domenica 21 agosto 2011

La cosa più figa al mondo

Di riposo. Dopo sei giorni di lavoro una lunghissima dormita ci voleva. Mi sono addormentata all’1 iersera, in “piena regola”, cioè soltanto slip e reggiseno sotto il lenzuolo verde.

Stamattina, contrariamente alla norma, mia madre mi ha chiamata alle 11.40. Solitamente a casa mia la sveglia suona alle 8.15, e questo trecentosessantacinque giorni l’anno compresi i bisestili, il giorno di Pasqua e di Natale e i nostri compleanni. È una regola della casa. Adesso però si rende conto che la sera sono proprio sfinita e che ho bisogno di dormire maggiormente, almeno nel giorno che ho di riposo. Certo, è venuta a svegliarmi con la sua solita cortesia (Allora, ti vuoi alzare?!), ma considero questo di oggi un grande progresso!

A pranzo ne ho approfittato per parlare con i miei dell’equitazione: per me esiste l’idea (e la possibilità economica) di comprare un cavallo, loro invece aspetterebbero. Il lavoro nella Grande Azienda mi consentirebbe l’acquisto di un pargoletto equino e circa due mesi di mantenimento, ma poi? Mio padre dice che, a questo punto, potrei chiedere la mezza fida di Carrie, una cavallina che nessuno usa da tanto. Ha il mantello di un marrone molto scuro, ha circa vent’anni ma fa davvero poco movimento: in mezza fida mi costerebbe cento euro al mese e la cosa sarebbe fattibile, ma... il problema è che questi cavalli, che di solito chiunque usa, principianti e non, non sono abituati alla mano di un solo cavaliere e sotto questo punto di vista sono abbastanza difficili da gestire. Carrie, anche per la sua età, è molto tranquilla e perfettamente affidabile, almeno in teoria. La pratica è un altro discorso. Per il momento, dunque, non abbiamo deciso nulla, se non di provarla alla prima passeggiata e poi decidere il da farsi.

Senza cavallo non riesco proprio a stare. In realtà, di chi non posso fare a meno è JW, e ogni volta che ci penso è un dolore lancinante. Quasi nessuno, se non – forse – chi legge il blog, ha intuito la mia immensa sofferenza. Perderlo, ritrovarlo e perderlo di nuovo è stato davvero arduo da accettare. Si trattava di riconoscere che cavallo e cavaliere non sono fatti l’uno per l’altra. O meglio, accettare anche il fatto che, se pure un cavallo come JW ti ama al punto di seguirti senza longhina, non riesce però a superare le sue paure e a fidarsi completamente di te.
Io e Beauty, la cavalla che avevo prima di lui, eravamo un tutt’uno, perfettamente in sintonia sempre. Mi fidavo di lei al punto da lasciare le redini per qualche minuto, in caso di necessità.

Mi resta sempre la mia micina, è vero, che adesso mi osserva dal letto mentre scrivo. È gelosa incredibilmente del mio pc, perché non possono stare sulle mie gambe contemporaneamente, però la notte si fa spazio fra le mie gambe e si addormenta lì fino alle tre, le quattro di mattina.

Qual è la cosa più figa al mondo, secondo te? mi ha detto Davide qualche giorno fa.
Il galoppo a cavallo.

coccola5

sabato 20 agosto 2011

PR, il problema e altri racconti

Si ricomincia, e l'orario di oggi è, se possibile, peggiore dei giorni precedenti. 12-15 e di nuovo in cassa dalle 19.30 alle 23. Particolarmente distruttivo, ne converrete.
Devo tuttavia dire che come orario non mi dispiace per la sola ragione che mi consente di starmene al lago di Garda con i piedi in ammollo per tre ore. Proprio vicino a noi c'è una spiaggetta, e allora vale la pena approfittarne.

Compagnia di questi ultimi giorni è Il Corsaro nero di Emilio Salgari, grazie al Corriere della Sera. Ogni settimana, di mercoledì, esce un classico dell'avventura: fra questi Verne, Salgari (ma non verrà pubblicato Sandokan), Twain, London e altri. I libri escono al prezzo di 6,90, quindi mi sembra buona cosa approfittarne. 
Il Corsaro nero mi piace molto, anche se non avrei mai pensato di "prendermi" per un libro simile. A quanto pare, leggere di indisciplinati pirati mi affascina parecchio. Non credo che come libro si possa definire un capolavoro: ogni tanto, a mio avviso, è rimasta nella penna qualche virgola ed è invece uscita qualche espressione inadatta al tema, ma in generale il linguaggio dei pirati parrebbe essere presente.
Ogni tanto mi ritrovo a ridere da sola per qualche battuta presente al suo interno o ad avere un po' di batticuore sperando che il Corsaro nero riesca nelle sue imprese... i classici sintomi di un lettore incallito come me! ;)

Sapete che mi aspetta ora, prima di andar via? Un bel po' di pulizie della mia camera che, se potesse, urlerebbe certamente. Ah sì, e la gestione di un fratello quattordicenne parecchio fuori di testa (da ieri rinominato appositamente per il blog PR, Psicopatico Rompiscatole). Ieri sera ha annunciato solennemente che "voleva uscire per picchiare G.", suo amico (sì, in effetti questo è da verificare!). Io e mia madre abbiamo avuto un bel daffare a trattenerlo e quando l'ho rimproverato per aver mandato a quel paese mia madre mi è arrivato un destro sul braccio sinistro. Mica male, no? 

In tre parole, questa casa è un covo di matti.

coccola5

venerdì 19 agosto 2011

Lavoro, cena, letto. Lavoro, cena, letto. Moltiplicate per sei (giorni). I vostri genitori vi considerano come un'apparizione, voi vi vedete come un noioso e meccanico bradipo. Al lavoro dicono che siete bravini. Vaff...!!

Davide? Siamo un duo avventuroso, noi. Son salita con lui per la prima volta in motorino e gli ho quasi fatto passare dei guai: io senza casco, in due su uno scooter, secondo voi dove siamo passati? Davanti alla caserma dei carabinieri!! Si, si.. tutto è bene quel che finisce bene, però che spavento! 

E poi gli manco, pare. Dice che a pulire i vassoi senza le mie strambe conversazioni si annoia. Dunque ti manco? Eccome!

A presto, miei fidati lettori, il lavoro chiama. [E pare che si viva per lavorare, e non il contrario, ahimè.]

coccola5

lunedì 15 agosto 2011

Ti aspetto. Per pietà.

So che scrivendo farò ordine fra i miei pensieri, e quindi al momento mi sembra un’attività decisamente utile da compiere. C’è qualche novità sul fronte lavoro, e vale a dire che il numero dei litigi furibondi tra me e la cassa si è decisamente ridotto: abbiamo trovato un tacito accordo che ci permette di convivere (io non piango esaurita e soprattutto conto bene il fondo e lei.. beh, lei fa sempre il suo lavoro!) e, definito il patto di stabilità fra le parti, sto molto meglio.

In compenso sono partiti tutti: i miei sono a cavallo per il week-end e torneranno domani, F. è partita per la GMG di Madrid e D… D. è partita, ma in un senso differente. Quello che mi ha sorpreso, è stata la batosta: pensavo di essere oramai un’esperta in fatto di scelta di amicizie, e invece mi sono dovuta ricredere. Il punto è che io vedo l’amicizia come un prendersi cura l’uno dell’altro, e con lei non succedeva. Mi ha detto che ho l’innata capacità di scomparire nel nulla, le ho risposto che lo sapeva fin dall’inizio e che è un fatto caratteriale cui non so porre rimedio. E comunque, a non sapere nemmeno dei problemi di mio padre e a non farsi sentire per tre mesi, era lei. Giusto per puntualizzare lo stato di cose. Non penso a lei quasi mai ora: il pensiero che ci rivedremo casualmente mi tocca solo in maniera laterale, forse sono talmente amareggiata che non voglio nemmeno pensare alla nostra rottura e a cosa succederebbe se.

Considero da sempre gli amici quasi come degli amori – e chi ha letto della mia amicizia con E. può confermarlo - persone per le quali do ogni cosa, ogni singola cellula di me stessa e rompere con loro in modo più o meno traumatico, più o meno accidentale, mi ferisce immensamente. Non tutte le persone restano per sempre, però spero sempre che condividano con me una parte di percorso abbastanza lunga. E questo è quanto: ci sarebbe altro da aggiungere, ma preferisco spostarmi su lidi più interessanti e divertenti, almeno per il momento.

Partiamo dall’argomento più facile: F. Come vi dicevo, è partita per le vacanze con un grande zaino da trekking e, sottolinerei, è partita anche grazie a me. Perché tanta modestia? Perché ieri sera, dopo lavoro, ci siamo viste con l’esplicito intento di “fare lo zaino, ti prego”. Fortunatamente aveva già sistemato sul letto le cose da portare. Una precisazione ci sta: sistemare può essere sostituito da buttare alla più caotica rinfusa senza particolari conseguenze sintattiche e semantiche. Si, perché sul letto – e nelle stanze adiacenti – regnava sovrano il caos. Le ho fatto sistemare i pantaloni con i pantaloni, le maglie con le maglie e le scarpe con le scarpe e insieme le abbiamo insacchettate e disposte nello zaino in ordine di “utilità” (per chi non lo sapesse, l’ordine è circa questo: maglie e pantaloni sotto, intimo più sopra, sopra ancora pigiama e cambio per il giorno successivo, infine un avemaria – o un’imprecazione, a seconda del soggetto svaligiante - per riuscire a chiudere lo zaino e sacco a pelo e stuoino). Sua sorella – e lei stessa – mi guardava ammirata e continuava a ripeterle: “vorrei vedere quando lo zaino lo farai tu!!” e intanto se la rideva di gusto. In tutto questo abbiamo cenato e ciacolato.

E questo ormai ci porta al secondo – e ultimo, contenti? – argomento. Di che abbiamo disquisito? Di molte cose, questo è certo, e a me gli argomenti raramente difettano, ma anche, e sottovoce per non turbare la sua famiglia, di Davide. Il collega che mi attrae terribilmente e di cui vi accennavo il post precedente. Un gran bell’elemento, quello. Castano, carnagione chiara e occhi scuri, qualche minuscolo taglietto sul viso: non eccessivamente piacente secondo gli attuali canoni estetici, abbastanza sfacciato da dirti qualunque (quasi – e grazie al cielo) cosa appena gli venga in mente. Sabato abbiamo pulito insieme i vassoi, e intanto mi raccontava la sua storia dannata, io gli spiegavo che in questo senso gli faccio compagnia. Insomma, lui ha la sua storia con cui impressionarmi (parziale perdita di memoria dopo un incidente di arti marziali, famiglia sgangherata e altre varie) e io ho la mia (incidenti vari di percorso, carattere spaventoso e spaventevole e altre varie): così composti, nessuno dei due si impressiona poi molto. Non io, almeno. Storie così ne ho sentite almeno cento e ci ho fatto il callo: non che le ritenga superficiali, anzi, ma conosco spesso il prologo e il proseguo e anno dopo anno non ci lascia più muovere a pietà o compassione. Detto questo, veniamo – dialogicamente parlando – al sodo: ci ritroviamo a parlare delle nostre compagnie di letto. Che si tratti di una seconda persona o delle nostre dita, come nel mio caso, mi è piaciuta l’estrema naturalezza della conversazione, con qualche risata e altre parti serie. Quindi, dicevi, ti tocchi e poi dormi da dio?, mi fa, riprendendo il filo del discorso. Sì, hai colto il punto. Ti rilassi al punto che stai proprio bene e quindi poi dormi anche bene. Inizialmente lui ride. Perché me ne parli? Perché lo faccio io, più che altro perché è naturale e tutti, in misura diversa, lo facciamo. Che senso ha nasconderlo? Non mi dà torto, mi fa notare che mi sto rilassando e che parlo più lentamente adesso, io vorrei rispondergli che, se potessi, me lo scoperei seduta stante, invece ribatto che non mi va la psicanalisi. Mi asseconda e poi cambiamo argomento: ridiamo in continuazione e i colleghi che passano notano la nostra complicità. Al momento della distinta cassa me lo ritrovo di nuovo vicino. Che fai?, gli chiedo. Ti aspetto. Per pietà. See, per pietà. Comunque resta, mi fa piacere., gli rispondo in fretta. Il momento più ansiogeno è quello e mi fa piacere che qualcuno mi affianchi in silenzio. Lui però parla in continuazione con me e con V., una nostra collega, e alla fine sbotto: E piantatela di parlare e  schiamazzare! Sto facendo la distinta, mi serve concentrazione! Abbassano la voce e io riprendo a smazzettare le banconote e le monete. Poi si offre di darmi una mano e gli dico cosa fare, infine mi accompagna all’auto. Che poi, vedi, noi che abbiamo il riposo la domenica siamo quelli più fighi!, esclama cammin facendo. Quindi intendi che sono figa anch’io?, azzardo ridendo. Beh, non proprio!, ride anche lui, ma in realtà lo pensa.

Posso dirlo? Mentre altre colleghe parlavano con lui, una puntina di gelosia c’era. E dai, per una volta speriamo bene. Se non mi faccio prendere dal panico potrei farcela.

coccola5

venerdì 12 agosto 2011

Mi sto tirando fuori

L’intento era quello di raccontare della rottura con D., per altro nell’aria già da qualche tempo, ma non voglio stancarvi con queste cose. È un rapporto che se ne stava andando da un po’, averlo lasciato non mi fa stare peggio.

E invece… ci sono cose belle ogni giorno. Scoprire un’altra fan di Gianna al lavoro, stare benissimo in cucina come in cassa, trovarmi benissimo col mio collega che fa il matto e ride in continuazione, essere in buoni rapporti con le mie responsabili. E riuscire a fare la distinta da sola. E non trovare la fila al casello dell’autostrada, il che, credetemi, è un autentico miracolo.

C’è qualcosa di nuovo in questo lavoro: mi sta un poco abbandonando il senso di inadeguatezza, di eccessiva timidezza e freddezza. Gli ultimi giorni mi hanno sfinita al punto da causarmi uno sfogo sottocutaneo sulla schiena, ma ora sembra essere iniziata la discesa. Non voglio mettere troppo le mani avanti, ma sto bene. È così esilarante dirlo e sapere che è vero.

Mi conoscete, non so mentire su di me. Ogni volta che l’ho fatto è crollata poi parte della mia vita, e dalle batoste qualcosa si impara. Ogni tanto mi faccio un po’ paura, ma so che sto diventando vera. Sto diventando donna e la persona che ho immaginato a lungo di essere: amabilmente di sinistra, attenta ai temi sociali ed ambientali, informata sulla politica, abbastanza schietta da non lasciarmi calpestare e altrettanto sensibile da non offendere il prossimo.
Certo, soffro ancora di una tale ansia da far preoccupare chi mi sta intorno, ma per qualche insolita ragione, lo considero un problema secondario.

Faccio sempre i miei strani sogni. Mi tocco spesso perché così sto bene con me stessa e perché ne sento il bisogno quotidiano, parlo delle donne che mi attizzano con gli amici che mi sono vicini e ascolto ogni giorno due ore di musica come un mantra che poi funziona. Considero sempre il galoppo a cavallo la cosa più bella, libera e arrapante sull’universo e non riesco a non pensare che senza JW ho perso una parte di me, ma ancora non riesco a stimare il danno.

Ora sono proprio io, forse faccio un po’ paura, ma mi sto tirando fuori. (G.N.)

coccola5

mercoledì 10 agosto 2011

Sfinita

Non ce la faccio più. Per tutto: amici che scopri non essere tali, l'ansia di gestire una cassa, 120km al giorno in autostrada, rientro all'1 di notte dal turno serale, ragazzi di ripetizione che danno buca all'ultimo secondo...

La cosa buona di oggi? Solo un caffè. Quello che mi ha offerto mia zia E. stamattina. E' bello anche scoprire che, sotto sotto, non siamo tutti degli stronzi impuniti. 

coccola5

martedì 9 agosto 2011

Due pensieri o tre

Senza scrivere non riesco proprio a stare. Vorrei parlarvi di tantissime cose, ma due mi premono in particolare. Sono due brevi riflessioni, due pareri, niente di più o di meno. Mi piace l’idea di mettervene a parte, ecco.

Innanzitutto avevo promesso di scrivere qualche riga sul libro che ho letto, Da qui vedo la luna di Maud Lethielleux. Si può sicuramente dire che lo stile del libro è molto semplice per chi è abituato al “gergo della strada”, o comunque a leggere libri di autori come Irvine Welsh, che trattano argomenti legati alla strada. Un po’ più difficile da comprendere potrebbe risultare se non ne capite niente, ma ci si abitua comunque in cinque o sei pagine. Il libro racconta la storia di Moon, una ragazza di 18 anni che vive per strada già da due anni, ed è innamorata della semplicissima vita che conduce. Fra gli altri senzatetto ha trovato un fidanzato, Fidji, che la accompagna in ogni giornata. Ma Moon ha una marcia in più rispetto agli altri suoi amici: decide di scrivere un libro di memorie per Fidij, libro che presto prenderà una piega più che altro fantasiosa. Frega un bloc notes e qualche penna in edicola e inizia a scrivere. Le sue parole e i suoi pensieri, che dapprima escono con fatica, iniziano poi a uscire spontaneamente, scrivere diventa per Moon un autentico bisogno fisiologico. Quando Slam apprende del suo libro, decide di rivolgersi, tramite un’amica presso cui vive, a delle case editrici e con uno scherzo fa in modo che Moon possa essere contattata dagli editori. Il che accade: due case editrici sono interessate al libro e la ragazza si presenta da loro, ripulita grazie a Slam. Ma quando sceglie l’editore, questi inizia a chiedere dei tagli e delle modifiche a quel testo giudicato inizialmente ottimo, poi addirittura la riscrittura dell’intero manoscritto. Per Moon il colpo è talmente grosso che tenta il suicidio. Ma poi, cullata fino al risveglio dal coma proprio dai personaggi della sua storia, decide di provare a rivolgersi nuovamente all’altro editore, che sceglie di pubblicare il suo libro.

Quello che del libro mi ha veramente colpita è stato l’amore per le parole da parte della scrittrice, usate con precisione, parsimonia e sapienza. Sotto questo aspetto, un lavoro molto ben fatto. Va anche detto che alcuni passaggi non sono chiarissimi, anche se con un pizzico di immaginazione si capiscono, e questo è un piccolo neo (o forse un pregio, non saprei dire..) del libro. Interessante anche il fatto che il libro sia frutto dell’esperienza personale della scrittrice, che aveva vissuto ella stessa per due anni sulla strada. Direi davvero un 8, se dovessi votare questo libro.

Il secondo pensiero è di tutt’altra natura, e perdonate il brusco cambio di argomento. Rientrando a casa questa sera, ho visto ancora una bandiera alzata al balcone di un appartamento. Una bandierina triste e isolata, a dire il vero. E con il brutto tempo di oggi, non dava un’impressione migliore, poverella. Mi ha fatto un poco ripensare al 17 marzo e a tutti gli eventi collegati. Francamente, non ho mai visto tante bandiere come in quel giorno e anche noi, benché io fossi contraria, l’avevamo alzata al balcone. Dopo due mesi, il 2 giugno precisi come la scadenza di una cambiale, l’abbiamo riposta e ripiegata. Fine della festa, fine dell’unità.. o sbaglio?

Il motivo per cui sono fortemente contraria all’alzabandiera in balcone o a casa è molto semplice. Il mio essere italiana, il mio sentirmi unita come cittadina e il mio sentimento nazionale non vengono dal tricolore appeso pochi giorni. Al contrario, vengono dal mio modo di comportarmi come cittadina: pagare le tasse regolarmente, impegnarmi per lo Stato nel modo che posso (scrutinatrice alle elezioni, volontariato, comportamento solidale con gli altri cittadini) e non tradire mai la mia italianità. In che senso? Nel senso che non predico bene e razzolo male: mi lamento sempre di come vanno le cose e non faccio nulla per migliorarle.
Piuttosto mi informo su quanto accade, partecipo attivamente al dibattito, partecipo a manifestazioni o eventi laddove lo ritenga necessario e utile per migliorare le cose. Credo che informarmi (e informarsi in generale) sia fondamentale: l’ho già scritto qui tante volte e non voglio ripetermi, ma ribadisco che, a parer mio, partecipare alla vita politica dello Stato, anche solo essendo informati sulle notizie del giorno, sia il modo migliore di essere italiani. Sapere cosa succede, andare a votare informati e coscienti e non a caso (o non andarci affatto, che reputo orribile). Trovo che sia uno dei pochi modi davvero validi, oltre a un atteggiamento che viene da sé stessi, per combattere quello che non troviamo giusto.

+Prima di chiudere volevo raccontare qualcosa di leggero e bello. Non so se l’ho già scritto, ma ho ritrovato un amore per le canzoni dello Zecchino d’Oro, della mia infanzia quindi. Le trovo piene di spirito costruttivo e non eccessivamente infantili (nel senso negativo del termine, perché si trovano parole “difficili” per l’infanzia, come sirtaki, ciuco ed espressioni che magari un bambino non conosce). Fra l’altro spesso hanno una o due strofe in lingua straniera (una addirittura in islandese).

Adoro questo atteggiamento costruttivo delle canzoni, mentre non sopporto il buonismo (qui intendo il pensare che tutto vada sempre bene, cosa che odio sconfinatamente), il compromesso come modello di vita, le parole belle senza letteratura. Per chi non l’avesse capito, parlo di Jovanotti e Ligabue. Proprio non riesco a soffrire i messaggi delle loro canzoni. E l’ultima canzone di Jovanotti, Il più grande spettacolo dopo il big bang, è una continua sfinente anafora.. dove sta l’amore per le parole?

Ditemi cosa ne pensate! ;-)

Ribadisco, come scritto nei riquadri a sinistra del template del blog, l’invito a scrivermi, se lo voleste. Il mio indirizzo e-mail è il seguente: princeton_girl23@hotmail.it. Parlatemi di qualunque cosa, in semplice amicizia e scambio di pensieri, e sarò lieta di rispondervi appena avrò un minuto libero, quindi a breve.

Ricordo, tuttavia, l’uso preferenziale dei commenti e degli mp: se dovete comunicarmi link mancanti o errati, mancanza dei credits per qualcosa o altre cose di questo genere lasciatemi un MP, per brevi pensieri sui post lasciate un commento. Portate pazienza se insisto su questo aspetto, ma è una questione gestionale del blog, per così dire.


Un abbraccio a tutti i lettori,
coccola5 

martedì 2 agosto 2011

Quella donna lì


Un nuovo mattino inizia, senza le note di Gianna o di qualche altro cantante, senza troppe parole.
Spalanco gli scuri della mia camera da letto, strappo via le lenzuola e le porto in lavanderia, spolvero, riordino, aspiro, rifaccio il letto. Passo l'aspirapolvere nelle camere da letto degli altri. 

Un ordinario martedì mattino. Più tardi chiamo D. Avremmo tante cose di cui parlare, in realtà, e non so perchè non mi decida a scriverle. Pazienza.

Mi sa che le canzoni di Gianna ci stanno. Mi sono innamorata di quella donna lì.

coccola5