martedì 29 marzo 2011

Assenze

2 aprile 2011, sabato

Intendevo cancellare il vecchio post con su la traduzione e modificare la data ma, non essendo possibile, l'ho fatto manualmente. Mi dispiaceva l'idea di cancellare i vecchi commenti.
La settimana è scorsa abbastanza tranquilla, a parte il pesce d'aprile delle Ferrovie dello Stato, anticipato dalla giornata di scioperi (31 marzo) dei bus, che mi ha costretta ad andare a Verona in auto. Venerdì quindi ho fatto una levataccia: alle 5.20 ero sveglia per prendere il bus delle 6.23. Da Verona avevo un altro bus che mi porta fino quasi in università che sarebbe partito alle 7.40. Arrivata alle 9, entro in stazione per vedere com'è la situazione e scopro che il mio treno in realtà c'era. Mi sono venuti quelli che si chiamano cinque minuti (nel mio caso forse anche quindici).

Stamattina JW era in passeggiata con un amico di mio padre e non potevo uscire. Il gruppo è andato in montagna e io li ho raggiunti a pranzo: due orette piatte, colme di risate e di gente. Io e mia madre spieghiamo la storia di JW: qualcuno la conosce, qualcuno la scopre sul momento. Tanti dicono che in campo tutti i cavalli sono bravi, la sfida è fuori. Mi astengo dal commentare, più che altro per rabbia, che due mesi fa il mio piccolo non era bravo nemmeno in campo, anzi, proprio in campo si impennava e si spaventava. Ma oggi è stato bravo, mi dicono. Mi fa piacere.

Ho terminato la lettura di Togliamo il disturbo - Saggio sulla libertà di non studiare di Paola Mastrocola. Più avanti cercherò di scriverne una breve recensione: è scritto molto bene, mi è parso oggettivo e libero da ideologie di destra o sinistra (sempre che, al momento attuale, di ideologie si possa parlare). Sto leggendo La sinfonia degli addii, di Edmund White. E' una sorta di autobiografia: l'autore racconta circa una trentina d'anni della sua vita partendo dalla sua giovinezza di gay americano negli anni '60, passando per i suoi soggiorni in Italia e a Parigi e per la grande epidemia di AIDS che, alla fine, travolgerà anche lui. E' una storia strana, non avevo mai trovato qualcuno che parlasse di sesso così. Mi piace il modo fisico, naturale e quasi svogliato in cui mette il lettore a parte delle sue vicissitudini con i vari partner. Peccato che la punteggiatura non sia proprio il forte di chi ha tradotto il romanzo in italiano.

Devo copiare un po' di appunti. La cosa mi snerva parecchio, ma forse un po' di musica mi farà scrivere più velocemente. Stasera pizza, film o libro, letto. Domani torna mio padre, è passato un altro mese. Com'è che ci si abitua all'assenza delle persone? Strano caso, questo mese che lui mancava non ho mai litigato con mia madre. Lei però continua a dire che non sono portata per le relazioni umane. Mi rassegno a darle ragione.

Io benedico la tua assenza,
beata me...
pazienza.

  Gianna Nannini - Pazienza

coccola5

sabato 26 marzo 2011

*

In preparazione per pranzo dalla nonna (che ha preparato gli gnocchi, anche se io preferisco dire i gnocchi!!) e pomeriggio da JW. Devo girarlo alla corda, e speriamo che non resti lì a guardarmi innamorato come fa di solito. [Normalmente C. urla: "Non lo convinci con le parole, coccola! Forza, cordatina sul sedere e fallo ripartire!]
Oggi C. non c'è. Viene mia madre. La cosa mi rende felicissima.
Ci sentiamo stasera.

coccola5

mercoledì 23 marzo 2011

Neanche se lo volessi

Non ho scritto per un po', e adesso, dopo l'ultima fatica letteraria (anche per la fatica di scrivere oggi, per tirare un po' fuori le cose) sembra che le parole escano così velocemente, ora.
Il pomeriggio di ieri è stato una vera schifezza. Fiumi e fiumi di pensieri che uscivano a chili dalla mia testa senza che potessi fare qualsiasi cosa. Nemmeno lo sforzo di ascoltare ore di musica è valso a molto.

L'unica cosa che ha aiutato è stata E., anche se non subito. Gli telefono alle 19, appena salita in treno per tornare. E' un po' fuori, me ne accorgo dal timbro della voce volutamente effeminato e canzonatorio: mi dice che è fuori per un'aperitivo con S. e qualche altra persona, che forse ci vedremo giovedì. La sua voce mi sfida implicitamente a prenderlo in giro, mi incoraggia a provarci, ma io manco il bersaglio. Altra nostra piccola consuetudine. Lo saluto, promettendo di richiamarlo giovedì pomeriggio. Riattacco e mi sento da schifo: tutte le mie parole erano così inesatte, così afasiche.. cazzo, è sempre la solita storia.

Poi il treno arriva a Verona, e io riesco a prendere l'autobus prima del solito. Sporadici miracoli di Trenitalia. Lo richiamo all'istante, non appena mi passa il fiatone, dicendogli che volendo possiamo vederci in serata. Lui ha sempre la sua vocetta, sta un po' fuori stasera, chissenefrega. Ti richiamo dopo, mi dice. Sì, mi raccomando però che se usciamo devo fare tutto in cinque mi.. Sì, lo so che ti devi organizzare, mi canzona lui di rimando. Alle 20.40, sul filo del ritardo, appena scesa dal bus, mi chiama. Okay, allora. Nove e un quarto sotto casa mia, andiamo al Crème. Ah, ma al limite ti raggiungo più tardi se fossi in ritardo. Ah, ma siamo solo io e te. Le cosiddette ultime parole famose.

 Mi presenta tre o quattro candidati che potrebbero essere, a suo dire, gli uomini della mia vita. Mi domando che cosa voglia dire quest'espressione, cosa ne sa lui in fin dei conti dei miei gusti (devo ancora confidargli che mi piacciono anche le donne), e soprattutto come gli è venuto in mente di organizzarmi un appuntamento al buio!
Comunque, di questi uomini uno che mi attira c'è: biondino, occhi azzurri, la pelle chiara un poco arrossata dal freddo, qualche lievissima riga accanto agli occhi che lo rende più attraente. Sul momento non so di che parlare, aspetto che sia lui, che ogni tanto mi guarda, ad accennare un discorso. Parliamo a fine serata, di amici in comune, di come io ed E. ci siamo conosciuti, del suo lavoro, di quello che studio. E., premuroso, entra a prendere un altro drink. Poco prima che io vada via, entro a salutare lui e S., spariti tatticamente. Hai fatto due parole, alla fine?, mi dice quasi rimproverandomi bonariamente. Sì sì, le ho fatte. Brava, brava, mi dice con un sorriso e la voce di nuovo effeminata. Lo sai che l'ho fatto per te, vero patatina? Di entrare, dico. Lo so, ci mancherebbe, E.  Bene, bene, allora dai, vai a casa e non studiare troppo, solo 16 o 17 ore.

In macchina, di ritorno a casa, ripenso alla serata. E. è sempre premuroso nei miei confronti, davvero. Mi vede stanca e mi prende una sedia, dicendomi "dai, siediti. Ma siediti, siediti, che sei stanca." Io cerco solo di distogliere l'attenzione con un semplice "Ma mi vedi così tanto sull'orlo dello svenimento?!", pronunciato ridendo. Due o tre volte mi domanda cosa c'è, perchè sono così tesa, perchè non faccio la stupida (in senso buono, ovviamente). Mi dà gentilmente della testa di cazzo quando oso replicare che non ho un fisico da minigonna, dicendomi che se lui mangiasse quanto me sarebbe ormai pelle e ossa. E. qua, E. là, E. in molti dei miei pensieri e in molta parte della mia vita. E. di cui non potrei proprio fare a meno, neanche se lo volessi.

coccola5
Aggiornamento del 24 marzo, ore 11.57. Avevo dimenticato di raccontarvi la parte migliore della serata. Quando sono tornata a casa, ho tolto le Tiger che avevo ai piedi ancora dalla mattina, e sono andata in bagno. Non perchè avessi una necessità fisiologica.. o meglio, l'avevo: volevo assolutamente osservare il mio viso, il mio sorriso, le pieghe della pelle delle mie palpebre. Ero un poco spettinata, l'aria stanca ma non distrutta, la pelle asciutta, ma non secca come al solito. E stavo bene, ero serena. Mi sono sentita bellissima, come non accadeva da secoli, come non era forse quasi mai accaduto. E allora sono salita, in cucina ho preso il telefonino e ho composto il numero di E. Pronto?, risponde lui facendo la vocetta. Ehi, sono coccola.  Oddio, ma perchè mi chiami a quest'ora? Ti sei schiantata contro un palo della luce? No, sia io che la macchina siamo ancora intatte e incolumi. Beh, ma sei ancora fuori, giusto? Comunque volevo ringraziarti per la bella serata. Sono stata davvero bene, E.  Okay, mi fa piacere sentirtelo dire. Anch'io sono stato bene. Allora ti chiamo domani, d'accordo? Vorrei raccontarti un paio di cose, dato che stasera non abbiamo parlato molto.  Okay, capo! A domani, allora, ma non chiamare la mattina che dormo! Naturalmente, E.! A domani, e buonanotte!

Non volevo dirgli che mi sentivo così bene e in pace con me stessa, non avrebbe avuto senso. E' una cosa mia per la quale non devo cercare consenso negli altri. Ma è giusto dir loro che sto bene, in questi momenti. E' un po' pararsi il culo, un po' raccontare una mezza verità, un preservarsi dall'assoluta sincerità che appartiene ai bambini, ma non voglio mettere E. a disagio. Magari non succederebbe, ma gli abissi si raccontano (quasi) sempre in parte, se capite cosa voglio dire.

martedì 22 marzo 2011

Il fasto sbrecciato

Escono con grande difficoltà le parole, almeno in questi giorni. Mi sto sforzando di non appartenere all'apatia e ho qualche risultato solo scrivendo. Poco male, allora.
Il rituale, bene o male, è sempre il solito: bus fino a Verona, orzo macchiato, treno, lezione. Tutti i giorni incontro qualcuno con cui parlare: persone nuove, vecchi amici, non importa. E pensare che solo un anno fa mi infastidiva mortalmente se qualcuno mi rivolgeva la parola, assorta com'ero nei miei libri o pensieri.

Stamattina ero a casa: ho fatto un po' di mestieri in camera mia e in giro per la casa con mia madre, in ferie per due giorni. Abbiamo lavorato in sintonia, lei con la sua durezza vocale che l'accompagna quando manca mio padre, io richiusa nella musica della mia camera: Gianna Nannini, Ligabue, Nickelback, qualche singolo dance di tanto in tanto. Si ricomincia a parlare, noi due, con molta lentezza, ma ogni giorno c'è qualche sillaba in più. Io le parlo di JW (altrimenti detto il piccolino), di F., delle nostre sere casalinghe e dei film che ci va di vedere. Lei si sfoga un po': a volte si parla dei nonni, altre di noi ragazzi.
Le manca una vitalità forte quando manca mio padre, sia nei modi che nel viso. In questi giorni mi sembra pallida, la pelle opaca, gli occhi un poco più stanchi. Son più di sei mesi che vediamo nostro padre a singhiozzo, due settimane smangiucchiate ogni mese, se tutto va bene. E forse più avanti prenderà un lavoro all'estero, sempre distante dall'Italia. Non so davvero come mi sento.

La settimana scorsa, tanto per cambiare argomento, si è allagata nuovamente la mia cittadina. Nelle strade del paese si sentiva Vaffanculo di Masini. E proprio quel 17 marzo di festa noi buttavamo l'acqua fuori dai cortili, ripulivamo i vetri delle finestre in silenzio, che rabbia non ce n'è più. L'argine è tale e quale allo scorso novembre, nessuno ha appaltato i lavori per ricostruirlo, i sacchi di sabbia giacciono acora inerti lungo le vie e intralciano il traffico. E pensare che fino a pochi mesi fa ero convinta che in una cittadina come la mia non sarebbe mai successo niente. Il sindaco ammette candidamente che niente è stato fatto, da quattro mesi a questa parte. Solo sono state disfatte molte cose, come le cantine di molti di noi. C'è solo una gran voglia di lapidarlo senza troppe parole.

E il 17 marzo, quel giorno di festa annunciato, discusso, canzonato più nel bene che nel male, è stato quello che si era preannunciato. Niente di più, niente di meno. Un candido, semplice, ennesimo disastro. Vespa si è impegnato in una trasmissione di ricordo che di piacente non aveva nemmeno lo spot pubblicitario. I politici se ne sono andati beatamente al bar all'intonare di Fratelli d'Italia, e di quelli che non l'hanno fatto, pochi credono veramente a quest'inno. Inutile dire che non la sognavo così, l'Italia, inutile dire che vorrei tanto cambiarla. Ma da che parte incominciare? Alle volte pare tutto un fasto sbrecciato, e che cosa si deve solo ristrutturare e cosa va demolito e poi ricostruito daccapo? Forse qui sta l'inghippo, e in tante altre cose. Se in molti hanno definito questo nostro Paese come un teatro continuo e comprensivo di tutto, persone e cose, mi sembra adesso più vicina a un'esclamazione tragicomica. Per quanto dannatamente non lo vorrei.

coccola5

martedì 15 marzo 2011

Miracles happen

Ho nella testa Pensieri e parole di Battisti.


E i miracoli accadono, basta avere la pazienza di attenderli. E basta volerli.

coccola5

domenica 13 marzo 2011

Piccole paure

Una signora parla concitata in treno. Di primo acchito sembra la classica pettegola di paese, la solita settantenne che conosce tutti i dettagli di morti e ammalati degli ultimi vent’anni o, come si direbbe più volgarmente, ne sa vita, morte e miracoli. Chiacchiera con un’altra signora. Io siedo due file più avanti, sicchè per delicatezza non mi giro ad osservare e mi limito ad udire la conversazione.

E scopro un susseguirsi di è questo che mi fa paura; ma io dei medici non mi fido, combinano di loro già troppi casini; ma non sono capaci di curare bene gli ammalati; e io, se potessi, in ospedale non ci metterei mai piede. E poi ciò che mi colpisce di più: io mi sento così depressa, e allora non esco più di casa. La signora parla, a quanto pare, di un intervento cui deve sottoporsi: niente di così grave, in realtà, ma la cosa la spaventa al punto che il mondo stesso, la vita attorno e oltre a lei la intimorisce.

Ed ella serra la porta di casa dietro di sé. Costringe fuori il mondo. Lo sciopero degli studenti diventa la voce del giornalista di Rai 3, la voce del pescivendolo al mercato un flebile, silente richiamo, il sole del mattino si tramuta nella penombra lievemente filtrata dalle persiane di un vacuo salotto. Il televisore che gracchia ore di violenza, gallinelle a caccia di popolarità, il lamento dei politici che tentano di pararsi il culo e intanto di convincerci che hanno a cuore il Paese.

In questa signora rivedevo mia nonna. Qualche anno fa mio nonno è stato operato al colon per un tumore: si è ripreso perfettamente, non ha avuto ricadute di alcun genere, gli unici problemi di salute che ora deve affrontare sono legati a una parziale sordità (con cui convive, per altro, da anni) e alcune difficoltà respiratorie leggére. Tuttavia, da allora ella è diventata ansiosa e ansiogena: diventa isterica se suda un poco, le prende il panico se d’inverno ha una lieve febbriciattola e lo costringe in casa per una intera settimana. In altre parole, non vive più. In tutti i sensi in cui questa frase può essere intesa. Purtroppo non sono riuscita a fare nulla per trarla fuori da questa vorticosa condizione: a nulla è valso invitarla da noi il più spesso possibile perché rifiuta quasi ogni volta, evita di trattenersi a lungo quando viene e alle volte non mi saluta, si mette semplicemente a preparare delle frittelle nella nostra taverna alle 8 del mattino (io spesso dormo, sicchè mi accorgo alle 10, prima di andare via, che è venuta con il nonno, che invece viene tutti i giorni nessuno escluso a casa nostra).

Non sto dicendo che mia nonna sia, in un certo senso, morta dentro. È una persona dalla piacevolissima conversazione, molto sveglia e ben tenuta, dimostra molti anni in meno di quelli che ha, fino all’anno scorso dormiva a casa nostra se i miei mancavano per qualche ragione. Soltanto che non è più la stessa. La stessa cui avevo per prima confidato cose di un’intimità profonda, la stessa che aveva per prima raccolto i cocci della paura e che ne aveva parlato così tanto da farmi accettare il tutto. La stessa a cui, nel 2006, telefonavo in continuazione dal Canada per raccontarle di Chad, il ragazzo che mi piaceva, delle mestruazioni tanto dolorose da costringermi a fare la doccia alle 3 di mattina, di mia zia che il weekend andava dal fidanzato lasciandomi a dormire sul divano in casa di mia cugina. [Che poi, l’estate 2006 è stata la migliore in assoluto, un periodo magnifico, un giorno ve ne parlerò meglio.]
 
La fortuna aiuta gli audaci, diceva Virgilio. In chiave moderna credo che questo significhi mettersi in gioco, mordere la Vita e graffiarla. Mi tornano alla mente i personaggi della grecità, e in particolare Alessandro Magno. È il personaggio storico che preferisco in assoluto perché ha avuto il coraggio di spingersi fino in Oriente, di andare oltre la ripetitività della normalità. È stato un audace. Mi piace l’episodio di lui bambino che monta Bucefalo, quel cavallo considerato indomabile e pazzo. Alessandro sale senza esitazione e galoppa verso il sole e la luce. Che, in fin dei conti, è quello che si richiede a tutti noi.

coccola5
ps. ma Splinder è lentissimo in questi giorni.. anche il vostro o è un problema che riguarda solo me?? Resta il fatto che la cosa è parecchio snervante..

giovedì 10 marzo 2011

A proposito, sono felice

Ora sono qui, voglio sorridere. [...] Nell'aria resterai, gioia di vivere.
                                                                                             Gianna Nannini, Maledetto ciao

Avete mai avuto l'impressione che chi scrive di voler sorridere, di partecipare della gioia di vivere debba sforzarsi di essere felice? Debba ricordare continuamente a sè stesso che ogni cosa sta andando per il verso giusto? Voglio dire, ci sono persone serie di indole, che magari faticano a sorridere alla vita anche se è tutto a posto, eppure.. pare che usino questa frasetta, "sono felice, va tutto bene" come un talismano, qualcosa che torna alla mente dopo lo stress e il daffare.

Sapete che fra questi ci sono anch'io? Ci pensavo iersera.. Non so se sia davvero un buon segno.


coccola5

ps. Se mi resta un po' di tempo questa sera, vi racconto un paio di episodi. Quando si dice paura. E quando si dice sfiga, come nel mio caso. Ogni tanto, ma solo di rado, eh, ho l'impressione che la sfortuna mi tenga dolcemente per mano. [Vaffanculo. Non esco mai senza, come dice la Litti, e adesso ci vuole.]
pps. A proposito, sono felice.

martedì 8 marzo 2011

California


Siamo noi la california,
siamo noi la libertà,
siamo noi che lo guardiamo
e ci sembra ancora cielo.

Gianna Nannini - California


 



Tutto quello che sogniamo e con una scusa immaginiamo distante, tutto quello che vorremmo e per cui non abbiamo mai allungato la mano, tutti i sorrisi che non riceviamo e che non abbiamo regalato, tutto quello che ci sembrava orribile e mediocre e tuttavia lo abbiamo fatto.
Ma anche tutte le scalate che faremo verso il cielo, tutta la buona musica che ascolteremo e le persone cui daremo ascolto, tutti quei posti loschi in cui andremo e tutte quelle persone poco raccomandabii che vorremo conosere. Tutti quei giorni che spaccheremo di gioia.

coccola5