domenica 30 gennaio 2011

Ti voglio bene

Cammina con l’eleganza di un cavallo, conversa e comportati con la grazia di una regina.

Questa frase si è insinuata nella mia mente questa sera, poco prima di vedere E. Il suo compleanno è stato in questi giorni. Non vi dico il giorno esatto semplicemente perché, come ormai avrete capito, sono gelosa di tutto ciò che lo riguarda. Perfino del suo nome. Un mio compagno di corso si chiama in modo simile a lui, ma non riesco ad affibbiargli lo stesso soprannome. Come se conoscessi una ragazza che si chiama Valeria, che abbrevio in “Vale”, e una che si chiama Valentina. Il soprannome sarebbe lo stesso, ma nel caso del mio compagno non riesco a concepire di poter chiamarlo con lo stesso soprannome di E. Okay, discorsi non poco contorti, ma fa niente.

Abbiamo festeggiato allo Skylight Disco. La mia discoteca di sempre. Dove anch’io avevo festeggiato l’anno scorso. Quanto sono stata bene, questa sera, lo so soltanto io. La musica era ottima, la discoteca giustamente affollata e la compagnia superba. Ho conosciuto S., una sua amica di cui mi aveva parlato tempo fa. Una ragazza molto piacevole, che abita molto vicino a me. Ne abbiamo approfittato per farci una bella chiacchierata mentre E. salutava degli amici.
Abbiamo bevuto un aperitivo veloce prima di entrare in discoteca. E. era strafelice, continuava a fare battute, a lavare il silenzio, a ridere di noi tre con noi. Qualche battuta l’ha riservata anche a me, naturalmente (eravamo rimasti a Capodanno, noi! Devi recuperare, eh?, gli ho detto scherzosa), per la mia borsa hippy e multicolor, che, guarda, mi ha proprio rovinato la serata!, e io che lo sapevo, E., lo sapevo.

E lui che mi dice lo sai che ti voglio bene e questo suo “ti voglio bene” arriva così inaspettato, arriva pubblico e per nulla canzonatorio. Arriva fisso e mi colpisce lì, in quel punto imprecisato tra il diaframma, il fegato e lo stomaco. È colpa tua, E., se poi mi viene una gastroenterite infinita, lo sai?! Io che mentalmente elenco una sfilza di cazzo, cazzo, cazzo e intanto rispondo anch’io ti voglio bene, e tanto. E lui adesso non prendiamoci troppa confidenza, eh?!, mi dice ridendo. Ma due minuti dopo porta la mano sulla mia guancia per una carezza veloce. Un altro colpo . Per qualche minuto S. sparisce dalla mia vista, dalle mie parole, mi arresto improvvisamente e involontariamente. Mi sforzo non poco per fingere che ti voglio bene sia nella nostra normalità e continuare la conversazione. E. ci guarda conversare con una faccia che dice “che betoneghe!” (in dialetto veronese ha un significato meno forte e negativo di “pettegola”, alle volte è usato, come in questo caso, in maniera scherzosa per indicare due ragazze che chiacchierano parecchio), ma non mi dice che è orgoglioso di me, di questa brava ragazza, troppo brava ragazza così timida che però parla subito anche con le sue amiche senza farsi nessun problema.

Pure in discoteca mi coinvolge spesso, come suo solito, del resto. Si riserva di toccarmi il seno da sopra la maglia (questo lo spiego dopo, non è un pervertito!) mentre io gli blocco le mani nelle mie. Sono percorsa da un brivido visibile e netto, terzo colpo della serata. Infarto incombente, pare. Perché lui non ritira più le mani come faceva un po’ di tempo fa per evitare il contatto fisico. Perché lo fa con un sorriso ma dentro è serio, e io lo percepisco distintamente. Perché io ho una strafottutissima paura. Vai piano, E. Così mi fai male. Mi fai malissimo, mi terrorizzi. E, cazzo, cazzo, cazzo, ...

Io devo uscire dalla discoteca alle 3. Passando davanti al guardaroba gli mando un bacio in aria, come a dirglielo. Come vai via, coccola??  Mia mamma mi aspetta a casa: dai, coccola, resta ancora un po’; in fondo è il mio compleanno.. mi dice E. Vorrei spiegargli che non è il casso di tirare la corda, che la famiglia è di quelle che non si contrattano gli orari, anzi ringrazia che t’ò lassà ‘nar fora (“ringrazia che ti ho lasciato uscire”). Ma taglio corto, sono già in ritardo, non conosco abbastanza S. per fare discorsi, la musica sovrasta le parole e non voglio urlare. Se vuoi domattina ti passo mia mamma al telefono, gli dico. Va bene, va bene, vai, mi dice con la voce di chi ha capito al volo. Scoppiamo a ridere, ci baciamo davvero, questa volta. La barba di un giorno punge piacevolmente sulle labbra. Ti chiamo in settimana. E poi vado. Recupero il mio cappotto inglese e la borsa hippy pensando che dovrò seriamente procurarmi un’altra borsa, perché ne ho bisogno davvero (quella “normale” nera è troppo piccola e non ci sta dentro molto per una che si porterebbe in giro tutta la camera) e perché vorrei evitargli un infarto. Scherzo! Saluto con grazia L., amica di E. che conosco, quando mi lascia il cappotto e volo a pagare. Andando alla macchina, un padre in suv aspetta la figlia. Sembrano così fuori luogo persino nelle loro auto i cinquantenni, qui. Un gruppo di ragazzi ammiccano, ipotizzano che io non abbia freddo dato che non ho chiuso la giacca, che forse gradirei di andare a pisciare con loro e poi che forse no, dato il mio portamento e la mia borsa snob. Che anche le borse potessero essere snob non lo sapevo, comunque okay. Lo terrò a mente. Ripenso a E., forse aveva ragione. Bah. Li ascolto semplicemente senza nemmeno girarmi, per non dargli modo di fare battute, non desidero nemmeno mandarli a vaffan. Anche l’ultimo pezzetto, un tipo mi suona e un altro mi guarda desideroso. Vado alla macchina, apro e salto dentro in trenta secondi. Non uscire mai più da una discoteca da sola, annoto mentalmente. Avvio il motore e volo a casa. Sono felicissima.

Arrivando dal vicoletto di casa mia, spengo i fari e rallento per non farmi notare (tanto c’è il lampioncino di casa nostra), accosto con calma ed entro misurando ogni passo, sollevando i tacchi perché non facciano rumore. Vado in cucina a prendere un bicchiere di latte. Come fa E. solitamente, anch’io lo prendo freddo. Accendere il microonde farebbe rumore e poi è buonissimo anche freddo, gli lascio qualche minuto per arrivare a temperatura ambiente. Intanto mi accuccio sul pavimento. Alzo le gambe e le stringo contro il petto, tenendole allacciate tramite le braccia. Faccio aderire le mani all’interno dei gomiti, le ginocchia ai seni e me ne sto così per un minuto. Serve a raccogliere i buoni sentimenti, a farli irradiare a tutto il corpo. Poco dopo faccio un ponte. Mi inarco bene come mi avevano insegnato a ginnastica artistica, con una mano mi tocco la maglietta. Mi va leggermente larga. Stringo la minigonna di jeans alla vita per sentire se è larga e quanto. Mi rende felice il fatto di non ingrassare, dopo tutto. Tengo irrimediabilmente alla mia vita stretta, ed è la seconda cosa, dopo le sopracciglia, che guardo in chiunque. Secondo me E. lo sa che osservo queste cose. Scendendo dal ponte porto le mani dietro la testa, resto leggermente alzate con i piedi. Tocco il collo del piede in tensione. Che bello sentirlo attivo, potente. I nostri piedi potrebbero sempre ribellarsi, alla fine. Come i cavalli. Soltanto che i cavalli sono liberi. Liberi come l’aria, liberi come la Vita. Come dovremmo esserlo anche noi.

Mi infilo a letto e sono felice. Sono felice.
Certe cose potrebbero rovinare la giornata, a pensarci, ma sapere di avere degli amici forti che si prendono cura di noi è importante. Io ho E. ed F. Mi è dispiaciuto per D., mamma dice che a non essere un amico vero è E., ma è il solo che si ricordi di chiedermi ogni volta come sta mio papà, a domandarmi perché con mia madre c’è un così cattivo rapporto. È il solo che si prenda cura di me a livello “fisico”, tramite la carezza, i capelli.. D. mi scrive nei messaggi ciao, come stai?, come un’adolescente che non sa a chi spedire un sms. Come vuoi che stia? Tu ti perdi interi pezzi della mia vita e poi pretendi di continuare a leggere dove avevi lasciato il segnalibro. Non ho il tempo e la voglia di spiegarti cos’ho fatto negli ultimi due mesi. Da novembre, quando mi hai detto che per me avresti avuto tempo solo a febbraio. F. ed E. si fanno un mazzo quadro perché ci vediamo, tu neanche un pochino. Tu rimandi, tu te ne freghi. Hai il moroso, lo so. Ma anche F. ce l’ha e divide le serate, e anche E. potrebbe benissimo averlo. Cosa centra? Una settimana, sette giorni. Se non sei un polpo, troveremo un giorno che vada bene a entrambe..
Anche le osservazioni di uno in maneggio sul fatto che non sono risalita dopo l’impennata di JW e malissimo, giovine, malissimo potrebbero innervosirmi. Eppure qualcuno c’è sempre.
Ci siete sempre stati, e allora grazie. Solo grazie. Che altro potrei mai dire?

coccola5
Ps. prima dicevo che E. mi ha toccato il seno. È inesatto.. Avevo una maglia nera larga, con il collo quasi a barchetta, e a livello delle spalle ci sono due catenelle. Credo che volesse prendere queste, ma siccome stavo ballando le mani le ha messe praticamente dappertutto! D’altra parte è la prima volta che concedo la mia fisicità a qualcuno, non fatela tragica!

giovedì 27 gennaio 2011

Stop it!

Io invito tutti i miei fedeli lettori a questo indirizzo:
Così Berlusconi pagava le donne - E ad Arcore spunta un'altra minorenne

Ma anche tutti coloro che pensano che un premier che paga delle prostitute non è cosa da difendere. Che pensano che, anche se non traspare, non è che queste ragassuole (come si dice da noi in dialetto) fossero esattamente delle sante con l'aureola.
E tutti coloro che pensano di averne abbastanza, che per questi motivi bisognerebbe protestare.
Si occupano di noi persino Die Zeit e Le Monde. Giudicate voi..
A più tardi, tempo libero permettendo,

coccola5
ps. giusto per correttezza. Mi auguro per Repubblica che gli articoli siano a prova di bomba..

mercoledì 26 gennaio 2011

Nervi

Abbiamo due esami questo semestre, e odio sentire lamentele a caso. Purtroppo, sono stati messi molto vicini, uno il 23 e uno il 24 febbraio. Ma sono esami da cinquanta pagine ciascuno.
-Andiamo dal preside a ribellarci!- fa una mia compagna.
-Sai cosa ti risponde il preside? Che avevamo tempo sin da novembre!- faccio io, un poco indispettita.
-Ma io la mattina lavoro!
-E io lavoro il pomeriggio, e la sera torno a casa alle 21.30, molto più tardi di te.. eppure sto ripassando!

Conosco persone che a gennaio danno tre esami da trecento pagine o più ciascuno, e magari sono uno il lunedì, uno il martedì e uno il venerdì.

Imparare ad accettare la mia scontrosità.

coccola5

martedì 25 gennaio 2011

Scuola e co.

Tra quattordici minuti prenderò il treno per andare in università. Ho quattro ore di lezione, ma non ho voglia di andare.
Incontrerò la mia prof di Lingua Tedesca in treno, che mi racconterà delle stranezze delle scuola italiana.. Sai che voglia di ascoltare. Non tanto per lei, quanto perchè non mi sembra possibile trovare qualcuno contento dell'Italia.

Io non sono ministro e probabilmente non sono la persona adatta per giudicare una riforma. Mi sono sempre opposta ai tagli alla cultura e all'istruzione. All'epoca c'era anche qualche coraggioso felice della riforma. Degli insegnanti con cui ho parlato sinora, non ce n'è uno soddisfatto. Mi sembra un giudizio più eloquente, competente e adatto del mio.

Ad ogni modo, tagliamo ancora. E ancora. E ancora. Quando poi gli studenti non sapranno più che Roma è la capitale italiana e che Trento non è in Piemonte (qualcuno di mia conoscenza lo crede davvero), quando non avranno la più pallida idea di chi fosse Manzoni, allora forse faremo qualcosa in merito. O forse taglieremo ancora. Anzi, chiudiamole queste scuole, no? Tanto pare che non freghi niente a nessuno.

Vi lascio con un ultimo pensiero, condiviso con mio padre. Non mi convincono i partiti di destra nè quelli di sinistra, anche se reputo questi ultimi il male minore. Ma perchè, trattandosi del futuro del mio Paese, mi trovo costretta a scegliere il male minore e non il bene migliore?

coccola5 - Ci sentiamo questa sera, tempo libero permettendo.

lunedì 24 gennaio 2011

Partire volevo


Partire volevo, ma a cavallo.
  Arianna Corradi

Il nuovo libro che sto leggendo, finalmente sui cavalli. Stasera vi racconto per bene. Buona giornata a tutti!

coccola5

Aggiornamento serale. La frase iniziale non è in realtà il titolo del libro (Quel sogno di partire a cavallo), ma una frase in esso contenuta. L'ho iniziato stamattina, fra treni e autobus. Mi ha messo serenità, mi ha lasciato il sapore della terra, del cielo e del vento. Arianna, autrice del libro, racconta il suo viaggio interamente a cavallo da Susa sino a Canterbury, in Inghilterra, andata e ritorno. Dotata esattamente del minimo indispensabile, resterà in viaggio quattro mesi, da giugno 2007 sino a ottobre.
Chi mi legge sa che ogni tanto amo partecipare a qualche trekking: li trovo il modo migliore per empatizzare con il cavallo, e comunque un'esperienza unica. Anche sotto la pioggia, anche quando c'è freddo. Mi piacerebbe partire, magari per qualche giorno, e restarmene da sola nella natura. Contemplare tutta la bellezza.

Volevo inserire una frase della Nannini. La sto ascoltando in questi giorni, sto imparando anche le canzoni vecchie per il concerto. La mia conoscenza di quest'artista è molto strana, in effetti. Un filo mi ha sempre legata alle sue canzoni. Al liceo avevo sull'iPod Bello e impossibile e America. Non sapevo nemmeno che significato avessero quelle allusioni all'America, all'epoca. Ricordo di averla ascoltato in tutto due o tre volte e di averla trovata molto rock. Non mi ero nemmeno soffermata sul testo, all'epoca. L'America! Iersera l'ho messa su YouTube e ho riso della mia passata ingenuità. Qualche anno fa, ricordo di aver imparato qualche pezzo di Meravigliosa creatura. Della Nannini mi sono innamorata con Maledetto ciao e con Sei nell'anima, nel film Genitori e figli - Agitare bene prima dell'uso. Soprattutto con il film Viola di mare, di cui ho parlato un po' di tempo fa. La musica della cantante ha fatto da colonna sonora al film. E allora, consapevolmente, ho inserito Sogno, Sogno per vivere e Attimo nell'iPod. E di averle imparate a memoria.

Mi piace la poesia infinita nelle sue canzoni. La gioia di vivere, come la chiama lei, la voglia di sorridere ed essere felice. In un universo di cantanti che trasmettono all'ascoltatore la disperazione e la depressione, è raro trovarne uno che sorrida nei video. Che trasmetta gioia e allegria.

Ciao, maledetto ciao,
ora sono qui,
voglio sorridere.

Ciao, maledetto ciao,
nell'aria resterai,
gioia di vivere.


[...]
Ora sei con me,
gioia di vivere.

   Gianna Nannini, Maledetto ciao


coccola5
ps. come faccio ad aspettare fino al 20 Maggio? Mancano ancora 115 giorni!!
 

sabato 22 gennaio 2011

Che bello averti al mondo


Acquistati i biglietti per Gianna Nannini!!!
 



Arena di Verona - 20 Maggio, h 21.00 --> Arrivo!!!!!!!!!


Gianna, che bello averti al mondo.

venerdì 21 gennaio 2011

Sogna di te

Gli altri sognan di sé e tu sogni di loro.
      Fabrizio de Andrè, Il matto
C’è una persona che devo ringraziare per avermi dato lo spunto per questo post, LogorroicaMente. Questa frase ha condizionato un lungo periodo della mia vita, ma credo, senza presunzione, di non essere la sola accompagnata da questa immagine. Tempo fa, durante uno scambio epistolare, era uscita un’immagine che mi piace molto: il guardarsi dentro significa a volte avere il coraggio di vedere in faccia l’abisso. E poi di affrontarlo. Non ho la stupida convinzione che si possa risalire da tutti gli abissi, ma forse si impara a cercare una bombola di ossigeno, se capite cosa intendo.

L’abisso, per me, ha rappresentato a lungo il mio carattere e la mia solitudine forzata. Da una parte volevo creare delle amicizie, dall’altra fallivo ogni volta nel tentativo perché cedevo sempre, assecondavo sempre le richieste altrui. Ero un mollusco e non tutti lo sopportano, giustamente. Poi ho conosciuto F. La nostra amicizia non è stata sempre lineare come ora, nel senso di un rapporto in crescendo. All’inizio lei preferiva una mia compagna di classe, e io ci ho sofferto un sacco. Compagna che io non ho mai sopportato perché ho sempre riscontrato in lei una chiusura mentale, più che per gelosia. Ricordo che una volta, molto infastidita dal suo atteggiamento, le ho urlato “Sei la persona più antipatica che conosco”. Inutile dire che i nostri rapporti non si sono più aggiustati e che ho stroncato sul nascere i minuscoli tentativi di farli rinascere. Ad ogni modo, più avanti F. ha lasciato la mia compagna dicendomi che avevo ragione io e chiedendomi scusa, poi in terza liceo ci siamo trovate con due tesine di maturità molto simili. Per un periodo l’ho detestata. Ne abbiamo parlato e riparlato, non poteva sostenere l’orale con un lavoro così simile al mio, sul quale lavoravo (e non sto scherzando) da tre mesi. Per prepararla avevo letto dei libri e fotocopiato diverse pagine di un’edizione critica senza testo a fronte dell’Antigone. Caso strano, ci siamo ritrovate dopo gli esami. Entrambe senza compagnia, entrambe senza più l’aggravante dell’orgoglio. Non ci siamo mai chieste scusa formalmente, ma ci siamo perdonate. È nato allora un rapporto così forte e stretto. E abbiamo fatto ognuna dei progressi. Abbiamo imparato a usare l’espressione “ti voglio bene”, una delle più difficili all’esterno della famiglia, a non sprecarla, a farne tesoro. Ti voglio bene, nel nostro caso, è stata una feroce dichiarazione d’amore. Inizialmente l’ho aggredita di ti voglio bene, che poi lei ha ricambiato. Le serviva tempo e lo sapevo.

Ci siamo accorte della profondità del nostro rapporto a una cena, poco tempo fa, di cui vi ho forse raccontato, con un’amica dei tempi del liceo. Quando lei parlava del passato, io e F. parlavamo del presente. Ha dichiarato di essere la migliore amica mia e di F., io mi sono opposta. Non puoi dirmi questo e non conoscere nemmeno la mia più grande passione, un’immensa parte della mia vita, l’equitazione. Ha scoperto quella sera che F. era fidanzata da quasi un anno..
Ma, ad ogni modo, non fa nulla. Non è il tema.

L’abisso, volevo dire a inizio post, è stato un progressivo accettare me stessa. Si parla tanto di accettarsi fisicamente, in realtà tantissime persone come me hanno bisogno di comprendersi a livello caratteriale. Io mi sono scoperta scontrosa, permalosa, spesso antipatica per definizione. Più di qualcuno mi ha considerato una snob, e a torto, qualcun altro ha sparso la voce che fossi lesbica e in diversi me ne hanno chiesto conferma. E il mio orientamento è qualcosa di cui fatico a parlare non solo perché potrei innamorarmi di una ragazza, ma per tanti motivi che non si trovano sul blog e che difficilmente racconterò. È una storia che non volete conoscere, e nemmeno io avrei voluto. Ad ogni modo, tante cose le ho capite tramite la mia cavalla, Beauty. Mi manca tanto da commuovermi. Quella cavalla scontrosa, che non poteva sopportare nessun altro cavallo e mi faceva patire la solitudine (rimanevo sempre dietro perché calciava chiunque, quasi per divertimento), quella cavalla che mi ha insegnato a cantare per sentirmi meno sola. Le cantavo Battisti, le cantavo i Gloria e le canzoni che imparavo al coro. Le cantavo Bello e impossibile della Nannini e le novità musicali. Quella cavalla che si concedeva alle coccole soltanto quando nessuno poteva vederla. Era proprio come me, e tanti me lo hanno confermato. Quando l’ho lasciata, ho sentito forte la sua mancanza a distanza di qualche tempo, quando ho capito che con JW le cose non sarebbero mai state le stesse, che mi voleva bene ma aveva troppa paura.

La cosa più bella è stata imparare a sognare di me.

coccola5

giovedì 20 gennaio 2011

Nonostante ogni cosa le parole

Prima di abbandonarvi a questo post un po' disgraziato.. nuntio vobis magnum gaudium: habemus blog! Okay, vi ricordate che avevo parlato tempo fa della creazione di un blog di giornalismo? Navigate nell'oblio?? Niente paura, la vostra coccola5 vuole cimentarsi in qualche articoletto di giornale possibilmente irriverente, dalle prospettive nuove e magari un poco audace. Dopo molti pensamenti e ripensamenti è nato Luce sugli occhi, al seguente indirizzo: http://lucesugliocchi.wordpress.com. Perchè abbandoni Splinder?, penserà qualcuno. Per una serie di motivi: ho già altri due blog su Splinder che non mi sento di cancellare perchè sono una parte di me, Splinder ha un editor che fa abbastanza acqua e ripetutamente si blocca mentre scrivo, Wordpress fa assomigliare di più a un sito web la pagina del blog. Si possono aprire diverse pagine per la mia presentazione, il blog... Infine, avevo un account su Wordpress creato immemore tempo fa che non utilizzavo: lì ho adottato il nickname kyriee, ma sono sempre io! Vi aspetto a leggere una presentazione del blog e, tempo permettendo, sabato o domenica elaboro qualcosa! Potete trovare il link al blog anche nella colonnina laterale alla voce Friends, dove ci sono anche le scuse a LM per aver inserito tardivamente il suo blog! :)

Due stupide giornate. E per fortuna sono state brevi, in un certo senso quasi inafferrabili. Io e mia madre avvolte in una crisi che non riuscivo a mettere a posto, condita da tutti i problemi del nostro usuale cattivo rapporto. Di per sé, il problema non sarebbe litigare: succede a tutti con i propri genitori. Litigare (o discutere) diventa un problema quando già sotto c’è qualche crepa non riparata. Mia madre ha il brutto difetto di rinfacciare le cose, cosa che puntualmente succede quando abbiamo una baruffa, come direbbe mia nonna. Allora esce tutto, anche le cose che non si dovrebbero dire. “Spero che al primo stipendio tu vada a vivere per i fatti tuoi. Magari in America, visto che vuoi tanto andarci. E spero che tu ci rimanga vent’anni, almeno.” Dice queste cose con tanta serietà che alle volte mi è impossibile distinguere se parli sul serio o se sia la rabbia a farle uscire le parole.

Le parole, gaudio e guaio. Soprattutto le parole, nonostante ogni cosa le parole. E ancora le parole, le parole, le parole. E il loro eco che s’infrange sul cuore. Sono ciò che di più bello abbiamo, eppure a volte vorrei poterne fare a meno. Ho un rapporto stranissimo con le parole, in realtà, di cui ho parlato soltanto una volta in tutta la mia vita. Con mia madre, a Torino. Le raccontai che le poesie, quelle pochissime che scrivo, hanno una funzione premonitrice. Io le compongo in un certo modo perché amo la liricità di alcuni verbi e sostantivi combinati, degli aggettivi e degli avverbi insieme in una maniera particolare. E poi, qualche giorno dopo, mi tornano in mente perché quello che ho scritto si è sbalzato sulla mia vita, in un certo senso è diventato realtà. È un concetto difficile da spiegare, me ne rendo conto. Ovviamente non intendo dire che diventano realtà letteralmente, ma semplicemente che danno un significato a una giornata di qualche tempo dopo. E penso: come nella mia poesia.

Quelle parole che non sono poesia diventano i post del mio blog. Diventano una critica, una lode, una descrizione, i miei pensieri trascritti e filtrati. Tempo fa scrivevo che non preparo i miei post per poi rivederli, anche perché sono certa che finirei sempre col cancellarne delle parti, però i termini che uso devono essere esatti. Preferisco postare una volta in meno piuttosto che essere fraintesa per la mia voracità di parole. Voglio che ogni frase dica esattamente quello che voglio esprimere, né più né meno. Sono convinta che i sinonimi non esistano. Ogni termine ha una sua sfaccettatura, e sto realizzando che l’italiano è povero come lingua. È molto musicale rispetto al tedesco e all’inglese, ma ha molti meno vocaboli. Pensate che ha solo 185.000 lemmi, l’inglese ne ha 500.000. C’è un termine per qualsiasi cosa si voglia dire. Pensate solo a “sentire”, che vuol dire molte cose: ascoltare o sentire male, quindi provare dolore, oppure vuol dire anche stare bene o male, e poi significa anche percepire. In inglese troverete to hear per l’ascolto fisico, to feel per spiegare che state o no bene o che avete male da qualche parte, e anche to perceive e tanti altri verbi. In certi casi preferisco l’inglese, in altri ancora il tedesco. La lingua tedesca fa largo uso delle preposizioni per cambiare l’uso e il significato dei verbi. Ad esempio, il verbo “tenere” viene tradotto con halten. A questo, aggiungendo il prefisso er- (non separabile) il verbo acquista il significato di “ricevere”, aggiungendo la preposizione unter-, halten significa “intrattenere”, oppure intrattenersi nel senso di conversare se usato riflessivamente. Questo rende il tedesco molto interessante come lingua, e tuttavia una tortura lo studio dei verbi. Le parole tedesche sono molto affascinanti, si accumulano l’una sull’altra, come in die Magersucht, cioè anoressia. Questa parola è composta da mager, magro e da sucht che significa mania, meglio ossessione. È decisamente una definizione migliore di “anoressia”, la cui etimologia greca significa inappetenza.

Non volevo “fare lezione”, ecco. Intanto mi sono un po’ liberata del peso di questo rapporto scaduto, andato (a) male. Sono arrabbiata con te per tante cose, mi ha detto iersera, mica per il tuo disordine. Il problema è che queste cose non me le hai dette, me le hai dette a metà, fai finta che non esistano. E poi ritornano, giustamente. I problemi irrisolti ritornano sempre, prima o dopo. E di solito sono puntuali. Prima di spegnere la luce ho letto qualche passo della Lettera di san Paolo ai Filippesi. L’ho trovata così piena di amore. Cercandone l’inizio, mi è sfuggita di mano la pagina e mi sono ritrovata a leggere un brano sul chiedersi perdono vicendevolmente. Penso che io e mia madre dovremmo parlare di perdono. Dovremmo parlare d’amore. E stilare un trattato di pace che concluda questa guerra logorante.

coccola5

martedì 18 gennaio 2011

Fabula circolare

Che giornata stupida. Richiusa nel mio guscio caldo, piccolissimo, silenzioso e quieto. 
Ho chiamato E. senza la minima voglia di farlo e, as a result, la conversazione non è stata brillante, non ci siamo accordati per vederci, ci siamo parlati entrambi senza troppa convinzione. Fino a due settimane fa non lo credevo possibile. E non che sia successo qualcosa.

Ho chiamato F.
Ho visto i miei nonni.
Ho guardato le prime due scene di Im Winter ein Jahr.
Ho discusso con mia madre.
L'unica cosa eccitante è ripensare a domenica. Che queste avventure, del resto piuttosto consuete, mi fanno sentire quasi un'eroina. Una sopravvissuta. Il personaggio di un libro dal finale drammatico.

Che palla di ragazza che sono. Vorrei riuscire ad essere davvero umile e intelligente. E mi sento solo stupida (letterariamente stupida, anche se so che il motivo non si capisce), come questa giornata.

Fabula circolare.
Intelligenza quadrata. O quasi nulla.

coccola5

lunedì 17 gennaio 2011

Non risalirò

Una tragica percezione di un mondo che, lentamente, si frammenta sempre di più.

Avete mai pianto per la delusione, la rabbia e… per la sconfitta? Lo hanno fatto tutti, chi prima e chi dopo, chi per un motivo e chi per un altro. Ma avete mai pianto perché avete capito che una parte del vostro mondo stava finendo? Io l’ho fatto questa mattina, dopo l’ennesimo spavento a cavallo. Quello più forte, probabilmente.

Dopo cento metri di strada asfaltata, cinque minuti dopo che siamo partiti, dopo aver tentato inutilmente di calmare JW agitato per non so quale motivo, quest’ultimo si impenna sulle zampe posteriori per due volte consecutive. Non ho quasi nemmeno il tempo di rendermene conto, per un attimo non vedo nulla, poi parte un urlo acuto e lungo, preludio di una possibile caduta. Il paesaggio attorno a me è piccolo, continua a muoversi, sto per vomitare. Sono terrorizzata, non riesco a muovere un muscolo e ho paura di cadere. Ho paura che arrivi una macchina e ci spazzi via, che succeda il finimondo. Mi sento leggera, minuscola e impotente. Il cavallo riappoggia le zampe a terra e io scendo al volo. Non me la sento. Oggi non ce la faccio. Nel momento in cui lo dico mi rendo conto che non risalirò su JW, che non ne ho la forza. Che ho perso la fiducia in lui, che si è cancellato tutto in un attimo. Prendo le redini in mano, mi giro e ritorno in scuderia. Mia madre è d’accordo, naturalmente. Abbiamo sentito entrambe un’ansia troppo forte.

In scuderia non riesco nemmeno a togliere la testiera e il morso al cavallo. Mi tremano le mani dall’agitazione. Il senso di sconfitta, di essermi arresa è più forte di qualsiasi altro sentimento. Sento le lacrime pungermi agli occhi. Mi fermo ad accarezzare JW prima di riportarlo in box, ma sembra l’abbraccio di due innamorati che si sono lasciati. Lo accompagno alla longhina, mentre le lacrime mi scendono sulle gote tre alla volta, tre per guancia. E le mie guance sembrano le tracce vuote di un torrente che, per causa della pioggia, si riempie velocemente d’acqua. Scusa, piccolo mio. Mi dispiace tanto. È tutto quello che riesco a sussurrare a JW prima di uscire dalla scuderia, con le lacrime agli occhi. Fuori mi aspetta Anto, un’amica che esce a cavallo con noi. I nostri fanno comunque una passeggiata e noi, a questo punto, li raggiungiamo per pranzo. Ne approfittiamo per chiacchierare: io per calmarmi, lei per raccontarmi un po’ di cose. Parliamo ininterrottamente fino alle quattro di pomeriggio, quando i ragazzi tornano da cavallo.

Eppure… eppure questo sensazione di essermi arresa, di non essere stata all’altezza della situazione, di non aver avuto sufficientemente coraggio. A fatica lo reprimo dicendomi che tornare indietro è stata la soluzione migliore, che così facendo ho evitato di rompermi una gamba o di cadere malamente. Che l’ammettere che un cavallo non sia quello giusto per me non significa arrendermi. Ma quanto mi odio?

Mi rendo conto che, per quanti non frequentano l’ambiente equestre, questo possa assomigliare ad uno spavento da cui ci si riprende facilmente. La mia reazione può sembrare inconsulta ed esagerata, ma chiedetevi quanti di voi risalirebbero su un cavallo che si alzato sui posteriori – e sull’asfalto. Andare a cavallo significa stabilire un rapporto di amicizia e fiducia con l’animale, che in questi momenti si cancella. Non ci si sente più sicuri e, quando l’ansia ci impedisce di dominare il cavallo, succede sempre il finimondo. Finisce un pezzo del mio mondo perché andare a cavallo è per me qualcosa di fondamentale, è vitale. Galoppare mi fa sentire libera, nelle falcate di un canter io rinasco continuamente, mi ricarico positivamente per la settimana successiva. Ma non così. Andare a cavallo non significa necessariamente essere spericolati e cercare di farsi del male. Io ho paura di finire con una gamba o un braccio rotto. E d’altra parte vado a cavallo da quando avevo nove anni, ritrovarmi ora così impaurita mi terrorizza perché non credevo che avrei mai avuto paura su un cavallo. Mi terrorizza per l’orrida novità della sensazione.

Volevo chiudere con le parole di una canzone (Meravigliosa creatura) di Gianna Nannini, cantante che io amo. Forse nel mio inconscio si collegano a quanto è successo oggi.

Meravigliosa creatura,
sei sola al mondo.
Meravigliosa paura
di averti accanto.


coccola5
Aggiornamento mattutino: (12.17) Okay, questo potrebbe essere il mio ultimo post. Ho lezione dalle 12.45 alle 19. Ininterrottamente. Nel caso non vedeste miei post futuri, il mio funerale si terrà giovedì alle 15 in Scuderia. A fianco a me JW e la Jade. Anche Beauty è invitata.
Ho tre ore di Diritto, due di Spagnolo e tre di Mediazione Orale Tedesco. Sono le ultime tre ore a preoccuparmi, quelle con la prof AncoraALetto. Stasera vi spiego come mai.

venerdì 14 gennaio 2011

Non è una massima

Quando pago un servizio, il diritto all'arroganza non è incluso.

Non vuole essere una frase statuaria, nè una massima inventata da me, ma questa sera vi spiego tutto.

coccola5
Aggiornamento tardivo (2.45): perché scene in giro se ne vedono tante. La frase che avevo inserito all’inizio del post, va riferita a un fatto di oggi pomeriggio, accadutomi in università. Frequento il secondo anno universitario alla facoltà di Scienze della Mediazione Linguistica di un ateneo privato. Questa minuscola premessa è importante per capire quello che accade. Abbiamo, oggi pomeriggio, tre ore di Mediazione Orale di Inglese, spezzate da un intervallo. All’inizio della lezione, l’insegnante chiede chi si sia iscritto all’esame del primo anno – chi, in pratica, deve ancora darlo – e tre ragazze alzano la mano. Per farle esercitare, chiede loro di uscire, una dopo l’altra, per tradurre in consecutiva dei testi. Non prendetevela troppo se non sapete cosa sia la traduzione consecutiva, non è questo che importa. La prima ragazza, tale Svampita (e la ragione del nomignolo è chiara..) esce, ma la sua interpretazione è oggettivamente pessima: mancano grammatica di base dell’inglese, capisce poco e male, traduce le parole praticamente a caso. Un disastro. L’insegnante precisa che, se l’esame andrà similmente, probabilmente la fanciulla sarà segata. Non queste parole, è chiaro, ma il concetto è lo stesso. All’intervallo, chiedo ad una compagna, per altro vicina di banco di Svampita, di prendere un caffè con me. Mi risponde che arriva subito, solo il tempo di prendere il portafogli, ma intanto si avvia tra lei e la sopracitata vicina una discussione. “Ma, dal momento che io pago una bella cifra ogni anno, non mi sembra giusto essere demoralizzata così dall’insegnante.” – sguardo mio e della mia compagna davvero stupito. “E poi, comunque, la prof dovrebbe metterci nelle migliori condizioni per passare l’esame.” Ma, tesoro, l’ha fatto lo scorso anno spiegando tutto sul turismo, argomento d’esame!! E poi scusa, siccome paghi l’insegnante non può darti un giudizio sulla tua esercitazione? Spero di non aver colto male, ma mi sembrava che il messaggio, nemmeno troppo implicito, di Svampita fosse: la scuola è privata, perciò devono promuovermi ad ogni esame. Giudicate voi, io sono stanca di “fare la morale” ogni volta e di sgolarmi a casa e con gli amici su cose che ritengo stupide, ma, più che stupide, decisamente arroganti.

E poi la sera in stazione basta. Ad aspettare il bus per il ritorno tre sere su cinque nella completa insicurezza. Una sala di aspetto che dopo le 20 si trasforma in un circo, senza nessuno che sorvegli la situazione. L'altra sera è entrato un tipo urlando che presto la rivolta del pane arriverà anche in Italia. Rabbia scatenatasi, la sua, quando ha chiesto al cameriere del servizo minibar che riportava il carrello il costo di un tè caldo. E vederlo importunare mezza sala d'aspetto per chiedere a tutti se hanno qualche euro da dargli.
Questa sera un altro tizio che viaggiava suonando il clacson sulla macchina per pulire il pavimento della stazione. E non era, come molti hanno suggerito, il netturbino della stazione. Sempre questa sera, un secondo tizio che si serve liberamente di Cipster e acqua minerale dal carrellino minibar, che dopo le 20 viene portato in sala d'aspetto e lasciato incautamete (e deficientemente) aperto. Apre l'acqua, ne beve un sorso, la richiude e reinfila nel carrellino. E, a me che l'ho visto, rivolge un'occhiata di sfida.

Basta, non posso, essendo costretta a rimanere in stazione per non patire il freddo, essere spesso importunata da gente che vuole qualche euro, il mio panino e così via. Dalle mamme che mi mandano la bambina a chiedermi l'elemosina. Basta con questa anarchia degradante e decadente. Qualcuno intervenga. Io non ne posso più. E ho un altro anno e mezzo di università davanti.

giovedì 13 gennaio 2011

Preludio di una buona giornata

Di bello c'è che stamattina sono riuscita a prendere il bus delle 7.53 dopo una corsa, ho bevuto un ottimo cappuccino alla stazione di Verona anche se strapagato (1,50, ma rischiavo di addormentarmi poi sul treno!), ho amabilmente conversato con il barsta allegro e felice di cominciare a lavorare alle 6 tutti i giorni, ho comprato il Corriere della Sera e l'inserto, Teoria e pratica della non-violenza di Gandhi e sono arrivata in uni silente e serena.

Di buono ci sono anche le Lodi mattutine lette in bus, il Giardino dei Finzi-Contini di Bassani che mi sta inaspettatamente piacendo, anche se sono solo al primo capitolo. E le prime due ore di lezione con la prof di Letteratura Italiana e la sua passione. [E anche volume della voce a 150 decibel, ecco.]

Però mi sembra un ottimo preludio per questa giornata.

Vorrei lasciarvi con due articoli di Sette (del Corriere) decisamente interessanti e carini, che però non trovo su Internet. Mi riprometto di scannerizzarli e inserirli su GoogleDocs per farveli leggere. Uno è di Angelo Panebianco, Ipotesi sulla Storia, l'altro, Credito d'amore, è di Lucrezia Lerro. 

Vi abbraccio e bacio,

coccola5
Aggiornamento di mezzanotte: tra una cosa e l'altra, sono riuscita a caricare il documento sui tedeschi. Cliccate qui per leggerlo: Die Deutschen

lunedì 10 gennaio 2011

Il grande sconosciuto

Ieri sera mi ero ingegnata nella scrittura di un post che riassumesse le mie vicissitudini (si fa per dire) dal 6 gennaio in poi. In realtà, il post che leggete datato 7 gennaio, Medjugorje, l'avevo scritto il 6 e pubblicato la mattina dopo.
Ad ogni modo, Splinder deve avere in odio che io parli di gossip dal momento che ha cancellato tutto quanto avevo scritto! Stasera riprovo, sperando di avere più calma. Per il momento mi attende una noiosa traduzione dal titolo Die Deutschen (i tedeschi) che riguarda il motivo per cui vengono definiti tedeschi dagli italiani, alemanni dai francesi e via dicendo. La cosa mi interessa relativamente, ma fa niente. L'unico fatto curioso di questa traduzione è la fotocopia del testo che ci ha fornito il segretario della facoltà, fronteretro: su una facciata ci sono le pagine 1 e 4, sull'altra le pagine 2 e 3. Come sia riuscito nel suo intento creativo resta per me un mistero. E non che le altre fotocopie vengano poi meglio: il fronteretro, questo grande sconosciuto!
A più tardi!

coccola5

venerdì 7 gennaio 2011

Medjugorje

E all’improvviso la strada si illumina
e scopri che non sei più solo;
sarà il Signore risorto a tracciare il cammino
e a ridare la vita.
[…]
Gesù è il Signore risorto che vive nel tempo,
è presente tra gli uomini,
è Lui la Vita del mondo,
il pane che nutre la Chiesa in cammino.
           
Arderanno sempre i nostri cuori

Quando ho aperto questo blog, non avevo mai pensato di parlare di fede. È un argomento che ho trattato rare volte e che, come scrivevo a LogorroicaMente in un commento di qualche post fa, preferisco non esaltare troppo. Trovo che sia una cosa personale e particolarmente intima, qualcosa di cui non serve far mostra all’esterno: chi ha fede è riconoscibile, ecco tutto. E lo stesso diceva Gesù: da questo sapranno che siete miei discepoli.

È stato un caso, questa sera, che io abbia sentito mia madre parlare della puntata di Matrix di ieri sera su Medjugorje e le apparizioni dei sei veggenti. Mi dice che la tv si è inceppata e che non è riuscita a vederlo tutto, così guardiamo su Internet se si trova la puntata e così è. Ne approfittiamo per rivedercela tutta. È una bellissima puntata, libera a mio parere dallo sfrontato ottimismo e dall’ostinata leggerezza che Mediaset impone ai suoi programmi televisivi nonostante tutte le buone ragioni per vedere un presente non esattamente roseo. Vinci, il conduttore, parla con due veggenti, Mirjana e Maria, a riguardo delle loro esperienze e delle loro apparizioni. Viene intervistato un Paolo Brosio che racconta la sua conversione con una semplicità sconcertante: sono arrivato a Dio per esclusione, anche se è brutto da dire. Come mi ha colpito questa frase, nella sua infinita verità. Si arriva a Dio quando tutto il resto ci tradisce e delude, si arriva a Dio perché è l’ultimo appiglio e tuttavia il migliore, l’unico in grado di trarci davvero in salvo. E poi tante persone, che raccontando di Medjugorje piangono. E sono lacrime di gioia: è il ritrovare più forte ciò che si aveva perso, come un’amicizia che sembrava perduta e invece rimette radici, più solide che mai.

E poi ci sono Odifreddi e un altro scienziato scettici, che accomunano le apparizioni a delle esperienze psichedeliche, ottenibili grazie all’uso di droghe. Mi dispiace, caro Piergiorgio, un’apparizione vale mille volte di più perché è mille volte più puramente bella e perché parla di pace. Riporta la pace nel cuore.
Non saprei dire se le apparizioni siano autosuggestione o se siano delle realtà, se i miracoli siano frutto di una fortissima autosuggestione o cos’altro, ma da credente decido consapevolmente di avere fede. Quello che è però importante, non è tanto la guarigione di un ragazzo con ventidue tumori accompagnato da Brosio a vedere l’apparizione a Maria della Madonna, è la fede che ci portiamo nel cuore. L’amore per gli altri, la voglia di cambiare la nostra vita e di ricominciare, il desiderio forte di farne una stupenda sinfonia.

Non tutti sono credenti, non è necessario credere. Io non desidero convertire nessuno, non è il mio compito e trovo che soltanto Dio possa cambiare profondamente qualcuno. Sono dell’opinione, come scrivevo, sempre nei commenti, che si possa vivere senza Dio, ma che con Lui sia tutta un’altra musica. Ed è una musica che porta soltanto gioia.

Appendice.Questa breve appendice, che trovo accessoria più che necessaria, vuole essere chiarificatrice di alcune cose. In molti identificano la fede dei credenti con quella della Chiesa di Roma. In tutta sincerità, prendo le distanze da una Chiesa che impone la sua visione su temi quali l’eutanasia, l’aborto, la convivenza, il sesso prematrimoniale e l’omosessualità. Visione che fra le altre cose, offusca l’agire statale, che dovrebbe consentire la piena libertà. Personalmente non sono per l’eutanasia né per l’aborto, ma ritengo che non siano la Chiesa né lo Stato a dover decidere se un cittadino può o meno morire, può o meno dare alla luce un figlio. Lo Stato dovrebbe, a mio parere, autorizzare l’eutanasia, poi saranno i cittadini a decidere che cosa fare caso per caso. Tornando a noi, non approvo particolarmente l’operato di Benedetto XVI né il forte spirito conservatore della Chiesa. Questo soltanto a titolo informativo.

coccola5

domenica 2 gennaio 2011

In giro in macchina? No, grazie (se possibile)!

Avevo parlato tempo fa della mia idea di aprire un piccolo blog di giornalismo nuovo, un blog che dà spazio a quelle notizie poco considerate, cercando di guardarle da una prospettiva nuova. Un piccolo assaggio potrebbe essere già il prezzo della benzina, decisamente alle stelle. E nessuno ne parla. O quasi.

Ieri sera, finito il lavoro, penso di avventurarmi nella zona industriale del paese di SM, dove si trova la pizzeria. Devo fare il pieno, ho solo una tacca e non voglio scoprire quanto dura la riserva. La super SP (Senza Piombo) costa 1,329 euro al litro. Da notare che, a fine novembre e allo stesso distributore, costava 1,26-1,27. La benzina non è lì di una qualità proprio eccelsa, ma dal momento che non ho questo granchè di stipendio devo accontentarmi. In giro il prezzo va da 1,39 a 1,44. E nella mia cittadina, l'unico distributore la fa pagare 1,48. Spiegatemi perchè devo spendere quasi 60 euro per fare il pieno a una macchina come la Ka (modello vecchio). Mia mamma, che ha una Jeep Cherokee, ne ha spesi l'ultima volta ben 120. A lavoro non posso andare in bus perchè, terminando alle 22, non ci sono mezzi che mi riportano a casa, a scuola per fortuna sì. Io comunque trovo tutto questo vergognoso.

Oggi lavoro. Ho lavorato il 31 dicembre, il Primo dell'anno, stasera e poi fino a mercoledì sarò là tutte le sere. Aiuto. Tutti i giorni dalle 16 alle 22. Spero che questa sera ci sia gente, così si fanno le 21.15 in un attimo e posso iniziare a fare chiusura.

Il Capodanno è andato abbastanza bene. Ero nel posto di cui vi avevo raccontato, molto carino anche se, a parer mio, disorganizzato. All'1 hanno annunciato che per un po' non davano da bere perchè altrimenti avrebbero finito tutto. Ho aspettato mezz'ora inutilmente. E oggi ho scritto all'organizzatore. Non mi sembra giusto pagare 20 euro comprensivi di una consumazione per non avere nulla. Ho l'impressione che sarei stata meglio allo Sky, con E. Le due ragazze con me non hanno "esperienza" di discoteche e varie, io ho imparato a viverla in maniera un po' sciolta. Con E. come maestro! XD Ho imparato a parlare il meno possibile per non urlare sulla musica a tutto volume, a concentrarmi sugli affari miei per sentire meno il volume della musica, a farmi spazio fra la gente, a ballare per tre ore filate senza che i tacchi mi facciano male. A indossare abiti più corti e più scollati di quelli che porto solitamente e a concedermi la mia bellezza una sera ogni tanto. Ecco. Piccole cose che si imparano nel tempo. Piccole sciocchezze, alla fine.

Voi com'è andata?

Prima di lasciarvi, vi auguro di cuore un buon anno, nuovamente. Che davvero sia gioioso e porti cose buone.

coccola5