venerdì 25 gennaio 2013

Pendo dai tuoi sogni

In questi giorni ho riscoperto la musica di Gianna. Non che l’avessi ripudiata, ma avevo temporaneamente scordato il suo potere balsamico. Su di me, almeno.

Questa settimana è cominciata in modo orribile, quasi ironico. Lunedì mattina, tornando a casa, un ragazzo mi è venuto addosso in macchina. Io dovevo svoltare a sinistra, e complice anche il fatto che avevo messo tardi la freccia, la prima auto dietro di me mi ha suonato e mi ha schivata, mentre la seconda mi ha presa. La parte peggiore è stata il rumore delle lamiere che si scontravano frangendosi. In qualche modo ho accostato appena all’ingresso del parcheggio, poi sono scesa dalla macchina e per un paio di minuti buoni sono rimasta confusa e spaventata a guardare la strada, incapace di attraversarla. Nel frattempo si erano fermati anche i carabinieri, che erano dietro di noi, per capire cosa fosse successo. Io e il ragazzo abbiamo compilato la constatazione amichevole, poi abbiamo staccato un pezzetto del mio paraurti che grattava contro la ruota e sono tornata a casa. Per tutta la settimana non sono riuscita a togliermi dalla testa la sensazione che, se fossi stata più attenta, avrei potuto evitare l’incidente.

Come se non bastasse, ieri sera mia madre si è messa a dire strane cose su F. e il suo ragazzo. Quando fa 
così, mi da sui nervi in un modo pazzesco. Inizia sempre con ma non è normale che... e io mi sento prudere le mani. Non riesco a sopportare questi discorsi assurdi, che partono dal presupposto che solo il suo mondo sia normale, mentre tutti quelli che sfuggono ai suoi parametri siano strani, e quindi necessariamente sbagliati. Che ve lo dico a fare, è una concezione del mondo che non mi appartiene, sono troppo abituata a vederne di cotte e di crude per pensare di essere nel giusto, di avere tra le mani una qualche verità su come si debba o dovrebbe vivere. A me basta che mi sta intorno sia felice, o per lo meno stia bene, e se è così vuol dire che non sta sbagliando. Ognuno a suo modo. È la mia unica filosofia, o per lo meno l’unica cosa che mi sembra di aver compreso in 22 anni che sono al mondo.Il tutto mi ha particolarmente infastidito perché si tratta di F., la mia più cara amica, e vorrei evitare che le spietate critiche di casa mia toccassero anche lei. Sono così selettiva, e lei è una delle poche a cui ho trovato meno difetti che agli altri, o ne ho visti di trascurabili. Mi spaventa la possibilità di ritrovarmi a pensare che, sotto sotto, ha ragione mia madre, di lasciarmi condizionare da lei. Mi spaventa il fatto che, se le dessi ragione, potrei escludere F. dalla mia vita. Per me è questione di un attimo allontanare le persone.

Alle volte mi faccio paura. Questo mio selezionare, questa mia insoddisfazione nei confronti delle persone e della vita, questo mio sentirmi su un binario diverso da quello di tutte le altre persone. Mi ritrovo a pensare, e mi odio per questo, che se fossi normale, più conformista e conforme le cose sarebbero più semplici. E forse è vero, ma sarebbero anche più superficiali. Alla fine, sensibilità significa anche sofferenza, accettare che sarà difficile trovare qualcuno all’altezza delle tue aspettative, dei tuoi standard troppo elevati. E che, se lo troverai, sarà stata un’immensa fortuna, sarà probabilmente l’unica persona, o quasi.

Accendo Gianna, allora. Quando mi ritrovo in questo sconfinato vortice di pensieri, nel circolo vizioso delle mie ansie, quando la mia testa esce dall’orbita. Accendo il suo disco intanto che stiro, e la sua musica, la sua bellissima voce si portano via tutti i pensieri. Ancora una volta, la sua poesia compie miracoli. Altro che i santi.
Pendo dai tuoi sogni,
veglio su di te.
G. N. – Meravigliosa creatura

coccola5

giovedì 24 gennaio 2013

Beffardi


Apro la pagina di Repubblica e la prima notizia che mi balza all’occhio riporta “Cronache dell’Italia in crisi – così siamo diventati indigenti”. Leggo le storie di cinque, sei persone che non arrivano a fine mese, o ci arrivano a filo, per miracolo. Una cassiera, un’operatrice di call center, un panettiere, un padre divorziato. Non sono più casi a parte, isolati, sono la normalità. Ci dicono che siamo regrediti di ventisette anni, e non si può dire il contrario.

Mi viene da piangere leggendo quelle notizie, e nel frattempo mi sento stupida come la Fornero quando annunciava l’aumento delle tasse. Non si può piangere, si può solo resistere. Non possiamo permetterci di crollare, scrivevo poco fa su Fb a Tizy. Possiamo solo continuare a camminare, evitando di volgere indietro lo sguardo nella speranza che, prima o poi, le cose miglioreranno.

Mi viene da piangere anche perché, leggendo queste storie, mi vedo fra un paio d’anni. Mi aspetta lo stesso futuro, la stessa miseria, se rimango in Italia. Come abbiamo potuto cadere tanto in basso, mia cara Italia? Come abbiamo potuto guardare indifferenti l’avanzare, lento e inesorabile, di questo sfacelo? Ma soprattutto, come possiamo ignorarlo ancora, fingere che non esista? Non c’era bisogno che Repubblica raccontasse queste storie, mi basta andare in paese per sentirne altrettante, forse anche peggiori. L’anno scorso, quando il Tramigna ci ha allagato il centro storico, sono andata a prendermi un paio di infradito al negozietto di scarpe. C’era odore di muffa, di stantío, dopo due mesi, e la proprietaria è scoppiata a piangere davanti a me. “Come facciamo adesso, con centomila euro di danni?”, mi ha detto.

Come faremo? È la domanda che mi pongo più spesso ultimamente. Se non facciamo niente nemmeno per chi non ce la fa, se non abbiamo un briciolo di sensibilità… come faremo? Che razza di Paese siamo che trascura i propri cittadini, che li prende in giro, la cui classe politica siede beffarda sui propri troni voltando la faccia?

coccola5

fonte: Repubblica

lunedì 7 gennaio 2013

Ritardatari auguri

What doesn't kill you
makes you stronger,
makes a fighter.
(Kelly Clarkson - What Doesn't Kill You)

Quest'anno niente buoni propositi, e niente year review. Sapevo già che annus horribilis fosse stato il 2012, senza bisogno di sottolinearlo di nuovo il 31 dicembre. Per darvi un assaggio, crisi famigliare, lite col don, laurea saltata... ecco, avete capito.

Quest'anno ho solo imparato quello che dice la canzone di Kelly: ciò che non ti uccide fortifica. A volte barcollo ancora terribilmente, mi tremano le ginocchia, ma sto imparando a fermarmi, riprendere fiato e poi ripartire con calma.

E poi, per me gli anni dispari sono i migliori. Speriamo bene!

coccola5

giovedì 20 dicembre 2012

Not her

Non mi sto innamorando di lei, così sfacciatamente bella, dei suoi capelli castani ricci, ribelli, rasati da un lato. Non è lei quella che sorride sempre, quella per cui la vita non potrebbe essere migliore.
Non è la sua, la mano che vorrei prendere per mostrarle l'alba in treno.
Non è suo, il viso che vorrei accarezzare piano dicendole svegliati, è quasi Milano.
Non vorrei andare di nuovo al Duomo con lei, che mi sostiene mentre per poco non ruzzolo giù dalle scale mobili della metropolitana.
Non è lei, quella a cui penso in metropolitana la mattina mentre vado all'università.
Non  sono i suoi, gli occhi che vedo la notte nel mio letto e che non mi lasciano addormentare.
Non è lei, la ragazzina che incontro in stazione alle 6.20 di mattina e che mi porta con sè senza dire una sola parola, solo guardandomi.
Non è lei, che abbassa il suo berretto alla Geppetto dicendo "buonanotte", e si addormenta sorridendo.

Not her, definitely not her.
E, soprattutto, non è a me che si sconvolge lo stomaco già solo mentre scrivo.
Tutto questo non sta succedendo, solo quello che vogliamo vedere esiste veramente.



coccola5
ps. Gianna la metterebbe così: goodbye my heart, perchè invece è il mio il cuore che mi dice addio, senza nemmeno starmi a sentire.
pps. Il contatore segna più di 1500 visite, quindi grazie a chiunque, per caso o per interesse, ha fatto un salto qui. :)



domenica 16 dicembre 2012

Not going down the same road again


And I just can't keep living this way,
so starting today, I'm breaking out of this cage
I'mma standing up,
gonna face my demons
[...]
Time to put my life back
together right now.
  Eminem - Not Afraid

Non solo punti di svolta o punti di non ritorno, esistono. Camminando, mi sono accorta che le cose non stavano andando come le avevo programmate, immaginate o anche solo sperate. Mi sono accorta che, in fin dei conti, quasi ogni centimetro della mia vita mi stava sfuggendo di mano. Mi sentivo il passeggero di una nave che sta imbarcando acqua e che, invece di cercare di salvarsi, butta fuori l'acqua a secchiate. Che hai l'impressione di non affogare così, piuttosto di avere tutto sotto controllo, e invece stai affondando anche tu. E che stia succedendo lentamente è solo una tua sensazione, ma la realtà è ben diversa. Stai colando a picco, letteralmente. 

Lo si dice sempre, lo si dice ad nauseam, lo si dice continuamente che il primo passo per affrontare i problemi è smettere di negarli. Ma quando sei tu il protagonista, è più forte di te. E' irrazionale. Lo fai anche mentre cerchi di affrontarli. Esistono periodi problematici, ma per il resto va tutto bene. Come stai? Bene grazie. Ho solo avuto un momentaccio. E' un brutto periodo. Avete un'idea di quante volte ho detto queste frasi a chiunque mi stesse accanto? Ma non mentivo, ne ero convinta io stessa.

Ho sempre frequentato ambienti e persone, letto libri, ascoltato musica che, almeno in teoria, dovevano spingermi ad aprirmi. Ho scritto chilometri di righe su di me, riempito pagine di diari, ma la verità è che parlare di sè è dannatamente difficile. Anche in spazi segreti, sicuri. I miei non hanno mai letto una pagina dei miei Tagesbücher, potevo lasciarli in cucina (e l'ho fatto, distratta come sono) e non li avrebbero mai aperti. Sanno che ho un blog, ma non ne hanno mai cercato l'indirizzo. Ma non riuscivo ad aprirmi. Mi guardavo con verità solo a sprazzi, era (ed è) davvero difficile per me parlare di come stanno davvero le cose.

Quest'estate, non credo di avervelo già raccontato, ho litigato con il mio curato, don D. Era un periodo difficile, a casa le cose erano complicate quanto bastava per tutti, e il suo unico problema era che io partecipassi ad un campo-scuola. Cosa che non volevo fare, per via della laurea, della specialistica in un'altra città, perché avevo altre prospettive. Quando lui l'ha fatta fuori dal vaso, insultando la mia famiglia, gli ho detto che non volevo più vederlo né parlargli, e che non aveva capito niente di me. Ma gli ho detto che ero stanca di dover sempre vedere i problemi degli altri, e che mai nessuno vedesse i miei. Che io dovessi avere tempo per ascoltare tutti a casa, i miei amici e i compagni e che, dall'altra parte, il "favore" non fosse ricambiato. Sono stanca, don, gli ho detto, terribilmente stanca. 

Più o meno è stato allora che ho cominciato a cercare uno psicologo. Ammettiamolo, oggi avere un analista sembra una cosa fica, alternativa, da ricchi che amano parlare di problemi che non hanno - in paese non c'è l'analista, c'è lo psichiatra, e quelo l'è par i mati, dicono da noi - una cosa per pochi snob che nella vita potrebbero lavorare invece che guardarsi le magagne. Io, chi mi legge lo sa, c'ero stata già l'anno scorso e, a parer mio, mi ero anche presa una bella fregatura: il tizio, TranquiPsycho lo avevo soprannominato, stava un'ora ad ascoltarmi in silenzio, chiedendo "come ti fa sentire?" e dicendo, questa era la cosa peggiore, si si, ha ragione. Se sono qui da te, è perché sono nel torto. Torto marcio, tanto per chiarire. Sono qui perché la mia ragione mi ha quasi affossata, soffocata. Se tu mi dici che ho ragione, siamo punto e a capo. E sto buttando soldi, per inciso. (Sentimentalismi, a parte, va detto anche questo.)

A fine agosto, mi sono fatta aiutare da mia madre e fatta suggerire il nome di una seconda persona. E' una tosta: sessantotto anni, mai sposata, colta quanto basta, più libera dell'aria e con una lingua tagliente. Proprio quello che mi serviva, la lingua tagliente. Io parlo parecchio, LM ne è testimone, le chiacchiere mi vengono facili e la mia parlantina incanta facilmente. E ho bisogno di una persona che mi fermi, che parli altrettanto e altrettanto bene, che non si faccia fregare. Ho fatto e sto facendo fatica, non è che ora vada già tutto a gonfie vele anzi, certi giorni mi sembra il contrario, ma mi sono imposta di andare là, sedermi su quella sedia e raccontare tutto, per quanto mi possa vergognare, dovessi distruggere l'elastico che continuo a toccare e attorcigliare per un'ora intera. In questo senso, mi devo fare violenza, ma è per il mio bene. E sento che funziona.

I'm going down the same road again, dicono gli americani. Ho preso una strada diversa, ma è sempre là che mi porta, e non è lì che dovrebbe andare.
Quello che volevo dirvi più su è che da uno psicologo ci si va come ultima spiaggia, è come Dio, che quando sei sull'orlo del precipizio lo preghi "salvami". Ci vai quando le hai provate tutte e niente ha funzionato, anzi, tutto sembrava portarti al baratro. Ci vai dopo undici anni, nel mio caso, e lo fai perché sei stanco di negare i problemi, oltre che di averli.

L'unico rimpianto è di non esserci andata prima, se mai. Perché è da venerdì che mi sento rinascere.



coccola5
ps. mi sento di suggerirvi di dare un'occhiata al videoclip, che rappresenta benissimo come mi sento io, una piccola Superman! :)

giovedì 13 dicembre 2012

Milanesità

Me ne rendo conto lentamente, forse è Milano ciò che ho sempre voluto. Sotto sotto, in fondo al cuore e ai miei desideri. Una città grande, tanto enorme che ieri mi sono quasi persa per una via sbagliata. Una sola. Eppur mi ritrovo sempre.
Non so come, ma qui non ho mai avuto problemi di orientamento. La prima volta che ho preso l'autobus ho avuto fortuna, c'era l'altoparlante ad annunciare ogni fermata e ho capito quando scendere per fare il cambio. E poi basta chiedere, mi dico sempre. Ma mi sento nuova, diversa. Non ho mai sbagliato a prendere la metro, il che mi sembra una gran cosa. Anzi, adoro stare in metro. C'è un'atmosfera diversa che nella Milano di sopra, la gente non si guarda, tiene gli occhi fissi sul pavimento e smanetta col cellulare. Quasi ogni giorno sale qualche musicista e suona uno o due pezzi col violino, la fisarmonica, un paio di volte qualcuno ha anche cantato.

La metropolitana ti da un'idea di quanto Milano sia frenetica. Non si fa niente di corsa, ma nessuno si ferma mai. Quando il venerdì riparto con la valigia, la sollevo già prima di scendere, o se piove apro l'ombrello quando ancora sono sulla scala mobile. Un paio di volte mi è capitato di fermarmi per prendere la tessera all'uscita (in alcune fermate c'è questo controllo aggiuntivo): hai la sensazione che la gente ti venga addosso, che non abbia notato che ti sei fermata, o che lo trovi fastidioso. E' molto strano vedere questo movimento continuo, mai fermo della città. Le fermate della metro si riempiono continuamente, di tre minuti in tre minuti continua a rinnovarsi una folla di persone che aspettano, che devono andare.
Quando sono qui, non riesco a "passeggiare", anche se sono in orario: cammino velocemente, forse solo perché gli spazi sono grandi e mi devo ancora abituare a percorrerli, ad abitarli con i piedi, in un certo senso.

Scarsi sprizzi di milanesità, che si dileguano come scintille non appena torno a Verona. Ma mi capita di non sentirmi più parte di niente, alle volte: non milanese, non veronese. Mi sento in viaggio, continuamente in transito. Dal collegio all'università, dalla Stazione Centrale a Verona e da Verona a casa, e da casa a Verona nuovamente per uscire il sabato sera. La cosa ogni tanto mi inquieta, altre volte invece mi fa sentire più viva.

Ma mi sto innamorando di Milano. E' la città della seconda opportunità, sembra una grande mamma che accoglie tutti, e che però non si preoccupa di piacere a nessuno. Una città che pare indifferente, ma basta parlare con chiunque per accorgersi del contrario. Una città che ogni tanto regala piccole cose inaspettate, come il pupazzetto di neve che ho visto lunedì, nascosto dalla recinzione in ferro di una casa, piccolo e rotondo, con il suo naso fatto di una semplice carotina. Era strano che ci fosse ancora, intatto, perché qui la neve si è ritirata timidamente, già domenica sera ce n'era solo sui tetti, come se non volesse frenare la gente dai suoi affari quotidiani.

Vi assicuro una cosa: da quando sono qui, andare in piazza Duomo, anche solo per un attimo, è il migliore ansiolitico.

coccola5

venerdì 7 dicembre 2012

A total freak

Mi piacerebbe sentirmi accettata, coinvolta, nella mia famiglia, ma la verità è ben diversa. In qualche modo, sono cresciuta con dei valori diversi, delle opinioni e una storia completamente diversi rispetto a quella di mia madre, mio padre e i miei fratelli.
Un po' intellettualoide, un po' di sinistra-alternativa, e questo non si combina affatto bene con tutto il resto.

A volte mi sento solo un inutile peso, mi sembra che, se potessero, mi lascerebbero indietro e proseguirebbero per la loro strada. Un po' come fa mia madre se andiamo in giro insieme. Non aspetta che finisca di mettermi la giacca, esce dal negozio e comincia a camminare senza nemmeno voltarsi. Come hanno fatto tanti altri, e io restavo indietro gridando "aspettatemi!"

Mi piacerebbe fare come mia sorella, che se ne frega e vive tranquilla e felice. Io non ci riesco per niente, e non a caso vado da una psicologa. Che mi dice che ho paura dell'abbandono. E come potrei non averne, quando tutti gli altri mi hanno scaricata con la più miserabile delle scuse? Certo che, almeno a casa, spero che qualcuno mi tenda la mano, mi guardi con maggiore comprensione.

Weird, si dice in inglese. Che è un po' come freak, strano e non accettato, in fin dei conti un po' inetto. E' da quando ho letto "La coscienza di Zeno" che non smetto di applicarmi questo aggettivo e di sentirmi così ogni secondo, in ogni luogo e con chiunque mi sia accanto.
Certo che siete migliori di me. Avete trovato una strategia di sopravvivenza, una piccola bugia per scendere a patti con il mondo. Io lo vedo ancora in bianco e nero, non riesco a percepire le sfumature di grigio.
Certo che farete strada, mentre io farò soltanto una fatica bestiale. Li avrete dei rimpianti, certo che sì, ma li avrò comunque anch'io.

Non è che vorrei essere come gli altri, vorrei soltanto trovare un compromesso che compromesso non sia. Vorrei sentirmi normale. Vorrei non dover ostentare le mie particolarità per sentirmi almeno vista, se non guardata.

Mia madre, alla fine, è solo lo specchio del resto del mondo. Con la differenza che gli altri mi lasciano solo percepire che non gliene frega niente dei miei interessi, mentre lei me lo sbatte in faccia. Dovrei imparare la lezione, invece mi sto rendendo conto che a me la testa piace sbatterla dieci, venti, cinquanta volte. Però, consentimelo, cara mamma, è troppo comodo dire che conosci i miei amici quando non sai nemmeno che libri leggo, che film guardo, di cosa parlo con chi. Chi se ne frega del cosa, l'importante è il perchè. Perchè lo leggi, lo guardi? Ma dubito fortemente che arriveremo mai a questo. Quel salto in più forse è doloroso, forse ti sembra solo insensato...

martedì 11 settembre 2012

Nelle mie molecole

Venerdì sera, poco dopo la cena con F. e i suoi amici, mi arriva un sms di E. Hai da fare domani? Sei libera? Con lui, in questo senso, è sempre una sorpresa: non è uno che ti scriva "vuoi venire al cinema stasera?" direttamente, ti propone una cosa girandoci intorno. Lo chiamo, incuriosita. Allora sei libera?, mi fa. Si, dove vuoi andare? A Ferrara, c'è una fiera di mongolfiere. Ora, vi dirò che sul momento la cosa non mi entusiasma particolarmente, ma non riesco a dirgli di no, e fra l'altro non facciamo quasi mai delle gite insieme. Okay, a domani., gli dico. Domattina ti scrivo, così ti dico a che ora partiamo.

Per certi versi, è un miracolo che alla fine siamo andati. Alle 9.30 mi scrive che partiamo per le 14.30, venti minuti più tardi mi arriva un altro messaggio: cazzo!! Mi sono saltati i punti del dente del giudizio! Esterrefatta, gli rispondo di correre dal dentista e di non preoccuparsi di Ferrara. Un quarto d'ora dopo, altro messaggio. Ho avuto un mancamento. Sembravano le ultime parole di un moribondo, e soprattutto non so ancora come abbia fatto a scrivermi da svenuto. In ogni caso, nel giro di un'ora le cose si aggiustano e alla fine partiamo.
Con noi c'erano anche i suoi genitori e una coppia di amici dei suoi. Inizialmente ero un poco in imbarazzo, ma siamo andati in due macchine, così mi sono ritrovata sola con lui, grazie al cielo. Tralasciando che ad un certo punto, invece che seguire i suoi, è andato dietro a un'Audi nera, tutto è andato bene.

A Ferrara si teneva, al parco Giorgio Bassani (quello del Giardino dei Finzi-Contini, mi è poi venuto in mente), il Balloon Festival. Una cosa molto carina, che ho davvero apprezzato. Una parte era dedicata ai divertimenti medioevali, con giostre "del periodo" e stand che proponevano souvenir sul tema. Qualcuno aveva portato anche dei cavalli. Al centro del parco, invece, era stato dedicato uno spazio alla preparazione delle mongolfiere. Abbiamo atteso che rientrassero i paracadutisti, che hanno concluso la parata tutti insieme, creando ciascuno una scia colorata nel cielo, e poi ci siamo goduti, ininterrottamente fino a cena, lo spettacolo delle mongolfiere. Ne saranno arrivate circa una trentina, ed trattandosi di una passione costosa e poco diffusa, non è un piccolo numero. Il bello era che le gonfiavano a una velocità impressionante.
E' stato bello ammirare i loro colori caldi, e godersi questi strani mezzi di trasporto a mio parere un po' buffi.
Io ed E. ci siamo fatti tante risate, con lui che continuava piantala di farmi ridere! Mi saltano un'altra volta i punti! Abbiamo cenato con qualcosa di tipico lì in fiera, e poi siamo rientrati alla base per le 21.30.

Al ritorno, in auto abbiamo lasciato andare la musica e abbiamo canticchiato le ultime canzoni in radio. Non so perchè, ma ci ha entusiasmati particolarmente Lasciala andare di Irene Grandi. E. l'ha alzata a tutto volume e poi mi fa beh, più alto di così non posso metterla, e ci siamo messi a ridere.

La parte migliore è stata quando, rientrata a casa, suona il cellulare. Il messaggio è suo: mia mamma me ne sta dicendo un sacco perchè non ti ho invitata a bere qualcosa dentro. Mi sono messa a ridere, non ti preoccupare, E., ci siamo visti ieri e tutto oggi. Ti voglio bene.

Incontrollabile,
imprevedibile,
troppo indelebile
nelle mie molecole. Irene Grandi - Lasciala andare

 

coccola5

sabato 8 settembre 2012

My criteria

Ti aspetto... puoi venire anche ora, se vuoi.
Siamo d'accordo di vederci per le tre, eppure questo suo messaggio mi fa sussultare. Adoro la delicatezza di E., queste sue parole che mi cingono sempre piano, come un velo di seta.
Poco più tardi lo raggiungo, puntuale come una svizzera alle tre, e i nostri racconti sono lievi. Parliamo entrambi a bassa voce, come se temessimo di rovinare il silenzio della sua casa, l'odore di vernice fresca sulla parete del salotto. Il suo cane mi fa le feste, se ne sta un po' da me a farsi coccolare. Mi porta a vedere la sua nuova casa, dipinta di bianco, non ancora finita. Quando me ne vado, verso le 16.30, è un po' come se mi sentissi svuotata. Come se ci fossimo detti piano tutto, e ora volessi solo andare a casa.

Per le 18 una mia amica mi aspetta. La aiuto a preparare la cena per noi e altri amici, e nel frattempo parliamo del più e del meno. Ci frequentiamo da poco tempo, lei è una mia compagna di classe delle scuole elementari. Nella sua compagnia c'è un ragazzo probabilmente gay, un po' effeminato nei modi. Dovrei andarci d'amore e d'accordo, eppure per qualche ragione non ritrovo in lui la stessa grazia di E. Le sue battute sono molto esplicite, a volte sfiorano la volgarità. Questa sera ci ha coinvolti in un discorso decisamente dettagliato sulla masturbazione, come quanto dove come. Non odio parlare di sesso, anzi, ma certo non in questi termini. Non mi va di raccontare, o di sentire gli altri raccontare, che siti pornografici visitano, quando e quanto spesso. Non mi va di sapere che tu sei un imbecille, hai il foglietto in bella vista in camera tua con i siti migliori, e tua madre ti ha scoperto. E non voglio neanche sapere nulla delle tue funzioni corporali, non le voglio sentire quelle barzellette offensive sugli omosessuali, così colme di stereotipi. Voi che mi leggete sapete quanto mi facciano arrabbiare e quanto abbia litigato con diverse persone a questo proposito.

Mi ritrovo a pensare, ogni tanto, che è come se E. fosse diventato il parametro secondo cui valuto le mie amicizie. But this criterium is so difficoult to meet, e non riesco ad apprezzare pienamente chi non è come lui. Sei simpatico, bello, ma non sei lui. O forse sono io che, come al solito, non seguo i criteri mondani ed E. funge da buona, anzi ottima, giustificazione per questo?

You are not him. Simply, you're not him. Questa è la pura verità. La pura verità è che mi manchi perchè vorrei solo che, se qualcuno deve proprio essere effeminato, lo sia come te. Che se qualcuno porta il tuo nome, lo porti come te, con la tua grazia. Per un periodo mi ha persino infastidito conoscere persone con il tuo nome. La pura verità, ancora, è che gli altri non raccontano le cose come fai tu, non sono fastidiosamente pessimisti come te, non usano le tue parole. Le nostre parole, ormai.
La pura verità è che gli altri non mi accettano come fai tu, non riescono a pensare lei è così. Non mi volevano prima cambiare in meglio, e poi "si sono rassegnati". Non hanno capito che siamo fatti così.

Mi rendo conto che i miei post, questo blog in definitiva, arrivano sempre qui: a percorrere una strada che porti ad accettare la diversità. Non sono sempre sicura di essere nella giusta direzione, ma ci provo ogni giorno con le persone che incontro, e sbaglio tanto e spesso. Oggi parliamo di diversità, e così facendo l'abbiamo già etichettata, stigmatizzata. Non riusciamo a capire che diverso è, per natura, qualunque persona ci circondi, ciò che altro da noi, che non fa parte del nostro corpo. Noi abbiamo schedato i diversi in categorie e parliamo di accettarli, come se in loro ci fosse necessariamente qualcosa che non va. Vorrei che per una volta, invece che parlare di diversi, di strani, parlassimo semplicemente di persone, uguali a noi proprio perchè diverse.

coccola5

giovedì 6 settembre 2012

Poste Lumache


Ogni tanto capita. Di doversi affidare alle Italiche Poste, intendo.

È metà agosto, c’è caldo, un caldo talmente afoso da toglierti perfino la consapevolezza di ciò che stai facendo, e devo spedire la documentazione per il test di ammissione alla specialistica. Inforco la bici e vado all’ufficio postale del nostro paesello. Per me, che da qualche anno cerco di gestire la maggior parte della corrispondenza via e-mail, nonostante l’universo italiano vi si opponga, è già di per sé irritante dover perdere un’ora a compilare buste e starmene in fila, soprattutto se ci sono 35 gradi e nessuna, e dico nessuna, aria condizionata. Ad ogni modo, entro tutta accaldata e leggo le indicazioni per la fila Prodotti Postali e Prodotti BancoPosta, che a una giovincella come me sembrano perfettamente uguali. Mi rivolgo a una signora in fila.
-Una raccomandata deve inviare, no?- mi dice in dialetto.
-Sì, esatto.
-Ah, allora è l’altra fila, Prodotti Postali... credo.
Andiamo bene. Se non lo sanno neanche i pensionati, che alle Poste sono di casa... Ad ogni modo mi accodo. Arrivato il mio turno, e scoperto di aver fortunatamente seguito la fila giusta, l’impiegata mi dice di compilare la busta di indirizzo, destinatario e mittente. Pasticciona come sono, metto il mio indirizzo al posto di quello del mittente. L’impiegata, furibonda, mi dice:
-Ma non vede che si è sbagliata? Rifaccia!- alla faccia della cortesia!
Ricompilo il tutto, mentre l’impiegata litiga a gran voce con le colleghe in ufficio. Infine spediamo.
-Nove euro e dieci centesimi.- mi dice con l’aria di chi vorrebbe solo andare a casa, e ti ordina con lo sguardo di fare più in fretta che puoi.
Sbalordita, cerco di celare lo stupore e le porgo i soldi, aspettando il resto.

28 agosto, un martedì qualunque. Preoccupata perché non ho ancora ricevuto l’avviso di ricevimento della mia raccomandata, chiamo la segreteria studenti dell’università. Biii. Biii. Biii. E cade la linea. Non ti mettono neanche in attesa, che scatole, penso, simpatica come il mio solito. Dopo dieci minuti richiamo, stessa musica. E dopo venti, trenta, un’ora. Poi nel pomeriggio. Il telefono è sempre occupato. Li richiamo il mattino dopo e ancora niente. A questo punto, per cercare di capirci qualcosa, decido di andare a Milano. Poco male, devo anche vedere un paio di appartamenti. E lì la grande notizia.
-No, non ci è arrivata la sua raccomandata.- mi dice la segretaria. Bene, sempre meglio.
Ora, non per antipatia, ma tra le Poste e l’università, penso che siano state le prime a combinare questo casino.

Stesso discorso, o quasi, più o meno tre mesi fa. Come vi ho raccontato qualche volta, a Bose è nata una bella amicizia con una delle monache, e ci sentiamo con una certa frequenza. A primavera decido di scriverle, per vari motivi, tramite lettera cartacea, proprio vecchio stile: penna alla mano, primo foglio decente trovato in casa, busta e francobollo da 60 cents. Dopo due giorni di scrittura, imbusto la lettera e la imbuco. Volete sapere dopo quanto è arrivata? Dopo una settimana intera, e Bose è in Piemonte, non nell’angolo più remoto della Sicilia. Per le altre lettere, i tempi medi di spedizione si attestano intorno ai tre o quattro giorni, che a me sembrano comunque tanti per una lettera, per i mezzi moderni a nostra disposizione e per la distanza che deve percorrere.

Una cosa l’ho capita: meglio tenersi a distanza dalle Poste, per quanto possibile.


coccola5