano a puttane. Come scrivo a fine ottobre, in “Contro tutti e tutto” (il post sulla mia fine del mondo familiare), il rapporto con i miei, particolarmente con mia madre, è deceduto. E anche sepolto, direi. E nessuna ha grande interesse a ricostruirlo. O forse siamo semplicemente stanche di combattere l’una contro l’altra, l’una per l’altra. Non c’è un’alleanza, non ci sarà mai.
Neanche fra dieci anni. Mia madre allontana da sé le persone. Con il suo carattere troppo schietto, finisce per trovare buona ogni occasione per scansare gli altri. È una di quelle persone che non hanno filtri fra pensiero e parola. Io non voglio adoperarmi per cambiarla, non spetta a me. Ha 40 e più anni, ha sufficiente maturità per decidere da sé cosa modificare.
E per il resto io sto bene così. In mattinata avevo visto F. Un’agonia soltanto partire, con le portiere dell’auto ghiacciate. Quattro porchi (non bestemmie, soltanto “porco giuda, porca eva, porca troia…” e stimolate la fantasia!) ben assestati, un nonno affettuoso e acqua bollente e la macchina si è aperta, ed è poi partita. Sono arrivata con quasi un’ora di ritardo… odio quando succede, specie con persone che vedo poco. Poi abbiamo tante di quelle cazzate da non avere nemmeno più la forza di ridere. Quando ci siamo risentite stasera, mia madre mi fa: "ma non vi eravate viste oggi?". E' la mia migliore amica. E significa che, anche se vi siete viste cinque ore oggi, se ti senti dopo cinque minuti, puoi parlare per altre tre. Io non vado a compartimenti stagni: F., come E., come D., come A., è sempre nella mia mente. Come tutte le persone cui tengo. E' lì e non va via. Ci siamo sempre l'una per l'altra. Questa è la parte migliore. Ma il suo concetto di amicizia è diverso dal mio, non lo capisce tutto questo.
E prima di rientrare con E. per due chiacchere in macchina con lui. Non ci siamo trovati a un bar, soltanto lì, in macchina da lui, vicino al mio vecchio ristorante. A mezza strada, sospesi tra un bar e uno spazio all’aperto. Tra la libertà di dire “adesso vado, scappo” e quella di scambiarsi l’ennesima confidenza. Quel rapporto mi va bene così com’è adesso, non lo cambierei in niente di più o di meno per niente al mondo. Baci sulle guance quando ci siamo lasciati. Lo riporto soltanto perché è stata la prima volta dopo un anno che ci conosciamo. Abbiamo chiacchierato con le teste vicine, appoggiate allo schienale. Ogni volta c’è qualcosa di più, aumenta un’intesa molto forte. Questo mi spaventa quasi.
Un’ultima immagine prima di lasciarvi. Di venerdì sera, alla stazione aspettando il bus per tornare a casa. Un signore vicino a me si lamenta degli extracomunitari in sala d’aspetto con noi, che fondamentalmente bivaccano. Dormono lì fino a quando la stazione non chiude, verso mezzanotte. C’è qualche barbone, qualche drogato, qualcuno che semplicemente non ha altri posti dove andare. Ormai, stando lì quaranta minuti ogni sera, li conosco quasi tutti di vista. Ricordo i loro visi, conservo qualche suono nella mente delle loro lingue strane, ignote. “Ecco, guarda che roba”, mi dice, “dormono tutti qua, si conoscono tutti. Che stazione.” Stizzita per l’inutilità dell’affermazione, rispondo: “Scusi, ma cosa si aspetta di trovare in una stazione controllata 24/24 a vista dalla Polizia Ferroviaria?”. Di sicuro l’ha notata, è all’entrata e spesso anche ai binari. “Ah, sì sì, io non volevo dire, no no, non volevo dire niente..” Poi parliamo d’altro, della mia università, dei libri che leggiamo, della collega che lo ha accompagnato in stazione ora accanto a lui. Fanno discorsi borghesi, facciamo discorsi borghesi, inutili e di circostanza, cerco di tornare alla mia lettura, gli almeno si sprecano. Se non fanno questo, almeno... almeno cosa? Almeno non esiste al mondo. Se non ti danno una prima cosa, difficilmente recupereranno con una seconda. Vale in generale, non solo per i ritardi dei treni.
Lui e la collega sono un misto di vecchio e nuovo, di tristezza e allegria. Lui con dei pantaloni vecchi ma ben curati, di un tessuto caldo ma brutto a vedersi, con lo zaino nuovissimo e con le cinghiette tutte giuste, non facciamoci mancare niente. Lei con una giacca bordeaux, di un tessuto che ne spegne il colore. I capelli neri tagliati di vecchio, una piega che le inantichisce (questo verbo lo invento io, vi piace?) il volto, dei braccialetti nuovi di argento al polso e il polso e la mano con le macchioline di chi ha già una certa età.
Quando esco dalla stazione, una ragazza aspetta di poter attraversare la strada. Di altezza media, è una figura stretta. Gli stivali mettono in mostra le gambe magrissime, il viso non è meno smunto. Non si illumina. Non ricordo particolarmente il suo volto. Ricordo soltanto la sensazione di spavento davanti a tanta sottigliezza fisica. E poi il paninaro. Ciao cucciola. Ciao, eccomi, sono tornata a me.
Adesso sto bene. Sto meglio. Scrivere migliora il mio umore.
coccola5
Il rapporto con tua madre non smetterà mai di esistere, neanche quando finirà l'esistenza stessa. Magari è conflittuale, magari è in una fase di stallo, ma c'è, e non ci credo nemmeno lontanamente che non abbiate voglia di trovare un punto d'incontro... :) Di certo comunque non la puoi cambiare, nè aspettarti che lei cambi; è difficile per noi 20enni modificare i lati del carattere che non ci piacciono, figuriamoci a 40 anni e passa... anzi, ti dirò, è difficile pure intervenire su un ragazzino di 11 anni, più si va avanti con l'età e meno è semplice cambiare. E per quanto ci possiamo sforzare di migliorare, qualcosa possiamo fare, ma la natura di base è quella, credo...
RispondiEliminaBuon viaggio, a presto!
Non so come ringraziarti davvero.
RispondiEliminaMi hai lasciato un commento bellissimo,e non mi importa se era di critica,anzi è stato meglio così.
Ci vuol sempre qualcuno che ti dia una botta e ti inciti a svegliarti un po'.
Grazie :)
Riguardo a tua madre non so che dirti,un tempo credevo che il rapporto madre-figlia esistesse sempre e comunque,ma alcuni fatti mi hanno dimostrato il contrario...non so..spero che prima o poi questo conflitto si risolva.
Riguardo E. è probabile che nasca qualcos'altro,come no.
Tu cosa vorresti?
@ pequenaeva: io sono molto della filosofia di House, per quanto riguarda i cambiamenti. La gente non cambia nè si sforza di farlo. Quando qualcosa ci appare come un cambiamento, è semplicemente un adattarsi a una nuova situazione, un modo per "non soccombere", anche se il verbo è forte. Non prendiamo più in giro un compagno per evitare la nota, non perchè l'attività di prima, il prenderlo in giro, non ci dà più piacere. Detto questo, dubito che io o lei cambieremo mai. Entrambe ci piacciamo così. E quindi, dove sta il problema? Nel trovare un numero sufficiente di punti che possano andare bene a entrambe. Fare la conta dei suoi pregi a me non basta, e per quello che riguarda me, non so se lei l'abbia mai fatta.
RispondiEliminaNon è, forse, un non voler trovare un punto di incontro, è un accettare lo status quo della situazione, dire "depongo le armi", anche se questo continua, naturalmente, a farci soffrire...
@ candylovesme: riguardo mia madre, il mio post e la risposta a pequenaeva chiariscono ogni cosa. Come dicevo a lei, forse è soltanto un lasciare così le cose, e arrivare a dire che combattere stanca più di smettere. Credo sia davvero così, probabilmente è un'illusione, ma... le illusioni aiutano.
Ed E. Già, bella domanda. Sul cosa vorrei dovrei decidere le sorti del nostro rapporto, vero? Forse tu non lo sai perchè leggi da poco il blog, ma E. è gay, quindi credo che il mio volere conti fino a un certo punto. Ad ogni modo, io vorrei che le cose restino come adesso sono. Il nostro rapporto è ambiguo, e a me va benissimo così. Mi piace che ci sia quella intesa forte che garantisce promiscuità, anche se può suonare strano. Non credo che dipenda tutto singolarmente da E. Nel senso che costruirei un rapporto simile con un'altra persona che trovi carismatica. La stessa cosa era capitata con delle ragazze delle superiori. E sai che io sono bisex. Questa promiscuità mi fa sentire che non è un'amicizia a senso unico, che anche lui desidera che ci sia un rapporto forte e strano. Mi dà sicurezza, ecco. Va poi considerato che io ho vissuto le mie prime amicizie vere, basate su vera fiducia, verso i 18 anni, prima mi ero illusa con diverse persone che ci fosse un sentimento corrisposto di affetto. Quindi, in ragione di questo, accetto anche che il rapporto sia strano, e non gli metto veramente un limite. Accetto tante cose, ne lascio passare molte e condanno poco. Questo per dire che, quanto ad amicizie, devo ancora "fare gavetta", e credo che questo risolva una buona parte della questione E. Questione, non altro. Nel senso di domanda interiore che mi chiede cosa voglio fare di tutto questo.
Non ti preoccupare per il mio commento. Io difficilmente ho la dichiarata intenzione di far aprire gli occhi a qualcuno, semplicemente sono molto sincera. Questo nel senso che il mio cervello esamina le informazioni che leggo secondo un criterio di vero o falso, e su queste commento. Ti dico che condivido oppure no. Non riguarda mai, nemmeno quando analizzo me stessa, un sentimento irrazionale, semplicemente il filosofico processo di analisi del discorso: E. è una mela. Non è vero.
Poi chiaro che, da amiche di blog, c'è un affetto nascente. Ma è sincerità: raziocinio applicato al discorso. Funziona sempre per fare chiarezza nella mente. =)
coccola5
@ candylovesme: pardon! Ho la pessima abitudine di rileggere dopo che ho pubblicato! Comunque, nella quartultima riga, dopo semplicemente manca un verbo essere (è). Altrimenti la frase non ha, a livello di analisi logica, senso un cazzo. =)) E questa parolaccia mi fa bene.
RispondiEliminacoccola5
Non voglio fare il magister vitae, però...
RispondiEliminaCara Coccolina, il fatto che E. sia gay non significa nulla. Ti prego di tenerlo in considerazione, se un giorno di questi ti troverai tu a stringere il suo busto e lui il tuo. Nudi. Entrambi.
Così non perderai l'occasione che ho perso io.