lunedì 28 gennaio 2013

Quel rumore di treni che non scordo

Ho sempre cercato di non scordare la giornata della Memoria negli ultimi anni, ma ieri sono rimasta troppo scioccata dalle parole di Berlusconi per riuscire a scrivere qualcosa di sensato. Mi hanno amareggiata perché purtroppo, al solito, le sue parole rappresentano un pensiero diffuso in Italia, che ho già sentito da chi non conosce la storia - o forse non considera la democrazia un valore sufficientemente importante per condannare Mussolini. Siamo abituati a darla per scontata, e ci dimentichiamo cos'ha significato per tanti insegnanti rinunciare al proprio lavoro perché non iscritti al partito fascista, e per tante persone, più semplicemente non poter dire "io non sono d'accordo".

Per rimediare a questa mia dimenticanza, vi posto la testimonianza, brutale e commovente, di Liliana Segre, che a 13 anni fu deportata nel campo di Auschwitz e che ieri ha raccontato la sua storia. L'articolo, scritto da Paolo Colonnello, è stato pubblicato da La Stampa.


E’ il rumore sordo del passaggio dei treni la colonna sonora di questo luogo enorme e doloroso che è Museo della Memoria, un lungo tunnel in penombra e cemento armato, proprio sotto i binari della Stazione Centrale. «Un rumore che dovete ascoltare, è il rumore che sentivamo noi, ammassati nel buio di questi stanzoni». Il cuore rallenta e la testa cammina tra quei vagoni piombati che aspettano minacciosi sui binari morti mentre Liliana Segre, 82 anni racconta il film, vero, di una tragedia che qualcuno cerca ancora di minimizzare. 

Aveva 13 anni quando una mattina di dicembre venne prelevata da casa insieme a suo padre per essere portata al quinto raggio di San Vittore. Lei, miracolosamente, tornò indietro. Suo padre, no. «Avevamo già passato tanti spaventi, la fuga, la cattura. E poi la carcerazione a San Vittore, così vicino a casa mia. Io ero nata in via San Vittore. Eravamo 5-600 in quei raggi del carcere. Un pomeriggio entrò un tedesco con la lista dei nomi. Sentii il mio, io ero nella cella 202. Ci guardavamo in faccia: anche tu? Anche tu? E non avevo il coraggio di guardare la faccia di mio padre. Non è possibile: siamo italiani, siamo nati qui e ci faranno partire...Eravamo in 500; pensate a questa umanità di madri, bambini, nonni, uomini che esce da San Vittore tra i saluti meravigliosi dei detenuti e della loro infinita umanità, per salire maltrattata sui camion che ci avrebbero portato fin qui, in Stazione Centrale, al binario 21. Si arrivava qui, proprio qui, dove ero venuta tante volte per partire e andare al mare o in campagna, tutti ammassati nel buio, impauriti...Ma non erano solo le Ss che spingevano o urlavano, c’erano anche tanti italiani, i repubblichini, i più zelanti, brutali, pronti a farsi vedere efficienti dai loro alleati. 
Poi ci spingevano e dal buio uscivamo in stazione per salire su questi vagoni che venivano sprangati dall’esterno. Immaginatevi come eravamo ammassati, con poca paglia sul pavimento e un unico secchio immondo per i nostri bisogni, che la paura riempiva in fretta... 
Ma perché degli uomini hanno fatto questo a dei bambini, anziani, donne incinte? Perché a dei nonni, dei malati, facevano questo? La loro colpa era quella di essere nati. 
E così è cominciato quel viaggio verso Auschwitz che io non sapevo nemmeno dov’era. Un viaggio che non parte da qui ma da molto prima di qui. E’ cominciato dalle cancellazioni dei nostri nomi dagli elenchi telefonici, dalle espulsioni dalle scuole, dall’indifferenza..... 
Il treno parte e noi vediamo passare città conosciute fino a quando, dopo una settimana, arriviamo ad Auschwitz. Ma come si può immaginare che dalla mia città si arrivi in un luogo del genere? Come si può immaginare tutto questo? E lì è cominciata un’esistenza dove ti dicono “vivrai finché lavorerai”, e tu non sai come ma sopravvivi, diventi scheletro e davanti a te vedi le ciminiere dei forni...Lo sentite questo rumore, questo treno che passa...Ci faceva paura. E’ il rumore giusto per questo posto. Ricordatevene. A me fanno pena quelli che negano, che non ricordano. I promotori della bugia e della menzogna. 
Ascoltatelo questo rumore. 
Poi, dopo tante storie passate là dentro, in fondo tutte senza senso, ti accorgi che stranamente ce la fai, ce l’hai fatta. E torni, da sola. Nella Milano degli indifferenti. Io incontravo le amiche, le mie ex compagne di classe che mi chiedevano: “Ma come mai? A un certo punto sei sparita, non ti abbiamo vista più...”. Oggi ho 82 anni e francamente non credevo che sarei riuscita a vedere questo luogo, questo Museo della Memoria. Io non ho più parlato per più di 40 anni di quello che mi era successo. Poi, 10 anni fa, abbiamo deciso questa sfida, abbiamo deciso che era giusto ricordare. Non è stato un percorso facile o in discesa. Ma sei milioni di morti potevano essere dimenticati se non si fosse voluto costruire un luogo del genere.  E adesso, ognuno di voi cerchi per un secondo di immedesimarsi in ognuna di quelle persone, di quei 605 milanesi che furono deportati per la sola colpa di essere nati». Era un giorno freddo, un giorno così. «Era il 31 gennaio del 1944». 
coccola5

fonte: La Stampa
Il titolo del post è parte del titolo originale dell'articolo ("Quel rumore di treni che non scordo", la memoria indelebile di Liliana Segre), mantenuto per correttezza.

domenica 27 gennaio 2013

In the air


Ti va un caffè nel weekend? Gli scrivo venerdì mattina alle 8.33. Chissà perché così presto, poi. Sapevo benissimo che con ogni probabilità stava ancora dormendo e non mi avrebbe risposto, se non diverse ore dopo.

Ehi, hai trovato il mio sms ieri?, gli chiedo ieri pomeriggio per telefono. Oh sì, cazzo scusa, mi sono dimenticato di risponderti. That is just so typically you. E che ne dici? Ce lo beviamo un caffè insieme?, lo incalzo io. Ma sì, ovvio.

Così, ci troviamo oggi alle 16 davanti a casa sua. Mi apre sua madre, o meglio, viene in giardino a chiacchierare – senza aprire il cancelletto – perché il cane gli scappa fuori ogni volta. Io faccio finta di niente, in ogni caso io ed E. usciamo fra cinque minuti. Poi rientra, e poco dopo esce suo padre. Che mi apre il cancelletto, grazie mille. Si mette a giocare col cane, fa due parole con me e mi fa entrare in casa.

Poco dopo scende E. Bellissimo, come non lo vedevo da tempo.
Indossa un paio di jeans chiari con dei piccoli strappi e una maglia scura. Si mette una giacca nera in lana cotta, con dei bottoni in metallo che sono una favola. Ha gli occhiali nuovi, con la montatura nera. E una sciarpa di lana, di quelle con i decori stile anni ’90 che andavano tanto l’anno scorso. Quella sua sciarpa mi fa ridere ogni volta, non è da lui, stona sul nero, sui colori scuri che sceglie di solito. E poi non gli sta mai ferma, ogni cinque minuti è lì a rimettersela a posto. Ma non gli dico niente, sorrido e basta.

Andiamo in un baretto in centro, ci lavorava mia sorella l’anno scorso. È un posto carino, hanno rinnovato l’arredamento e ci si sta bene. Alla radio c’è l’ultima canzone di Britney Spears, Scream and shout. Ce la godiamo intanto che ordiniamo il caffè, discutendo su quanto sia offensiva la parola bitch in inglese. Grande filosofia tra me e lui. Ma chissenefrega, è per questo che esco con te, perché i discorsi seri non ti vengono bene, ti impappini, e allora facciamo prima a scherzare rispettando le nostre parti. Io sono la secchiona, tu quello che ogni sera esce fino a tardi, che ultimamente  però fa vita di clausura e si agita da morire per la scuola.

Come siamo fioriti, io e te. Come le stelle alpine, ne abbiamo fatta di strada, abbiamo resistito al gelo dell’inverno e ancora non ci sembra vero che sia finito. C’è la primavera, ma abbiamo paura di volgere gli occhi al sole e chiniamo lievemente lo stelo a guardare il prato. Ci rifugiamo l’uno nell’altra senza dircelo, sentiamo poca gente e ci manca il coraggio di ammetterlo, abbiamo solo noi e ci fa un po’ paura.

Ti voglio bene, tesoro. Avrei voluto dirtelo oggi mentre andavo via, ma spero che sia almeno rimasto nell’aria.

coccola5

venerdì 25 gennaio 2013

Pendo dai tuoi sogni

In questi giorni ho riscoperto la musica di Gianna. Non che l’avessi ripudiata, ma avevo temporaneamente scordato il suo potere balsamico. Su di me, almeno.

Questa settimana è cominciata in modo orribile, quasi ironico. Lunedì mattina, tornando a casa, un ragazzo mi è venuto addosso in macchina. Io dovevo svoltare a sinistra, e complice anche il fatto che avevo messo tardi la freccia, la prima auto dietro di me mi ha suonato e mi ha schivata, mentre la seconda mi ha presa. La parte peggiore è stata il rumore delle lamiere che si scontravano frangendosi. In qualche modo ho accostato appena all’ingresso del parcheggio, poi sono scesa dalla macchina e per un paio di minuti buoni sono rimasta confusa e spaventata a guardare la strada, incapace di attraversarla. Nel frattempo si erano fermati anche i carabinieri, che erano dietro di noi, per capire cosa fosse successo. Io e il ragazzo abbiamo compilato la constatazione amichevole, poi abbiamo staccato un pezzetto del mio paraurti che grattava contro la ruota e sono tornata a casa. Per tutta la settimana non sono riuscita a togliermi dalla testa la sensazione che, se fossi stata più attenta, avrei potuto evitare l’incidente.

Come se non bastasse, ieri sera mia madre si è messa a dire strane cose su F. e il suo ragazzo. Quando fa 
così, mi da sui nervi in un modo pazzesco. Inizia sempre con ma non è normale che... e io mi sento prudere le mani. Non riesco a sopportare questi discorsi assurdi, che partono dal presupposto che solo il suo mondo sia normale, mentre tutti quelli che sfuggono ai suoi parametri siano strani, e quindi necessariamente sbagliati. Che ve lo dico a fare, è una concezione del mondo che non mi appartiene, sono troppo abituata a vederne di cotte e di crude per pensare di essere nel giusto, di avere tra le mani una qualche verità su come si debba o dovrebbe vivere. A me basta che mi sta intorno sia felice, o per lo meno stia bene, e se è così vuol dire che non sta sbagliando. Ognuno a suo modo. È la mia unica filosofia, o per lo meno l’unica cosa che mi sembra di aver compreso in 22 anni che sono al mondo.Il tutto mi ha particolarmente infastidito perché si tratta di F., la mia più cara amica, e vorrei evitare che le spietate critiche di casa mia toccassero anche lei. Sono così selettiva, e lei è una delle poche a cui ho trovato meno difetti che agli altri, o ne ho visti di trascurabili. Mi spaventa la possibilità di ritrovarmi a pensare che, sotto sotto, ha ragione mia madre, di lasciarmi condizionare da lei. Mi spaventa il fatto che, se le dessi ragione, potrei escludere F. dalla mia vita. Per me è questione di un attimo allontanare le persone.

Alle volte mi faccio paura. Questo mio selezionare, questa mia insoddisfazione nei confronti delle persone e della vita, questo mio sentirmi su un binario diverso da quello di tutte le altre persone. Mi ritrovo a pensare, e mi odio per questo, che se fossi normale, più conformista e conforme le cose sarebbero più semplici. E forse è vero, ma sarebbero anche più superficiali. Alla fine, sensibilità significa anche sofferenza, accettare che sarà difficile trovare qualcuno all’altezza delle tue aspettative, dei tuoi standard troppo elevati. E che, se lo troverai, sarà stata un’immensa fortuna, sarà probabilmente l’unica persona, o quasi.

Accendo Gianna, allora. Quando mi ritrovo in questo sconfinato vortice di pensieri, nel circolo vizioso delle mie ansie, quando la mia testa esce dall’orbita. Accendo il suo disco intanto che stiro, e la sua musica, la sua bellissima voce si portano via tutti i pensieri. Ancora una volta, la sua poesia compie miracoli. Altro che i santi.
Pendo dai tuoi sogni,
veglio su di te.
G. N. – Meravigliosa creatura

coccola5

giovedì 24 gennaio 2013

Beffardi


Apro la pagina di Repubblica e la prima notizia che mi balza all’occhio riporta “Cronache dell’Italia in crisi – così siamo diventati indigenti”. Leggo le storie di cinque, sei persone che non arrivano a fine mese, o ci arrivano a filo, per miracolo. Una cassiera, un’operatrice di call center, un panettiere, un padre divorziato. Non sono più casi a parte, isolati, sono la normalità. Ci dicono che siamo regrediti di ventisette anni, e non si può dire il contrario.

Mi viene da piangere leggendo quelle notizie, e nel frattempo mi sento stupida come la Fornero quando annunciava l’aumento delle tasse. Non si può piangere, si può solo resistere. Non possiamo permetterci di crollare, scrivevo poco fa su Fb a Tizy. Possiamo solo continuare a camminare, evitando di volgere indietro lo sguardo nella speranza che, prima o poi, le cose miglioreranno.

Mi viene da piangere anche perché, leggendo queste storie, mi vedo fra un paio d’anni. Mi aspetta lo stesso futuro, la stessa miseria, se rimango in Italia. Come abbiamo potuto cadere tanto in basso, mia cara Italia? Come abbiamo potuto guardare indifferenti l’avanzare, lento e inesorabile, di questo sfacelo? Ma soprattutto, come possiamo ignorarlo ancora, fingere che non esista? Non c’era bisogno che Repubblica raccontasse queste storie, mi basta andare in paese per sentirne altrettante, forse anche peggiori. L’anno scorso, quando il Tramigna ci ha allagato il centro storico, sono andata a prendermi un paio di infradito al negozietto di scarpe. C’era odore di muffa, di stantío, dopo due mesi, e la proprietaria è scoppiata a piangere davanti a me. “Come facciamo adesso, con centomila euro di danni?”, mi ha detto.

Come faremo? È la domanda che mi pongo più spesso ultimamente. Se non facciamo niente nemmeno per chi non ce la fa, se non abbiamo un briciolo di sensibilità… come faremo? Che razza di Paese siamo che trascura i propri cittadini, che li prende in giro, la cui classe politica siede beffarda sui propri troni voltando la faccia?

coccola5

fonte: Repubblica

lunedì 7 gennaio 2013

Ritardatari auguri

What doesn't kill you
makes you stronger,
makes a fighter.
(Kelly Clarkson - What Doesn't Kill You)

Quest'anno niente buoni propositi, e niente year review. Sapevo già che annus horribilis fosse stato il 2012, senza bisogno di sottolinearlo di nuovo il 31 dicembre. Per darvi un assaggio, crisi famigliare, lite col don, laurea saltata... ecco, avete capito.

Quest'anno ho solo imparato quello che dice la canzone di Kelly: ciò che non ti uccide fortifica. A volte barcollo ancora terribilmente, mi tremano le ginocchia, ma sto imparando a fermarmi, riprendere fiato e poi ripartire con calma.

E poi, per me gli anni dispari sono i migliori. Speriamo bene!

coccola5

giovedì 20 dicembre 2012

Not her

Non mi sto innamorando di lei, così sfacciatamente bella, dei suoi capelli castani ricci, ribelli, rasati da un lato. Non è lei quella che sorride sempre, quella per cui la vita non potrebbe essere migliore.
Non è la sua, la mano che vorrei prendere per mostrarle l'alba in treno.
Non è suo, il viso che vorrei accarezzare piano dicendole svegliati, è quasi Milano.
Non vorrei andare di nuovo al Duomo con lei, che mi sostiene mentre per poco non ruzzolo giù dalle scale mobili della metropolitana.
Non è lei, quella a cui penso in metropolitana la mattina mentre vado all'università.
Non  sono i suoi, gli occhi che vedo la notte nel mio letto e che non mi lasciano addormentare.
Non è lei, la ragazzina che incontro in stazione alle 6.20 di mattina e che mi porta con sè senza dire una sola parola, solo guardandomi.
Non è lei, che abbassa il suo berretto alla Geppetto dicendo "buonanotte", e si addormenta sorridendo.

Not her, definitely not her.
E, soprattutto, non è a me che si sconvolge lo stomaco già solo mentre scrivo.
Tutto questo non sta succedendo, solo quello che vogliamo vedere esiste veramente.



coccola5
ps. Gianna la metterebbe così: goodbye my heart, perchè invece è il mio il cuore che mi dice addio, senza nemmeno starmi a sentire.
pps. Il contatore segna più di 1500 visite, quindi grazie a chiunque, per caso o per interesse, ha fatto un salto qui. :)



domenica 16 dicembre 2012

Not going down the same road again


And I just can't keep living this way,
so starting today, I'm breaking out of this cage
I'mma standing up,
gonna face my demons
[...]
Time to put my life back
together right now.
  Eminem - Not Afraid

Non solo punti di svolta o punti di non ritorno, esistono. Camminando, mi sono accorta che le cose non stavano andando come le avevo programmate, immaginate o anche solo sperate. Mi sono accorta che, in fin dei conti, quasi ogni centimetro della mia vita mi stava sfuggendo di mano. Mi sentivo il passeggero di una nave che sta imbarcando acqua e che, invece di cercare di salvarsi, butta fuori l'acqua a secchiate. Che hai l'impressione di non affogare così, piuttosto di avere tutto sotto controllo, e invece stai affondando anche tu. E che stia succedendo lentamente è solo una tua sensazione, ma la realtà è ben diversa. Stai colando a picco, letteralmente. 

Lo si dice sempre, lo si dice ad nauseam, lo si dice continuamente che il primo passo per affrontare i problemi è smettere di negarli. Ma quando sei tu il protagonista, è più forte di te. E' irrazionale. Lo fai anche mentre cerchi di affrontarli. Esistono periodi problematici, ma per il resto va tutto bene. Come stai? Bene grazie. Ho solo avuto un momentaccio. E' un brutto periodo. Avete un'idea di quante volte ho detto queste frasi a chiunque mi stesse accanto? Ma non mentivo, ne ero convinta io stessa.

Ho sempre frequentato ambienti e persone, letto libri, ascoltato musica che, almeno in teoria, dovevano spingermi ad aprirmi. Ho scritto chilometri di righe su di me, riempito pagine di diari, ma la verità è che parlare di sè è dannatamente difficile. Anche in spazi segreti, sicuri. I miei non hanno mai letto una pagina dei miei Tagesbücher, potevo lasciarli in cucina (e l'ho fatto, distratta come sono) e non li avrebbero mai aperti. Sanno che ho un blog, ma non ne hanno mai cercato l'indirizzo. Ma non riuscivo ad aprirmi. Mi guardavo con verità solo a sprazzi, era (ed è) davvero difficile per me parlare di come stanno davvero le cose.

Quest'estate, non credo di avervelo già raccontato, ho litigato con il mio curato, don D. Era un periodo difficile, a casa le cose erano complicate quanto bastava per tutti, e il suo unico problema era che io partecipassi ad un campo-scuola. Cosa che non volevo fare, per via della laurea, della specialistica in un'altra città, perché avevo altre prospettive. Quando lui l'ha fatta fuori dal vaso, insultando la mia famiglia, gli ho detto che non volevo più vederlo né parlargli, e che non aveva capito niente di me. Ma gli ho detto che ero stanca di dover sempre vedere i problemi degli altri, e che mai nessuno vedesse i miei. Che io dovessi avere tempo per ascoltare tutti a casa, i miei amici e i compagni e che, dall'altra parte, il "favore" non fosse ricambiato. Sono stanca, don, gli ho detto, terribilmente stanca. 

Più o meno è stato allora che ho cominciato a cercare uno psicologo. Ammettiamolo, oggi avere un analista sembra una cosa fica, alternativa, da ricchi che amano parlare di problemi che non hanno - in paese non c'è l'analista, c'è lo psichiatra, e quelo l'è par i mati, dicono da noi - una cosa per pochi snob che nella vita potrebbero lavorare invece che guardarsi le magagne. Io, chi mi legge lo sa, c'ero stata già l'anno scorso e, a parer mio, mi ero anche presa una bella fregatura: il tizio, TranquiPsycho lo avevo soprannominato, stava un'ora ad ascoltarmi in silenzio, chiedendo "come ti fa sentire?" e dicendo, questa era la cosa peggiore, si si, ha ragione. Se sono qui da te, è perché sono nel torto. Torto marcio, tanto per chiarire. Sono qui perché la mia ragione mi ha quasi affossata, soffocata. Se tu mi dici che ho ragione, siamo punto e a capo. E sto buttando soldi, per inciso. (Sentimentalismi, a parte, va detto anche questo.)

A fine agosto, mi sono fatta aiutare da mia madre e fatta suggerire il nome di una seconda persona. E' una tosta: sessantotto anni, mai sposata, colta quanto basta, più libera dell'aria e con una lingua tagliente. Proprio quello che mi serviva, la lingua tagliente. Io parlo parecchio, LM ne è testimone, le chiacchiere mi vengono facili e la mia parlantina incanta facilmente. E ho bisogno di una persona che mi fermi, che parli altrettanto e altrettanto bene, che non si faccia fregare. Ho fatto e sto facendo fatica, non è che ora vada già tutto a gonfie vele anzi, certi giorni mi sembra il contrario, ma mi sono imposta di andare là, sedermi su quella sedia e raccontare tutto, per quanto mi possa vergognare, dovessi distruggere l'elastico che continuo a toccare e attorcigliare per un'ora intera. In questo senso, mi devo fare violenza, ma è per il mio bene. E sento che funziona.

I'm going down the same road again, dicono gli americani. Ho preso una strada diversa, ma è sempre là che mi porta, e non è lì che dovrebbe andare.
Quello che volevo dirvi più su è che da uno psicologo ci si va come ultima spiaggia, è come Dio, che quando sei sull'orlo del precipizio lo preghi "salvami". Ci vai quando le hai provate tutte e niente ha funzionato, anzi, tutto sembrava portarti al baratro. Ci vai dopo undici anni, nel mio caso, e lo fai perché sei stanco di negare i problemi, oltre che di averli.

L'unico rimpianto è di non esserci andata prima, se mai. Perché è da venerdì che mi sento rinascere.



coccola5
ps. mi sento di suggerirvi di dare un'occhiata al videoclip, che rappresenta benissimo come mi sento io, una piccola Superman! :)

giovedì 13 dicembre 2012

Milanesità

Me ne rendo conto lentamente, forse è Milano ciò che ho sempre voluto. Sotto sotto, in fondo al cuore e ai miei desideri. Una città grande, tanto enorme che ieri mi sono quasi persa per una via sbagliata. Una sola. Eppur mi ritrovo sempre.
Non so come, ma qui non ho mai avuto problemi di orientamento. La prima volta che ho preso l'autobus ho avuto fortuna, c'era l'altoparlante ad annunciare ogni fermata e ho capito quando scendere per fare il cambio. E poi basta chiedere, mi dico sempre. Ma mi sento nuova, diversa. Non ho mai sbagliato a prendere la metro, il che mi sembra una gran cosa. Anzi, adoro stare in metro. C'è un'atmosfera diversa che nella Milano di sopra, la gente non si guarda, tiene gli occhi fissi sul pavimento e smanetta col cellulare. Quasi ogni giorno sale qualche musicista e suona uno o due pezzi col violino, la fisarmonica, un paio di volte qualcuno ha anche cantato.

La metropolitana ti da un'idea di quanto Milano sia frenetica. Non si fa niente di corsa, ma nessuno si ferma mai. Quando il venerdì riparto con la valigia, la sollevo già prima di scendere, o se piove apro l'ombrello quando ancora sono sulla scala mobile. Un paio di volte mi è capitato di fermarmi per prendere la tessera all'uscita (in alcune fermate c'è questo controllo aggiuntivo): hai la sensazione che la gente ti venga addosso, che non abbia notato che ti sei fermata, o che lo trovi fastidioso. E' molto strano vedere questo movimento continuo, mai fermo della città. Le fermate della metro si riempiono continuamente, di tre minuti in tre minuti continua a rinnovarsi una folla di persone che aspettano, che devono andare.
Quando sono qui, non riesco a "passeggiare", anche se sono in orario: cammino velocemente, forse solo perché gli spazi sono grandi e mi devo ancora abituare a percorrerli, ad abitarli con i piedi, in un certo senso.

Scarsi sprizzi di milanesità, che si dileguano come scintille non appena torno a Verona. Ma mi capita di non sentirmi più parte di niente, alle volte: non milanese, non veronese. Mi sento in viaggio, continuamente in transito. Dal collegio all'università, dalla Stazione Centrale a Verona e da Verona a casa, e da casa a Verona nuovamente per uscire il sabato sera. La cosa ogni tanto mi inquieta, altre volte invece mi fa sentire più viva.

Ma mi sto innamorando di Milano. E' la città della seconda opportunità, sembra una grande mamma che accoglie tutti, e che però non si preoccupa di piacere a nessuno. Una città che pare indifferente, ma basta parlare con chiunque per accorgersi del contrario. Una città che ogni tanto regala piccole cose inaspettate, come il pupazzetto di neve che ho visto lunedì, nascosto dalla recinzione in ferro di una casa, piccolo e rotondo, con il suo naso fatto di una semplice carotina. Era strano che ci fosse ancora, intatto, perché qui la neve si è ritirata timidamente, già domenica sera ce n'era solo sui tetti, come se non volesse frenare la gente dai suoi affari quotidiani.

Vi assicuro una cosa: da quando sono qui, andare in piazza Duomo, anche solo per un attimo, è il migliore ansiolitico.

coccola5

venerdì 7 dicembre 2012

A total freak

Mi piacerebbe sentirmi accettata, coinvolta, nella mia famiglia, ma la verità è ben diversa. In qualche modo, sono cresciuta con dei valori diversi, delle opinioni e una storia completamente diversi rispetto a quella di mia madre, mio padre e i miei fratelli.
Un po' intellettualoide, un po' di sinistra-alternativa, e questo non si combina affatto bene con tutto il resto.

A volte mi sento solo un inutile peso, mi sembra che, se potessero, mi lascerebbero indietro e proseguirebbero per la loro strada. Un po' come fa mia madre se andiamo in giro insieme. Non aspetta che finisca di mettermi la giacca, esce dal negozio e comincia a camminare senza nemmeno voltarsi. Come hanno fatto tanti altri, e io restavo indietro gridando "aspettatemi!"

Mi piacerebbe fare come mia sorella, che se ne frega e vive tranquilla e felice. Io non ci riesco per niente, e non a caso vado da una psicologa. Che mi dice che ho paura dell'abbandono. E come potrei non averne, quando tutti gli altri mi hanno scaricata con la più miserabile delle scuse? Certo che, almeno a casa, spero che qualcuno mi tenda la mano, mi guardi con maggiore comprensione.

Weird, si dice in inglese. Che è un po' come freak, strano e non accettato, in fin dei conti un po' inetto. E' da quando ho letto "La coscienza di Zeno" che non smetto di applicarmi questo aggettivo e di sentirmi così ogni secondo, in ogni luogo e con chiunque mi sia accanto.
Certo che siete migliori di me. Avete trovato una strategia di sopravvivenza, una piccola bugia per scendere a patti con il mondo. Io lo vedo ancora in bianco e nero, non riesco a percepire le sfumature di grigio.
Certo che farete strada, mentre io farò soltanto una fatica bestiale. Li avrete dei rimpianti, certo che sì, ma li avrò comunque anch'io.

Non è che vorrei essere come gli altri, vorrei soltanto trovare un compromesso che compromesso non sia. Vorrei sentirmi normale. Vorrei non dover ostentare le mie particolarità per sentirmi almeno vista, se non guardata.

Mia madre, alla fine, è solo lo specchio del resto del mondo. Con la differenza che gli altri mi lasciano solo percepire che non gliene frega niente dei miei interessi, mentre lei me lo sbatte in faccia. Dovrei imparare la lezione, invece mi sto rendendo conto che a me la testa piace sbatterla dieci, venti, cinquanta volte. Però, consentimelo, cara mamma, è troppo comodo dire che conosci i miei amici quando non sai nemmeno che libri leggo, che film guardo, di cosa parlo con chi. Chi se ne frega del cosa, l'importante è il perchè. Perchè lo leggi, lo guardi? Ma dubito fortemente che arriveremo mai a questo. Quel salto in più forse è doloroso, forse ti sembra solo insensato...

martedì 11 settembre 2012

Nelle mie molecole

Venerdì sera, poco dopo la cena con F. e i suoi amici, mi arriva un sms di E. Hai da fare domani? Sei libera? Con lui, in questo senso, è sempre una sorpresa: non è uno che ti scriva "vuoi venire al cinema stasera?" direttamente, ti propone una cosa girandoci intorno. Lo chiamo, incuriosita. Allora sei libera?, mi fa. Si, dove vuoi andare? A Ferrara, c'è una fiera di mongolfiere. Ora, vi dirò che sul momento la cosa non mi entusiasma particolarmente, ma non riesco a dirgli di no, e fra l'altro non facciamo quasi mai delle gite insieme. Okay, a domani., gli dico. Domattina ti scrivo, così ti dico a che ora partiamo.

Per certi versi, è un miracolo che alla fine siamo andati. Alle 9.30 mi scrive che partiamo per le 14.30, venti minuti più tardi mi arriva un altro messaggio: cazzo!! Mi sono saltati i punti del dente del giudizio! Esterrefatta, gli rispondo di correre dal dentista e di non preoccuparsi di Ferrara. Un quarto d'ora dopo, altro messaggio. Ho avuto un mancamento. Sembravano le ultime parole di un moribondo, e soprattutto non so ancora come abbia fatto a scrivermi da svenuto. In ogni caso, nel giro di un'ora le cose si aggiustano e alla fine partiamo.
Con noi c'erano anche i suoi genitori e una coppia di amici dei suoi. Inizialmente ero un poco in imbarazzo, ma siamo andati in due macchine, così mi sono ritrovata sola con lui, grazie al cielo. Tralasciando che ad un certo punto, invece che seguire i suoi, è andato dietro a un'Audi nera, tutto è andato bene.

A Ferrara si teneva, al parco Giorgio Bassani (quello del Giardino dei Finzi-Contini, mi è poi venuto in mente), il Balloon Festival. Una cosa molto carina, che ho davvero apprezzato. Una parte era dedicata ai divertimenti medioevali, con giostre "del periodo" e stand che proponevano souvenir sul tema. Qualcuno aveva portato anche dei cavalli. Al centro del parco, invece, era stato dedicato uno spazio alla preparazione delle mongolfiere. Abbiamo atteso che rientrassero i paracadutisti, che hanno concluso la parata tutti insieme, creando ciascuno una scia colorata nel cielo, e poi ci siamo goduti, ininterrottamente fino a cena, lo spettacolo delle mongolfiere. Ne saranno arrivate circa una trentina, ed trattandosi di una passione costosa e poco diffusa, non è un piccolo numero. Il bello era che le gonfiavano a una velocità impressionante.
E' stato bello ammirare i loro colori caldi, e godersi questi strani mezzi di trasporto a mio parere un po' buffi.
Io ed E. ci siamo fatti tante risate, con lui che continuava piantala di farmi ridere! Mi saltano un'altra volta i punti! Abbiamo cenato con qualcosa di tipico lì in fiera, e poi siamo rientrati alla base per le 21.30.

Al ritorno, in auto abbiamo lasciato andare la musica e abbiamo canticchiato le ultime canzoni in radio. Non so perchè, ma ci ha entusiasmati particolarmente Lasciala andare di Irene Grandi. E. l'ha alzata a tutto volume e poi mi fa beh, più alto di così non posso metterla, e ci siamo messi a ridere.

La parte migliore è stata quando, rientrata a casa, suona il cellulare. Il messaggio è suo: mia mamma me ne sta dicendo un sacco perchè non ti ho invitata a bere qualcosa dentro. Mi sono messa a ridere, non ti preoccupare, E., ci siamo visti ieri e tutto oggi. Ti voglio bene.

Incontrollabile,
imprevedibile,
troppo indelebile
nelle mie molecole. Irene Grandi - Lasciala andare

 

coccola5