venerdì 31 dicembre 2010

Le mani tese

Una cosa che non ho mai capito è la nostra abitudine di festeggiare a Capodanno. Mi è sempre parsa un po' stupida, come se festeggiassimo ogni mese il 30 o 31. Detto questo, c'è da dire che ogni anno mi ritrovo sempre con la grande incognita: che faccio? Da quando ho quattordici anni, a Capodanno ho sempre lavorato, prima in ristorante e quest'anno in pizzeria. Quando lavoravo nel ristorantino di mio zio finivo spesso alle 3: mio zio mi riaccompagnava da mia nonna e lì, dopo un bicchiere di latte, mi addormentavo come un sasso. Quest'anno.. in pizzeria dicevo. Ma finisco alle 22, quindi dopo?

Un'amica mi ha contattata circa una settimana fa, chiedendomi se ho già preso impegni per Capodanno. No, sono libera. Senti, mi dice, dal momento che ho l'appartamento a Trento per via dell'uni, potremmo passarlo qui da me. Okay, fammi sapere. Fammi sapere sono le ultime parole famose, come si dice. Fino all'altro ieri non più nemmeno un sms od un trillo del telefonino. Così le scrivo io: che si fa? Eh, mi dice, siccome non ci siamo più sentite, mi sono organizzata e vado al lago di Garda.. mi dispiace tanto. Anche a me dispiace tanto, cazzo. Eravamo rimaste d'accordo che mi avresti ricontattata! Non rispondo per il nervoso, ma ieri mi arriva un secondo sms: per un disguido non si fa più nulla, pensavo di andare al Berfi's, qui vicino alla Fiera di Verona. Eh?! Io al Berfi's?? Conosco quella discoteca più che altro per la sua fama: nei miei anni di liceale, era nota come un posto fighetto per gente che un po' se la tira. Il fatto che da due o tre anni sia frequentata in realtà da praticamente tutti, non ne ha cambiato in meglio la notorietà. Nel pomeriggio le telefono per sentire un po' com'è organizzata la cosa e se è conciliabile con il lavoro e scopro che in realtà sta discutendo assai con i suoi genitori per un pizzico di libertà. Di bene in meglio, penso io che il Capodanno lo passerei anche a cavallo. Alla fine, dopo altre peripezie che non vi racconto per non esasperare la vostra pazienza, finiamo in una discoteca-pub nota qui da noi con il nome di Oxò. Mio mezzo sorriso.

Mezzo perchè odio queste cose dell'ultimo minuto, specie se riguardano una serata in discoteca. Ordunque, è la notte di Capodanno e non ho nessuna voglia di aspettare che mi venga una polmonite e, in secondo luogo, se devo festeggiare, di aspettare che arrivi la mezzanotte fuori in fila con una gonnina corta al freddo e al gelo.. La qual cosa non dovrebbe succedere questa sera, almeno in teoria.

Intanto rientra mio padre dall'ospedale, dove è stato per fare degli accertamenti vista una recente influenza sospetta. Intanto i miei festeggiano con degli amici che escono a cavallo con noi, e che si aspettavano che fossi a casa. Intanto mio fratello tredicenne festeggia a casa: mi ha detto che non vede il senso di questa serata, che non gli piace uscire la sera, e che preferisce evitare un branco di adolescenti impazziti che faranno qualche scemenza. Il ragazzo è precoce, però mi dispiace che si isoli così. Intanto arriva il 2011, e speriamo che porti cose buone. Ma non solo: anche cose cattive perchè ci fanno crescere, che porti tanto amore per abbellirci dentro e tanta rabbia contro le ingiustizie.

Ci sarebbe un'ultima cosa, in effetti. Niente bilanci quest'anno? Sono solita stilarne uno ogni anno, per fare un po' la conta e analizzare per bene i passati dodici mesi. Ebbene, quest'anno ho capito l'importanza dei "momenti", delle emozioni singole, dei battiti che mancano al cuore, della Vita che scorre nelle vene e degli abbracci. Delle persone amate, di cui credevo di poter fare a meno. Il cerchio si stringe, sono davvero poche le persone cui poter dire grazie, ma ci sono: grazie E., che se anche abbiamo litigato ci siamo riconciliati e va meglio di prima, e solo questo conta. Grazie F., per tutte le nostre confidenze, le nostre cazzate in giro e le telefonate durate ore. Gli amici sarebbero questi, li conoscete come protagonisti del mio spazio, ma un petit merci va anche alla mia famiglia. Grazie a mia sorella e a mio fratello, e ai miei genitori. Guardano da vicino il mio percorso e, dopo tutto, sono sempre lì con una mano tesa se dovessi cadere.

Tantissimi e cari auguri di buona fine e buon principio, come dice mia nonna. A tutti voi, miei piccoli lettori. Che il 2011 sia fecondo, nel senso migliore del termine, e tanto gioioso.


coccola5

martedì 28 dicembre 2010

La mia scimmietta

Stamattina si preannunciava una giornata di sole, fredda ma non troppo. Io e mia madre abbiamo pensato a una passeggiata a cavallo, d'altra parte era parecchio che non uscivamo. Infilato il maglione in pile - lo riporto perchè ho messo quello di mio padre, per la verità alto 1.95! - e raggiunti i nostri piccoli, siamo partiti alla volta di S. Briccio, una località poco distante dalla scuderia.

Beh, effettivamente va aggiunto che, non uscendo da molto, abbiamo pensato bene di fare due passi nel tondino per far sgranchire i cavalli. JW, che evidentemente non si ricordava del sottocoda, ha fatto diversi salti fino a quando non sono caduta, questa volta sul sedere - e menomale. Recuperato il coraggio, siamo partiti e abbiamo passeggiato e galoppato tranquillamente, certo è che un poco mi sono spaventata.

Ogni tanto penso a Beauty, la mia dolce cavalla di cui ho parlato qualche volta. Mi dava una grande sicurezza, maggiore di quella che mi dà JW, forse anche per il fatto che è ancora un cavallo giovane. Che poi non mi disarciona con cattiveria. Un amico con noi ha lasciato sfogare il cavallo e poi me lo ha riportato. JW, che deve avermi vista un po' dolorante, si è messo a sbaciucchiarmi, come mi piace dire, sulla guancia e sulla fronte, e lo stesso ha fatto in seguito durante l'uscita. Mi piace pensare che voglia rassicurarmi delle sue paure in questo modo, con la sua affettività.

Questo mi consola parecchio. Che poi, tolta qualche incresciosa caduta non dovuta a malumori suoi, è una scimmietta stupenda, un bravissimo cavallo pazzo.

Cavallo pazzo? E perchè mai? Prossimo post vi racconto la mia penultima caduta spettacolare.

coccola5

sabato 25 dicembre 2010

Piccolo Natale 2010

Chi mi segue mi conosce ormai abbastanza da sapere che non amo le grandi cose, lo sfarzo e la falsità, da sfoggarsi soprattutto nelle feste che hanno un significato profondo. Come Natale, per esempio.

L'anno scorso, forse qualcosa avevo anche scritto, la mia famiglia aveva deciso, dopo qualche pensamento e ripensamento, di trascorrere il Natale senza altri parenti a casa nostra. Un pranzetto semplice e intimo cui era seguito un caffè a casa di mia nonna Giovine.
Quest'anno ci siamo un po' ritrovati: eravamo esattamente in quattordici, comprendendo nonna Giovine e nonno Allegro, nonna Sorriso e mio zio Gigi, la sorella di mio papà con marito e figli. Va sottolineato che le mamme - almeno la mia - vanno abbastanza in ansia quando si tratta di cucinare. Negli ultimi due giorni ho fatto la spesa più o meno quattro volte, per comprare un solo ingrediente che aveva dimenticato o che aveva terminato. Risultato: ieri ero davvero nervosa. Ad ogni modo, abbiamo condito la penuria di parenti con una bella tavola e tante ciacole, come si dice da noi in dialetto. Così abbiamo compensato anche la malinconia per mio padre, che al momento giace influenzato sotto le coperte.

Non ho ricevuto tantissimi messaggi di auguri, soltanto quelli giusti, quelli delle persone che frequento o cui sono affezionata. E gli auguri, inaspettati, di qualcuno che credevo mi avesse dimenticata.

Guarda che piccolo Natale. A me piace chiamarlo così. Un Natale, una bella giornata. Un insieme di cose che lo rendono vero. Gli incontri in stazione con Davide sono stati per me il piccolo Natale 2010. Pochi regali, anzi nessuno - se escludiamo i pensieri da New York - e il solo spiacevole pensiero che D. se ne sta andando. Secondo le previsioni di mia madre. Quando ti senti dire "ho tempo libero da metà febbraio in poi" e ti sembra di prendere appuntamento con il Primo Ministro, ti rendi conto che forse non siete così amiche. Spero di sbagliarmi e che le cose andranno a posto.

Sono andata alla Messa serale delle 22 iersera. Una Messa bellissima. Ho sentito tutta la magia dell'Emmanuele, del "Dio con me". Qualche piccolo brivido, specie durante il Gloria, canzone che io adoro. Finalmente ti sento vicino, Emmanuele. Quel Dio piccolo e ricolmo d'amore che ci ha donato tutto.

Tantissimi auguri di buon Natale a tutti voi, miei adorati lettori. Che voi crediate o no, non dimenticate il vero spirito di questa festività, quello della semplicità e dell'aprire il cuore all'altro.



coccola5
ps. vi lascio con l'inno della GMG 2000, L'Emmanuel. -->  http://www.youtube.com/watch?v=V3D9ZTdNmr8

venerdì 24 dicembre 2010

Friends

Amici che chiamano all'1 di notte per sentire cosa dovevi dirgli ancora alle 22... pazzi, ma li voglio. In ogni caso, fortunatamente ero sveglia.

I need you, E.
[Quasi odio questi giorni natalizi perchè so di non poterti chiamare e che abbiamo entrambi troppo da fare per vederci. Li odio perchè avrei bisogno di una cioccolata calda e di tante chiacchere al telefono e invece devo aspettare il 26 o il 27. Ci sono un sacco di cose che odio perchè ti assomigliano e non sono te. Come girarmi e vedere uno che ha i tuoi stessi capelli, e non è te, soltanto una brutta copia.]

Okay, momento nostalgia finito. Se mi restano cinque minuti, posto qualcosa di serio questa sera. Cose da raccontare ce ne sono.

coccola5

martedì 21 dicembre 2010

Mille di questi giorni

Dicevo che lo scorso weekend è stato anche altro. E. a parte, succedono molte altre cose belle e degne di essere raccontate.

Venerdì ha nevicato. La frase resta lì statuaria perché, dopo l’alluvione, di maltempo ne abbiamo abbastanza qui a Verona. Ha iniziato poco prima delle 14, e io, che dovevo necessariamente uscire in auto, mi sono un po’ spaventata. Forte delle mie guide con la neve, mi sono messa al volante con un po’ di coraggio e sono andata. Quando sono rientrata, due ore dopo, aveva già attaccato e l’auto slittava leggermente in certi punti. Ho seriamente creduto che, nel salire per il vicolo di casa mia, avrei rinnovato la fiancata della macchina.

L’alluvione mi ha lasciato un certo terrore del maltempo. Ogni volta che piove per più di un giorno ripenso sempre alla mia cittadina invasa dall’acqua, alla gente che ha perso molto. Il piccolo negozietto di scarpe, dove ho ricomprato le babbucce mangiate dai cani, ha avuto danni di quasi 300.000 euro. Me lo raccontava la proprietaria sabato piangendo, “che il negozio adesso è uno schifo con tutto l’odore di muffa e poi non abbiamo mica trenta anni. Anche con gli aiuti statali, non sono sicura che ce la faremo.” Ha fatto quasi piangere anche me. L’ho abbracciata dicendole che, adesso, Dio solo potrà aiutarci. Ne sono convinta. È rimasto solo Lui, adesso. Me ne sono andata con un infinito groppo allo stomaco.

E poi, e poi.. Poi ho incontrato la caposcout di mia sorella. Le ho fatto i complimenti per lo spettacolo sulla mafia della sera precedente. Avevano preparato qualcosa nel loro piccolo, per ricordare e mettere a parte più persone dell’esperienza del campo estivo in Sicilia, in un bene confiscato alla mafia. Un piccolo gesto di coraggio. Usciamo dal mazzo era il titolo dello spettacolo, e di questo si tratta.

Il pomeriggio sono andata in città da F. In realtà sarei dovuta andare in auto, ma vista la neve mia madre mi aveva proibito di muovermi con qualsiasi mezzo di mia proprietà che non fossero le gambe. Decisami per il bus, l’ho raggiunta in Borgo Roma. Mi ha fatto conoscere P., il fidanzato e assieme abbiamo rivisto Pri, un’amica del liceo. Lei aveva cambiato scuola dopo la quarta ginnasio, dal momento che non le piaceva né l’indirizzo né la classe in cui era capitata. Una delle frasi iniziali è stata: “vieni un po’ avanti con me, lasciamo i fidanzatini in pace.”, una di quelle frasi che di solito fanno nascere in me un istinto omicida. So come comportarmi quando ci sono delle coppie senza dare l’impressione che io stia reggendo il moccolo. Ma, a parte questo, la serata è andata benissimo. Ho davvero ritrovato un’amica, una delle persone con cui mi sia davvero sentita me stessa. A parte E., naturalmente. A parte F. e D., naturalmente. Mi ha detto una cosa che ho aspettato per tanto tempo: “sai, dopo te in quarta, ho avuto tante amiche. Tipe con cui fare cazzate se ne trovano in fretta. Ma tu sei speciale, l’unica che mi ha conosciuto fino in fondo. Che sapeva tutto, anche le virgole, di me.” Il vescovo di Verona, ci aveva augurato ancora un paio di anni fa di essere davvero importanti per qualcuno e, anche se immagino di esserlo per E. e per F., non me l’hanno mai detto esplicitamente. E, sebbene loro lo siano per me, nemmeno io glielo ho mai detto a parole. Suppongo si tratti anche di orgoglio. Ogni tanto ci frega. Ma è stato un momento commovente, magico, sentivo le lacrime risalirmi la gola ed è stato un miracolo che non abbia pianto davvero.

Anche P. è simpaticissimo, un ragazzo splendido, davvero. Abbiamo chiacchierato tutta sera assieme a F., tra una cosa e l’altra. Prima di arrivare in città giravamo a braccetto in tre: F. e P. per mano, mentre F. mi aveva presa a braccetto e parlava anche con me. Bello bellissimo. Mille di questi weekend.

E ieri, altra cosa inaspettata, l’invito di S., altra amica (o compagna) che non sentivo da un po’ per Capodanno. Uau. Ripeto. Mille di questi giorni.

coccola5

domenica 19 dicembre 2010

Fear

Ho una lunga fila di parole come "cazzo" in bocca. Non lunga, chilometrica. 
Beep. "Coccola??". Il cellulare mi avvisa che devo rispondere a qualcuno. E' l'sms di E., non capisco bene per cosa. Lo chiamo, risponde al primo squillo. So che se lo aspetta. Per questo il cellulare non squilla una seconda volta. E' abituato al fatto che, quando leggo i suoi sms, lo richiamo in meno di dieci secondi.

Perchè se venerdì gli ho detto "ci sentiamo domenica", soltanto alle 16 gli manca la mia puntualità, il fatto che non l'abbia già chiamato?

Ho una strafottutissima paura. Ma vada per la cioccolata calda con lui. Per altre due ore di confidenze e coccole a parole. Il mio cuore decide tutto prima che il mio cervello possa controbattere.

Ti voglio bene, E. Ma deve restare tutto com'è. Tu devi rispondere con la voce assonnata quando ti chiamo alle tre del pomeriggio perchè stavi ancora dormendo, non avere il cellulare sotto mano. Tu devi disconnetterti da Fb quando io scrivo "buona notte" senza rispondere. Tu non devi avere nostalgia delle mie chiamate in ritardo. Voglio che tutto sia come sempre. Non voglio che le cose crescano e cambino.

L'abitudinarietà è rassicurante. La mia migliore amica ha la stessa auto da cinque anni. Mi fa sentire al sicuro e protetta. C'è sempre lo stesso rassicurante disordine a casa sua, sempre suo padre con lo stesso cappotto e la stessa grande gentilezza di sempre, sempre sua sorella che "fa spettacolo". Ci ho messo un po' ad abituarmi al pensiero che avesse il moroso. E non ne sono gelosa. E' un ragazzo magnifico, che ho conosciuto ieri sera. Ma non deve cambiare nulla.

La verità è che ho paura di quello che non voglio - e forse non posso - ammettere con me stessa.

coccola5 

giovedì 16 dicembre 2010

Mi perdonerete, spero, se

Mi perdonerete, spero, se il post di questa sera non è quello che volevo scrivere, ossia una postilla al post sui miei strani insegnanti. [E pensare che era già pronto.] Mi perdonerete, spero, se vi riempio delle mie teghe. Tanto già sapete perché salta tutto.

Ci siamo sentiti poco fa. Ero ansiosa di parlare con lui, anche solo su Fb (come poi è avvenuto stasera), di dirgli, per lo meno, che l’aereo non è precipitato, che dunque sono ancora viva, che domenica sono andata a letto alle 18 e non volevo chiamare proprio nessuno, ma mica per cattiveria. Solo perché gli occhi non rimanevano aperti neanche sforzandomi. E che, puntuale come le tasse (citazione da Radio Studio Più, forse daygum conosce), al mio ritorno, già in aereo, desideravo vederlo. Mi mancava già.

E puntualmente la felicità. Basta poco in questo caso. Mi ha accolto scrivendo “oooooooooooooo la coccola è in Italia!!” [lui ha usato il mio cognome, ovviamente non lo riporto]. Allora ti sono mancata. Anche tu, cazzo, anche tu. Ma questo non te lo scrivo perché mi spaventa e infine per orgoglio. In dieci minuti facciamo fuori diversi argomenti, li accenniamo ma cogliamo i punti salienti, del tipo “avresti dovuto esserci a New York” e del tipo “ti lascio che domattina la sveglia suona alle 6. Devo finire una traduzione..” “ma tu sei scema, finiscila stasera, santo cielo!” e del tipo “ci sei ancora? Volevo salutarti e augurarti la buonanotte!” “sisi, un momento coccola, ero in bagno cazzo!”. E del tipo “buonanotte, E.” “’notteee!”. È un’altra cosa nuova. Un’altra cosa che su Fb non ci siamo mai detti. Ma neanche dal vivo, a dirla tutta. Se io dicevo buonanotte, lui in genere rispondeva soltanto ciao, o quasi sempre lasciava cadere. E stasera è cambiato anche questo.

Piccoli passi. Ma mi mettono paura. Sono E.-dipendente ma ho paura delle cose che cambiano quando non lo vuoi. Doveva lasciar cadere anche stasera. Doveva respingere i miei baci sulle guance. LM, cristo, non è che hai ragione tu?

coccola5
ps. a mo’ di avviso (e minaccia): non provate nemmeno a scrivere che sono/siamo innamorata/i. Rileggete i vecchi commenti, ho già detto tutto.. Mi perdonerete, spero.

martedì 14 dicembre 2010

Crudele

Salvo che il fatto costituisca più grave reato, chiunque si avvale per mendicare di una persona minore degli anni quattordici o, comunque, non imputabile, ovvero permette che tale persona, ove sottoposta alla sua autorità o affidata alla sua custodia o vigilanza, mendichi, o che altri se ne avvalga per mendicare, è punito con la reclusione fino a tre anni.Art. 600-octies Codice Penale

Immaginate di trovarvi nella sala d’aspetto della stazione dei treni e immaginate che una donna, di circa 26-28 anni, vada in giro per la saletta con la figlia per mano. Figlia di quattro o cinque anni, non di più. La donna con un cartello in mano dove spiega la sua condizione, la bambina con la mano aperta e lo sguardo supplichevole e assente a chiedere l’elemosina. Due signore le hanno dato qualche cosa.

Adesso immaginate di essere al mio posto quando la ragazza vi passa davanti, facendovi per un secondo abbassare gli occhi per il “senso di colpa”. Immaginate la bimba, non dimenticatela, in fondo si può dire che sia lei la protagonista della scena, quasi.
“Ma lo sa che non si portano i bambini a fare l’elemosina?”. Ecco, mi è uscito spontaneo e forse crudele, forse troppo senza pensare. Mi è uscito perché ero invasa dalla rabbia. Una bimba di cinque anni con la mano aperta che ti chiede qualche spicciolo. Non si trattano così i bambini. Quella collera fortissima l'ho sentita risalirmi il petto e poi le corde vocali, su fino alla lingua e ai denti, fino alla parola.
Un altro signore le ha detto la stessa cosa, e tuttavia non mi sono sentita meno in colpa. Mi sembra quasi di aver bisogno, adesso, che qualcuno mi dica che l’avrebbe fatto, che condivide.

E poi pochi minuti fa. Si chiama Davide, è un tossico rovinato da tutta la roba che ha preso, che probabilmente morirà per overdose di qui a poco. È un distrutto della vita, se si può dir così. Avevo preso un panino e una patatina al McDonald’s della stazione per far tacere la fame. Mi si avvicina e mi chiede qualcosa da mangiare. Volentieri gli lascio le patatine, visto che il panino lo avevo già addentato. Mi dice ma tu non mangi niente? Gli rispondo di non preoccuparsi per me, che lui è già abbastanza magro così com’è.

Quando non ci sono i bambini di mezzo non sono così furiosa. Lascio volentieri qualcosa da mangiare, se ce l’ho, anche al posto di qualche euro con cui magari si comprerebbero una dose o altro. Ma portare i minori a mendicare, lo leggete anche nell’articolo del Codice Penale che ho pubblicato, è un reato. Stamattina avrei chiamato i carabinieri.
Ho bisogno di un giorno, di una notte per pensare un po’. Per parlare, ad alta voce e con me stessa, di scrivere ancora per mettere ordine nella testa. E, al limite, per concludere che sono stata solo una grandissima stronza e una persona ignorante.

coccola5

lunedì 13 dicembre 2010

Rosso e New York

Eccomi rientrata in Italia. Ore 16 di ieri ero a casa, finalmente. È stato un bellissimo viaggio ma, già quando sono in aereo, mi prende un’ “ansia” da rientro: vorrei essere già sul divano grande di casa mia. E fortuna che stavolta ho dormito per quasi tutte le nove ore di aereo. Ma andiamo con ordine: vi avevo lasciato con la promessa di raccontarvi di Rosso, questo belloccio che avevo conosciuto.

La cena di sabato 4 dicembre male non è andata, tutt’altro, salvo il fatto che abbiamo parlato per molto tempo del lavoro in cantiere, bellezze e difficoltà, gioie e dolori di questo. Uau. E dopo essermi sentita dire che “il dolce lo prendo, tanto paga tuo papà”, “non so se accettarti l’amicizia su Fb perché sai, in fin dei conti sei la figlia di …” e altre amenità che al momento non ricordo, ho preferito cambiare aria. Prima di tutto, che ragionamento è quello che inizia con siccome sei la figlia di? E poi, di insicura ci sono già io, basta e avanza. Mi ha fatto altri ragionamenti del tipo che si sente il colpa per il fatto che il lavoro è indietro e altro.. poi mi sono spostata vicino al socio di mio papà, a ridere, acculturarmi (sa un sacco di cose, e, per inciso, fare le parole crociate con lui non è divertente perché sa tutte le definizioni!), mentre lui discuteva con mio padre di chi sa chi. Poco male, no?

New York è andata bene. Ho fatto spese per tutto l’anno prossimo, o almeno per tutto l’inverno, in fatto di abbigliamento. Ho contato la bellezza di 4 maglioni, 1 maglietta leggera, 2 paia di jeans, un paio di scarpe da tennis e 1 t-shirt estiva all’Hard Rock Cafè. Tralasciamo le tre magliette per E., F. e la sorella di quest’ultima. Più l’iPod nuovo, a prezzo scontato per via del cambio euro-dollaro. Per un attimo, prima di essere smontata dalla commessa, ho desiderato acquistare l’iPhone, salvo poi scoprire che fuori dai confini statunitensi non funziona. Ne abbiamo approfittato per girare bene la città, visitando il MoMA, il Museo di Storia Naturale, il sito di Ground 0 (memorial dell’11/9), la Statua della Libertà, la Columbia University, la cattedrale di St. Patrick... Ho trovato New York bella come me l’aspettavo, quasi di una bellezza statica. Una di quelle città che, per quanto grandi e frenetiche, potresti tornarci cinque anni dopo e trovarle (quasi) uguali a come le hai lasciate. Come Verona, del resto. Ho trovato invece scortesi i newyorkesi: freddi e duri, difficilmente disposti a spiegare una seconda volta al turista spaesato, restii a ripetere in modo più comprensibile – e, quando lo hanno fatto, è stato sillabando le lettere come se parlassero a un cretino – lenti nei pagamenti, all’aeroporto e nei negozi. Siamo stati alla boutique della Levi’s in Time Square: siamo stati accolti da commessi freddi che, pur avendoci di fronte, non si sono degnati di salutarci e di darci una mano se non con un fare scontroso e annoiato. Alla cassa della metro, dopo aver fatto l’abbonamento, siamo stati aggrediti in malo modo dall’impiegata perché quella di mio fratello non funzionava e io non riuscivo a capire. Ancora, all’Empire State Building, dopo l’ennesima insistenza di un cassiere per lasciarci una cartina dell’edificio, ho chiesto se questa fosse gratuita. Mi sono sentita rispondere in tono sarcastico che “questa è New York, e niente di niente viene dato gratis.” Benché la mia domanda possa essere stata stupida, è stata quanto meno lecita dal momento che avevamo pagato 21 dollari per salire fino all’86esimo piano, e sarebbero stati 36 se avessimo deciso di salire fino all’ultimo, il 102esimo. Anche in altre città non mi sono mai sentita tanto sfottuta.

C’è un ultimo pensiero che vi lascio: noi italiani abbiamo bisogno di vedere il cielo davanti senza dover alzare lo sguardo. Non so perché, è venuto di getto quando guardando davanti a me non vedevo altro che grattacieli. Dovevo alzare completamente la testa per rivedere l’azzurro che ci è stato regalato, ed era tutto frammentato, spezzettato dal grigio delle costruzioni. Abbiamo bisogno che ci accompagni la Storia.

coccola5

sabato 4 dicembre 2010

Impossible is nothing

Ciò che non avrei mai creduto possibile sono, al momento, due cose:
1) conoscere un bel ragazzo abbigliata decentemente
2) conoscerlo a …, dall’altra parte del mondo.

Quando si dice che la vita è strana e, ammettiamolo, anche decisamente piacevole. Perché stiamo sempre a crogiolarci nel dolore fisico e sentimentale? Raccontiamo anche le belle cose, che noi italiani abbiamo una singolare attitudine a lamentarci. E torniamo dunque a noi. Dopo 100 km di macchina, una singolare emicrania che mi affliggeva dal risveglio e una fame che avrebbe potuto farmi uccidere un leone, mio padre ci chiede di aspettarlo qualche minuto all’esterno dei suoi uffici. Resto in compagnia dei miei fratelli e di due capocantiere che lavorano per mio padre. Facciamo due chiacchere sul cantiere, la pioggia, …, ce la raccontiamo un po’. Poco dopo arriva un ragazzo dai capelli rossi, gli occhi azzurri e il viso spruzzato di lentiggini. Lo avevamo intravisto poco prima, quando mio padre gli aveva rivolto qualche domanda sull’andamento del lavoro.

Ci saluta amichevolmente e, subito, iniziamo a parlare del cantiere, del carattere di mio padre, mi racconta qualcosa di sé. Si sente subito che è uno “sfegatato” del lavoro, uno che ama quello che fa e che resterebbe in ufficio dalle 5 di mattina alle 23 senza mangiare. Mi colpisce per la mente brillante, il sorriso pronto, la capacità di giudicare il suo capo – pur essendo mio padre – con oggettività e dicendomi che alle volte lo mette in difficoltà e soggezione, che gli pare di essere un idiota quando gli rivolge le domande in un certo modo! Ricordo che l’anno scorso ero stata in azienda da mio padre per tradurgli alcune cose verso l’inglese. Avevo fatto una battuta su mio padre per rompere il ghiaccio: c’era un silenzio spaventato. La figlia del capo, chissà cosa dirà. Eppure non sono il tipo: riconosco che mio papà ha dei difetti come tutti e si può anche ironizzare senza cattiveria o senza metterlo in ridicolo davanti ai suoi dipendenti.

Bene. Bene, molto bene. Io e Rosso Belpelo (nel senso spagnolo di “pelo”) dovremmo rivederci sabato sera ad una cena dell’azienda, quindi spero che faremo ancora due chiacchere. Lui dovrebbe rientrare in Italia il 17 dicembre, cinque giorni dopo di noi ragazzi.. speriamo bene! Spero di non farmi troppi film come il mio solito!!

coccola5
ps. vi lascio qualche altra cronaca per il prossimo post!
pps. Ho un'ultima cosa da scrivere prima di chiudere Splinder, questa sera. GRAZIE PER LE 2000 VISITE AL BLOG! Rock My World è un blog di piccola portata, non ha mai coinvolto troppi lettori, però mi fa piacere vedere che qualche afficionado c'è e mi legge con continuità. Il bello della community di Splinder è anche questo: trovare, come nella realtà, un piccolo gruppo di amici con cui parlare e condividere molto. Grazie per leggermi anche nei miei lunghi sproloqui sgrammaticati, come ormai mi piace chiamarli. Vi voglio bene.

mercoledì 1 dicembre 2010

Pensa che ogni cosa è un miracolo


Ci sono due modi per vivere la tua vita. Uno è pensare che niente è un miracolo,
l'altro è pensare che ogni cosa è un miracolo. 

  (Albert Einstein)
 



Ieri, in centro a … . Patrimonio dell’Unesco, leggiamo. In realtà non sono moltissime le cose da vedere nel centro storico, in una mattinata si visita ogni cosa. Scoviamo un venditore di pollo arrosto sulla strada, come una volta, dei ragazzini di una scuola in visita a Palazzo Bolìvar con le insegnanti, tanti visi felici.

In questi Paesi la gente è sempre felice, o per lo meno ha il sorriso sulle labbra. È il loro biglietto da visita, nonostante tutto. È pur vero che qui, Paese più sviluppato di altri del Centroamerica, la gente è un poco più “musona”, come ha detto mio padre. Un poco più triste, di quella tristezza radicata, quasi genetica, dei Paesi ricchi. Sembra quasi un segno che contraddistingue l’industrializzazione.



Per tornare all’albergo ci siamo fatti accompagnare da un taxi. In macchina non andava l’aria condizionata a proteggerci dall’umidità, abbiamo viaggiato con i finestrini aperti e la radio che cantava viva la revolucìon! Il taxista ha scambiato qualche parola con noi, anche se con fatica perché io non parlo particolarmente bene lo spagnolo e non capivo bene la sua pronuncia stretta. Intorno a noi, scene di povertà a due minuti dal centro. E i muri delle case, i murdi verdi, i muri rossi, i muri azzurro acqua, i muri gialli. I muri a testimoniare la forza e l’allegria. A testimoniare la speranza. Li guardavo ascoltando la musica, guardavo il paralitico avvicinarsi a noi tra le macchine ferme al semaforo. Sensazioni di una città.

Sapete qual è la cosa comica, strana? La parte storica della città coincide, bene o male, con quella povera. Quella che porta i segni della dominazione spagnola è decaduta, vive e prospera la parte nuova, costellata di grattacieli. Quasi che questo popolo voglia, tramite quest’inusuale spartizione dei quartieri, dire che di essere dominato, comandato non ne può più. Che vuole l’indipendenza.

Quella sopra è una frase di Einstein che ho sul profilo di Facebook da parecchio tempo. L’avevo scovata non mi ricordo bene come, ma ho sempre condiviso pienamente queste parole.
Si adattano perfettamente al documento As normal as you che avevo lasciato con link a GoogleDocs, alla mia vacanza dall’altra parte del mondo, a tantissime altre cose.

Io non credo che Einstein volesse semplicemente differenziare chi crede da chi no. Pensare alla propria vita come ad un miracolo continuo è un modus vivendi, un pensiero ricorrente che ci portiamo dentro per tutta la vita. I miracoli non sono soltanto quando un paralitico si alza e cammina come Lazzaro, sono anche la gratitudine per le piccole cose, il buon pensiero, il sole quando ci si alza la mattina. Svegliarsi sorridendo, pensando che sarà sempre meglio, come dice il buon Vasco.

coccola5

First day abroad

Eccomi qui. Ci sono luoghi come questo così verdeggianti, così distesi tra le colline, da dare l’impressione che si potrebbe rimanere per sempre. E … è uno di questi. Le abitazioni, le costruzioni umane, tutto ciò che non riguarda direttamente la natura è molto semplice. Mi sembra quasi una forma di rispetto: la natura dà la bellezza, l’uomo cerchi di non sciuparla. Impera molto lo stile americano per quello che riguarda la capitale, ma non infastidisce la vista. È quasi un completamento del tutto, anche se detto così sembra molto innaturale o contradditorio.

Ieri saremmo dovuti andare a vedere il cantiere dove lavora mio padre, ma i vigilanti non sono stati permissivi. Pare che recentemente ci siano stati dei furti di pick up, e quindi preferiscono evitare casini di qualsivoglia genere. Così abbiamo cambiato destinazione, e siamo andati al mare. L’acqua del Pacifico ha una certa grazia intrinseca. Abbiamo mangiato in un ristorantino carino senza percorrere altra strada in auto e il pomeriggio siamo rientrati in hotel. L’aria condizionata è talmente forte da impedirti di rimanere al chiuso. Per contro, all’esterno c’è molta umidità e quindi rischio di prendermi qualcosa. Di salute sono abbastanza forte, ricordo influenze rade, ma non è detta l’ultima parola. Ugualmente temo per New York la prossima settimana, dove il continuo passaggio dal freddo esterno al caldo dei negozi sarà ben poco piacevole.

Ad ogni modo, con la famiglia va tutto abbastanza bene. Con mio padre ieri, a pranzo, abbiamo discusso piacevolmente degli scioperi studenteschi (piacevolmente.. si fa per dire, visto l’argomento). Come sempre abbiamo idee del tutto contrapposte, anche se alcuni punti in comune ci sono sugli argomenti principali. Mi ha raccomandato di non unirmi agli scioperanti, dal momento che frequento un ateneo privato e che quindi mi riguardano fino a un certo punto. Concordo con gli studenti sulle motivazioni degli scioperi, ma non me la sento di unirmi a loro. I miei sborsano parecchio per farmi studiare, ho buone probabilità di trovare un impiego e di dipendere relativamente poco dallo Stato quanto a lavoro. Sembra una cosa molto egoistica, ma è così. La mia docente di Letteratura Italiana dice che sciopera chi se lo può permettere, e io francamente no. Mi dispiace tanto.

Mia madre alterna momenti di tranquillità ad altri di irascibilità, ma in fin dei conti mi è grata perché tento di fare un po’ da interprete tramite lo spagnolo e l’inglese. Dire che in spagnolo mi invento metà delle parole credo sia inutile!

Al fuso orario mi sono già abbastanza abituata. Oggi non ho dormito nel pomeriggio per prendermi prima e meglio, e credo stia funzionando. Ricordo che quando sono stata in Australia, andare a letto ore dopo il mio fuso era tragico. Per quattro giorni sono sembrata in letargo e a metà pomeriggio avevo un sonno pazzesco! Andare indietro con le ore è un po’ più facile, almeno per me.

Ho sentito qualche amico su Fb, scaricato le foto sul pc.. perdonate il post a mo’ di elenco, domani cercherò di impegnarmi maggiormente!

coccola5
ps. prime impressioni ottime, domani racconto meglio! [Qui sono le 19.26, non sto impazzendo con gli orari di pubblicazione!]