domenica 30 gennaio 2011
Ti voglio bene
Questa frase si è insinuata nella mia mente questa sera, poco prima di vedere E. Il suo compleanno è stato in questi giorni. Non vi dico il giorno esatto semplicemente perché, come ormai avrete capito, sono gelosa di tutto ciò che lo riguarda. Perfino del suo nome. Un mio compagno di corso si chiama in modo simile a lui, ma non riesco ad affibbiargli lo stesso soprannome. Come se conoscessi una ragazza che si chiama Valeria, che abbrevio in “Vale”, e una che si chiama Valentina. Il soprannome sarebbe lo stesso, ma nel caso del mio compagno non riesco a concepire di poter chiamarlo con lo stesso soprannome di E. Okay, discorsi non poco contorti, ma fa niente.
Abbiamo festeggiato allo Skylight Disco. La mia discoteca di sempre. Dove anch’io avevo festeggiato l’anno scorso. Quanto sono stata bene, questa sera, lo so soltanto io. La musica era ottima, la discoteca giustamente affollata e la compagnia superba. Ho conosciuto S., una sua amica di cui mi aveva parlato tempo fa. Una ragazza molto piacevole, che abita molto vicino a me. Ne abbiamo approfittato per farci una bella chiacchierata mentre E. salutava degli amici.
Abbiamo bevuto un aperitivo veloce prima di entrare in discoteca. E. era strafelice, continuava a fare battute, a lavare il silenzio, a ridere di noi tre con noi. Qualche battuta l’ha riservata anche a me, naturalmente (eravamo rimasti a Capodanno, noi! Devi recuperare, eh?, gli ho detto scherzosa), per la mia borsa hippy e multicolor, che, guarda, mi ha proprio rovinato la serata!, e io che lo sapevo, E., lo sapevo.
E lui che mi dice lo sai che ti voglio bene e questo suo “ti voglio bene” arriva così inaspettato, arriva pubblico e per nulla canzonatorio. Arriva fisso e mi colpisce lì, in quel punto imprecisato tra il diaframma, il fegato e lo stomaco. È colpa tua, E., se poi mi viene una gastroenterite infinita, lo sai?! Io che mentalmente elenco una sfilza di cazzo, cazzo, cazzo e intanto rispondo anch’io ti voglio bene, e tanto. E lui adesso non prendiamoci troppa confidenza, eh?!, mi dice ridendo. Ma due minuti dopo porta la mano sulla mia guancia per una carezza veloce. Un altro colpo lì. Per qualche minuto S. sparisce dalla mia vista, dalle mie parole, mi arresto improvvisamente e involontariamente. Mi sforzo non poco per fingere che ti voglio bene sia nella nostra normalità e continuare la conversazione. E. ci guarda conversare con una faccia che dice “che betoneghe!” (in dialetto veronese ha un significato meno forte e negativo di “pettegola”, alle volte è usato, come in questo caso, in maniera scherzosa per indicare due ragazze che chiacchierano parecchio), ma non mi dice che è orgoglioso di me, di questa brava ragazza, troppo brava ragazza così timida che però parla subito anche con le sue amiche senza farsi nessun problema.
Pure in discoteca mi coinvolge spesso, come suo solito, del resto. Si riserva di toccarmi il seno da sopra la maglia (questo lo spiego dopo, non è un pervertito!) mentre io gli blocco le mani nelle mie. Sono percorsa da un brivido visibile e netto, terzo colpo della serata. Infarto incombente, pare. Perché lui non ritira più le mani come faceva un po’ di tempo fa per evitare il contatto fisico. Perché lo fa con un sorriso ma dentro è serio, e io lo percepisco distintamente. Perché io ho una strafottutissima paura. Vai piano, E. Così mi fai male. Mi fai malissimo, mi terrorizzi. E, cazzo, cazzo, cazzo, ...
Io devo uscire dalla discoteca alle 3. Passando davanti al guardaroba gli mando un bacio in aria, come a dirglielo. Come vai via, coccola?? Mia mamma mi aspetta a casa: dai, coccola, resta ancora un po’; in fondo è il mio compleanno.. mi dice E. Vorrei spiegargli che non è il casso di tirare la corda, che la famiglia è di quelle che non si contrattano gli orari, anzi ringrazia che t’ò lassà ‘nar fora (“ringrazia che ti ho lasciato uscire”). Ma taglio corto, sono già in ritardo, non conosco abbastanza S. per fare discorsi, la musica sovrasta le parole e non voglio urlare. Se vuoi domattina ti passo mia mamma al telefono, gli dico. Va bene, va bene, vai, mi dice con la voce di chi ha capito al volo. Scoppiamo a ridere, ci baciamo davvero, questa volta. La barba di un giorno punge piacevolmente sulle labbra. Ti chiamo in settimana. E poi vado. Recupero il mio cappotto inglese e la borsa hippy pensando che dovrò seriamente procurarmi un’altra borsa, perché ne ho bisogno davvero (quella “normale” nera è troppo piccola e non ci sta dentro molto per una che si porterebbe in giro tutta la camera) e perché vorrei evitargli un infarto. Scherzo! Saluto con grazia L., amica di E. che conosco, quando mi lascia il cappotto e volo a pagare. Andando alla macchina, un padre in suv aspetta la figlia. Sembrano così fuori luogo persino nelle loro auto i cinquantenni, qui. Un gruppo di ragazzi ammiccano, ipotizzano che io non abbia freddo dato che non ho chiuso la giacca, che forse gradirei di andare a pisciare con loro e poi che forse no, dato il mio portamento e la mia borsa snob. Che anche le borse potessero essere snob non lo sapevo, comunque okay. Lo terrò a mente. Ripenso a E., forse aveva ragione. Bah. Li ascolto semplicemente senza nemmeno girarmi, per non dargli modo di fare battute, non desidero nemmeno mandarli a vaffan. Anche l’ultimo pezzetto, un tipo mi suona e un altro mi guarda desideroso. Vado alla macchina, apro e salto dentro in trenta secondi. Non uscire mai più da una discoteca da sola, annoto mentalmente. Avvio il motore e volo a casa. Sono felicissima.
Arrivando dal vicoletto di casa mia, spengo i fari e rallento per non farmi notare (tanto c’è il lampioncino di casa nostra), accosto con calma ed entro misurando ogni passo, sollevando i tacchi perché non facciano rumore. Vado in cucina a prendere un bicchiere di latte. Come fa E. solitamente, anch’io lo prendo freddo. Accendere il microonde farebbe rumore e poi è buonissimo anche freddo, gli lascio qualche minuto per arrivare a temperatura ambiente. Intanto mi accuccio sul pavimento. Alzo le gambe e le stringo contro il petto, tenendole allacciate tramite le braccia. Faccio aderire le mani all’interno dei gomiti, le ginocchia ai seni e me ne sto così per un minuto. Serve a raccogliere i buoni sentimenti, a farli irradiare a tutto il corpo. Poco dopo faccio un ponte. Mi inarco bene come mi avevano insegnato a ginnastica artistica, con una mano mi tocco la maglietta. Mi va leggermente larga. Stringo la minigonna di jeans alla vita per sentire se è larga e quanto. Mi rende felice il fatto di non ingrassare, dopo tutto. Tengo irrimediabilmente alla mia vita stretta, ed è la seconda cosa, dopo le sopracciglia, che guardo in chiunque. Secondo me E. lo sa che osservo queste cose. Scendendo dal ponte porto le mani dietro la testa, resto leggermente alzate con i piedi. Tocco il collo del piede in tensione. Che bello sentirlo attivo, potente. I nostri piedi potrebbero sempre ribellarsi, alla fine. Come i cavalli. Soltanto che i cavalli sono liberi. Liberi come l’aria, liberi come la Vita. Come dovremmo esserlo anche noi.
Mi infilo a letto e sono felice. Sono felice.
Certe cose potrebbero rovinare la giornata, a pensarci, ma sapere di avere degli amici forti che si prendono cura di noi è importante. Io ho E. ed F. Mi è dispiaciuto per D., mamma dice che a non essere un amico vero è E., ma è il solo che si ricordi di chiedermi ogni volta come sta mio papà, a domandarmi perché con mia madre c’è un così cattivo rapporto. È il solo che si prenda cura di me a livello “fisico”, tramite la carezza, i capelli.. D. mi scrive nei messaggi ciao, come stai?, come un’adolescente che non sa a chi spedire un sms. Come vuoi che stia? Tu ti perdi interi pezzi della mia vita e poi pretendi di continuare a leggere dove avevi lasciato il segnalibro. Non ho il tempo e la voglia di spiegarti cos’ho fatto negli ultimi due mesi. Da novembre, quando mi hai detto che per me avresti avuto tempo solo a febbraio. F. ed E. si fanno un mazzo quadro perché ci vediamo, tu neanche un pochino. Tu rimandi, tu te ne freghi. Hai il moroso, lo so. Ma anche F. ce l’ha e divide le serate, e anche E. potrebbe benissimo averlo. Cosa centra? Una settimana, sette giorni. Se non sei un polpo, troveremo un giorno che vada bene a entrambe..
Anche le osservazioni di uno in maneggio sul fatto che non sono risalita dopo l’impennata di JW e malissimo, giovine, malissimo potrebbero innervosirmi. Eppure qualcuno c’è sempre.
Ci siete sempre stati, e allora grazie. Solo grazie. Che altro potrei mai dire?
coccola5
Ps. prima dicevo che E. mi ha toccato il seno. È inesatto.. Avevo una maglia nera larga, con il collo quasi a barchetta, e a livello delle spalle ci sono due catenelle. Credo che volesse prendere queste, ma siccome stavo ballando le mani le ha messe praticamente dappertutto! D’altra parte è la prima volta che concedo la mia fisicità a qualcuno, non fatela tragica!
giovedì 27 gennaio 2011
Stop it!
Così Berlusconi pagava le donne - E ad Arcore spunta un'altra minorenne
Ma anche tutti coloro che pensano che un premier che paga delle prostitute non è cosa da difendere. Che pensano che, anche se non traspare, non è che queste ragassuole (come si dice da noi in dialetto) fossero esattamente delle sante con l'aureola.
E tutti coloro che pensano di averne abbastanza, che per questi motivi bisognerebbe protestare.
Si occupano di noi persino Die Zeit e Le Monde. Giudicate voi..
A più tardi, tempo libero permettendo,
coccola5
ps. giusto per correttezza. Mi auguro per Repubblica che gli articoli siano a prova di bomba..
mercoledì 26 gennaio 2011
Nervi
-Andiamo dal preside a ribellarci!- fa una mia compagna.
-Sai cosa ti risponde il preside? Che avevamo tempo sin da novembre!- faccio io, un poco indispettita.
-Ma io la mattina lavoro!
-E io lavoro il pomeriggio, e la sera torno a casa alle 21.30, molto più tardi di te.. eppure sto ripassando!
Conosco persone che a gennaio danno tre esami da trecento pagine o più ciascuno, e magari sono uno il lunedì, uno il martedì e uno il venerdì.
Imparare ad accettare la mia scontrosità.
coccola5
martedì 25 gennaio 2011
Scuola e co.
Incontrerò la mia prof di Lingua Tedesca in treno, che mi racconterà delle stranezze delle scuola italiana.. Sai che voglia di ascoltare. Non tanto per lei, quanto perchè non mi sembra possibile trovare qualcuno contento dell'Italia.
Io non sono ministro e probabilmente non sono la persona adatta per giudicare una riforma. Mi sono sempre opposta ai tagli alla cultura e all'istruzione. All'epoca c'era anche qualche coraggioso felice della riforma. Degli insegnanti con cui ho parlato sinora, non ce n'è uno soddisfatto. Mi sembra un giudizio più eloquente, competente e adatto del mio.
Ad ogni modo, tagliamo ancora. E ancora. E ancora. Quando poi gli studenti non sapranno più che Roma è la capitale italiana e che Trento non è in Piemonte (qualcuno di mia conoscenza lo crede davvero), quando non avranno la più pallida idea di chi fosse Manzoni, allora forse faremo qualcosa in merito. O forse taglieremo ancora. Anzi, chiudiamole queste scuole, no? Tanto pare che non freghi niente a nessuno.
Vi lascio con un ultimo pensiero, condiviso con mio padre. Non mi convincono i partiti di destra nè quelli di sinistra, anche se reputo questi ultimi il male minore. Ma perchè, trattandosi del futuro del mio Paese, mi trovo costretta a scegliere il male minore e non il bene migliore?
coccola5 - Ci sentiamo questa sera, tempo libero permettendo.
lunedì 24 gennaio 2011
Partire volevo
Partire volevo, ma a cavallo.
Arianna Corradi
Il nuovo libro che sto leggendo, finalmente sui cavalli. Stasera vi racconto per bene. Buona giornata a tutti!
coccola5
Aggiornamento serale. La frase iniziale non è in realtà il titolo del libro (Quel sogno di partire a cavallo), ma una frase in esso contenuta. L'ho iniziato stamattina, fra treni e autobus. Mi ha messo serenità, mi ha lasciato il sapore della terra, del cielo e del vento. Arianna, autrice del libro, racconta il suo viaggio interamente a cavallo da Susa sino a Canterbury, in Inghilterra, andata e ritorno. Dotata esattamente del minimo indispensabile, resterà in viaggio quattro mesi, da giugno 2007 sino a ottobre.
Chi mi legge sa che ogni tanto amo partecipare a qualche trekking: li trovo il modo migliore per empatizzare con il cavallo, e comunque un'esperienza unica. Anche sotto la pioggia, anche quando c'è freddo. Mi piacerebbe partire, magari per qualche giorno, e restarmene da sola nella natura. Contemplare tutta la bellezza.
Volevo inserire una frase della Nannini. La sto ascoltando in questi giorni, sto imparando anche le canzoni vecchie per il concerto. La mia conoscenza di quest'artista è molto strana, in effetti. Un filo mi ha sempre legata alle sue canzoni. Al liceo avevo sull'iPod Bello e impossibile e America. Non sapevo nemmeno che significato avessero quelle allusioni all'America, all'epoca. Ricordo di averla ascoltato in tutto due o tre volte e di averla trovata molto rock. Non mi ero nemmeno soffermata sul testo, all'epoca. L'America! Iersera l'ho messa su YouTube e ho riso della mia passata ingenuità. Qualche anno fa, ricordo di aver imparato qualche pezzo di Meravigliosa creatura. Della Nannini mi sono innamorata con Maledetto ciao e con Sei nell'anima, nel film Genitori e figli - Agitare bene prima dell'uso. Soprattutto con il film Viola di mare, di cui ho parlato un po' di tempo fa. La musica della cantante ha fatto da colonna sonora al film. E allora, consapevolmente, ho inserito Sogno, Sogno per vivere e Attimo nell'iPod. E di averle imparate a memoria.
Mi piace la poesia infinita nelle sue canzoni. La gioia di vivere, come la chiama lei, la voglia di sorridere ed essere felice. In un universo di cantanti che trasmettono all'ascoltatore la disperazione e la depressione, è raro trovarne uno che sorrida nei video. Che trasmetta gioia e allegria.
Ciao, maledetto ciao,
ora sono qui,
voglio sorridere.
Ciao, maledetto ciao,
nell'aria resterai,
gioia di vivere.
[...]
Ora sei con me,
gioia di vivere.
Gianna Nannini, Maledetto ciao
coccola5
ps. come faccio ad aspettare fino al 20 Maggio? Mancano ancora 115 giorni!!
sabato 22 gennaio 2011
Che bello averti al mondo
Acquistati i biglietti per Gianna Nannini!!!
Arena di Verona - 20 Maggio, h 21.00 --> Arrivo!!!!!!!!!
Gianna, che bello averti al mondo.
venerdì 21 gennaio 2011
Sogna di te
Gli altri sognan di sé e tu sogni di loro.C’è una persona che devo ringraziare per avermi dato lo spunto per questo post, LogorroicaMente. Questa frase ha condizionato un lungo periodo della mia vita, ma credo, senza presunzione, di non essere la sola accompagnata da questa immagine. Tempo fa, durante uno scambio epistolare, era uscita un’immagine che mi piace molto: il guardarsi dentro significa a volte avere il coraggio di vedere in faccia l’abisso. E poi di affrontarlo. Non ho la stupida convinzione che si possa risalire da tutti gli abissi, ma forse si impara a cercare una bombola di ossigeno, se capite cosa intendo.
Fabrizio de Andrè, Il matto
L’abisso, per me, ha rappresentato a lungo il mio carattere e la mia solitudine forzata. Da una parte volevo creare delle amicizie, dall’altra fallivo ogni volta nel tentativo perché cedevo sempre, assecondavo sempre le richieste altrui. Ero un mollusco e non tutti lo sopportano, giustamente. Poi ho conosciuto F. La nostra amicizia non è stata sempre lineare come ora, nel senso di un rapporto in crescendo. All’inizio lei preferiva una mia compagna di classe, e io ci ho sofferto un sacco. Compagna che io non ho mai sopportato perché ho sempre riscontrato in lei una chiusura mentale, più che per gelosia. Ricordo che una volta, molto infastidita dal suo atteggiamento, le ho urlato “Sei la persona più antipatica che conosco”. Inutile dire che i nostri rapporti non si sono più aggiustati e che ho stroncato sul nascere i minuscoli tentativi di farli rinascere. Ad ogni modo, più avanti F. ha lasciato la mia compagna dicendomi che avevo ragione io e chiedendomi scusa, poi in terza liceo ci siamo trovate con due tesine di maturità molto simili. Per un periodo l’ho detestata. Ne abbiamo parlato e riparlato, non poteva sostenere l’orale con un lavoro così simile al mio, sul quale lavoravo (e non sto scherzando) da tre mesi. Per prepararla avevo letto dei libri e fotocopiato diverse pagine di un’edizione critica senza testo a fronte dell’Antigone. Caso strano, ci siamo ritrovate dopo gli esami. Entrambe senza compagnia, entrambe senza più l’aggravante dell’orgoglio. Non ci siamo mai chieste scusa formalmente, ma ci siamo perdonate. È nato allora un rapporto così forte e stretto. E abbiamo fatto ognuna dei progressi. Abbiamo imparato a usare l’espressione “ti voglio bene”, una delle più difficili all’esterno della famiglia, a non sprecarla, a farne tesoro. Ti voglio bene, nel nostro caso, è stata una feroce dichiarazione d’amore. Inizialmente l’ho aggredita di ti voglio bene, che poi lei ha ricambiato. Le serviva tempo e lo sapevo.
Ci siamo accorte della profondità del nostro rapporto a una cena, poco tempo fa, di cui vi ho forse raccontato, con un’amica dei tempi del liceo. Quando lei parlava del passato, io e F. parlavamo del presente. Ha dichiarato di essere la migliore amica mia e di F., io mi sono opposta. Non puoi dirmi questo e non conoscere nemmeno la mia più grande passione, un’immensa parte della mia vita, l’equitazione. Ha scoperto quella sera che F. era fidanzata da quasi un anno..
Ma, ad ogni modo, non fa nulla. Non è il tema.
L’abisso, volevo dire a inizio post, è stato un progressivo accettare me stessa. Si parla tanto di accettarsi fisicamente, in realtà tantissime persone come me hanno bisogno di comprendersi a livello caratteriale. Io mi sono scoperta scontrosa, permalosa, spesso antipatica per definizione. Più di qualcuno mi ha considerato una snob, e a torto, qualcun altro ha sparso la voce che fossi lesbica e in diversi me ne hanno chiesto conferma. E il mio orientamento è qualcosa di cui fatico a parlare non solo perché potrei innamorarmi di una ragazza, ma per tanti motivi che non si trovano sul blog e che difficilmente racconterò. È una storia che non volete conoscere, e nemmeno io avrei voluto. Ad ogni modo, tante cose le ho capite tramite la mia cavalla, Beauty. Mi manca tanto da commuovermi. Quella cavalla scontrosa, che non poteva sopportare nessun altro cavallo e mi faceva patire la solitudine (rimanevo sempre dietro perché calciava chiunque, quasi per divertimento), quella cavalla che mi ha insegnato a cantare per sentirmi meno sola. Le cantavo Battisti, le cantavo i Gloria e le canzoni che imparavo al coro. Le cantavo Bello e impossibile della Nannini e le novità musicali. Quella cavalla che si concedeva alle coccole soltanto quando nessuno poteva vederla. Era proprio come me, e tanti me lo hanno confermato. Quando l’ho lasciata, ho sentito forte la sua mancanza a distanza di qualche tempo, quando ho capito che con JW le cose non sarebbero mai state le stesse, che mi voleva bene ma aveva troppa paura.
La cosa più bella è stata imparare a sognare di me.
coccola5
giovedì 20 gennaio 2011
Nonostante ogni cosa le parole
Due stupide giornate. E per fortuna sono state brevi, in un certo senso quasi inafferrabili. Io e mia madre avvolte in una crisi che non riuscivo a mettere a posto, condita da tutti i problemi del nostro usuale cattivo rapporto. Di per sé, il problema non sarebbe litigare: succede a tutti con i propri genitori. Litigare (o discutere) diventa un problema quando già sotto c’è qualche crepa non riparata. Mia madre ha il brutto difetto di rinfacciare le cose, cosa che puntualmente succede quando abbiamo una baruffa, come direbbe mia nonna. Allora esce tutto, anche le cose che non si dovrebbero dire. “Spero che al primo stipendio tu vada a vivere per i fatti tuoi. Magari in America, visto che vuoi tanto andarci. E spero che tu ci rimanga vent’anni, almeno.” Dice queste cose con tanta serietà che alle volte mi è impossibile distinguere se parli sul serio o se sia la rabbia a farle uscire le parole.
Le parole, gaudio e guaio. Soprattutto le parole, nonostante ogni cosa le parole. E ancora le parole, le parole, le parole. E il loro eco che s’infrange sul cuore. Sono ciò che di più bello abbiamo, eppure a volte vorrei poterne fare a meno. Ho un rapporto stranissimo con le parole, in realtà, di cui ho parlato soltanto una volta in tutta la mia vita. Con mia madre, a Torino. Le raccontai che le poesie, quelle pochissime che scrivo, hanno una funzione premonitrice. Io le compongo in un certo modo perché amo la liricità di alcuni verbi e sostantivi combinati, degli aggettivi e degli avverbi insieme in una maniera particolare. E poi, qualche giorno dopo, mi tornano in mente perché quello che ho scritto si è sbalzato sulla mia vita, in un certo senso è diventato realtà. È un concetto difficile da spiegare, me ne rendo conto. Ovviamente non intendo dire che diventano realtà letteralmente, ma semplicemente che danno un significato a una giornata di qualche tempo dopo. E penso: come nella mia poesia.
Quelle parole che non sono poesia diventano i post del mio blog. Diventano una critica, una lode, una descrizione, i miei pensieri trascritti e filtrati. Tempo fa scrivevo che non preparo i miei post per poi rivederli, anche perché sono certa che finirei sempre col cancellarne delle parti, però i termini che uso devono essere esatti. Preferisco postare una volta in meno piuttosto che essere fraintesa per la mia voracità di parole. Voglio che ogni frase dica esattamente quello che voglio esprimere, né più né meno. Sono convinta che i sinonimi non esistano. Ogni termine ha una sua sfaccettatura, e sto realizzando che l’italiano è povero come lingua. È molto musicale rispetto al tedesco e all’inglese, ma ha molti meno vocaboli. Pensate che ha solo 185.000 lemmi, l’inglese ne ha 500.000. C’è un termine per qualsiasi cosa si voglia dire. Pensate solo a “sentire”, che vuol dire molte cose: ascoltare o sentire male, quindi provare dolore, oppure vuol dire anche stare bene o male, e poi significa anche percepire. In inglese troverete to hear per l’ascolto fisico, to feel per spiegare che state o no bene o che avete male da qualche parte, e anche to perceive e tanti altri verbi. In certi casi preferisco l’inglese, in altri ancora il tedesco. La lingua tedesca fa largo uso delle preposizioni per cambiare l’uso e il significato dei verbi. Ad esempio, il verbo “tenere” viene tradotto con halten. A questo, aggiungendo il prefisso er- (non separabile) il verbo acquista il significato di “ricevere”, aggiungendo la preposizione unter-, halten significa “intrattenere”, oppure intrattenersi nel senso di conversare se usato riflessivamente. Questo rende il tedesco molto interessante come lingua, e tuttavia una tortura lo studio dei verbi. Le parole tedesche sono molto affascinanti, si accumulano l’una sull’altra, come in die Magersucht, cioè anoressia. Questa parola è composta da mager, magro e da sucht che significa mania, meglio ossessione. È decisamente una definizione migliore di “anoressia”, la cui etimologia greca significa inappetenza.
Non volevo “fare lezione”, ecco. Intanto mi sono un po’ liberata del peso di questo rapporto scaduto, andato (a) male. Sono arrabbiata con te per tante cose, mi ha detto iersera, mica per il tuo disordine. Il problema è che queste cose non me le hai dette, me le hai dette a metà, fai finta che non esistano. E poi ritornano, giustamente. I problemi irrisolti ritornano sempre, prima o dopo. E di solito sono puntuali. Prima di spegnere la luce ho letto qualche passo della Lettera di san Paolo ai Filippesi. L’ho trovata così piena di amore. Cercandone l’inizio, mi è sfuggita di mano la pagina e mi sono ritrovata a leggere un brano sul chiedersi perdono vicendevolmente. Penso che io e mia madre dovremmo parlare di perdono. Dovremmo parlare d’amore. E stilare un trattato di pace che concluda questa guerra logorante.
coccola5
martedì 18 gennaio 2011
Fabula circolare
Ho chiamato E. senza la minima voglia di farlo e, as a result, la conversazione non è stata brillante, non ci siamo accordati per vederci, ci siamo parlati entrambi senza troppa convinzione. Fino a due settimane fa non lo credevo possibile. E non che sia successo qualcosa.
Ho chiamato F.
Ho visto i miei nonni.
Ho guardato le prime due scene di Im Winter ein Jahr.
Ho discusso con mia madre.
L'unica cosa eccitante è ripensare a domenica. Che queste avventure, del resto piuttosto consuete, mi fanno sentire quasi un'eroina. Una sopravvissuta. Il personaggio di un libro dal finale drammatico.
Che palla di ragazza che sono. Vorrei riuscire ad essere davvero umile e intelligente. E mi sento solo stupida (letterariamente stupida, anche se so che il motivo non si capisce), come questa giornata.
Fabula circolare.
Intelligenza quadrata. O quasi nulla.
coccola5
lunedì 17 gennaio 2011
Non risalirò
Avete mai pianto per la delusione, la rabbia e… per la sconfitta? Lo hanno fatto tutti, chi prima e chi dopo, chi per un motivo e chi per un altro. Ma avete mai pianto perché avete capito che una parte del vostro mondo stava finendo? Io l’ho fatto questa mattina, dopo l’ennesimo spavento a cavallo. Quello più forte, probabilmente.
Dopo cento metri di strada asfaltata, cinque minuti dopo che siamo partiti, dopo aver tentato inutilmente di calmare JW agitato per non so quale motivo, quest’ultimo si impenna sulle zampe posteriori per due volte consecutive. Non ho quasi nemmeno il tempo di rendermene conto, per un attimo non vedo nulla, poi parte un urlo acuto e lungo, preludio di una possibile caduta. Il paesaggio attorno a me è piccolo, continua a muoversi, sto per vomitare. Sono terrorizzata, non riesco a muovere un muscolo e ho paura di cadere. Ho paura che arrivi una macchina e ci spazzi via, che succeda il finimondo. Mi sento leggera, minuscola e impotente. Il cavallo riappoggia le zampe a terra e io scendo al volo. Non me la sento. Oggi non ce la faccio. Nel momento in cui lo dico mi rendo conto che non risalirò su JW, che non ne ho la forza. Che ho perso la fiducia in lui, che si è cancellato tutto in un attimo. Prendo le redini in mano, mi giro e ritorno in scuderia. Mia madre è d’accordo, naturalmente. Abbiamo sentito entrambe un’ansia troppo forte.
In scuderia non riesco nemmeno a togliere la testiera e il morso al cavallo. Mi tremano le mani dall’agitazione. Il senso di sconfitta, di essermi arresa è più forte di qualsiasi altro sentimento. Sento le lacrime pungermi agli occhi. Mi fermo ad accarezzare JW prima di riportarlo in box, ma sembra l’abbraccio di due innamorati che si sono lasciati. Lo accompagno alla longhina, mentre le lacrime mi scendono sulle gote tre alla volta, tre per guancia. E le mie guance sembrano le tracce vuote di un torrente che, per causa della pioggia, si riempie velocemente d’acqua. Scusa, piccolo mio. Mi dispiace tanto. È tutto quello che riesco a sussurrare a JW prima di uscire dalla scuderia, con le lacrime agli occhi. Fuori mi aspetta Anto, un’amica che esce a cavallo con noi. I nostri fanno comunque una passeggiata e noi, a questo punto, li raggiungiamo per pranzo. Ne approfittiamo per chiacchierare: io per calmarmi, lei per raccontarmi un po’ di cose. Parliamo ininterrottamente fino alle quattro di pomeriggio, quando i ragazzi tornano da cavallo.
Eppure… eppure questo sensazione di essermi arresa, di non essere stata all’altezza della situazione, di non aver avuto sufficientemente coraggio. A fatica lo reprimo dicendomi che tornare indietro è stata la soluzione migliore, che così facendo ho evitato di rompermi una gamba o di cadere malamente. Che l’ammettere che un cavallo non sia quello giusto per me non significa arrendermi. Ma quanto mi odio?
Mi rendo conto che, per quanti non frequentano l’ambiente equestre, questo possa assomigliare ad uno spavento da cui ci si riprende facilmente. La mia reazione può sembrare inconsulta ed esagerata, ma chiedetevi quanti di voi risalirebbero su un cavallo che si alzato sui posteriori – e sull’asfalto. Andare a cavallo significa stabilire un rapporto di amicizia e fiducia con l’animale, che in questi momenti si cancella. Non ci si sente più sicuri e, quando l’ansia ci impedisce di dominare il cavallo, succede sempre il finimondo. Finisce un pezzo del mio mondo perché andare a cavallo è per me qualcosa di fondamentale, è vitale. Galoppare mi fa sentire libera, nelle falcate di un canter io rinasco continuamente, mi ricarico positivamente per la settimana successiva. Ma non così. Andare a cavallo non significa necessariamente essere spericolati e cercare di farsi del male. Io ho paura di finire con una gamba o un braccio rotto. E d’altra parte vado a cavallo da quando avevo nove anni, ritrovarmi ora così impaurita mi terrorizza perché non credevo che avrei mai avuto paura su un cavallo. Mi terrorizza per l’orrida novità della sensazione.
Volevo chiudere con le parole di una canzone (Meravigliosa creatura) di Gianna Nannini, cantante che io amo. Forse nel mio inconscio si collegano a quanto è successo oggi.
Meravigliosa creatura,
sei sola al mondo.
Meravigliosa paura
di averti accanto.
coccola5
Aggiornamento mattutino: (12.17) Okay, questo potrebbe essere il mio ultimo post. Ho lezione dalle 12.45 alle 19. Ininterrottamente. Nel caso non vedeste miei post futuri, il mio funerale si terrà giovedì alle 15 in Scuderia. A fianco a me JW e la Jade. Anche Beauty è invitata.
Ho tre ore di Diritto, due di Spagnolo e tre di Mediazione Orale Tedesco. Sono le ultime tre ore a preoccuparmi, quelle con la prof AncoraALetto. Stasera vi spiego come mai.